Il sacerdote e la cura, gioie e sfide del presbiterio romano: la relazione del vescovo Ruzza

Di seguito la relazione che il vescovo Gianrico Ruzza ha tenuto nell’incontro del clero romano a Sacrofano, nella mattinata di oggi, 28 settembre 2026

Ringrazio il Cardinale Vicario ed il Consiglio Episcopale per questo invito…

Mi fa tornare ad una stagione straordinariamente intensa della mia vita, che sento come parte fondamentale, del mio cammino vocazionale. A Roma ho vissuto esperienze forti ed incisive e ho potuto scoprire ricchezze incredibili nel percorso ministeriale che la bontà del Signore ha voluto disegnare per la mia vita. Potrei ricordare le persone e le storie… ma tutto questo mi porterebbe ad un “amarcord” inappropriato in questa sede. Quello che mi sembra importante sottolineare è la straordinaria vivacità e ricchezza della Chiesa “che vive in Roma” (una espressione coniata dal compianto Card. Ugo Poletti), che per me ha significato passare dal ministero educativo nel Seminario Romano Maggiore al servizio diocesano per la preparazione al Giubileo (come dimenticare gli anni bellissimi della Missione Cittadina 1996-2001?!), all’amore per la comunità parrocchiale (rimane la memoria più bella e coinvolgente che mi accompagna quotidianamente). Negli anni del mio servizio come Ausiliare del Papa ho vissuto la peculiarità del Settore Centro e la freschezza del Settore Sud; e ho accompagnato l’esperienza del diaconato permanente e la pastorale familiare oltre alla responsabilità di camminare insieme con la famiglia (allora la chiamavamo così) del Vicariato al servizio della Diocesi.

È quella di oggi un’occasione per provare a condividere riflessioni e suggestioni che provo a mettere in fila per aiutare una successiva condivisione. Lo farò a partire da alcuni spunti che mi ha indicato il Cardinale.

a. Il cuore dell’esperienza del prete romano: tra identità e vita spirituale

Una particolare attenzione che desidero richiamare alla vostra attenzione è la cura per la vita spirituale di ognuno di noi. Non nego che nella mia esperienza di Vescovo vivo la sensazione che i sacerdoti oggi stiano subendo una forma di scoraggiamento rispetto alla bellezza e alla potenza del ministero che a loro è stato donato. Le cause sono molteplici: si può iniziare dalla considerazione della marginalità apparente in cui la società attuale colloca la figura del presbitero, per poi passare al clima di secolarizzazione emergente e alla criticità della ricezione del messaggio evangelico da parte soprattutto della fascia giovanile.

Rispetto a questa situazione complessa (sulla quale ci sono molti studi, in particolare mi riferisco ad alcuni articoli de La Rivista del Clero Italiano e di Presbyteri), vorrei condividere una parola di speranza. Quella del prete è (ancora oggi) una figura di valore, per la quale possiamo oggi ancora scommettere la nostra fede e donare la nostra vita.
Anni di scandali, di giudizi sommari sui preti – bollati come il simbolo stesso di un sistema strutturalmente autoritario, patriarcale, abusante in fondo inutile se non parassitario – possono aver segnato anche la comprensione che abbiamo della nostra vocazione, come pure la libertà di presentarci e di stare al mondo per quello che in fondo siamo: ministri del Vangelo, amici di Gesù Cristo, servi della gioia della nostra gente.

Forse anche una certa teologia del ministero, quando si ferma solo a slogan o a categorie riduttive come “clericalismo”; oppure quando prova a riflettere su istanze ancora non del tutto ben precisate per la vita della Chiesa (p. es. la sinodalità) entro le quali va ripensato il modello della guida pastorale; oppure una teologia del sacerdozio universale dei fedeli non ben armonizzata nella comunione con il sacerdozio ministeriale… tutto questo forse produce incertezza anche in noi, e ci conduce a stare ai margini della vita sociale oppure ci proietta nella fuga di un accentuato ritualismo, mascherato da amore per le sane tradizioni.

Mi sembra importante non sottovalutare quanto sia decisivo per la pastorale conoscere bene (cioè per esperienza anche diretta, non solo per sentito dire) il contesto economico, politico, culturale nel quale viviamo, perché costituisce la trama effettiva, reale, della vita e dei pensieri della nostra gente, sempre più spesso rendendo pubblicamente irrilevante quello che facciamo e che crediamo noi. A livello personale con qualcuno ancora la nostra formazione funziona; a livello sociale e pubblico fatica molto.

