“Chiesa di Roma, Chiesa missionaria”

Foto di Cristian Gennari

Di seguito la prolusione del cardinale vicario Baldo Reina all’apertura dell’anno accademico della Pontificia Università Urbaniana, lo scorso 29 ottobre

Eminenza, Eccellenze, Chiar.mo Rettore, Autorità Accademiche, Docenti, Alunni, Personale Amministrativo, Cari amici,

mi è stato chiesto di riflettere sul tema: “Chiesa di Roma, Chiesa missionaria”. Lo faccio volentieri provando a dialogare con la storia, con il Magistero, con le sfide di questi tempi e con la mia esperienza di Pastore nella Diocesi del Santo Padre come suo Vicario.

Alcune note si raccolgono intorno a un nucleo: la Chiesa di Roma non ha una missione diversa da quella di ogni Chiesa particolare ma, a motivo della sua origine apostolica e del ministero universale del suo Vescovo, è chiamata a viverla con una responsabilità peculiare. In In ecclesiarum communione tale responsabilità è formulata come missione di esemplarità: non superiorità, ma testimonianza, servizio e conversione permanente.

1. Il Nuovo Testamento: Roma raggiunta dal Vangelo e aperta alla missione
La missione attraversa l’intero Nuovo Testamento come un unico movimento che ha origine in Dio e raggiunge il mondo. Gesù si presenta come l’inviato del Padre e, dopo la Pasqua, coinvolge i discepoli nel proprio invio: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). Essi non partono in forza di un progetto autonomo. Il Risorto promette lo Spirito, che li rende testimoni e dilata progressivamente l’orizzonte dell’annuncio: da Gerusalemme alla Giudea e alla Samaria, fino ai confini della terra (At 1,8). La missione ecclesiale nasce quindi dalla Pasqua, è sostenuta dallo Spirito e rimane sempre partecipazione alla missione del Figlio.

Il contenuto dell’annuncio è il Regno di Dio, reso vicino nella persona e nell’opera di Gesù (Mc 1,1415), e ormai proclamato alla luce della sua morte e risurrezione (At 2,22-36; 1 Cor 15,1-5). Per questo la missione non consiste nella diffusione di una teoria religiosa, ma nella testimonianza di un evento ricevuto: gli apostoli parlano di ciò che hanno visto e udito (At 4,20; 1 Gv 1,1-3). Tale testimonianza può assumere la forma estrema del martirio, come mostra Stefano (At 7,54-60); ma anche nella debolezza rimane operante la potenza di Dio, perché il tesoro del Vangelo è custodito in vasi di creta (2 Cor 4,7).

L’invio possiede fin dall’inizio un respiro universale. Il Risorto affida agli Undici il compito di fare discepoli tutti i popoli, battezzando e insegnando a osservare quanto egli ha comandato (Mt 28,1920). La missione tende così alla comunione finale prefigurata dall’Apocalisse, dove una moltitudine proveniente da ogni nazione, tribù, popolo e lingua sta davanti all’Agnello (Ap 7,9-10). L’universalità, tuttavia, non è uniformità. Negli Atti lo Spirito apre vie impreviste, supera confini religiosi e culturali, conduce Filippo incontro all’Etiope (At 8,26-40), Pietro nella casa di Cornelio (At 10,1-48) e la comunità di Antiochia all’invio di Barnaba e Saulo (At 13,1-4).

Il Vangelo, poi, non genera credenti isolati, ma una comunità. Coloro che accolgono la Parola perseverano nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nella frazione del pane e nelle preghiere; la condivisione dei beni rende visibile la cura dei più fragili (At 2,41-47; 4,32-35). La comunione possiede essa stessa una forza missionaria: Gesù prega perché i discepoli siano uno «perché il mondo creda» (Gv 17,21). L’unità non è dunque semplice armonia interna, ma forma della testimonianza.

La crescita della missione esige anche ascolto e discernimento. Davanti alla questione dell’accoglienza dei pagani, la Chiesa di Antiochia e quella di Gerusalemme non evitano il confronto: ascoltano le esperienze, rileggono la Scrittura, riconoscono l’azione di Dio e formulano insieme una decisione, espressa nelle parole «È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi» (At 15,28). Si tratta di un discernimento ecclesiale orientato a non porre ostacoli superflui al cammino del Vangelo.

