16 Maggio 2026

Lo stemma di S. E. Rev.ma Mons. Alessandro Zenobbi, Vescovo titolare di Biccari, Ausiliare di Roma per il Settore Est.

Blasone:

Semipartito-troncato: nel 1° d’oro, a due rami di palma decussati in punta e abbraccianti un fiore di mandorlo, il tutto al naturale; nel 2° d’azzurro, alla stella di otto punte d’oro; nel 3° d’argento, al pellicano con la sua pietà al naturale.
Lo scudo, accollato alla croce astile trifogliata d’oro gemmata di 5 pezzi di rosso, e timbrato da un cappello prelatizio di verde a 6 fiocchi per lato dello stesso.

Motto:

IN DEO CONFIDENS.

Spiegazione simbolico – teologica

 

Nel primo quarto dello stemma campeggiano figure che richiamano la storia del cammino vocazionale e del ministero sacerdotale vissuto da Mons. Zenobbi fino alla sua chiamata all’episcopato. Egli è infatti originario della Parrocchia della Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, nella frazione di Roma Capitale nota con il nome di Giardinetti, situata in zona Torrenova. Il nome deriva da raffinati giardini seicenteschi che facevano parte della tenuta del castello di Torrenova. Tra questi giardini spiccava la presenza dei fiori di mandorlo. Del mandorlo si parla in un testo di Geremia: “Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Che cosa vedi, Geremia?». Risposi: «Vedo un ramo di mandorlo». Il Signore soggiunse: «Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla»” (Ger 1,11-12). Interessante è notare che in ebraico il mandorlo era chiamato shaqed, cioè “colui che vigila”, per cui in antiche traduzioni della Bibbia si trova “albero che vigila”, anziché mandorlo. L’etimologia non desta meraviglia se si pensa che il mandorlo è il primo di tutti gli alberi a fiorire. A questo duplice significato viene fatto riferimento quando Geremia vede un ramo di mandorlo e Dio conferma la visione: Dio stesso è l’albero che vigila, cioè il mandorlo. Così, oltre al riferimento alle origini del titolare, il mandorlo è raffigurato nel nostro stemma anche come simbolo allusivo alla Resurrezione, dal momento che è il primo fiore primaverile che appare sugli alberi ad annunciare la nuova stagione e il risveglio della vita che essa porta con sé.

Il fiore di mandorlo si trova tra due rami di palma decussati all’altezza del gambo. Nell’iconografia cristiana la palma è un diffuso simbolo del martirio. Infatti la palma, simbolo vittoria di Cristo sulla morte, si trova, con questa valenza simbolica, incisa già sulle tombe dei primi martiri cristiani nelle catacombe. La palma (in ebr. tamar), in particolare quella da dattero, è uno degli alberi più presenti nella terra della Bibbia, soprattutto in Giudea. Il suo frutto, dolce come il miele, nutre i nomadi e gli abitanti nel deserto. Famosa per le lunghe radici con le quali assorbe l’acqua nascosta nella profondità della terra, la palma cresce rigogliosa nel deserto e nelle zone aride, rimanendo sempre verde. Per questo la palma verdeggiante diventa simbolo del giusto che radicato nella Parola si innalza in alto, verso Dio: «Il giusto fiorirà come palma … e nella vecchiaia daranno ancora frutti» (Sal 92,13-15).  Anzi, diventa simbolo stesso dell’amministrazione della giustizia. La palma, che cresce anche sulle alture, come testimonia “la palma di Debora” situata nelle montagne di Efraim (Gdc 4,5) e intorno a Gerusalemme, è il luogo dove la profetessa Debora amministra la giustizia e consiglia i capi del popolo (Gdc 4,4). Ancora, la palma assume un importante valore in riferimento alla preghiera e al culto. Il re Salomone nel costruire il Tempio vi fa scolpire le palme: «Ricoprì le pareti del Tempio con sculture e incisioni di cherubini, di palme e di boccioli di fiori, all’interno e all’esterno…» (1Re 6,29-35). Da parte sua il profeta Ezechiele descrive il santuario celeste adornato da cherubini e palme (Ez 41,18-20). E possiamo ricordare come per la festa delle capanne o tabernacoli si usassero rami verdi di palma insieme al cedro, mirto e salice (Lv 23,40; Ne 8,15) e i rami di palme venivano agitati in segno di gioia e di trionfo (Lv 23,40; 1Mac13,51; 2Mac 7,1). Il vangelo di Giovanni, a differenza dei sinottici che descrivono l’ingresso di Gesù a Gerusalemme acclamato con rami di ulivo, narra che la gente lo seguiva con in mano rami di palma: «Presero rami di palme e uscirono incontro a lui acclamando: “Osanna!/ Benedetto colui che viene nel nome del Signore…”» (Gv 12,13). Così la palma in questo testo arriva a indicare la vittoria di Gesù sulla morte e la sua risurrezione. Un’idea che risuona in un’altra opera di ambito giovanneo, nell’Apocalisse, per la quale i martiri, a causa della loro fede, sono i risorti che «stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani» (Ap 7,9). Nel nostro stemma il riferimento al martirio è collegato alle due parrocchie nelle quali don Alessandro ha esercitato per anni il suo ministero sacerdotale, prima San Policarpo, dapprincipio come vicario parrocchiale poi come parroco, e in seguito Santa Lucia. A Santa Lucia che affronta il momento della suprema testimonianza si attribuisce tradizionalmente la frase: «Christum videre desidero» (Desidero vedere Cristo). E anche San Policarpo, nella preghiera finale sul rogo, si rivolse a Dio dichiarando a proposito del suo martirio: «…così come tu, Dio senza inganno e verace, lo hai preparato e me l’hai fatto vedere in anticipo e ora l’hai adempiuto». I due martiri hanno vissuto, mediante la fede (simboleggiata nella campitura dall’oro: cfr 1Pt 1,6-7), la loro vita e anche il momento della loro morte come una visione anticipata, totalmente attratti verso Cristo. Per questo nello stemma i due rami sono orientati verso il fiore di mandorlo che rappresenta Cristo stesso e Lui risorto.