Di fronte a tutto questo, dobbiamo ritornare spesso – per poi condividere tra noi – alle parole di Gesù: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga” (Gv 15, 16). C’è una scelta e c’è una costituzione. “Ne costituì Dodici perché stessero con lui, e per mandarli a predicare” (Mc 3,13).
Ed allora, sì, sulla Sua chiamata dobbiamo continuamente ritornare! Di fatto, non ci torniamo mai abbastanza. Mentre invece dobbiamo farlo fino a quando non sentiamo tutta la verità di queste parole, cioè il fatto che il motivo ultimo che decide della nostra vita è questa volontà di Gesù Cristo di avere qualcuno che stia con Lui, che inauguri il suo Regno accettando di essere inviato nel mondo, che parli nel suo nome. Di una scelta di noi da parte di Dio.

Dobbiamo poter onestamente acconsentire e aderire all’unica spiegazione che regge veramente, e cioè che il nostro essere preti sta dentro ad un’economia divina, la quale sceglie sempre di servirsi di realtà umane per manifestarsi e per portare il mondo al suo compimento in Cristo. Con le nostre povere forze, innervate della Grazia del Sacramento, siamo chiamati a rispondere alle tante sfide della vita odierna. Ce lo testimonia con la sua serenità e la sua forza umile e semplice Papa Leone, che ogni giorno di più dona perle di sapienza e di profezia ad un mondo in grande affanno. A cominciare da Magnifica humanitas e dal coraggio che la pervade in ogni pagina.

La nostra vita di credenti e di presbiteri deve essere una vita fatta di preghiera. Viviamo cristianamente e ministerialmente se realizziamo la comunione con Cristo ogni giorno, in ogni situazione della vita, facendo sì che la Parola e l’Eucarestia che alimentano la nostra esistenza siano il vero contesto vitale in cui ci muoviamo. Non esiste, infatti, una contrapposizione tra la preghiera e la “vita quotidiana”; c’è, invece, una compenetrazione dell’una nei confronti dell’altra: il prete è uomo di preghiera e al tempo stesso è al servizio della vita dei suoi fratelli. Egli deve valorizzare la propria vita, curandola con l’attenzione al tempo del riposo, con la passione per l’aggiornamento culturale, con la “cura” per la ricerca di un autentico benessere spirituale e morale (senza indulgere in facili banalizzazioni…); sarà, in tal modo, in grado di mettere le proprie energie al servizio delle anime che gli sono affidate e si sentirà pienamente inserito nel mondo in cui vive ed opera, senza esserne contaminato o influenzato.

Un’ultima nota. Sin da quando ero in Seminario sentivo parlare del prete romano. Mi venivano additati esempi luminosi a cominciare da don Giuseppe De Luca, Mons. Francia, Mons. Cingolani, don Di Liegro, Mons. China, il grande Mons. Rovigatti (di cui sono indegno successore a Civitavecchia e a Porto-Santa Rufina). Qual è lo specifico del prete romano? Forse non finiremo mai di investigarlo, ma io mi sento di dire che alcune specificità e altrettante caratteristiche sono da individuare nell’apertura mentale e culturale, nella capacità di dialogo, di incontro e di accoglienza, nell’attenzione ai bisogni degli ultimi ma sempre con la memoria del passato, nella capacità di “fare sintesi” di esperienze e cammini molto diversi tra loro, ma sempre necessari per la crescita armonica delle comunità; comunità, peraltro, nate in modo molto veloce e talora disordinato proprio negli anni del dopoguerra: pensiamo alle comunità di pasoliniana memoria o dei quartieri di Roma nord che hanno alimentato filoni di letteratura scritta e cinematografica… Sempre, però, con la memoria spirituale e liturgica della città che è Madre per eccellenza e che accoglie tutti e tutti fa sentire a casa propria, senza nostalgie per le terre di origine. Beh, un prete romano è un prete che sa che Cristo è in qualche modo un po’ romano!

Proprio in virtù della speciale vocazione della Chiesa che vive in Roma, lo stile di vita del prete romano dovrebbe essere specificamente lo stile di una speciale attenzione alle persone e alle loro esigenze: il sacerdote che vive ed opera pastoralmente nella vostra Diocesi deve poter incrociare lo sguardo dei suoi fedeli e da lì stabilire una relazione con loro. È oramai il tempo della relazione che sostiene ogni iniziativa pastorale, come ci ha detto chiaramente il cammino sinodale appena concluso e tutto si gioca nelle relazioni. Non è più possibile chiudersi in se stessi, né attendere che le persone vengano, perché l’invito ad essere una “Chiesa in uscita” è più che mai urgente: occorre il coraggio di incontrare gli uomini del nostro tempo laddove vivono e di confrontarsi con loro per accendere nel loro cuore il “desiderio di infinito” spesso sepolto da pregiudizi e da precomprensioni.