La stessa libertà missionaria appare in Paolo. Egli entra nelle sinagoghe, nelle case e nell’Areopago, ascolta linguaggi e domande differenti e cerca un punto d’incontro senza alterare il Vangelo (At 17,16-34). Il suo farsi «tutto per tutti» (1 Cor 9,19-23) non è opportunismo, ma disponibilità a servire l’incontro tra la Parola e le persone concrete. La missione assume così lo stile di Cristo, venuto non per essere servito ma per servire e dare la propria vita (Mc 10,45).

In questo orizzonte si colloca Roma. La prima immagine neotestamentaria della sua Chiesa non è quella di un centro amministrativo, ma di una comunità convocata dalla grazia: Paolo scrive «a quanti sono in Roma, amati da Dio e santi per chiamata» (Rm 1,7). L’Apostolo desidera annunciare il Vangelo anche a Roma, poiché si riconosce debitore verso tutti (Rm 1,14-15). Alla fine degli Atti egli giunge nella capitale imperiale e vi annuncia il Regno di Dio «con tutta franchezza e senza impedimento» (At 28,31).

Roma costituisce così il punto di arrivo narrativo del cammino delineato all’inizio degli Atti, ma non la sua conclusione. Il libro termina senza chiudere il dinamismo della Parola: il Vangelo raggiunge Roma perché da Roma possa continuare a correre. La Chiesa che vive nella città è quindi, fin dalle sue origini, una comunità evangelizzata e inviata, chiamata a unire accoglienza del dono, comunione fraterna e testimonianza universale.

2. Il fondamento del Vaticano II
2.1 La Chiesa è per sua natura missionaria
Il Vaticano II non considera la missione un’attività aggiunta alla vita ecclesiale. Essa appartiene all’origine stessa della Chiesa, che scaturisce dall’invio del Figlio e dello Spirito secondo il disegno del Padre.
La Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine (Ad Gentes, 2)

Ad gentes 1 presenta la Chiesa come inviata alle genti per essere «sacramento universale di salvezza»; Lumen gentium 1 la definisce, in Cristo, «il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». Missione e sacramentalità sono inseparabili: la Chiesa annuncia ciò di cui deve essere segno e strumento.

Ad gentes 5 precisa inoltre la forma cristologica della missione: la Chiesa deve percorrere la via di Cristo, via di povertà, obbedienza, servizio e sacrificio di sé. L’efficacia evangelica non si identifica quindi con la sola efficienza organizzativa.

2.2 Tutto il Popolo di Dio è soggetto della missione
Essendo la Chiesa tutta missionaria, ed essendo l’opera evangelizzatrice dovere fondamentale del popolo di Dio (Ad Gentes, 35)

La formula non elimina le vocazioni missionarie specifiche, ma le colloca entro la responsabilità battesimale comune. Lumen gentium 31 insegna che i laici, incorporati a Cristo e costituiti Popolo di Dio, compiono nella Chiesa e nel mondo la missione propria di tutto il popolo cristiano; il n. 33 definisce il loro apostolato «partecipazione alla missione salvifica stessa della Chiesa».

2.3 La Chiesa particolare deve diventare tutta missionaria
Lumen gentium 23 afferma che le Chiese particolari sono formate a immagine della Chiesa universale e che «in esse e a partire da esse esiste la sola e unica Chiesa cattolica». Ad gentes 20 chiede alla Chiesa particolare di riconoscersi inviata anche ai non credenti che vivono nel suo territorio. La città non è dunque un semplice contenitore della pastorale, ma il luogo umano concreto della missione.

Il vescovo, suscitando, promuovendo e dirigendo l’opera missionaria nella sua diocesi […] rende presente e, per così dire, visibile lo spirito e l’ardore missionario del popolo di Dio, sicché la diocesi tutta si fa missionaria (Ad gentes, 38)

3. La peculiarità della Chiesa di Roma

La Chiesa di Roma è una vera Chiesa particolare, con il proprio Vescovo, presbiterio, diaconi, consacrati, fedeli laici, parrocchie e organismi di partecipazione. Al tempo stesso il suo Vescovo è il successore di Pietro e principio visibile di unità della Chiesa universale (cfr. Lumen gentium, 23). Questa peculiarità non autorizza l’autosufficienza. Espone invece Roma a una responsabilità più esigente: vivere localmente una comunione aperta all’universale; custodire la memoria apostolica come appello alla conversione presente; esercitare la presidenza come servizio; comprendere l’esemplarità non come superiorità, ma come debito di testimonianza.

