16 Maggio 2026

Lo stemma di S. E. Rev.ma Monsignor Renato Tarantelli Baccari, Vescovo ausiliare e Vicegerente della Diocesi di Roma.

Blasone:

Inquartato: nel 1° d’oro, all’agnello attraversante una croce latina, il tutto di bianco; nel 2° di verde, alla lettera M maiuscola d’argento, coronata di 12 stelle di 5 raggi d’oro; nel 3° di verde, al sicomoro d’argento; nel 4° d’oro, alla conchiglia di bianco caricata di una croce di San Giacomo di rosso; innestato in punta d’azzurro, al fiore di nardo in palo d’oro.
Lo scudo accollato alla croce astile trifogliata d’oro e gemmata di 5 pezzi di rosso, e timbrato da un cappello prelatizio di verde a 6 fiocchi per lato dello stesso.

Motto:

SEMPER ORARE ET NON DEFICERE.

Spiegazione simbolico – teologica

 

Lo stemma di Mons. Tarantelli richiama il suo percorso vocazionale e i suoi valori spirituali, soprattutto in riferimento alle dimensioni della preghiera e della perseveranza, come è illustrato anche dal motto episcopale.

L’agnello attraversante la croce che si staglia su campo d’oro richiama il Santuario di Knock, il santuario nazionale d’Irlanda, nella contea di Mayo, che ogni anno accoglie un milione e mezzo di pellegrini, attirati dall’apparizione avvenuta il 21 agosto 1879. La prodigiosa visione è stata riconosciuta dalla Chiesa cattolica: 15 persone hanno visto quel giorno, per una durata di due ore nella parrocchia del villaggio, con aspetto candido e avvolti in una luce brillante, l’Agnello, la Vergine Maria, San Giuseppe e San Giovanni Evangelista. Il Santuario è stato un luogo fondamentale nella storia vocazionale del Vescovo Renato che, fra diverse sue passioni, è molto legato all’Irlanda (in cui ha vissuto periodi significativi della vita fin dalla giovinezza) e alla sua musica tradizionale e alla sua spiritualità, soprattutto con riferimento a San Colombano abate, monaco pellegrino.   Al contempo la figura dell’agnello, così come presentata negli scritti giovannei, sintetizza in sé moltissime dimensioni teologiche e spirituali, simboleggiando il mistero di Cristo morto e risorto come centro della fede, del culto e della preghiera dei cristiani. L’identificazione e la raffigurazione di Gesù come agnello si ritrova in Gv 1,29.36 sulla bocca di Giovanni il Battista che indica Gesù come il Messia definendolo l’«Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». L’immagine dell’agnello applicata a Cristo si trova abbondantemente presente (ben 28 volte) nell’Apocalisse, ed è centrale nel messaggio del libro e nella sua teologia. Ma accanto a una evidente continuità fra l’Agnello di Dio del Quarto Vangelo e il Cristo-Agnello come presentato nell’Apocalisse si deve notare una certa discontinuità nella linea di uno sviluppo. Se infatti Giovanni ci rivela con questo termine sulle labbra del Battista una concezione cristologica legata con l’idea di espiazione che ben è documentata nel cristianesimo del I secolo, l’autore dell’Apocalisse sembra scegliere e utilizzare ripetutamente il termine Agnello proprio perché non caricato da una connotazione di sacrificio e di debolezza quale era quella proveniente dalla tradizione anteriore, non solo del Quarto Vangelo ma anche nell’anteriore uso che del termine faceva la traduzione greca dei Settanta, che lo adopera un centinaio di volte per indicare il sacrificio degli agnelli. Infatti, con una prospettiva che, si sviluppa oltre i lineamenti dell’Agnello tracciati nel Quarto Vangelo, secondo la complessa e suggestiva visione offerta dal libro dell’Apocalisse (5,6.7; 6,1.16; 7,17; 8,1; 13,8; 14,1; 15,3) il Cristo-Agnello non è solo la vittima immolata ma, nello stesso tempo, è il Cristo vittorioso, in piedi in quanto tornato alla vita: egli è anche il guerriero vincitore, il condottiero, il pastore degli eletti che li guida alla vittoria e alle fonti delle acque della vita, il vittorioso sovrano della storia, e, fin dalla sua prima descrizione nel capitolo 5, è il Signore glorificato che al pari di Dio riceve lode e adorazione. Così nella cristologia dell’Apocalisse, l’Agnello appare come il centro assoluto, insieme al Padre («sedente sul trono»), e accanto a lui, del culto e della preghiera innalzati dalla Chiesa e dalle schiere celesti.