b. La gioia della vita fraterna: curare i rapporti tra sacerdoti

Desidero dirvi che a Roma siete molto fortunati come presbiterio. In questa Diocesi è prassi consolidata che i sacerdoti condividano la vita fraterna nelle case canoniche delle parrocchie. È un “unicum” che ha anticipato di molto i vari tentativi che oggi in molte Diocesi si vanno a realizzare… Chi le chiama unità pastorali, chi le chiama comunità evangelizzanti, chi le pensa come rimedio strutturale alla carenza di sacerdoti… Ma, in tutta verità, vi dico che una formula chiara ancora non c’è e che in ogni caso la fatica della vita comune è – un po’ dappertutto per la mia piccola esperienza – una realtà molto diffusa. Ciò mi preoccupa. Io credo, infatti, che l’esperienza della vita comune sia una grande risorsa per valorizzare il nostro sacerdozio e che possa divenire un efficace segno di credibilità rispetto al nostro compito di annunciare e servire l’amore tra le persone, richiamando il grande impegno della fraternità.
Accompagnare l’operato pastorale con un confronto schietto e sereno; vivere la comunione spirituale nella preghiera comune; leggere le situazioni umane e sociali del territorio in cui si è chiamati ad operare; sostenersi nei momenti di difficoltà e vivere la fraternità dinanzi alle sconfitte così come la condivisione nelle gioie del ministero: ebbene, tutto questo è dono grande e sarebbe sciocco non valorizzarlo. Se lo sottolineo è proprio perché nell’esperienza attuale vedo una mancanza in tale dimensione: voi siete più attrezzati dinanzi alle sofferenze dell’azione pastorale attuale e non dovete sciupare questa opportunità!

Una cura attenta che custodisca l’impegno e la gioia della fraternità presbiterale consente ad ogni sacerdote di ri-equilibrare le proprie difficoltà e di imparare a prendersi cura di sé stesso. Insegna a “dosare i tempi” del servizio e quelli personali, a rimanere fedeli ai valori fondamentali della chiamata e a leggerli sempre in chiave spirituale, ad assumere una propria regola di vita che va sperimentata ogni giorno, soprattutto nel confronto con il proprio direttore /accompagnatore spirituale.
Evidentemente, i momenti di solitudine e di sconforto (inevitabili nella nostra esperienza) possono trovare nella vita comune una sponda per la consolazione e per la condivisone. Così come il poter gioire insieme per un’attività feconda nel proprio ministero può divenire un aiuto per un vero discernimento che ci aiuti a stare con i piedi per terra. La lettura delle situazioni del quartiere, della città, della Diocesi non può e non deve fermarsi al “sentito dire” o alla logica sempre seduttiva del pettegolezzo ecclesiastico e solamente un sano rapporto tra di voi può stemperare le tensioni che si generano in situazioni simili. Tra tutte certamente l’aiuto al confratello nei suoi momenti difficili è la realtà più importante del valore della vita fraterna in un presbiterio parrocchiale.

Ancora conservo la memoria dei momenti di lectio divina che vivevo con i sacerdoti del presbiterio parrocchiale (che poi estendevo ad un gruppo di laici in un momento differente nell’arco della settimana): spesso si traduceva in un momento di condivisione della situazione pastorale o delle fatiche delle persone. Ricordo quei momenti perché mi hanno segnato e hanno rappresentato per me un segno importante per il cammino ministeriale.

Torniamo all’orizzonte spirituale e teologico. Faccio riferimento ad un vero maestro di vita spirituale, Romano Guardini. Egli nel testo “L’essenza del cristianesimo” fissa con chiarezza i termini dell’esistenza cristiana e io credo che sia centrale per noi tornare a quell’approccio teologico per dare consistenza alle nostre dinamiche di rapporto sia tra presbiteri che tra presbiteri e Vescovi. Che cosa ci muove nel metterci al servizio del Popolo santo di Dio? Per quale motivo sono qui a guidare una comunità e a spezzare la Parola per essa? Quale partecipazione del mio cuore rispetto alla gente che mi è affidata metto nel celebrare per quella gente il sacrificio eucaristico? Bene, Guardini faceva notare in quel testo che il cuore della fede cristiana sta nell’annuncio e nella possibilità di una vita divina offerta all’uomo, cioè nell’annuncio di una salvezza dal male e dalla morte, nella rivelazione della verità trascendente, in Cristo. Quest’essenza, messa a confronto con la sostanza di altre predicazioni «religiose», come quella buddhista, dimostra la propria peculiarità: la fede in Cristo non è un discorso di consolazione, non è un metodo etico, non è un’elaborazione teoretica dell’esistenza umana e del mondo. L’essenza del cristianesimo è una Persona che si propone ad ogni persona impegnata nel suo destino, come Via, Verità e Vita, come l’Unico Mediatore, che, con la sua umanità unita alla divinità, nella potenza dello Spirito Santo, riconduce l’uomo e il cosmo al Padre creatore. Se Dio si è incarnato in Cristo, allora tutto cambia, la nostra stessa esistenza non è fatta solo di spazio/tempo, di cose materiali.

