La missione, «questione di fede, non di operatività»

Vi è una profonda connessione tra l’annuncio cristiano e l’edificazione della pace. Questo perché «il cuore della missione è la pace, in quanto il cuore della missione è Cristo». Lo ha affermato il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo emerito di Agrigento, che ieri sera, lunedì 15 giugno, ha presieduto la Messa nella chiesa di San Giuseppe dei Falegnami al Foro Romano. La liturgia ha aperto la veglia di preghiera per la pace promossa dal Centro missionario diocesano e dall’equipe Efim, conclusasi questa mattina con la recita delle lodi guidata dal cardinale vicario Baldo Reina.

Nell’omelia il cardinale Montenegro, che l’8 luglio 2013 accompagnò Papa Francesco nella visita a Lampedusa, rifacendosi al magistero di Giovanni Paolo II ha esortato le comunità a ritrovare dinamismo nell’evangelizzazione. «Molte parrocchie purtroppo – ha osservato – sono luoghi dove la fede viene più congelata che annunziata». Si riducono, nell’esperienza del porporato, a essere «più un grembo che custodisce che un braciere che infiamma». In molte comunità ha riscontrato «una coscienza debole» e ha avvertito che quando «si abbassa il tono» della propria testimonianza si erge un «recinto», ci si ripiega su sé stessi diventando «semplicemente un ripostiglio», con la conseguenza che quanto vi è accatastato dentro «prima o poi viene eliminato».

La veglia di preghiera è stata frutto dell’impegno del Centro missionario diocesano di Roma dinanzi a uno scenario geopolitico instabile. Il direttore padre Giulio Albanese, che è anche rettore della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, ha invitato a continuare a pregare perché la «preghiera è la prima forma di apostolato, è l’occasione per rimettere in circolo quell’adrenalina spirituale che è necessaria per essere segni di contraddizione». Si continua a combattere «in tutte le latitudini» e dietro i conflitti, secondo padre Albanese, vi sono «sempre e comunque interessi egemonici ed economici» che si traducono in «tanta umanità immolata sull’altare dell’egoismo umano» e nel fiorire di un mercato bellico i cui numeri, «considerando anche il sommerso, superano i tre trilioni di dollari. Il debito di tutto il continente africano – ha affermato padre Giulio – è di un trilione e mezzo di dollari. Quindi, con meno della metà di quello che si spende in armamenti, si potrebbe risolvere la questione della povertà in Africa». Il missionario ritiene anche che la parola pace «è stata svuotata di senso e di significato». In questo contesto ai cristiani è chiesto di «andare al di là di quella logica sovranista insidiosa e perniciosa», per riscoprire l’universalità.

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