Nel 2° quarto dello stemma una lettera M d’argento campeggia su uno sfondo di verde. La M è richiamo immediato al nome della Beata Vergine Maria. Il colore verde richiama il manto della Madonna della Rivelazione, l’immagine mariana che è venerata presso il Santuario della Vergine alle tre fontane di cui don Renato è Rettore. Lo stesso argento di cui è smaltata la lettera, per la sua candida lucentezza, è un richiamo alla Rivelazione divina. «Sono Colei che Sono nella Trinità Divina. Sono la Vergine della Rivelazione»: con queste parole la Madonna si rivelò a Bruno Cornacchiola, violento settario che progettava l’uccisione di Papa Pio XII, il 12 aprile 1947, toccandogli il cuore. Un’espressione degna di significato quella con cui Maria si è presentata, dal momento che solo Dio ha parlato così di se stesso, come si legge nel libro dell’Esodo (3,14), quando nel deserto del Sinai, inviando Mosè a liberare i suoi fratelli, gli rivela il suo nome: «Io sono colui che sono». Ma le parole della Vergine vanno oltre ed ella aggiunge: «sono Colei che sono nella Trinità divina». Parole che, ben lungi dall’indicare un culto alternativo al Dio vivo e vero, rimandano proprio a lui e alla comunione con lui: Maria è nella Trinità così come tutti sono chiamati a essere nella Trinità, quando tutti saranno una cosa sola con Dio, partecipando della gloria della risurrezione di Cristo. Di fatto sono le parole di colei che è Vergine della Rivelazione perché è inconfutabilmente Maria Assunta in Cielo. Non a caso nello stemma la M è coronata da dodici stelle a richiamare quelle di cui si parla nel testo dell’Apocalisse (12,1), utilizzato dalla Liturgia in occasione della celebrazione annuale dell’Assunzione. Così la Vergine della Rivelazione, effigiata con un libro tra le mani a simboleggiare la Scrittura, si presenta come maestra di preghiera che, ponendosi all’ascolto della Parola di Dio si apre al mistero del Dio Uno e Trino e fa di tutta la sua vita una lode in risposta a Dio che si rivela.

Nel 3°, sempre su campo di verde, colore che richiama anche la vita, troviamo un sicomoro, albero che rimanda al noto racconto dell’incontro di Zaccheo con Gesù, incontro che ha cambiato la vita di quello che era un pubblicano rifiutato da tutti (Lc 19,1-10). Spinto dal desiderio di vedere Gesù, Zaccheo è impedito da un motivo fisico, essendo piccolo di statura. Ma ricorre a un mezzo, fisico anch’esso ma non solo tale, per crescere, ed innalzarsi al di sopra della folla. Il sicomoro su cui sale diventa simbolo della sua salita verso l’alto, verso Dio, salita che poi coincide con la sua crescita, cioè con il suo desiderio di cambiamento interiore ed esteriore. Un mezzo fisico scelto per innalzarsi, per svincolarsi dalla folla esterna ma anche da quella interna, cioè da quelle ricchezze e sicurezze di ogni genere che impediscono di vedere l’essenziale. A seguito di questo desiderio di innalzarsi, ecco l’incontro con il Signore che lo richiama a “scendere subito” per continuare a 0incontrarlo nella sua quotidianità. Così Zaccheo sembra come un erede del salmista che dice: «Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (Sal 26,8-9a). Zaccheo diventa il modello dell’orante che per vivere il suo incontro con il Signore si innalza al di sopra di tutto ciò che è terreno per incontrare il suo sguardo, che è sguardo di amore e di misericordia, ed esserne trasformato.