Sono illuminanti, a tale riguardo, le parole del teologo Giovanni Moioli. Il cristiano – dice in un suo bel volume sulla vita del prete – è “uno che vede Cristo o ha il senso di Lui”. Il sacerdote esprime una visione della vita e del mondo che è letta con gli occhi di Cristo, che ci rivela l’Amore del Padre.

E qui possiamo ricomprendere e ripensare chi debba essere un prete: il testimone vivo, concreto di questo avvenimento e di questo cambiamento possibile e definitivo. La nostra è una vita spesa per Lui e grazie a Lui troviamo la realizzazione piena di tutti i nostri desideri.

Un’ultima riflessione in materia di vita nel presbiterio. So per esperienza quanto sia complesso accettare l’idea della formazione permanente. Conosco bene la storia di questa “dimensione” della crescita spirituale e culturale di ciascun sacerdote, perché è stato proprio nei primi anni del mio sacerdozio che l’idea (e la prassi che la traduce) di formazione permanente si è affermata tra le priorità per l’aggiornamento e la cura della vita dei sacerdoti. Ebbene, io penso che la formazione permanente – che ritengo davvero importante anche per ciò che dirò nell’ultimo punto del mio intervento – debba avere una forte caratura spirituale. Abbiamo bisogno di approfondire (o riscoprire!) le motivazioni di fondo della nostra vita sacerdotale e non si finisce mai di cercare nel profondo del cuore come riaccendere l’entusiasmo dei primi mesi della vita sacerdotale, magari offuscato da delusioni e/o da pettegolezzi ecclesiastici, e/o da incomprensioni con il resto del presbiterio, e/o da amarezze per i cosiddetti “insuccessi” nel ministero, ecc….

Che cosa dobbiamo formare? Formiamo il cuore e questo vuol dire aver cura della nostra capacità di relazioni nelle quali si veda, si manifesti e si sperimenti la carità, ovvero quella circolazione di vita che non consiste nel “fare cose” ma nell’ “essere” a misura dell’inabitazione dello Spirito e della nostra adozione a figli.
Senza una tale libera circolazione di carità, come insegna Paolo nella 1Cor (13, 1-13), non c’è attività pastorale che tenga, o che possa non tanto pretendere ma nemmeno aspirare a essere luogo e strumento della salvezza: “se non ho la carità, non sono nulla” (v2c).

Si potrebbe predicare in maniera eccellente e convincente, profetizzare e conoscere l’imperscrutabile, avere una fede che sfida le leggi della fisica, spendersi senza misura nel servizio ai poveri, e tuttavia non avere la carità: ovvero non essere partecipi della vita e dello Spirito di Dio. Non avere cioè un cuore pastorale, pur essendo impegnati tutto il giorno a fare cose di tipo pastorale.

Possiamo e dobbiamo aver cura del nostro cuore, e tornare al cuore per ritrovarvi il nostro Primo Amore e la passione per la vita della nostra gente. Dobbiamo tornare al cuore per incontrare la nostra verità, per riempirci di fede e di fiducia, di pace e di perdono, dei pensieri di Cristo e delle conferme che ci vorrà dare lo Spirito Santo. Per sentirci accolti e al sicuro tra le braccia di Dio Padre, presi per mano da Lui, che non ci lascia andare nemmeno quando attraversiamo deserti, notti interiori, paure, contraddizioni, malattie ed esperienze di morte.

Dinanzi al dilemma ‘il prete è l’uomo che contempla la verità come suo primo impegno o è l’uomo che ha al vertice dei suoi pensieri l’azione concreta di evangelizzazione e di servizio caritativo?’, la risposta possiamo trovarla nel comprendere che il ministero pastorale non è avulso dalla dimensione contemplativa, bensì se ne alimenta costantemente, perché è un ministero vissuto nella nuova alleanza, nell’intimo legame con Cristo e nella gioiosa consapevolezza di donare tutta la propria esistenza in favore delle persone affidateci: la vita di un prete è sempre e veramente una “pro-esistenza”.

c. La relazione con il Vescovo: sperimentare la paternità nel clima della fiducia