4. Paolo VI: koinonia diocesana ed evangelizzazione
Paolo VI conduce a compimento il Vaticano II e ne interpreta la svolta missionaria. Evangelii Nuntiandi raccoglie il cammino del Sinodo dei Vescovi del 1974 e presenta l’evangelizzazione come identità della Chiesa.

Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare (Evangelii nuntiandi, 14)

Il n. 15 aggiunge che la Chiesa evangelizzatrice deve lasciarsi continuamente evangelizzare. I nn. 18 e 20 descrivono l’evangelizzazione come trasformazione, mediante la forza del Vangelo, dei criteri di giudizio e dei modelli di vita, fino alle radici delle culture. Applicato a Roma, ciò impedisce di ridurre la missione alla moltiplicazione di presenze religiose: il Vangelo deve incontrare la vita effettiva della città.

Nel discorso al clero romano del 15 marzo 1976 Paolo VI lega il sensusEcclesiae al senso della comunità, della koinonia. Chiede che una carità comunitaria, solidale e fraterna unisca il clero al servizio dell’unico Popolo di Dio.

Bisogna perciò che la Diocesi di Roma viva davvero in unione spirituale e strutturale (Paolo VI, Incontro di Quaresima con il clero romano, 15 marzo 1976)

La comunione è così condizione della credibilità missionaria: la koinonia non chiude la Chiesa in se stessa, ma la rende capace di evangelizzare insieme.

5. Giovanni Paolo II: dal Sinodo diocesano alla missione permanente
Nel discorso al clero romano del 4 marzo 1986 Giovanni Paolo II afferma che la nuova evangelizzazione deve fondarsi sul magistero del Vaticano II. Nello stesso contesto osserva che «per insegnare si deve imparare, per parlare si deve ascoltare»: il ministero del Vescovo di Roma verso la propria diocesi comprende ascolto e riflessione comunitaria.

Il Sinodo pastorale diocesano, convocato nel 1986 e concluso nel 1993, approfondisce il rapporto fra comunione e missione. Durante il «Confronto con la città», il 30 maggio 1992, Giovanni Paolo II legge la vocazione di Roma alla luce di At 1,8 e della testimonianza di Pietro e Paolo, secondo la forma sacramentale.

[Roma è chiamata] a riflettere la luce di Cristo ed essere focolare di irradiazione missionaria” (Giovanni Paolo II, Confronto con la città, 30 maggio 1992, n. 1)

La Costituzione apostolica Ecclesia in Urbe, promulgata il 1 gennaio 1998, aveva intanto dichiarato di voler sostenere l’ecclesiologia di comunione e l’impegno missionario maturati nel Sinodo. In essa compare già la vocazione esemplare della Chiesa romana, poi sviluppata da In ecclesiarum communione.

6. Benedetto XVI: Popolo di Dio in missione e corresponsabilità
Benedetto XVI conferma il cammino precedente. Nel Convegno diocesano del 6 giugno 2005 interpreta la Missione cittadina non soltanto come missione rivolta al popolo romano, ma come mobilitazione delle realtà diocesane per essere esse stesse «popolo di Dio in missione». La scelta pastorale è dare forma permanente alla missione, caratterizzando missionariamente parrocchie e altre realtà ecclesiali.

Nel Convegno del 26 maggio 2009 ricorda che il mandato di evangelizzare riguarda tutti i battezzati. Chiede un cambiamento di mentalità nei confronti dei laici: passando dal considerarli «collaboratori» del clero a riconoscerli realmente «corresponsabili» dell’essere e dell’agire della Chiesa” (Benedetto XVI, Convegno pastorale della Diocesi di Roma, 26 maggio 2009)

Nel Convegno ecclesiale del 15 giugno 2010 collega la corresponsabilità alla finalità che «il Vangelo raggiunga il cuore di ogni abitante di Roma». Eucaristia, comunione, carità e missione non sono momenti separati: la comunità convocata dalla Parola e dal pane spezzato diventa testimone nella città.

