La testimonianza di don Paolo Boumis
Nel suo testamento spirituale Frére Christian di Thibirine, monaco cistercense morto martire insieme ai suoi confratelli in Algeria, vittima di estremisti islamici, scriveva, perdonando i suoi uccisori: “L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa, sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, mi sembra, in base a quanto ho visto e appreso per esperienza.”
Negli anni trascorsi nel Nordeste del Brasile come sacerdote Fidei Donum della Diocesi di Roma, ho imparato che per me il Brasile non è mai stato un’idea romantica, l’occasione di gesti eroici, una fotografia turistica e nemmeno la terra promessa dove fuggire dalle tristezze di una grande città come Roma. Per me il Brasile è un corpo e un’anima.
È il corpo dei bambini dei quartieri più poveri, con un bisogno insaziabile di abbracci, il corpo affaticato delle innumerevoli mamme giovanissime, che tirano su una nidiata di figli, tutti avuti da padri diversi, il corpo dei vaqueiros e dei contadini, disseccato dal sole implacabile del Sertão e il corpo dei discendenti degli schiavi, che se ora mette in mostra muscoli d’atleta, in realtà nasconde la sofferenza e la morte di milioni di fratelli più deboli vittime di una “selezione naturale” basata sul lavoro forzato di secoli.
E per me il Brasile è anche un’anima, un’anima vera: un popolo tra i più eterogenei che si possa immaginare, nato dall’incontro e spesso dallo scontro violento tra civiltà diverse, segnato dal sopruso della colonizzazione, dall’annientamento dei nativi, dalla schiavitù di quattrocento anni e dall’immigrazione degli europei. L’anima brasiliana è profondamente religiosa, spesso fatalista, ma resistente come poche alla durezza della storia. Un’anima che unisce la più profonda tristezza e la nostalgica “saudade” ad un bisogno insopprimibile di allegria e di festa. Ma il Brasile che amo e conosco è soprattutto l’anima dei poveri, capaci di gesti di accoglienza e ospitalità che a noi sembrerebbero impossibili.
Un giorno mi chiamarono per andare a trovare un’anziana signora, che abitava con una coppia di sposi anch’essi non più giovani: “Venga padre a visitare la nonna”. Casa poverissima ma pulita e dignitosa. Questa signora credo fosse ultracentenaria, era a letto, circondata di tutte le cure e le attenzioni che si devono a una regina. Dopo averle dato la Comunione, chiesi alla padrona di casa, che conoscevo appena: “Ma è la tua mamma o quella di tuo marito?”. Con un’incredibile naturalezza, come se fosse la cosa più normale di questo mondo, mi rispose: “Non sappiamo nemmeno come si chiama. L’abbiamo trovata ubriaca sotto il sole, che rischiava di morire e l’abbiamo portata a casa. Non sappiamo chi sia, ma sono quattordici anni che vive con noi.”
Molte volte, specialmente visitando i villaggi delle zone rurali, dalle case di fango usciva una pipinara di ragazzini, spesso molto piccoli e l’ultimo arrivato, puntuale, in braccio alla mamma. Mi avevano detto di non chiedere mai ai bambini “Chi è tuo padre?” e nemmeno: “Questo è tuo fratello?”. I motivi sono due: spesso i bambini nascono da relazioni brevissime, seguite regolarmente dalla fuga del dongiovanni di turno, e, ancora più spesso, molti di quei bambini sono figli di nessuno, raccolti dalla strada da un esercito di donne generose che li fanno crescere come fossero figli loro.
L’anima dei brasiliani che ho conosciuto è questa: amore donato senza misura, ma anche vite distrutte dall’alcool e dalla droga, da una violenza terribile, dal disprezzo della vita e dalla convinzione che , tanto non si ha nulla da perdere e quindi tutto è lecito. Il Brasile è uno dei paesi al mondo con il più alto tasso di omicidi e criminalità, ma anche quello in cui la Chiesa è più viva, popolare, con un protagonismo eccezionale di laici missionari che si prendono sulle spalle la conduzione delle comunità e l’evangelizzazione.