Il discorso si fa difficile, perché il vostro Vescovo non è uno qualunque… Io vi parlo della mia esperienza negli anni (33) in cui ho vissuto il ministero tra voi a Roma. Darei per scontato l’amore al Papa, con una nota importante: ho sempre sentito – seppur con sfumature alquanto differenti – la vicinanza del Papa al clero della sua Diocesi, ma con altrettanta chiarezza dico che per quanto mi riguarda la “mediazione” del Cardinale Vicario è sempre stata essenziale e – è inutile negarlo! – il rapporto di ogni sacerdote è stato sempre con il Cardinale: un rapporto diretto, chiaro (magari a volte complicato). In sintesi: il dialogo con il Cardinale, con il supporto amichevole e fraterno dei Vescovi ausiliari, è il punto nodale. Nella mia esperienza ho potuto verificare che il rapporto tra il Pontefice e il Cardinale è sempre stato un rapporto solido e rassicurante: penso in modo particolare alla “speciale relazione” tra Giovanni Paolo II e i Cardinali Poletti prima e Ruini dopo, una relazione che dava sicurezza al clero diocesano e stimolava a camminare in comunione piena con il Papa.

Desidero dirvi qualcosa anche sulla mia esperienza attuale. Essere diventato Vescovo mi ha straordinariamente aiutato a percepire il senso della paternità! Potrei portare molti esempi, ma sottolineo che anche quando sono chiamato a muovere delle osservazioni a un sacerdote, o quando debbo prendere delle decisioni che il sacerdote stesso fatica a comprendere, beh è proprio in quelle situazioni che mi sento più che mai “padre” anche nella fatica di un dialogo che stenta a decollare e che si muove in modo oscillante, con qualche incertezza. Mi aiuta sapere che ho la responsabilità di un padre, mi è di grande stimolo sapere che dando fiducia si ottiene qualcosa in più. Il Card. Ruini insegnava che non si governa per decreto… Quanto è vero! E quanto è importante mantenere sempre aperti i canali del dialogo, della fraternità, dell’empatia. So quanto i sacerdoti sentano l’urgenza e la bellezza di una telefonata quando sono in difficoltà, o di un incontro quando vivono un momento di fatica, o di un colloquio quando si sentono nella solitudine e nella tristezza.

Ma – attenzione! – occorre dire che l’apertura al dialogo deve essere reciproca: anche al singolo sacerdote è chiesto di fidarsi e di non avere pregiudizi nei confronti del proprio Ordinario. Credo che la presenza dei Vescovi ausiliari sia un vero aiuto rispetto al grande numero di sacerdoti che animano una Diocesi grande come Roma. Mi permetto di raccomandare a me, ai miei confratelli e a tutti voi presbiteri di vivere sempre con fiducia e con parresia il dialogo con i propri confratelli nel sacerdozio. Aggiungo: siamo tutti preti e tutti lavoriamo per il Vangelo, anche se abbiamo responsabilità con gradi diversi e con competenze specifiche che, talora, richiedono anche decisioni importanti e non sempre condivise. Tutto questo sia vissuto con spirito di preghiera e di apertura nella fede. Io ho sperimentato personalmente (potrei raccontare vari episodi) che la fiducia in spirito di obbedienza porta sempre a passaggi di crescita: questo mi hanno insegnato e questo ho cercato sempre di vivere, anche se talvolta è stato complesso, ma alla fine dell’opera, la vittoria è stata proprio quella del valore dell’obbedienza ecclesiale.

Il Vescovo è padre e custode della fraternità tra sacerdoti. Il presbiterio, infatti, oltre che un “luogo” teologico è anche ed essenzialmente un’esperienza che si vive. È l’occasione di rendere concreta la comunione ed è lì che si verificano le convergenze per crescere nel “sensus fidei” e nel “sentire comune”. Il presbiterio è un soggetto collettivo che pensa e prega insieme, in unione con il proprio Vescovo, la cui vita è alimentata dalla liturgia condivisa (in particolare la Messa crismale e le celebrazioni di ordinazione). Nel presbiterio si vive la comunione di preghiera, ma anche quella dei sogni, delle speranze, degli obiettivi pastorali e si avvera la parola di San Paolo: “portate i pesi gli uni degli altri” (cfr. Gal 6, 2).

Sento di dirvi che la prospettiva in cui comprendere la relazione con il proprio Vescovo e con l’intero presbiterio deve essere un orizzonte teologico e spirituale. Anche perché di fatto vivere la fraternità non può rimanere uno slogan dell’ecclesiologia postconciliare, ma deve tradursi in fatti concreti e specifici. So quanta fatica nei nostri presbiteri facciamo a questo livello: ricordo che anche gli incontri di settore e di prefettura a volte erano un “peso”, eppure ho cercato sempre di trovarvi spunti e occasioni di arricchimento. La dinamica della Prefettura è importantissima per vivere la comunione e cercare rapporti di amicizia e di solidarietà tra di voi.

d. La relazione pastorale con il popolo di Dio: stare in mezzo alle sfide del cambiamento

Ognuno di noi qui presenti ha molte esperienze belle e magari qualcuna faticosa di relazione con le persone che costituiscono il popolo di Dio a lui affidato. Pertanto, non vengo certo a darvi particolari suggerimenti. Tuttavia, vorrei dirvi qualcosa sulla “densità” della nostra proposta pastorale per come la viviamo oggi.