7. Francesco: conversione missionaria, ascolto e sinodalità
Nel Convegno diocesano del 16 giugno 2014 Francesco parla di «conversione pastorale missionaria»: non un semplice aggiornamento di metodi, ma un cambiamento di vita e di disposizioni interiori. Nell’incontro del 9 maggio 2019 rifiuta l’idea di limitarsi a «risistemare» la diocesi e invita ad ascoltare gli squilibri della città, i poveri e le fragilità.

La Chiesa sorda al grido della gente, sorda all’ascolto della città”(Francesco, Incontro con la Diocesi di Roma, 9 maggio 2019)

Il 18 settembre 2021 Francesco presenta il processo sinodale alla propria diocesi come dinamismo di ascolto reciproco, che coinvolge l’intero Popolo di Dio. L’ascolto non è un sondaggio d’opinione: è ascolto dello Spirito attraverso l’ascolto reciproco.

La sinodalità esprime la natura della Chiesa, la sua forma, il suo stile, la sua missione” (Francesco, Ai fedeli della Diocesi di Roma, 18 settembre 2021)

Nello stesso discorso Francesco propone gli Atti degli Apostoli come icona del cammino sinodale: la Parola e le persone camminano insieme da Gerusalemme fino a Roma. La sinodalità possiede quindi una struttura missionaria: non è introspezione ecclesiale, ma accompagnamento della corsa della Parola.

8. In ecclesiarum communione: la missione di esemplarità
La Costituzione apostolica In ecclesiarum communione, promulgata da Francesco il 6 gennaio 2023, regola l’ordinamento del Vicariato ma contiene nel Proemio una vera ecclesiologia della Chiesa di Roma.

8.1 Accogliere prima di testimoniare
Nella comunione delle Chiese, alla Chiesa di Roma è affidata la particolare responsabilità di accogliere la fede e la carità di Cristo trasmesse dagli Apostoli e di testimoniarle in modo esemplare (In ecclesiarumcommunione, Proemio, 1)

L’esemplarità è collocata nella comunione delle Chiese; non isola Roma né la pone in una graduatoria di dignità. Inoltre Roma deve anzitutto accogliere la fede e la carità: può testimoniare solo ciò che riceve. L’oggetto della testimonianza non è l’efficienza dell’apparato, ma Cristo.

8.2 Conversione missionaria e dimensione costitutivamente sinodale sentiamo con particolare urgenza la chiamata alla conversione missionaria di tutta la Chiesa, accompagnata da una più viva consapevolezza della sua dimensione costitutivamente sinodale (In ecclesiarum communione, Proemio, 2)

La conversione missionaria sottrae la Chiesa all’autopreservazione; la sinodalità coinvolge il Popolo di Dio nell’ascolto, nel discernimento e nella corresponsabilità. Per questo il Vicariato è chiamato a diventare, con Evangelii gaudium 27, un canale per l’evangelizzazione del mondo attuale più che per l’autopreservazione.

8.3 Esemplarità senza presunzione
Consapevole di avere sempre bisogno di convertirsi, non presumendo di essere migliore delle altre, è nella natura spirituale, pastorale e canonica della diocesi di Roma rappresentare in sé la missione di esemplarità in costante tensione verso il regno di Dio (In ecclesiarum communione, Proemio, 4) Il testo esclude il trionfalismo. L’esemplarità è una missione ricevuta e rimane sotto il giudizio del Regno. Roma è esemplare nella misura in cui si lascia convertire e serve.

8.4 Dalla missio ad gentes alla missione urbana
Il Proemio, n. 13, richiama i missionari partiti nei secoli dalla Chiesa dei santi Pietro e Paolo e sollecita in tutta la diocesi e in ogni fedele l’apertura alla missio ad gentes. Il n. 14 indica tra gli impegni urgenti l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della carità verso ogni abitante e in ogni ambiente, insieme alla promozione di stile e pratiche sinodali che favoriscano ascolto, partecipazione, corresponsabilità e missione di tutti i battezzati.