A questa chiesa sono stato chiamato dal Signore più di trent’anni fa, per condividere la vita e la fede. Anche io, come tutti, ho un corpo e un’anima, una cultura e una storia, tante fortune e tante possibilità: il rischio di portarmi dietro tutto questo come un trofeo da ostentare era molto alto. Ho cercato sempre di mettermi in ascolto, di pensare prima di parlare, ma non c’è niente da fare: la cultura è come la pelle: non puoi strappartela senza sanguinare. Ero viceparroco in una parrocchia poverissima e sperduta nell’interno del Maranhão, lo stato più povero del Brasile. Una volta rimproverai pesantemente i ragazzi del coro perché non si rendevano conto degli errori grossolani che stavano commettendo nel canto e con gli strumenti, Io ho iniziato a suonare in chiesa a dodici anni e di questo non potevo, incautamente, non vantarmi. Il risultato fu un silenzio umiliato ed umiliante. Me ne andai, arrabbiato perché, pensavo che il loro orgoglio non permettesse di correggerli come sarebbe stato, a mio giudizio, giusto e necessario. Passata mezz’ora, una ragazza, Fernanda, mi chiese di parlare a quattr’occhi. Ci sedemmo e lei, con la voce bassa e timorosa, ma anche piena di dignità, mi disse: “Noi non abbiamo le fortune che hai tu. Tu hai potuto studiare e laurearti: noi no. Tu hai avuto chi ti ha insegnato la musica: noi no. Tu hai avuto mille aiuti per accrescere le tue conoscenze, per viaggiare, istruirti e scegliere come vivere. Noi no. Devi avere più pazienza e devi capire quello che siamo, in che situazione viviamo e quello che possiamo fare. Quello che non possiamo o non abbiamo, non ce lo chiedere.”
Da quel momento, dopo quella lezione, ho capito che la missione vera è farsi vicino senza imporsi, ascoltare e sapersi far ascoltare senza umiliare, condividere la vita alla pari, donare e ricevere, crescere insieme anche nella diversità. Non si va in missione per esportare il Vangelo, aprendo nuovi mercati e nuove filiali, magari con lidea distorta che confonde l’evangelizzazione con il proselitismo. Un grande sacerdote brasiliano diceva: “Missione è sedersi accanto ai poveri ed aspettare che Dio accada”.
E proprio sedendomi accanto ad una ragazzina, Leandra, che si preparava alla Cresima, un pomeriggio ne raccolsi le tante calde lacrime, perché lei si sentiva indegna di suo padre, che è un uomo di grande fede e pratica religiosa. Sentiva di non meritare la Cresima, perché nemmeno si sforzava per assomigliare un po’al papà, che lei considerava già santo. Io ascoltavo, in silenzio, trattenendo anch’io le lacrime, colpito dalla profondità e bellezza di quei sentimenti. Leandra ed io ci siamo guardati a lungo, senza riuscire a parlare. Ad un certo punto Leandra ha preso tra e sue mani la mia testa mi ha dato un bacio in fronte. Aveva capito che io avevo capito. Ma non sapeva che quel bacio in fronte è, per me, il ricordo più sacro di mia madre, che la sera metteva a letto noi sei fratellini e ci dava un bacio in fronte dicendo: “Dio ti benedica”. Leandra non si rendeva conto che con quel bacio in fronte il popolo brasiliano diventava per me una seconda mamma. Ad una mamma non si può regalare nulla che possa paragonarsi a quello che lei dona a noi. Quel giorno Leandra mi ha benedetto e mi ha sussurrato, senza parlare: “Non sei venuto qui solo per donare. Sii piccolo, molto piccolo, perché devi imparare anche a ricevere. Fosse anche solo un grazie sincero, lo devi accogliere come un dono”
Da quel bacio in fronte, la mia vita missionaria è cambiata: indegno della santità delle persone che ho incontrato in tanti anni, ma anche portatore di doni meravigliosi, ho capito che Dio e la sua bellezza sta tutta nel bacio in fronte dei poveri. E questo è solo benedizione.
Don Paolo Boumis
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