L’esperienza del cammino sinodale è stata, per quanto mi riguarda, estremamente positiva. Con alcuni rischi che dobbiamo tenere presenti. L’idea base del metodo narrativo (valida e molto utile) non deve farci dimenticare che il cuore dell’azione pastorale è l’annuncio della relazione con il Signore Gesù, a partire dall’annuncio del kerygma. In una seduta della Conferenza Episcopale del Lazio un confratello nel corso di una discussione circa il cammino sinodale e le metodologie proposte ebbe a dire: “Ma, cari confratelli, mi dite quando parliamo di Gesù Cristo?”. Ricordo questo episodio con piacere ed anche con un po’ di timore, perché quel confratello aveva proprio ragione: a volte ci perdiamo negli schemi pastorali, nei discorsi sul metodo, nella questione dell’approccio e dimentichiamo che l’obiettivo è annunciare il Signore Gesù a partire dalla nostra propria esperienza.

Ritengo che sia assolutamente urgente, necessario e prioritario rimettere Gesù Cristo al centro dell’annuncio che la Chiesa fa e, ancor più specificamente, della nostra esistenza sacerdotale. Non i problemi della Chiesa, non le strategie pastorali con le quali riguadagnare campo, non le mediazioni culturali grazie alle quali evangelizzare… ma Lui: Gesù Cristo, il Figlio del Padre, coeterno con Lui e lo Spirito nella gloria, e figlio di Maria della stirpe di Davide secondo la carne. È la prima priorità che emerge dai lavori del cammino sinodale e che è posta al vertice delle attenzioni della Chiesa italiana.

Tutto il resto sta o cade in relazione a Lui, alla conoscenza di Lui, come insegna san Paolo: “Queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti. Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione, ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù” (Ef 3, 7-12).

La gioia dell’essere preti sta nel vivere l’esperienza di Simon Pietro alla Porta Bella come descritta nel capitolo 3 di Atti. A quel povero che grida a lui chiedendo l’elemosina l’Apostolo dice: non ho niente da darti, ma nel nome di Gesù (è questo il tutto che ho!) dico a te: ‘Alzati e cammina’. Nel nome di Gesù ognuno di noi può rialzare un cuore e una vita, ognuno di noi può donare speranza e permettere ad un fratello/ad una sorella di riprendere a camminare in modo autonomo, a trovare il senso della propria esistenza e la speranza di vivere in modo armonico secondo la propria vocazione. È la gioia di donare alle persone la possibilità di camminare per proprio conto, seguendo la Parola del Signore e fidandosi di Lui. Una vera gioia, dunque!
Purtroppo, si deve riconoscere che spesso le persone non sanno che cosa significhi avere fede in Cristo.

Noi stessi sacerdoti siamo, spesso, compresi in questo de-centramento rispetto a Cristo: le cose che dobbiamo fare ogni giorno, le preoccupazioni pratiche inerenti alla gestione delle parrocchie, il modo nel quale sono impostati i dibattiti culturali (in televisione, e non solo: spesso anche quelli nei consigli pastorali), l’impoverimento spirituale tipico della mentalità di questo nostro tempo, assai secolarizzata… tutto questo ci ha infiacchiti, stressandoci oltremisura. Finiamo per porci degli obiettivi pastorali importanti, che richiedono una risorsa di energie e di fede considerevoli, senza che abbiamo veramente e sempre acceso in noi il motore che solo può spingere queste azioni. Dobbiamo avere sempre chiaro che la spinta, il motore, altro non è che l’innamoramento per Gesù Cristo, la conoscenza del Padre che abbiamo sperimentato attraverso di Lui, l’effetto della Parola della Grazia (cfr. At 20, 32) e del kerigma della Parola della Croce (cfr. 1 Cor 1,22-25).

Ho accennato ai Consigli Pastorali. Mi fermo su questo punto, anche se mi sento “in debito”, avendo dinanzi i preti di una Chiesa che ha fatto un grande cammino negli ultimi anni in relazione agli organismi di partecipazione attuando in modo forte lo stile sinodale: sappiate che nelle Diocesi che mi sono affidate guardiamo molto all’esperienza di Roma ; anzi, mi sono ispirato alla Statuto offertovi da Papa Francesco per preparare (insieme ad alcuni laici e ad alcuni sacerdoti) lo statuto che ho proposto alle 85 parrocchie dei miei territori!