Nella seconda campitura si ritrova su sfondo d’azzurro, classico colore mariano, una stella di otto punte d’oro. La stella simboleggia Maria, alla quale il titolare dello stemma rivolge tutta la sua devozione, venerandola in particolare con il titolo di Madonna della Fiducia, titolo con cui la Vergine è celebrata Patrona del Pontificio Seminario Romano Maggiore, ove egli si è formato al sacerdozio. Maria, come Madre della Fiducia, è punto di riferimento sicuro nel cammino del Vescovo come di ogni credente in Cristo. Il numero di 8 punte dell’astro non è casuale, richiamando ancora una volta la Resurrezione di Cristo, in riferimento alla domenica, l’“ottavo giorno”: L’octava dies non indica semplicemente “otto giorni dopo”, ma soprattutto il giorno nuovo inaugurato dalla Resurrezione di Cristo. Dopo i sette giorni della creazione, l’ottavo è il giorno che va oltre il tempo ordinario: è la nuova creazione, la vita eterna, il mondo trasfigurato. Se l’ottavo giorno è la nuova creazione inaugurata dalla Resurrezione di Cristo, il tempo oltre la morte, il “giorno senza tramonto”, Maria è la creatura in cui la nuova creazione appare già perfettamente riuscita. Si potrebbe dire che Maria è il volto umano dell’ottavo giorno, dal momento che in lei la resurrezione promessa da Cristo a chi crede in Lui è già pienamente compiuta. Maria è come la forma personale dell’attesa dell’ottavo giorno: la Chiesa, che vive spesso immersa nelle tenebre del mondo nel quale è chiamata a portare la luce di Cristo, guardando a Maria, per mezzo del suo esempio e con la sua intercessione, continua a fissare lo sguardo sulla speranza che brilla in nel suo Signore.

