Lo stemma di S. E. Rev.ma Mons. Marco Valenti, Vescovo titolare di Arpi, Ausiliare di Roma per il Settore Nord.
Blasone:
D’azzurro, al leone di San Marco con la testa in maestà e tenente con la branca anteriore destra un libro aperto, il tutto d’oro, fondato sulla campagna di verde e attraversante un albero di ulivo verdeggiante.
Lo scudo, accollato alla croce astile trifogliata d’oro gemmata di 5 pezzi di rosso, e timbrato da un cappello prelatizio di verde a 6 fiocchi per lato dello stesso.
Motto:
SICUT OLIVA FRUCTIFERA.
Spiegazione simbolico – teologica
Il leone di San Marco richiama in modo diretto il nome di battesimo del titolare dello stemma. Allo stesso tempo simboleggia il ministero romano di Mons. Valenti, dal momento che l’Evangelista di cui egli porta il nome ha scritto il suo Vangelo – il primo in ordine di tempo tra quelli canonici – proprio nel contesto della chiesa romana primitiva, secondo l’interpretazione tradizionale, ponendosi alla scuola della predicazione di San Pietro. Così afferma a suo riguardo Papia, Vescovo di Gerapoli (I-II secolo): “A che questo diceva il presbitero: Marco, interprete di Pietro, scrisse con esattezza, ma senza ordine, tutto ciò che egli ricordava delle parole e delle azioni di Cristo; poiché egli non aveva udito il Signore, né aveva vissuto con Lui, ma, più tardi, come dicevo, era stato compagno di Pietro. E Pietro impartiva i suoi insegnamenti secondo l’opportunità, senza l’intenzione di fare un’esposizione ordinata dei detti del Signore. Cosicché non ebbe nessuna colpa Marco, scrivendo alcune cose così come gli venivano a mente, preoccupato solo d’una cosa, di non tralasciare nulla di quanto aveva udito e di non dire alcuna menzogna a riguardo di ciò”. Come è noto, la figura del leone alato e nimbato in riferimento a San Marco deriva dal tetramorfo di cui si parla nel libro dell’Apocalisse di San Giovanni, che riprende una visione del profeta Ezechiele: “Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l’aspetto come di uomo; il quarto vivente era simile a un’aquila che vola” (Ap 4,7). Nel complesso della teologia dell’autore biblico con tutta probabilità i quattro esseri viventi descritti attorno al trono di Dio come in primo piano nella realizzazione della sua opera salvifica stanno ad indicare delle particolari manifestazioni dello Spirito nel suo attivo dispiegarsi nella storia della salvezza e, di rimando, la creazione che partecipa attivamente al progetto di Dio (secondo una tesi largamente diffusa e sostenuta anche dal padre Ugo Vanni). Ma meno di un secolo dopo la composizione del libro dell’Apocalisse, intorno al 180, Sant’Ireneo di Lione fa coincidere nel suo Adversus haereses ogni essere vivente con un evangelista: il leone con Giovanni, il vitello con Luca, l’uomo con Matteo e l’aquila con Marco. Le associazioni simboliche tra animali ed evangelisti sono dunque diverse da quelle che conosciamo oggi e che risalgono a San Girolamo, che nel suo Commento a Matteo identifica nel leone San Marco e nell’aquila San Giovanni, trasformando inoltre la figura del vitello in un bue. L’attribuzione del leone a San Marco si è sempre più imposta anche nell’iconografia per ben comprensibili motivi: il suo racconto si apre con la predicazione di Giovanni Battista nel deserto, facilmente descrivibile come una “voce che ruggisce”; il leone d’altra parte richiama forza e regalità, qualità legate al Cristo così come presentato da Marco; la stessa parola dell’Evangelista, per mezzo del Vangelo da lui scritto, risuona con chiarezza e potenza lungo i secoli, come il ruggito di un leone. Se nella consolidata iconografia la figura del fiero animale simboleggia la forza del messaggio di San Marco, le ali indicano l’elevazione spirituale e l’aureolo la sua santità. Spesso, come nel nostro stemma, il libro tenuto in una o fra entrambe le branche, sottolinea la sua opera di scrittore sacro.