Qui si tratta di pensare a come la nostra vita di preti (e di Vescovi) possa essere enormemente arricchita dal confronto e dalla reciprocità con i fedeli laici attraverso gli organismi di partecipazione, che – come sapete – sono uno dei punti su cui la Chiesa italiana intende lavorare prioritariamente in conseguenza del cammino sinodale e del documento che ne è scaturito (Lievito di pace e di speranza). Il mio desiderio è comunicarvi quanto io pensi circa il lavoro dei Consigli Pastorali (a livello parrocchiale e diocesano, anche se a Roma avete anche quelli di Prefettura), Il Consiglio Pastorale è anzitutto un luogo di incontro e di preghiera: solamente da lì può scaturire un autentico spirito di discernimento, come si richiede ad un’assise del genere. Se viviamo in tal modo gli incontri che costituiscono la vita di un CP, allora possiamo crescere e non ci sentiremo “lesi” nel nostro compito di Pastori, né diminuiti quanto alla responsabilità decisionale, tantomeno marginalizzati da équipe pastorali prevalentemente laicali come avviene, purtroppo, in alcune regioni dell’Europa. Se il confronto nasce dalla preghiera e dalla condivisione della Parola di vita, non abbiamo nulla da temere, abbiamo tutto da guadagnare sia per l’armonia e la vitalità delle nostre comunità, sia per il vigore e la gioia del nostro percorso ministeriale: la comunità ci nutre e ci sostiene nella reciprocità tra le vocazioni e nell’armonia delle differenze.

Ritengo che la valorizzazione dei vari carismi richieda a noi sacerdoti (e Vescovi) l’impegno a scoprire le ricchezze dei cammini spirituali sia dei laici sia del mondo religioso nelle sue varie sfaccettature. Aggiungo che penso sia giunto il momento di superare lo sguardo un po’ distante nei confronti della vita religiosa (“loro si fanno i propri interessi; tanto non sono mai in comunione con la Diocesi; prevalgono le loro regole e le disposizioni interne; pensano solamente alle vocazioni per la propria Congregazione…”) per vivere insieme la gioia di annunciare il Vangelo. Il tempo che viviamo ci chiede coerenza, testimonianza, schiettezza, libertà…: parresia!

e. Un annuncio per questo tempo e nel contesto della cultura contemporanea: il dono della DSC

In Magnifica humanitas Papa Leone ci chiede di considerare la specificità del tempo in cui viviamo. Non penseremo certo di rispondere a questa situazione particolare applicando criteri vetusti o meccanismi che danno una sicurezza solo apparente, ma si infrangono nella progressiva desertificazione delle nostre comunità? Come responsabile della Commissione regionale per la Pastorale sociale e del lavoro e per la custodia del creato e la giustizia sociale (comprendendo in essa anche l’impegno per la pace e la solidarietà) mi sento di dire che è pur ora che la DSC entri realmente nella vita di ciascuno di noi come un elemento essenziale della formazione e della crescita delle nostre comunità. L’esperienza dei parroci, ed ancor prima di ciascun confessore su questo può aprire un confronto decisivo…

Papa Leone ci chiede di fare un salto di qualità importante proprio a proposito di una scelta chiara di azione pastorale in merito alla DSC.
Temo che la DSC sia sempre e ancora la cenerentola dei nostri cammini formativi. Il compito che Papa Leone ci affida probabilmente è un po’ trascurato nella pastorale ordinaria, magari preferiamo rimanere in comfort zone quali la liturgia, il catechismo, i gruppi ecclesiali. Giovanni Paolo II affermò chiaramente che la Dottrina sociale della Chiesa è parte integrante dell’evangelizzazione (cfr. CA, 5.54). Sarebbe soltanto retorica dire di volersi impegnare per la coesione sociale, per il bene comune o per l’integrazione ma non sapere in nome di che cosa – e originalmente, con una prospettiva loro propria – i cristiani debbano assumersi questo compito. E il compito è questo, la vocazione secolare propria dei laici: non chiudersi dentro i muri delle parrocchie, ma “trattare le cose del mondo, ordinandole secondo Dio” (LG, 31).

Senza aprirci a questo orizzonte pastorale, resteremmo sempre frustrati constatando la mancata corrispondenza tra le nostre proposte evangeliche e la loro pratica messa a margine.
Nell’essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio c’è un disegno di bene che riguarda tutti gli esseri umani. Perciò quando ci interessiamo dei temi della DSC non lo facciamo per acquisire e gestire un potere, uno spazio pubblico: lo facciamo perché vogliamo offrire a tutti gli uomini e le donne del nostro tempo una vita buona e sensata, solidale e rispettosa e che è possibile proprio per chi di Gesù Cristo è discepolo e grazie a quanto lo Spirito Santo opera in lui.