Nel campo principale troviamo la figura del pellicano con la sua pietà, ovvero il pellicano nell’atto di squarciarsi il petto per nutrire con il sangue da lui versato i suoi piccoli raccolti nel nido e sotto le sue ali. Fin dal Medioevo questa immagine si è imposta con un ricco significato cristologico. Il “nostro pellicano”, come lo chiama Dante è simbolo eloquente di Cristo che sacrifica se stesso per la salvezza degli uomini: «Questi è colui (l’apostolo Giovanni) che giacque sopra ‘l petto / del nostro pellicano» (Paradiso XXV, 112-113). L’origine di questa simbologia viene dalla suggestiva credenza popolare- assai diffusa, ma d’ignora origine e provenienza – che vedeva nel pellicano uno sconfinato amore per i suoi piccoli, al punto che se questi muoiono, si trafigge il petto col becco e il sangue che ne sgorga ricadendo su di essi, li riconduce alla vita. L’applicazione al Salvatore è immediata: per amore degli uomini, morti a causa del peccato, Egli ha volontariamente versato il suo sangue, fonte di vita eterna. Si ritiene comunemente che la “favola antica”, di cui non si trovano attestazioni nelle tradizioni classiche (neppure nella copiosa letteratura dei mirabilia animali), non derivi che da un fraintendimento dovuto all’osservazione diretta del modo in cui il pellicano nutre i suoi piccoli, puntando il becco sul petto per poter espellere più comodamente i pesci dalla flessibile borsa posta sotto la gola, per cui spesso le sue piume bianche appaiono arrossate di sangue. Della leggenda abbiamo comunque diverse versioni. Possiamo ipotizzare per questo l’esistenza di un nucleo primitivo, sorto forse all’esterno della tradizione cristiana, che subì modifiche e variazioni successive per adattarsi alle diverse esigenze dell’interpretazione cristologica. Agostino riferisce in proposito: Dicono che questi uccelli uccidono i loro piccoli a colpi di becco e, dopo averli uccisi nel nido, li piangono per tre giorni; dicono infine che la madre stessa si ferisce gravemente e versa il suo sangue sui figli: quando essi ne sono bagnati, tornano a vivere. Può darsi che questo sia vero, può darsi sia falso; tuttavia se è vero, vedete come ciò si adatta a Colui che con il suo sangue ci ha dato la vita (Enarr. in Ps. CI). Quanto alla fonte di Agostino si potrebbe pensare al Fisiologo, ma non ci sono prove al riguardo. Forse è meglio ipotizzare l’esistenza di una fonte comune dalla quale dipenderebbero sia il testo agostiniano che il bestiario in lingua greca composto ad Alessandria d’Egitto tra il II e il III secolo. Si può però soffermare l’attenzione sullo scetticismo agostiniano circa la totale affidabilità del racconto. Questo scetticismo è certamente comprensibile se consideriamo che nel racconto di cui lui dispone i pellicani sono di fatto gli uccisori dei loro figli, per cui le loro lacrime sono piuttosto lacrime di amaro pentimento, e il sacrificio della madre è più un gesto riparatore che non frutto di autentica philoteknia. Eusebio di Cesarea nel suo Commento ai Salmi (ma la paternità dell’opera è incerta), continuerà il processo di assoluzione del pellicano, imputando la responsabilità dell’uccisione dei pulcini al nemico per eccellenza, il serpente, che colpisce con il suo micidiale veleno il nido incustodito; ma al suo ritorno il genitore ridona la vita ai suoi piccoli mediante l’effusione del sangue e attraverso la “nube” dello Spirito Santo. In questi testi, come in quasi tutti quelli che seguiranno nel Medioevo, non viene mai riferito che il pellicano nutra i suoi piccoli del suo sangue. Lo sviluppo eucaristico della simbologia del pellicano è successivo e secondario, anche se potremmo dire quasi inevitabile. Agostino sfiorò soltanto il significato eucaristico. Anche nel noto inno eucaristico attribuito a San Tommaso d’Aquino viene attribuita al pellicano solo l’idea del riscatto dell’anima umana per mezzo del lavacro del sangue divino, senza che sia indicata la vivificazione per mezzo del nutrimento eucaristico: «Pie pellicane, Iesu Domine / Me immundum munda tuo sanguine. / Cuius una stilla salvum facere / Totum mundum quit ab omni scelere». È tuttavia innegabile che il fatto stesso che il pellicano sia stato evocato all’interno di un eccellente inno eucaristico, ha molto contribuito a dare a questa figura, all’interno della simbolica cristiana, quel carattere eucaristico che da allora ha prevalso su tutti gli altri. E accanto alla eccellente testimonianza letteraria, ricchissimo è il linguaggio dell’arte: su mosaici e vetrate, su paramenti e su calici, sugli altari e sui tabernacoli delle nostre chiese, troviamo sovente effigiato il pellicano, il quale nutre col suo sangue i piccoli che con i loro beccucci sono protesi verso il suo petto squarciato. Nel nostro stemma il pellicano con la sua pietà richiama la centralità dell’Eucaristia nella vita dei cristiani e di tutta la Chiesa. Il Vescovo sa che nel dono che Cristo continua a fare di sé nel sacrificio eucaristico c’è la fonte perenne e inesauribile della sua vita al servizio del popolo di Dio e della sua missione di annunciatore del Vangelo.

Il motto, “In Deo confidens”, che trova la sua ispirazione in tanti Salmi di fiducia (9,11; 20,8; 56,12) e nella tradizione sapienziale e profetica (Prv 3,5; Ger 17,7), si pone come sintesi verbale di quanto rappresentato graficamente nello stemma. Nell’amore di Cristo che sacrifica se stesso, immacolata vittima sull’altare della Croce, continuando a donarsi nel sacrificio incruento dell’altare, è il fondamento della fiducia del Vescovo come di ogni cristiano. E Maria, madre della Fiducia è segno sicuro per chi confida nel Signore, come è stato per i Martiri che hanno donato la loro vita affidandosi a Dio fino alla fine. Non si tratta solo di credere in Dio e fidarsi di Lui, ma affidarsi a Lui, con un abbandono sereno e una libertà interiore che hanno origine e fondamento in Cristo: «Proprio questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio. Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, il quale anche ci ha resi capaci di essere ministri di una nuova alleanza, non della lettera, ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita» (2Cor 3,4-6).

don Antonio Pompili

Vicepresidente dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano
Membro dell’Accademia Internazionale di Genealogia
Membro associato dell’Accademia Internazionale di Araldica