Giovanni Paolo II

Riflessioni sulle virtù Teologali, Cardinali e Annesse

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Città del Vaticnao,
lunedì, 3 marzo 2008

Le Virtù Teologali.
 

La Carità.

“… L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). Questo dono del divino amore si è “incarnato” nel nostro amore umano, trasformandolo interiormente, purificandolo e rafforzandolo, diventando così la forza trainante dell’ethos cristiano. Cosa significa tutto questo? Come possiamo sperimentare la trasformazione divina? Ciascuno di noi diventa amico di Dio tramite il dono della grazia. Come è possibile questo? L’amicizia fondamentalmente ha bisogno di un rapporto di eguaglianza, di una finalità in comune e di una comunicazione reciproca. Ora, elevandoci a livello soprannaturale con la sua grazia (2 Pt 1,4), Dio ci ha donato la possibilità d’incontrarlo. E il nostro fine è quello della vita eterna in Dio, infatti, siamo stati resi capaci di mantenere una comunione di reciprocità con Dio tramite il nostro fratello Gesù Cristo (1 Cor 1,9). Attraverso la vita di preghiera e l’apertura alle ispirazioni divine, noi possiamo mantenere la nostra fiducia, la nostra familiarità e la nostra amicizia con Dio. L’amore della carità – che è l’unica realtà celestiale che possiamo già sperimentare su questa terra – emerge nei rapporti con i nostri fratelli. Il nostro amore verso tutti coloro che vediamo e conosciamo non è in opposizione all’amore verso Dio, in quanto amiamo gli altri in vista di Dio. Come amiamo i nostri amici così amiamo anche i loro figli; quindi non possiamo amare Dio senza amare i suoi amici. L’amore divino che si diffonde ci fa amare gli altri, per i quali desideriamo lo stesso bene che noi riceviamo da Dio. Ed è molto importante capire che il nostro amore verso gli altri non è prova sufficiente del nostro amore verso Dio. Infatti, l’amore della carità include un autentico interesse per gli altri a livello affettivo e a volte anche ai loro bisogni concreti. Ma c’è sempre il rischio che questo possa divenire solamente un amore affettivo ed egoistico se viene a mancare il primato dell’amore verso Dio come Dio. La centralità di Dio, sostenuta dalla fede, garantisce che l’amore verso il prossimo sia vero e di “qualità” eccelsa. Questo porta con sé anche la preoccupazione del vero bene del prossimo, in particolare della sua santità. Se non desideriamo il bene più alto per il prossimo rischiamo di ingannarci pensando di amare: in realtà siamo innamorati di noi stessi e dei nostri bisogni e probabilmente stiamo manipolando l’altra persona. La fede in Dio purifica l’amore umano, ci aiuta a sostenere le difficoltà, a perseverare nell’amore autentico e ad essere veramente interessati al bene degli altri. Ora, se amiamo gli altri con l’amore divino della carità, dobbiamo amare tutti allo stesso modo? No, questo non è possibile, poiché è naturalmente diversa l’intensità del nostro amore. È normale che l’amore divino della carità, con il quale amiamo gli altri, sia più intenso verso quelle persone che sono vicine a noi, rispetto all’amore che nutriamo verso coloro che sono più lontani (anche se potrebbero avere più bisogno dei nostri amici più intimi). Ma non dobbiamo sentirci in colpa per questo. L’amore sopranaturale è un amore autentico quando coinvolge la persona che amiamo, ed è naturale amare di più alcune persone rispetto ad altre. Infatti, se diciamo di amare tutti allo stesso modo, in realtà non amiamo nessuno! A volte, alimentare la virtù della carità, richiede uno sforzo, una negazione di sé, l’accettazione della croce con fede, ma proprio in forza di questo si giunge ad una gioia e ad una pace profonda.


di P. Wojciech Giertych, O.P. - Teologo della Casa Pontificia


ne, il Postulatore, La segreteria, il WebMaster,  e i collabotaroei della rivista

 

 

 

 

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