Giovanni Paolo II

Riflessioni sulle virtù Teologali, Cardinali e Annesse

indietro

 

 

Città del Vaticano,
mercoledì, 16 gennaio 2008

Le Virtù Teologali.
 

La Fede.

La virtù teologale della fede è un dono di Dio. Come frutto di grazia adatta la nostra mente ad accettare i misteri rivelati da Dio. I contenuti della nostra fede ci sono stati consegnati dalla Chiesa attraverso le Sacre Scritture e la tradizione vivente, ma la capacità di accettare tali misteri ci giunge direttamente da Dio al momento del battesimo, o perfino prima, al momento della conversione che conduce al battesimo. Perché Dio ci ha donato questa virtù? La risposta più semplice è che la fede ci rende capaci di incontrare Dio. Ma perché Dio preferisce l’incontro attraverso la fede piuttosto che palesarsi utilizzando i semplici mezzi cognitivi? Dopotutto, la fede implica umiltà di intelletto, una disposizione per mezzo della quale l’intelletto stesso, creato da Dio con inerente impulso verso la verità, si trattiene dall’usare indipendentemente tutti i poteri di questa guida affinché ci si impadronisca della verità e, sotto l’influenza della volontà, ci si pieghi per riceverla come un dono. È questa, forse, una chiara denigrazione dell’intelletto? L’intelletto dopotutto può raggiungere la verità, usando i suoi propri metodi cognitivi, sperimentali o filosofici. Dato che l’intelletto può afferrare la verità, perché allora deve piegarsi alla fede, accettando la posizione di discepolo indottrinato dal Maestro, che rimane celato nelle nebbie del mistero? La risposta a questa domanda si può trovare nella semplice esperienza umana. Nelle nostre relazioni non agiamo basandoci semplicemente su cognizioni scientifiche. Noi ci fidiamo. Dove c’è fiducia, c’è un’apertura verso gli altri, c’è spazio per l’amore. Le cognizioni scientifiche non generano amore. La fiducia si. Dio quindi, celandosi nel mistero che può essere rivelato solo attraverso la fede, rivela un volto umano. Mentre ci avviciniamo a Dio per mezzo della fede, apprendiamo come fidarci di Lui e amarLo. Scopriamo che Dio non è semplicemente la risposta agli interrogativi sull’esistenza umana o cosmica. Dio è un padre che attende la nostra fiducia e il nostro amore. L’umiltà di intelletto nella fede non deve, quindi, intendersi in senso dispregiativo. È un’estensione dell’intelletto verso il vitale incontro con Dio che, allo stesso tempo, lascia intatte le capacità intellettive. La fede non acceca l’intelletto; ci permette semplicemente di vedere di più, per unire la conoscenza ottenuta tramite la filosofia con quella ricevuta attraverso la rivelazione, allo scopo di raggiungere le verità che l’intelletto) fine a sé stesso, non osa raggiungere. La precisione del linguaggio latino ci permette di distinguere tre livelli di fede. Prima di tutto c’è la credenza che Dio esiste – credo Deum esse. Questa credenza non si traduce ancora in una relazione personale con Dio. Molte persone accettano l’esistenza di Dio, e non sono ancora tediati dalla Sua presenza nella loro vita quotidiana. Dopo c’è l’accettazione del principio che Dio è verità, il credere o fidarsi della parola di Dio – credo Deo. Questo è un atteggiamento, che accetta il fatto che Dio abbia parlato, che la Sua parola contenga importanti verità. Questa credenza può semplicemente rimanere a livello di dichiarazione. Infine, c’è la credenza in Dio – credo in Deum, sottolineando quell’in, che esprime movimento. Credere in o piuttosto verso Dio significa raccogliere tutte le energie dell’anima e indirizzarle verso Dio. Questa suprema forma di fede è costituita dalla carità. La fede a questi livelli non accetta semplicemente l’esistenza di Dio e la Sua veridicità, ma riorganizza la vita in modo tale che Dio divenga il principio più importante. Tutto ciò che è stato sentito, detto o fatto è stato fatto concentrandosi su Dio, confidando nella Sua presenza, assistenza e amore. È questa la fede che Dio si attende da noi, perché è proprio tale fede che conduce all’incontro tra il Padre Eterno e i suoi fiduciosi figli. Dio non necessita del nostro lavoro, ma attende con pazienza che i nostri cuori ripongano fiducia nella Sua grazia, accolgano il Suo amore nelle attività giornaliere e accettino il mistero della Sua presenza nelle nostre vite. Va comunque inteso che non è sufficiente dichiarare la nostra fede. Dobbiamo confessarla, quando la nostra fede cresce, nel momento in cui permettiamo all’ineffabile mistero di Dio di penetrare nelle nostre vite, nei nostri pensieri, sentimenti e decisioni. Non c’è limite nella crescita di fede, perché non c’è limite nell’interna propensione verso Dio, che è e rimarrà un mistero – come il mistero in cui Pietro fu invitato a confidare mentre Egli camminava sulle acque.


di Fr. Wojciech Giertych, O.P. - Teologo della Casa Pontificia


ne, il Postulatore, La segreteria, il WebMaster,  e i collabotaroei della rivista

 

 

 

 

Link & Banner | Credits | Contacts | Suggerimenti

 

Homepage