Nel 4° quarto troviamo una conchiglia caricata della croce di San Giacomo. Si tratta di un noto riferimento simbolico a Santiago di Compostela e alla pratica dei pellegrinaggi che da secoli vi sono compiuti. Il primo cammino di Santiago, compiuto a partire da Lourdes per quaranta giorni in inverno, fu per don Renato, che era avviato professionalmente come avvocato e docente universitario, una chiave di lettura e un momento di svolta di tutta la sua esistenza. E da ogni altro cammino compiuto in seguito ha ricevuto sempre nuovi doni, potendo compiere così in maniera sempre più chiara un altro cammino, quello del discernimento vocazionale e poi della preparazione al sacerdozio ministeriale. Anche la conchiglia del pellegrino è così un’immagine che simboleggia la preghiera, preghiera che illumina e sostiene il cammino della vita, che poi coincide per un cristiano e un ministro ordinato con la sequela di Cristo.

Nella partizione di forma triangolare che si trova nella punta dello scudo si ritrova invece su campo d’azzurro un fiore di nardo. Si tratta di una figura scelta a suo tempo da Papa Francesco per il suo stemma episcopale, e tuttora presente nel suo stemma pontificio, a simboleggiare San Giuseppe. Mons. Tarantelli ha voluto da una parte rendere un omaggio araldico al Santo Padre che lo ha nominato vescovo, e dall’altra richiamare la sua personale devozione allo Sposo della Beata Vergine Maria, che nel suo silenzio e nella sua disponibilità ad accogliere la Parola di Dio rivoltagli per mezzo dell’angelo, è per tutti un esempio di preghiera intesa come apertura del cuore al progetto divino.

Il motto episcopale che completa lo stemma è desunto dal Vangelo di Luca, il Vangelo che tra gli altri spicca non solo per l’esaltazione della Misericordia divina ma anche per il continuo invito alla preghiera come incontro con Dio ed anima di un autentico cammino di conversione e di santificazione. Le parole del motto richiamano infatti l’introduzione alla parabola della vedova e del giudice disonesto: «Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai…» (Lc 18,1). Parole che mettono insieme la dimensione orante della vita cristiana e la perseveranza come sua costante: «oportet semper orare et non deficere». Come sia possibile pregare continuamente lo spiega bene Sant’Agostino il quale afferma: «Noi preghiamo sempre con desiderio continuo sgorgato dalla fede, dalla speranza e dalla carità» (Ep. 130 ad Probam, 9.18). Nella misura in cui il cristiano fa le cose per amore di Dio, e non si stanca di farle mosso dall’amore di Dio, questo è già preghiera. Non che il cristiano possa rinunciare a momenti di preghiera precisi, momenti in cui si ritira dal mondo, come Zaccheo che è salito sull’albero per vedere Gesù, o come i tanti pellegrini che si staccano dalla loro vita quotidiana per recarsi verso luoghi dove più fortemente è percepibile la presenza di Dio e dove è viva la testimonianza di chi ha creduto dando fino in fondo la vita per il Vangelo. Ma anche il lavoro e l’impegno concreto per il prossimo può essere trasformato in preghiera se è offerto a Dio, se è fatto per amore di Dio e accompagnato da tutta la dedizione per farlo al meglio, senza stancarsi. Il motto illumina così ulteriormente, con il riferimento alla perseveranza, all’impegno che non viene meno e non si stanca, le figure rappresentate nello scudo. Infatti Cristo stesso non si è stancato, non è venuto meno, non si è tirato indietro di fronte alla Croce, percorrendo fino in fondo la strada che conduceva al dono totale di se, fino a immolarsi come Agnello. La Vergine Maria non si è stancata di vivere nell’obbedienza a quella Parola che a Nazareth aveva accolto, diventando Madre del Figlio di Dio, e così, oltre che Madre, diviene sempre più discepola di suo Figlio, fino ai piedi della Croce, per giungere alla gloria immortale della risurrezione. Zaccheo che sale sull’albero, non si è stancato di cercare il volto di Cristo e non si è arreso di fronte a coloro che con disprezzo lo ritenevano un irrecuperabile peccatore. Quanti compiono il loro pellegrinaggio verso Santiago, come verso tanti altri luoghi di preghiera, perseverano nel loro cammino, sospinti dalla fede e dal desiderio di crescere nella vita in Cristo. Infine San Giuseppe, non si è fermato e non si è arreso di fronte alle difficoltà ma ha custodito con amore premuroso il Bambino e sua Madre, fiorendo di giorno in giorno nella giustizia e nella santità.

don Antonio Pompili

Vicepresidente dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano
Membro dell’Accademia Internazionale di Genealogia
Membro associato dell’Accademia Internazionale di Araldica