La Costituzione intitola il Titolo III «Organi della sinodalità a servizio della missione della Diocesi di Roma». Il dato è teologicamente decisivo: gli organismi non hanno lo scopo di moltiplicare riunioni, ma di rendere ordinari ascolto, discernimento e decisione per la missione.

9. Il Documento finale del Sinodo del 2024

Il Documento finale della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione, è stato approvato il 26 ottobre 2024. Francesco lo ha approvato e firmato; nella Nota di accompagnamento del 24 novembre 2024 ha precisato che esso «partecipa del Magistero ordinario del Successore di Pietro» e deve essere accolto. Il Documento non è strettamente normativo e richiede mediazioni, ma impegna le Chiese locali a scelte coerenti con i suoi orientamenti.

9.1 Una sinodalità orientata alla missione
Il n. 28 descrive la sinodalità come camminare insieme dei cristiani con Cristo e verso il Regno, in unione con l’intera umanità. Essa è orientata alla missione e comporta assemblea, ascolto reciproco, dialogo, discernimento, consenso e decisione secondo una corresponsabilità differenziata. la sinodalità è un cammino di rinnovamento spirituale e di riforma strutturale per rendere la Chiesa più partecipativa e missionaria(Documento finale, 30)

9.2 Discernimento, decisione e corresponsabilità differenziata
Il Documento non oppone autorità e partecipazione. Tutti i battezzati concorrono alla missione secondo vocazioni, carismi e ministeri differenti. Il n. 77 chiede maggiori opportunità di partecipazione dei laici; il n. 89 domanda che ogni membro della comunità sia rispettato e valorizzato in vista della decisione condivisa.

I nn. 80-81 connettono discernimento ecclesiale, processi decisionali, trasparenza, rendiconto e valutazione. Il discernimento è esercitato dal Popolo di Dio in vista della missione e trova in At 15,28 la sua icona: «È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi». Consultazione ed esercizio dell’autorità non si confondono, ma devono rimanere connessi.

9.3 Organismi di partecipazione e ministero petrino
Il n. 108 propone di valorizzare il Sinodo diocesano come luogo di ascolto, preghiera, discernimento, rendiconto e valutazione, specialmente per le scelte rilevanti riguardanti la vita e la missione della Chiesa locale. Il n. 130 definisce il Vescovo di Roma garante della sinodalità: gli compete convocare la Chiesa in Sinodo, presiederlo e confermarne i risultati, salvaguardando unità e testimonianza.

Queste indicazioni offrono una chiave di lettura di In ecclesiarumcommunione: i consigli e gli organismi diocesani diventano veramente sinodali quando l’ascolto incide sul discernimento, le decisioni sono motivate, l’attuazione viene verificata e tutto rimane orientato all’annuncio.

10. Leone XIV: comunione missionaria e laboratorio di sinodalità
Nel discorso al clero romano del 12 giugno 2025 Leone XIV unisce ministero episcopale, corresponsabilità e vocazione universale di Roma:

La Diocesi di Roma presiede nella carità e nella comunione, e può compiere questa missione grazie ad ognuno di voi, nel vincolo di grazia con il Vescovo e nella feconda corresponsabilità con tutto il popolo di Dio(Leone XIV, Al clero della Diocesi di Roma, 12 giugno 2025)

La comunione possiede una finalità testimoniale: solo uniti a Cristo e tra loro i discepoli possono portare frutto e offrire al mondo una testimonianza credibile, secondo Gv 17,20-23.

Nell’Assemblea diocesana del 19 settembre 2025 Leone XIV assume il Documento finale come riferimento per la recezione romana del cammino sinodale. Chiede che la Chiesa di Roma diventi: laboratorio di sinodalità, capace – con la grazia di Dio – di realizzare «fatti di Vangelo»(Leone XIV, Assemblea della Diocesi di Roma, 19 settembre 2025)

Parla quindi di «Chiesa sinodale in missione», chiamata a valorizzare i doni di ciascuno, a comprendere la guida come servizio di armonia e a rendere gli organismi di partecipazione luoghi effettivi di discernimento e corresponsabilità.