Nel nostro stemma il leone si trova davanti a un albero di ulivo, in una composizione simile a quella dello stemma di Viterbo (dove però ritroviamo una palma, e il leone non è quello marciano alato e nimbato, ma coronato e tenente una banderuola con croci e chiavi richiamanti il papato). L’ulivo richiama le origini del titolare, fieramente sabino, nato a Cantalupo in Sabina (RI). La Sabina è infatti una delle zone più importanti d’Italia quanto a presenza della preziosa pianta mediterranea e per la produzione di olio. La Sabina, regione storica del Lazio, a nord-est di Roma, del Tevere e l’Appennino è caratterizzata da verdeggianti colline e affascinanti borghi medievali, ed è arricchita fin dall’antichità da coltivazione di vaste distese di uliveti. Ma l’ulivo, grazie alle sue proprietà, ha anche importanti valenze simboliche, rappresentando pace, prosperità e anche radicamento alla terra e stabilità. Coltivato fin dall’antichità, fondamentale per l’alimentazione, per le preparazioni medicinali e cosmetiche, e utilizzato anche nei rituali, il prezioso vegetale deve la sua nota ricchezza simbolica innanzitutto alla sua forte presenza nella Scrittura. Il primo testo, notissimo, è quello di Gen 8,11 dove si parla della colomba che fatta volare da Noè al termine del diluvio, fece ritorno recando nel becco una foglia fresca di ulivo: la foglia d’ulivo diventa il segno che le acque si ritirano, indicando la fine del giudizio e l’inizio di una nuova alleanza tra Dio e l’umanità. Per questo, ancora oggi, l’ulivo rappresenta universalmente la pace. Nella Bibbia l’ulivo è anche ben noto per essere un albero longevo, resistente e sempreverde, e pensando a queste caratteristiche l’orante anticotestamentario si identifica con esso: “Io invece sono come un ulivo verdeggiante nella casa di Dio” (Sal 52,10). L’ulivo richiama così la stabilità e la benedizione che vengono da Dio e la fiducia che soltanto in lui si può con certezza assoluta riporre. Non va dimenticato il significato simbolico che nel Nuovo Testamento attribuisce Paolo all’ulivo: “Se la radice è santa, anche i rami lo sono.” L’Apostolo in Rom 11,16-24 usa l’ulivo come metafora per indicare Israele, mentre i rami in esso innestati indicano i pagani accolti nella salvezza. L’uso paolino dell’ulivo si traduce dunque in un simbolo di continuità e inclusione. Se poi pensiamo al frutto dell’ulivo e all’olio che ne viene estratto non mancano pure significativi riferimenti scritturistici. L’olio è infatti segno di consacrazione per mezzo del rito dell’unzione, e nella Bibbia viene indicato come elemento per consacrare re (1Sam 10,1; 16,13; cfr 24,7), sacerdoti (Es 29,7; 30,30) e profeti (1Re 19,16; Is 61,1). In una grande sintesi teologica offerta dal Nuovo Testamento, queste tre unzioni convergono in una sola persona, Gesù. Egli è l’“Unto” del Signore, cioè il “Messia” (Mashìach), termine tradotto un greco con “Cristo” (Christós). Testo chiave per questa comprensione è quello che si ritrova nel contesto del discorso di Pietro tenuto a Cesarea di fronte al centurione Cornelio e a quelli che erano con lui: “Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret” (At 10,38). In quanto Re Gesù annuncia autenticamente e realizza in pienezza il Regno di Dio (Mt 2,2; 27,37; Mc 15,2; Gv 1,49; 12,13; 18,36-37; Ap 19,16), in quanto Profeta egli non solo proferisce le parole di Dio ma è la stessa Parola definitiva di Dio (Gv 1,14; cfr Eb 1,1-2), in quanto Sacerdote offre se stesso come sacrificio perfetto e dall’eterno valore salvifico (secondo un concetto lungamente espresso nella Lettera agli Ebrei e anche nella “preghiera sacerdotale” di Gv 17). Lo stesso rito dell’unzione con olio si ritrova in tutto il suo valore consacratorio nei Sacramenti mediante l’uso del Crisma: il Battesimo e la Cresima, oltre che l’Ordinazione sacerdotale (unzione delle palme delle mani) e l’Ordinazione episcopale (unzione del capo).
Notiamo, a conclusione della descrizione dello stemma, che le figure sono sostenute da una “campagna” di verde, a richiamare ancora una volta il territorio sabino ma anche e soprattutto in riferimento simbolico alla Chiesa come “campo di Dio”, immagine che, utilizzata a livello allusivo in alcune parabole del Regno pronunciate da Gesù (Mt 13,3.38; Lc 8,11), è ripresa esplicitamente da Paolo in 1Cor 3,9, indicando non solo che la comunità è un terreno coltivato appartenente a Dio e da lui stesso coltivato, ma anche che gli apostoli sono solo collaboratori: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere” (1Cor 3,6). L’azzurro sul quale tutte le figure campeggiano richiama il cielo terso della Sabina che fa da sfondo agli ulivi i quali ne arricchiscono il paesaggio, e allo stesso tempo simboleggia gli ideali di santità e giustizia verso i quali la vita cristiana deve sempre tendere.
Il motto riprende la frase del Salmo 52 che al versetto 10 recita: “Ma io, come olivo verdeggiante nella casa di Dio, confido nella fedeltà di Dio in eterno e per sempre”. Le parole del motto, citate secondo la versione della Vulgata, illustrano il contenuto grafico-artistico dello stemma, con riferimento alle origini del titolare e ai sentimenti con i quali si affida a Dio nell’accogliere la chiamata al ministero episcopale.
don Antonio Pompili
Vicepresidente dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano
Membro dell’Accademia Internazionale di Genealogia
Membro associato dell’Accademia Internazionale di Araldica