Nel messaggio Urbi et Orbi il «contagio della speranza» della Buona Notizia

    Non è questo il tempo dell’«indifferenza», dell’«egoismo», delle «divisioni», della «dimenticanza». Sia invece un tempo in cui «tutto il mondo deve ritrovarsi unito nel fronteggiare la pandemia», in cui porre «finalmente termine alla guerra in Siria, al conflitto in Yemen e alle tensioni in Iraq». Commuovo le parole di Papa Francesco nell’Urbi et Orbi, pronunciate per la prima volta nella basilica di San Pietro vuota, dove ha appena finito di celebrare la Messa di Pasqua. Con lui il Crocifisso di San Marcello al Corso e l’icona di Maria Salus Populi Romani. Un rito essenziale, trasmesso in diretta televisiva e in streaming sui social (anche sulla pagina Facebook della nostra diocesi) in questo tempo di emergenza sanitaria.

    «Il mio pensiero va soprattutto a quanti sono stati colpiti direttamente dal coronavirus», dice Papa Francesco con il pensiero alle centinaia di migliaia di malati sparsi nei cinque continenti, a quanti hanno perso la vita a causa della pandemia, ai loro familiari. «Per molti – scandisce il Santo Padre –è una Pasqua di solitudine, vissuta tra i lutti e i tanti disagi che la pandemia sta provocando, dalle sofferenze fisiche ai problemi economici. Questo morbo non ci ha privato solo degli affetti, ma anche della possibilità di attingere di persona alla consolazione che sgorga dai Sacramenti, specialmente dell’Eucaristia e della Riconciliazione. In molti Paesi non è stato possibile accostarsi ad essi, ma il Signore non ci ha lasciati soli! Rimanendo uniti nella preghiera, siamo certi che Egli ha posto su di noi la sua mano, ripetendoci con forza: non temere!»

    Parole di «affetto» e di «gratitudine» anche per i medici e gli operatori sanitari, per tutti coloro che lavorano per garantire i servizi essenziali, per le forze dell’ordine. Un pensiero per «i fratelli più deboli, i poveri: non facciamo loro mancare i beni di prima necessità, più difficili da reperire ora che molte attività sono chiuse».

    Per i politici, che abbiano davvero a cuore il bene comune. «Non è questo il tempo degli egoismi, perché la sfida che stiamo affrontando ci accomuna tutti e non fa differenza di persona». Allora, lo «speciale pensiero» di Papa Francesco va all’Europa, un continente che, dopo il secondo conflitto mondiale, è «potuto risorgere grazie a un concreto spirito di solidarietà». E ancora: «Oggi l’Unione Europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero. Non si perda l’occasione di dare ulteriore prova di solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative. L’alternativa è solo l’egoismo degli interessi particolari e la tentazione di un ritorno al passato, con il rischio di mettere a dura prova la convivenza pacifica e lo sviluppo delle prossime generazioni».

    Ma lo sguardo di Francesco abbraccia il mondo intero. Parla delle guerre dimenticate, della situazione in Venezuela, del traffico di armi, dei migranti e dei rifugiati «molti dei quali sono bambini, che vivono in condizioni insopportabili», del debito internazionale. Per tutti, Cristo è risorto. In questo mondo «già alle prese con sfide epocali ed ora oppresso dalla pandemia», serve «un altro “contagio”, che si trasmette da cuore a cuore, perché ogni cuore umano attende questa Buona Notizia. È il contagio della speranza: Cristo, mia speranza, è risorto!».

    12 aprile 2020