Il 19 febbraio 2026 Leone XIV applica alla diocesi 2 Tm 1,6: Chiesa di Roma, ricordati di ravvivare il dono di Dio!(Leone XIV, Incontro con il clero della Diocesi di Roma, 19 febbraio 2026)

10.1 Confirma fratres tuos e il confronto fra 2023 e 2026
Con il motu proprio Confirma fratres tuos, datato 24 giugno e pubblicato il 30 giugno 2026, Leone XIV ha disposto che la Costituzione del 2023 fosse integralmente sostituita dal testo allegato. Il confronto testuale mostra però che il Proemio del 2023 è stato conservato: sono rimasti invariati il quadro ecclesiologico, la conversione missionaria, la dimensione costitutivamente sinodale e la missione di esemplarità. Le modifiche riguardano soprattutto il governo e l’organizzazione del Vicariato.

Il Vicariato di Roma è chiamato a essere non soltanto strumento di governo ecclesiale, ma anche espressione di quella comunione missionaria che deve animare ogni dimensione della vita della Chiesa che è in Roma(Leone XIV, Confirma fratres tuos, introduzione)

Leone XIV dichiara che le modifiche intendono rendere il Vicariato più rispondente alle esigenze della missione evangelizzatrice, favorire una più intensa comunione ecclesiale e sostenere il servizio pastorale. Non viene corretta l’ecclesiologia del Proemio; viene riesaminata la sua traduzione giuridica e organizzativa.

11. Sintesi: sette tratti dell’esemplarità missionaria di Roma
● Ricettiva: Roma deve prima ascoltare ciò che lo Spirito dice alle Chiese (Ap 3,22; In ecclesiarumcommunione, Proemio, 1).
● Pasquale: la missione assume la forma del servizio, della povertà e del dono di sé (Mc 10,45; Ad gentes, 5).
● Comunionale: dalla koinonia di Paolo VI alla comunione missionaria di Leone XIV, l’unità è ordinata alla fede del mondo (Gv 17,21).
● Battesimale e ministeriale: tutto il Popolo di Dio è soggetto, in una corresponsabilità differenziata che non confonde vocazioni e ministeri.
● Urbana: Roma reale – persone, famiglie, culture, periferie e povertà – è il luogo della missione, non lo sfondo delle attività ecclesiali.
● Sinodale: ascolto, discernimento, decisione, trasparenza e verifica devono diventare stile ordinario della vita pastorale.
● Universale: la missione nella città non sostituisce la missio ad gentes; la Chiesa di Roma condivide la sollecitudine universale del proprio Vescovo.

Conclusione
La linea che unisce il Vaticano II a Leone XIV mostra continuità e sviluppo. Il Concilio stabilisce il fondamento trinitario: la Chiesa è per sua natura missionaria. Paolo VI identifica nell’evangelizzazione la sua vocazione e chiede a Roma una reale koinonia. Giovanni Paolo II traduce questa ecclesiologia nel Sinodo, nel Confronto con la città e nella missione permanente. Benedetto XVI esplicita il soggetto: il Popolo di Dio, nella corresponsabilità di tutti i battezzati. Francesco congiunge conversione missionaria e dimensione costitutivamente sinodale, formulando per Roma una missione di esemplarità. Il Documento finale del 2024 precisa le forme del discernimento, della corresponsabilità e della verifica. Leone XIV assume questa eredità, domanda che Roma diventi laboratorio di sinodalità e conferma nel testo del 2026 il Proemio di In ecclesiarum communione.
L’esemplarità della Chiesa di Roma non consiste nel presentarsi come modello compiuto, ma nel rendere visibile un processo evangelico permanente: ricevere il Vangelo, ascoltare lo Spirito e la città, camminare insieme, discernere, decidere, rendere conto e ripartire per la missione.

Credo che la vostra prestigiosa istituzione accademica può dare un prezioso contributo di riflessione e di studio alle prospettive accennate che vedono nella città sede del successore di Pietro non solo il luogo fisico in cui l’impegno missionario si realizza ma il centro propulsore da cui tale anelito si muove per raggiungere gli estremi confini del mondo. Speriamo di avere tutti lo stesso fuoco che animava l’apostolo Paolo nel dire:

Guai a me se non annuncio il Vangelo! (1 Cor 9,16)

Grazie per l’attenzione e buon Anno Accademico a tutti voi

Baldassare Card. Reina
(Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma)