Lo stemma di S. E. Rev.ma Mons. Andrea Carlevale, Vescovo titolare di Atella, Ausiliare di Roma per il Settore Sud.
Blasone:
D’oro, alla cesta di 7 pani al naturale, accompagnata in capo da due cuori di rosso affiancati, e sostenuta da un terzo cuore dello stesso caricato dal trigramma JHS di nero; calzato ricurvo d’azzurro, a destra un monogramma mariano d’oro caricato dello stesso, a sinistra un giglio di giardino fogliato di due pezzi d’argento.
Lo scudo, accollato alla croce astile trifogliata d’oro gemmata di 5 pezzi di rosso, e timbrato da un cappello prelatizio di verde a 6 fiocchi per lato dello stesso.
Motto:
DISCEPOLO E SERVO DELLA SAPIENZA INCARNATA.
Spiegazione simbolico – teologica
Il messaggio veicolato dallo stemma di Mons. Andrea Carlevale è fortemente centrato sul tema dell’Incarnazione quale manifestazione visibile dell’amore trinitario per la santificazione delle relazioni umane. La stessa partizione dello scudo nei suoi due diversi smalti si muove già in questa linea. Il campo principale infatti è d’oro, il metallo che nella Scrittura richiama, tra altri suoi valori simbolici, la gloria di Dio. Nell’Antico Testamento, il Tabernacolo nel quale la gloria di Dio abita stabilmente, l’oro riveste gli arredi più direttamente a contatto con la sua presenza: l’arca dell’alleanza con il proprio coperchio (propiziatorio), il candelabro e la tavola dei pani (Es 25-28). Il Tempio costruito da Salomone viene descritto come quasi interamente ricoperto d’oro (1Re 6-7). Nel Nuovo Testamento è il libro dell’Apocalisse a ricorrere abbondantemente alla simbologia dell’oro per indicare la gloria di Dio che, splendente in Cristo, abita nella sua Chiesa, rappresentata dalla Gerusalemme nuova: la Gerusalemme celeste viene descritta come costruita di oro puro splendente (“simile a terso cristallo”), con la piazza di identico aspetto (Ap 21,18.21). Nel nostro stemma, sulla scia di questa ricca simbologia biblica, l’oro sta ad indicare la gloria del Verbo fatto carne che può essere contemplata da quelli che credono in Lui (cfr Gv 1,14). Per questo lo stemma, nella sua partizione – un caratteristico calzato ricurvo –vuole quasi richiamare mediante l’oro, simbolo della gloria di Dio, l’ingresso di questa nella storia degli uomini, a partire dall’unione della natura divina del Figlio con la natura umana, simboleggiata dall’azzurro.
Il riferimento all’Incarnazione è ancor più richiamato dalla cesta di pani, che fa riferimento all’etimologia del nome della città in cui è nato il Salvatore, Betlemme: Beit Lechem, “casa del pane”. Ciò porta con sé anche un rimando alla Parrocchia romana di origine del titolare dello stemma: la Natività di Nostro Signore Gesù Cristo. La cesta richiama anche il famoso miracolo della cosiddetta “moltiplicazione dei pani” o, meglio, della condivisione dei pani e dei pesci compiuta da Gesù in favore delle folle che lo seguivano per ascoltare la sua parola (Mt 14,13-21; 15,32-39; Mc 6,30-44; Mc 8,1-10; Lc 9, 12-17; Gv 6, 1-14): chi accoglie Cristo, Verbo di Dio fatto carne, non può non prendersi cura della carne del suo fratello bisognoso, imparando a condividere, a partire dal dar da mangiare agli affamati (Mt 25.35). Così il pane richiama il Pane vivo disceso dal cielo, Cristo stesso: l’Eucaristia come prolungamento nel tempo e nello spazio dell’Incarnazione di Cristo, sempre vivo e operante nella sua Chiesa, sempre pronto a nutrire il suo popolo in cammino. La cesta con i pani è accompagnata da tre cuori di rosso. La simbologia legata all’amore è evidente. La composizione araldica vuole significare in particolare che l’amore trinitario di Dio è centro di tutta la Rivelazione. Il Padre ama il suo Figlio e gli dona tutto (Gv 5,20), e ama il mondo tanto da mandare suo Figlio non per condannare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui (Gv 3,17). Cristo ama il Padre (Gv 14,31) e nell’obbedienza al disegno salvifico del Padre dona tutto se stesso, dona la vita per i suoi amici, quelli che credono in Lui e osservano i suoi comandamenti (Gv 15,9-14; Ef 5,2). Ed è con il dono dello Spirito Santo che l’amore di Dio viene riversato nel cuore dei credenti (Rm 5,5), quello Spirito che è legato all’amore perché viene promesso e donato (Gv 14,16-17; 15,26; 6,13) nel contesto della relazione d’amore tra Dio, Cristo e i credenti: “se mi amate…” (Gv 14,15). Il cuore posto idealmente a sostegno della cesta è contrassegnato dal trigramma JHS, famosa trascrizione latina dell’abbreviazione del nome greco di Gesù, ΙΗΣΟΥΣ. Come è noto, la lettura di H come h, diede origine all’interpretazione come sigla di Jesus Hominum Salvator. È con la forza invincibile del suo amore che Gesù salva gli uomini. E l’amore del Verbo incarnato continua a essere donato in abbondanza ai credenti nel memoriale della sua Pasqua, l’Eucaristia, sacramento della sua divina carità. L’immagine del cuore, tuttavia non va letta esclusivamente in riferimento al comune e moderno rimando all’amore ma va interpretata alla luce del significato che il cuore riveste nelle Sacre Scrittura. Partendo dalla concezione antropologica semitica, fondata su una visione prevalentemente sintetica dell’uomo, emerge un’idea globale di essere (come nel termine greco hòlos). Nella Bibbia il vocabolo cuore è indicato con l’uso di due termini sinonimi che sono leb e lebab. Essi hanno un significato molto ampio collegato a numerose esperienze psichiche e spirituali scaturenti dall’intimo della persona. Il cuore appare come la sede della vita emotiva, intellettuale, e soprattutto costituisce il centro vitale e decisionale dell’uomo; è in esso che risiede la sua volontà più profonda. Il cuore di Cristo è simbolo dell’uomo nuovo, completo, tutto intero, che non conosce frammentazione interiore perché trova il suo centro unificante nell’amore del Padre, per opera dello Spirito Santo. L’uso di tale simbolo, pertanto, vuole essere un rimando, per il fedele, all’esigenza di cercare la sua unità personale e relazionale a partire dall’amore di Cristo, dal quale traspare continuamente l’ambito vitale delle relazioni trinitarie in cui egli, Verbo preesistente, permane anche dopo la sua Incarnazione storica.
Il campo principale dello scudo è accompagnato dagli altri due settori rispettivamente innalzanti un monogramma mariano coronato e un giglio di giardino (cioè in una rappresentazione vicina alle fattezze naturali del fiore). Il monogramma richiama in maniera diretta la Beata Vergine Maria, Colei che ha accolto nel suo grembo il Verbo di Dio fatto carne, divenendo non solo Madre del Signore ma anche discepola del suo Figlio. La corona, unitamente all’oro che caratterizza le figure, sottolinea come nella fedeltà di Maria, umile ancella del Signore, risplenda la grandezza di Lei, Madre e modello della Chiesa, poiché “Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili” (1Pt 5,5), “incorona gli umili di vittoria” (Sal 149,4). Nell’altro fianco dello scudo un giglio richiama San Giuseppe, Sposo castissimo della Beata Vergine Maria. L’argento, nel suo candido splendore, vuole richiamare purezza e santità. Giuseppe, uomo giusto (Mt 1,19), incarna l’obbedienza a Dio, la rettitudine e la capacità di agire con carità. L’evento dell’Incarnazione avviene concretamente in una famiglia. Giuseppe è scelto come custode di questo mistero: non è il padre biologico, ma è il padre sul piano umano, legale e affettivo nonché modello di ogni paternità generativa e illuminata. Se Maria rappresenta il “sì” esplicito all’Incarnazione (Lc 1,38), Giuseppe incarna un “sì silenzioso” ma altrettanto decisivo. Maria e Giuseppe rappresentano insieme una dimensione essenziale dell’Incarnazione: Dio si manifesta nel quotidiano, nelle relazioni, nel silenzio, nel lavoro. Maria e Giuseppe offrono con la loro vita spazio all’agire di Dio in Cristo, cosicché l’Incarnazione oltre a essere un mistero divino è una realtà pienamente vissuta nella storia umana.
In questa visione, il cuore caricato del Trigramma posto al centro dello stemma, intende formare un’immagine triadica anche con i simboli riferiti alla Beata Vergine Maria e a San Giuseppe, a significare le relazioni reciproche tra i membri della Sacra Famiglia improntate all’amore agapico e incentrate su Gesù. La Santa Famiglia di Nazareth, come “luogo” terreno nel quale si manifesta sommamente l’amore della Santissima Trinità, diventa esempio e modello di come possono diventare le relazioni umane quando sono imperniate sul Signore. La Santa Famiglia, pertanto, rappresenta tutte le famiglie umane e l’Umana Famiglia chiamate all’amore reciproco.
Il motto riprende e illustra il contenuto dello stemma. L’espressione “Discepolo e servo della Sapienza Incarnata”, è tipica della spiritualità di San Luigi Maria Grignion de Montfort profondamente amata dal Vescovo e prima di lui, centrale nella spiritualità di un santo particolarmente caro a Mons. Carlevale: San Giovanni Paolo II. La frase non si trova così esplicitamente citata, ma emerge dall’atto di consacrazione a Gesù per mezzo di Maria nel suo celebre testo Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, riflettendo molto chiaramente il lessico e la teologia tipici di Montfort, che ricorrono anche in altre sue opere come L’amore dell’eterna Sapienza. L’autore usa spesso il linguaggio della “Sapienza incarnata” per riferirsi a Gesù Cristo. In particolare, il Vescovo ha scelto di ispirarsi al Montfort perché parla della devozione totale a Maria come via per diventare autentici discepoli e servi della Sapienza incarnata. In questa prospettiva l’utilizzo del termine servo rimanda anche ai servi citati nel Vangelo delle nozze di Cana (Gv 2,1-11); seguendo le indicazioni della Madre di Dio, che anticipa i tempi della pienezza, i servi, in quanto figura dei veri discepoli, compiono la volontà del Figlio affinché l’amore torni a trionfare nelle relazioni umane e con Dio.
Un programma di vita per il Vescovo che, consacrato completamente a Cristo, Sapienza divina fatta uomo, per mezzo di Maria, cerca di uniformare tutta la sua vita come discepolo al Maestro, e si pone al suo servizio nell’annuncio del Vangelo.
don Antonio Pompili
Vicepresidente dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano
Membro dell’Accademia Internazionale di Genealogia
Membro associato dell’Accademia Internazionale di Araldica