Sette nuovi diaconi permanenti per la diocesi di Roma

Hanno provenienze diverse ed esperienze di vita e lavorative differenti, ma una vocazione comune a vivere la carità e l’attenzione all’altro in profondità: sono i sette diaconi permanenti che saranno ordinati sabato 18 aprile dal cardinale vicario Baldo Reina nel corso di una solenne celebrazione nella cattedrale di San Giovanni in Laterano, alle 10. Frutto di «un lungo cammino di discernimento», la scelta compiuta dai 7 ordinandi «è non tanto un obiettivo da raggiungere quanto un mettersi davanti al Signore» per «riconoscere la propria vocazione», camminando insieme.

A dirlo è Alfredo Arolchi, della parrocchia San Giovanni Battista de Rossi, il più giovane dei futuri diaconi, che spiega come «il percorso formativo di quasi 6 anni è non tanto sul “fare” ma sull’”essere” poiché è una riflessione sull’opera di Dio nella nostra vita». Arolchi, sposato con Benedetta dal 2009 e padre di Alessandro e Andrea, aggiunge che si tratta di «un impegno sia sul fronte dello studio universitario, presso l’Ecclesia Mater, sia di ritiri e incontri formativi settimanali», ma anche di condivisione umana e personale «dei “nodi” di ognuno di noi, perché è un cammino fatto nella verità dove ciascuno porta la sua testimonianza di vita e che per questo ha costruito tra noi dei legami forti». Pure gli altri ordinandi – Roberto Carletti, Mauro Chialastri, Salvatore Cottu, Giuliano Ferraro e Attilio Marco Altamura – sono mariti e padri; Igino Travaglini è vedovo di Concetta dal 2019.

Per tutti, la scelta del diaconato «tocca e coinvolge anche la famiglia, che diventa famiglia diaconale e che fa in qualche modo insieme un discernimento, oltre ad essere sostegno e supporto», sono le parole di Arolchi. Gli fa eco Attilio Marco Altamura, padre di 3 figlie e nonno di Samuele, 11 mesi, che spiega come «la preparazione al ministero è stata l’occasione per rinsaldare i vincoli, fare ordine e chiarezza e ritrovarsi ancora più vicini e insieme» con la moglie Emanuela. A pochi giorni dall’ordinazione, Altamura riconosce che «non si è mai preparati all’incontro con la Grazia del Signore» e dice di vivere «questa attesa e questo dono come gli apostoli nel cenacolo», ossia come un «atto di affidamento a Dio», del quale questo percorso di vita «ha fatto riscoprire più a fondo la misericordia». (di Michela Altoviti da Roma Sette)

13 aprile 2026