L’amore di amicizia, lo «stile» della Chiesa: l’incontro di inizio anno con il clero

    Respirare, uscire, incontrare, abbracciare: sono «i quattro verbi che abbiamo scelto per l’anno pastorale che comincia», ha detto il cardinale vicario Angelo De Donatis, e «descrivono la Chiesa il giorno di Pasqua. Respiriamo lo Spirito Santo che il Signore soffia su di noi – continua –; apriamo (superando la paura) le porte del Cenacolo per uscire verso gli altri; incontriamo gli altri e portiamo loro l’abbraccio del Risorto». Il cardinale, questa mattina, si è rivolto così ai presbiteri e ai diaconi riuniti nella basilica di San Giovanni in Laterano, per il secondo dei due incontri di inizio anno pastorale. Il primo, lo ricordiamo, si è tenuto sabato mattina sempre nella cattedrale di Roma ed era riservato agli operatori pastorali delegati dalle parrocchie.

    «Il mondo è cambiato tanto. Anche noi siamo cambiati – ha riflettuto il vicario del Papa ricordando i mesi trascorsi e il lockdown –. È stata una dura esperienza, ma che ci ha costretto a non dare più nulla per scontato. Si sente un desiderio forte, che viene dallo Spirito, di respirare, uscire, incontrarci e abbracciarci, ma il timore sembra bloccare e contraddire questa spinta. Sentiamo una certa delusione nel prendere atto che il timore trattiene molte persone lontano dalle parrocchie, dalla partecipazione alla liturgia. Eppure comprendiamo che non possiamo rinchiuderci, ma dobbiamo trovare modalità nuove di incontro, di dialogo con le persone». Prima fra tutte, quella di «privilegiare il “tu per tu” – questo l’invito del cardinale de Donatis –: se con questo metodo il numero delle persone si riduce, l’incontro però acquista un di più in qualità e profondità».

    Conta, soprattutto, lo «stile nel relazionarsi con gli altri», che è «l’amore di amicizia». «In esso – ha spiegato il porporato – si riassumono i tre atteggiamento indicati dal Papa a Firenze. Di questo amore parla san Paolo nell’inno alla carità che abbiamo ascoltato nella preghiera iniziale. È l’atteggiamento indispensabile per vivere la missione. Forse tanti nostri sforzi di annuncio del vangelo o di carità verso i poveri non hanno toccato il cuore di nessuno perché erano privi di amore di amicizia». Ancora, «è l’umiltà interiore che permette di stare di fronte all’altro in uno stato di uguaglianza che favorisce l’amicizia, il dialogo, l’intesa». Consente, ha aggiunto, «di donare senza arroganza, di annunciare il Vangelo senza esibirlo come un proprio merito, di aiutare i poveri senza umiliarli. L’amore di amicizia fa cadere le critiche, le obiezioni, disattiva il meccanismo perverso dell’affermazione di sé e del proprio gruppo favorendo l’incontro vero, il dialogo autentico senza “inquinamenti”».

    «L’amore di amicizia – ha concluso – è quello stile che “fa tutt’uno” con i contenuti dell’annuncio della fede. Esso si esprime in tanti modi, quelli che san Paolo elenca nell’inno alla carità, e che danno spessore ai tanti gesti di condivisione e di solidarietà che saremo chiamati a vivere in quest’anno così particolare, in cui le diverse onde d’urto raggiungeranno la nostra vita sociale: la difficoltà a far partire la scuola, la povertà crescente per la fine delle misure di sostegno al reddito, la disoccupazione, la pervasività dell’economia sommersa legata alla criminalità, la violenza sociale che si scatena tra i soggetti più sociali più deboli… Uno sforzo grande ci è richiesto (pensate a come dobbiamo far convergere risorse per alimentare il Fondo Gesù Divino Lavoratore), per una ripartenza che è un vero “parto” doloroso, eppure carico di nuovo, un Nuovo che viene da Dio e che ci chiede la disponibilità a convertirci e a cambiare».

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    28 settembre 2020