San Clemente, gioiello incastonato nel cuore di Roma

    Una delle Basiliche più visitate a Roma, oltre ovviamente le quattro Basiliche Maggiori, è la Basilica di San Clemente, un prezioso gioiello incastonato nel cuore della città eterna.

    Questa meravigliosa Basilica tra l’Esquilino e il Celio vanta una storia plurisecolare. Infatti, si può dividere la struttura della Chiesa in tre livelli. Il livello più inferiore vanta un’area archeologica con edifici del I secolo d. C., quella intermedia è invece la Basilica paleocristiana del IV secolo e, l’attuale, è la Basilica realizzata all’incirca nel 1100.

    Per il pellegrino che giunge a Roma, ieri come oggi, la Basilica di San Clemente è sicuramente una tappa imprescindibile. L’attuale Basilica, risalente appunto al XII secolo, si adatta in larga misura a quella sottostante del IV secolo, seppur con qualche differenza dovuta alle necessità edilizie del tempo. Difatti, l’attuale struttura nella zona Nord, sulla destra, è più piccola rispetto a quella sottostante e, come immediata conseguenza, l’abside e la navata centrale sono più piccoli rispetto a quelli del IV secolo. Tuttavia, il pellegrino che arriva oggi a San Clemente respira ancora tutta la bellezza di un ambiente paleocristiano che, seppur con delle aggiunte medievali, mantiene a pieno titolo la sua struttura originaria.

    Entrando nella Basilica, la decorazione cosmatesca del pavimento subito allude alla sua antichità e richiama quella delle chiese coeve. Tipica struttura paleocristiana, presente tuttora in San Clemente è la Schola Cantorum centrale. Quest’ultima era già presente nella Basilica inferiore e, in epoca medievale, fu traferita al livello superiore. Infatti, nell’attuale navata centrale dell’edificio si può ammirare la splendida Schola Cantorum originale. Tuttavia, per i sopra citati motivi di spazio, la Schola non poté essere trasferita nella sua interezza, alcuni riquadri non furono rimontati. In ogni modo, lungo la sua decorazione si notano i simboli paleocristiani per eccellenza: il pesce, la colomba e il tralcio di vite. Spicca all’interno della Schola Cantorum la presenza di due amboni. Uno, quello di sinistra (guardando l’altare) è più alto, con scale su entrambi i lati per permettere la proclamazione del Vangelo e la predicazione del Vescovo. In epoca medievale venne anche aggiunto il candelabro tortile per il cero pasquale. Dalla parte dell’ambone del Vangelo un tempo sedevano le donne per ricordare l’apparizione dell’angelo alle donne al sepolcro e l’annuncio della Risurrezione. L’altro ambone, quello di destra, più basso del precedente, è diviso in due livelli: quello inferiore per il cantore e quello superiore per il lettore delle epistole.

    Procedendo verso il presbiterio, separato dal resto della Chiesa da una transenna in marmo, si staglia l’altare maggiore, costruito sulla confessio, contenente le reliquie di San Clemente e sant’Ignazio di Antiochia. Spostando lo sguardo sul catino absidale, si individua subito la presenza della cattedra e sopra di essa di un affresco datato nel tardo 1200, raffigurante Gesù, con la Vergine Maria e gli Apostoli. Ciò che ci attrae maggiormente e, da subito cattura lo sguardo, è la decorazione musiva dell’abside che esplode in tutta la sua magnificenza e che, a ragione, ci fa pensare ad una sua riproduzione dalla basilica inferiore del IV secolo a quella medievale soprastante. Spicca in esso il rigoglioso albero della vita che prende inizio dalla croce di Cristo, affiancata dalle figure di Maria e di Giovanni. Il rigoglio della nuova creazione, inaugurata da Cristo esplode in un tripudio di magnificenza. La morte è stata sconfitta da Cristo e la vita, per coloro che sono innestati in Lui, sboccia in una nuova speranza: la Resurrezione. Le anime, dunque, simboleggiate dalle cerve che si abbeverano ai quattro fiumi scaturiti dalla croce, ritrovano la vita in Cristo e tutta la creazione, raffigurata nel mosaico anche nella sua quotidianità, sboccia con un significato nuovo: la Salvezza ottenuta da Cristo per le anime. Difatti le colombe, rappresentate nella croce, oltre ad avere il numero simbolico di dodici, che allude sia agli Apostoli che alle Tribù d’Israele, sono anche simbolo delle anime salvate dalla morte di Cristo. Sull’arco trionfale i patroni della città di Roma, Pietro e Paolo, accompagnati rispettivamente da San Lorenzo e San Clemente, si uniscono al tripudio di gloria che culmina con il Pantocrator circondato dai simboli degli evangelisti.

    Di particolare importante per questa Basilica è inoltre la vita di due fratelli, i Santi Cirillo e Metodio che, nell’863, furono inviati dall’imperatore bizantino Michele III ad evangelizzare la Moravia. Furono proprio essi che, durante la loro missione, ritrovarono e riportarono a Roma nell’867 le reliquie di San Clemente. Proprio a Roma l’anno successivo, Cirillo morì e, dinanzi alla richiesta del papa di lasciare a Roma le spoglie del fratello, Metodio acconsentì a patto che esse venissero sepolte nella stessa chiesa dove si trovavano quelle di Clemente. Così avvenne. I santi Cirillo e Metodio per la loro missione tra gli slavi, sono stati proclamati dal Santo Padre Giovanni Paolo II, patroni d’Europa e vengono ricordati solennemente dalla Chiesa Universale e con grandi celebrazioni nella Basilica di San Clemente il 14 febbraio.

     

    A cura delle Missionarie della Divina Rivelazione