Non c’è un essere umano che non sia interessato a vivere un’esperienza soddisfacente e autentica dell’amore e della differenza sessuale, della generazione dei figli, della loro educazione, del lavoro che si deve fare ogni giorno, della vita in società, della gestione della cosa pubblica, della casa in cui abitare, del quartiere in cui vivere. Quando ci occupiamo di queste cose non ci interessiamo solo di come noi cristiani possiamo percorrere una via buona per vivere queste realtà che tutte insieme fanno la vita dell’uomo: possiamo offrire un dono decisivo, un compimento umanamente interessante, ancora attraente, anche a fronte di quello che di cristiano è stato ormai scardinato dalla vita sociale del nostro popolo.

Alla fine di Magnifica Humanitas Papa Leone presenta l’umanesimo cristiano come il contributo specifico che i cristiani possono dare alla società in cui vivono. Già papa Francesco ne aveva parlato a Firenze, come anche papa Benedetto XVI e Giovanni Paolo II e Paolo VI, che chiamava tutti all’edificazione di una “civiltà dell’amore”.

Questo richiederà una semplificazione degli ambiti strutturati della vita pastorale, forse ancora troppo concentrati a organizzare iniziative tutto sommato intraecclesiali.

Attingo ancora una volta alla mia storia “romana” e mi sento di dire che voi preti romani potete attingere ad una tradizione importante che ha marcato la storia recente della Diocesi, e che risale al convegno su I mali di Roma e a ciò che ne è nato, anche in termini di conversione dell’azione e dell’impegno pastorali verso la giustizia e la carità; mi riferisco al preziosissimo lavoro di don Luigi Di Liegro, del quale Papa leone ha annunciato l’introduzione della Causa di beatificazione e canonizzazione in Diocesi, all’esperienza degli organismi di partecipazione nati con il Card. Poletti, alla stagione indimenticabile del Secondo Sinodo diocesano e della Grande Missione per la città di Roma e specificamente al Dialogo con la città voluto dal Card. Ruini e alle esperienze di incontro e confronto che avete vissuto con la parte dinamica e viva della comunità civile in anni recenti, che hanno avuto ampia risonanza sulla stampa.

Allargare il nostro cuore – e non solo le nostre cure pastorali – agli ambiti della vita civile e culturale ci farà bene, ci metterà a contatto con il reale quotidiano, aiuterà noi stessi a capire meglio in che cosa consista la salvezza di Cristo. Sarà come piantare il seme del Regno nella terra e vederlo crescere e dare frutto, dare prova della sua verità.

Una preoccupazione forte che desidero condividere al termine di questa riflessione: siamo dinanzi alla più grande crisi educativa che la storia recente ricordi. Nelle Diocesi che mi sono affidate ho promosso un biennio di confronto, riflessione ed azione proprio in merito alla sfida educativa. Qui a Roma avete un dono prezioso (cui mi permetto di attingere) ed è la Lettera sul grave compito dell’educazione scritta da Papa Benedetto XVI alla Diocesi di Roma nel 2008. A quel documento (mal recepito all’epoca della sua diffusione, ma seriamente e fortemente profetico ed attuale) si aggiunge ora la Lettera apostolica di Papa Leone XIV Disegnare nuove mappe di speranza. Sono stimoli incisivi e chiari: abbiamo il dovere di offrire un nostro contributo circa la sfida educativa, stando dinanzi ad una situazione del mondo giovanile realmente preoccupante. Oltretutto, entrare nell’agone in questo ambito può aprirci nuove vie di dialogo e di incontro con il mondo laico e con le realtà usualmente avulse dal contesto ecclesiale. Si apre, cioè, una stagione di dialogo con il mondo sociale che è un vero e proprio campo di evangelizzazione (anche se non esplicitamente confessionale), anche alla luce della tradizione straordinaria che la comunità cristiana ha maturato nel corso dei secoli in ambito pedagogico e formativo.
Vi ringrazio di cuore, chiedo scusa se la trattazione è stata lunga o non ha risposto appieno alle vostre attese e auguro a tutti un fecondo anno pastorale, che – a quanto ho letto – si concentrerà su un’accurata opera di verifica pastorale, secondo l’invito di Papa Leone, rivoltovi il 18 settembre scorso a San Giovanni.

Gianrico Ruzza
Vescovo di Porto-Santa Rufina
e di Civitavecchia-Tarquinia

Intervento Vescovo Ruzza 28.09.2026

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