Lo stemma di S. E. Rev.ma Mons. Stefano Sparapani, Vescovo titolare di Bisenzio, Ausiliare di Roma per il Settore Ovest.
Blasone:
Interzato in pergola rovesciata: nel 1° d’argento, al ramoscello d’ulivo centrato di verde; nel 2° d’oro, alla fiamma al naturale; nel 3° d’azzurro, alla montagna d’argento sormontata da una stella di 8 punte d’oro.
Lo scudo, accollato alla croce astile trifogliata d’oro gemmata di 5 pezzi di rosso, e timbrato da un cappello prelatizio di verde a 6 fiocchi per lato dello stesso.
Motto:
PACE A VOI.
Spiegazione simbolico – teologica
Tutte le figure presenti nello stemma esprimono in modo unitario l’anelito di tutta l’umanità alla Pace. È il Dono che il Signore Risorto fa, entrando a porte chiuse, agli apostoli la sera del giorno di Pasqua: “Pace a voi!”. A partire dal dono del Risorto, compito affidato agli Apostoli, tutti i segni dello stemma in modo unitario e personale si spiegano.
Fra tutte le figure rappresentate nello stemma, spicca per la sua centralità e l’imponenza del suo aspetto la montagna. Nella Bibbia la montagna è luogo privilegiato per l’incontro tra Dio e l’uomo. Basti pensare al monte per eccellenza nell’Antico Testamento, il monte Sinai, dove al movimento di Dio che vi scende (Es 19,20) corrisponde il movimento di Mosè che vi sale per ricevere le tavole della Legge. Per la sua altezza, la sua stabilità e il movimento della salita che essa comporta per l’uomo che vuole raggiungerne la vetta, il monte diventa simbolo di ricerca di Dio e di rivelazione, di conversione e di alleanza, di fede e di elevazione spirituale, di prova e di ascesi, di contemplazione di Dio e di compimento finale. La salita richiede fatica, e proprio questa fatica è immagine della maturazione della fede che porta a uscire da se stessi per innalzarsi verso Dio, senza fermarsi di fronte agli ostacoli ma anzi crescendo nel desiderio dell’incontro. Basti pensare al monte Moria, dove Abramo è pronto a offrire il proprio unigenito Isacco: «Prendi tuo figlio… e offrilo in olocausto sopra un monte» (Gen 22,2). Qui la montagna simboleggia la vetta della fede: il luogo in cui l’uomo è chiamato a fidarsi oltre ogni evidenza e oltre ogni umana sicurezza. Lo stesso cammino del “salire sul monte” esprime il movimento interiore dell’uomo verso Dio. Proprio in questi termini si esprime il profeta Isaia quando rivolge il suo invito: «Venite, saliamo sul monte del Signore» (Is 2,3). Evidentemente qui il monte non indica solo l’altura su cui sorge Gerusalemme, ma esprime simbolicamente il cammino della fede, il desiderio di lasciarsi istruire da Dio.
Nel nostro stemma il monte ha anche un carattere fortemente biografico, dal momento che la passione per la montagna e le scalate sono state una via importante per don Stefano per il suo avvicinamento a Dio al punto che nel biglietti di partecipazione per la sua ordinazione sacerdotale, avvenuta il 04 ottobre 1991, rappresentava una montagna sulla quale , da varie, direzioni affluivano diversi popoli con la citazione del profeta Isaia 2,2-5 che offre una visione profetica di pace universale “alla fine dei giorni”, in cui le nazioni affluiranno al monte del Signore per imparare le sue vie. Dio giudicherà i popoli, portando al disarmo totale: le spade diventeranno aratri. È un invito a camminare nella luce di Dio. La profezia annuncia che, sotto il Regno di Dio, la guerra non sarà più studiata né praticata. Le armi di distruzione (spade, lance) saranno trasformate in strumenti di lavoro vita e dunque di vita (aratri, falci).
«Alla fine dei giorni,
il monte del tempio del Signore
sarà eretto sulla cima dei monti
e sarà più alto dei colli;
ad esso affluiranno tutte le genti.
Verranno molti popoli e diranno:
«Venite, saliamo sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci indichi le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri».
Poiché da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e sarà arbitro fra molti popoli.
Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada
contro un altro popolo,
non si eserciteranno più nell’arte della guerra.
Casa di Giacobbe, vieni,
camminiamo nella luce del Signore».
Qui il monte non è più solo luogo di esperienza personale, ma diventa simbolo del compimento ultimo della storia, della pace messianica e dell’unità dei popoli. In ultima analisi simbolo di quei valori che risplendono pienamente nel messaggio delle Beatitudini proclamate da Gesù proprio sul monte: il simbolo del monte raggiunge nel lungo discorso di Gesù riportato in Mt 5-7 uno dei suoi vertici teologici. Qui non è solo scenario, ma chiave interpretativa del messaggio di Gesù, soprattutto delle Beatitudini. Il versetto d’ingresso è decisivo: «Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna… e li ammaestrava» (Mt 5,1). Matteo costruisce volutamente la scena in parallelo con Mosè sul Sinai. Come Mosè sale sul monte per ricevere e consegnare la Legge, così Gesù sale sul monte e da lì dona la il compimento della Legge. Le Beatitudini non sono semplici consigli morali: sono il profilo dell’uomo che vive “in alto”, cioè secondo Dio. Il monte diventa immagine della trasformazione dello sguardo e della mentalità: dal basso del potere, del possesso e dell’ego, all’alto del Regno, secondo il modello dell’umanità autentica mostrato da Gesù vittorioso nel momento della prova (Mt 4,1-11). Per questo Gesù proclama beati proprio coloro che il mondo non considera tali: «Beati i poveri in spirito… i miti… i puri di cuore…» (Mt 5,3-8). Il monte esprime simbolicamente il capovolgimento della prospettiva umana. Se Mt 5–7 presenta la vita cristiana come una salita continua, le Beatitudini sono la mappa della salita. E il monte diventa così il simbolo del cammino di conversione e di santificazione.
La stella che sormonta la montagna è un simbolico riferimento alla Beata Vergine Maria, che nel cammino di salita verso Cristo, è stella luminosa di riferimento. Non a caso la stella presenta 8 raggi, a richiamare quella novità della vita evangelica che, espressa nelle Beatitudini, brilla pienamente in Maria venerata anche col titolo di “Regina della pace”.
Nella parte superiore dello scudo troviamo un ramoscello di ulivo. Universale simbolo di pace, l’ulivo trova in quanto tale la sua prima ricorrenza scritturistica in Gen 8,11: la colomba torna a Noè con un ramoscello d’ulivo nel becco. Se il diluvio rappresenta il caos conseguente alla rottura tra Dio e l’umanità, l’ulivo annuncia che l’ira si è ritirata: le acque stanno scendendo. Il ramo non è solo prova che esiste di nuovo la terra asciutta ma è il segno che la relazione spezzata è stata ricucita, ed è stata restaurata la pace tra cielo e terra. Inoltre, se esiste una foglia d’ulivo, vuol dire che la vegetazione è sopravvissuta o è rinata. Quindi il ramo diventa simbolo di vita nuova dopo la distruzione. Per questo sovrapporsi di significati, la pace biblica non è solo assenza di guerra, ma nuova creazione. Dopo il diluvio, il mondo ricomincia. L’ulivo, caratterizzato dall’essere una pianta sempreverde, stabile e feconda, bene rappresenta il concetto ebraico di shalom, pace intesa come pienezza, armonia, integrità, benedizione, ordine ristabilito. Nel nostro stemma il ramoscello di ulivo è ripiegato verso il centro dello scudo, quasi a richiamare la pace che Dio offre all’uomo chinandosi verso di lui, per sollevarlo con il suo amore e la sua grazia. Il ramoscello campeggia su sfondo d’argento, metallo che per la sua candida brillantezza richiama il concetto di Rivelazione: Dio si rivela come “il Dio della pace” (Rm 15,32), perché dona agli uomini la sua pace che custodisce pensieri e sentimenti (Fil 4,7) e fa pace tra i popoli. Per Paolo (Ef 2,14), Cristo “è la nostra pace”: abbatte i muri di separazione e crea una nuova umanità riconciliata. E tuttavia quel Gesù che ha promesso ai suoi discepoli la sua pace dicendo “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14,27), e l’ha effettivamente donata loro risorto dai morti (“Pace a voi”: Gv 20,19), non promette e non dona una pace a buon mercato (“non come la dà il mondo io la do a voi”). La pace di Cristo non è la tranquillità di chi non conosce difficoltà e problemi, rinchiudendosi nella quiete superficiale di chi scende facilmente a compromessi. «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada» (Mt 10,34). Con queste parole Gesù afferma chiaramente che la sua parola, come spada, dividerà quelli che non credono e rifiutano i suoi valori da quelli che invece credono e cercano di vivere secondo il Vangelo. La scelta radicale di seguire Cristo può causare perciò divisioni e fratture, e i cristiani potranno essere perseguitati anche dai loro congiunti, come emerge ancor più chiaramente nel testo parallelo di Luca, dove il termine spada è sostituito da “divisione”: «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera». (Lc 12,51-53). Ma Lui stesso, che ha conosciuto la persecuzione e ha affrontato la passione e la morte, dona ai discepoli il fuoco del suo amore, per renderli testimoni coraggiosi del Vangelo di fronte ad ogni avversità: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!» (Lc 12,49-50). Per questo, nello stemma di Mons. Sparapani, parallelamente alla figura del ramoscello si trova una fiamma. Essa simboleggia il fuoco dello Spirito che, sceso sugli Apostoli nel giorno di Pentecoste (At 2,1-4) li ha resi annunciatori forti e coraggiosi del Vangelo, e che sempre anima la Chiesa perché porti la fede nel Risorto agli uomini lungo i secoli e nel mondo. Il Vescovo, come ogni cristiano che si pone alla scuola del Vangelo e se ne fa annunciatore per gli altri, sa che la sua stessa fede viene purificata come l’oro dal fuoco della prova e delle persecuzioni, risultando tuttavia un bene molto più prezioso dell’oro stesso (1Pt 1,6-7). E nello stemma la fede è richiamata proprio dall’oro che fa da sfondo alla fiamma.
Le parole del motto riprendono il saluto di Gesù la sera stessa di Pasqua ai suoi, secondo la narrazione offerta nel capitolo 20 del Vangelo secondo Giovanni. In quel saluto “Pace a voi” non c’è un semplice cortese augurio ma la pienezza del dono salvifico del Crocifisso-Risorto. La pace di Cristo vince la paura che paralizzava i discepoli chiusi nel cenacolo. Infatti, subito dopo il saluto, Gesù mostra le mani e il fianco: la pace cristiana non cancella il dolore, ma passa attraverso le ferite redente. La pace viene dal fatto che il peccato, il male e la morte sono stati attraversati e vinti. Per questo il saluto ha anche un valore soteriologico: annuncia che la riconciliazione è ormai compiuta. E i discepoli accogliendo la pace di Cristo, vincitore del peccato e della morte, passano dalla paura che immobilizza alla gioia della vita nuova. Gesù Risorto comunica proprio questa pienezza messianica dei tempi ultimi: con la Pasqua è iniziata la nuova creazione. Per questo subito dopo soffia lo Spirito Santo, in un gesto che ricorda Gen 2,7, quando Dio insuffla il respiro di vita in Adamo. Qui il Risorto inaugura l’umanità nuova. Ed è il dono dello Spirito che rende missionari del Vangelo. Il secondo “Pace a voi” è legato alla missione: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». La pace non è solo consolazione interiore, ma investitura apostolica. Chi riceve la pace del Risorto viene mandato a portarla al mondo attraverso l’annuncio della Misericordia divina e il perdono dei peccati. La Chiesa nasce come comunità pasquale della pace e del perdono. La pace è il dono pasquale della riconciliazione che il Crocifisso-Risorto comunica ai suoi, trasformando la paura in gioia e costituendoli missionari del perdono.
don Antonio Pompili
Vicepresidente dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano
Membro dell’Accademia Internazionale di Genealogia
Membro associato dell’Accademia Internazionale di Araldica