Ottobre torna ogni anno come un tempo di grazia per la Chiesa italiana. Non semplicemente una ricorrenza da collocare nel calendario pastorale, ma un’occasione preziosa per interrogarsi sulla natura stessa della comunità cristiana. L’Ottobre missionario, promosso in Italia dalla Fondazione Missio della Cei, ci riconsegna infatti una verità tanto elementare quanto esigente: la Chiesa esiste per la missione. E la missio ad gentes, lungi dall’essere un capitolo particolare dell’azione ecclesiale, ne esprime una dimensione costitutiva. In un tempo segnato da guerre, disuguaglianze, migrazioni forzate, crisi ambientali e nuove forme di esclusione, annunciare il Vangelo significa anzitutto rendere credibile la speranza.
La missione non può essere ridotta alla conquista di spazi o alla ricerca di nuovi adepti. È piuttosto uscita da sé, attraversamento delle frontiere, incontro con l’altro. Il missionario non parte perché possiede Dio e deve portarlo a chi ne sarebbe privo: parte perché il Vangelo lo spinge verso l’altro e perché sa che proprio nell’incontro potrà scoprire, ancora una volta, il volto sorprendente di Dio. In questa prospettiva assume particolare rilievo il servizio delle Pontificie Opere Missionarie, espressione della sollecitudine della Chiesa universale verso le giovani Chiese e le comunità che vivono nelle periferie del mondo. In Italia tale servizio trova nella Fondazione Missio uno strumento prezioso di animazione, formazione, informazione e cooperazione. Non si tratta soltanto di raccogliere risorse economiche, per quanto necessarie.
La sfida più profonda consiste nel formare una coscienza missionaria capace di attraversare diocesi, parrocchie, comunità religiose, famiglie e percorsi educativi. Prima ancora delle offerte, occorre una conversione dello sguardo. Questa responsabilità interpella in modo particolare la Chiesa di Roma. Mater et caput, essa porta inscritta nella propria vocazione una speciale responsabilità nei confronti dell’universalità. Roma non può pensare la missione limitandosi al proprio perimetro urbano, per quanto complesso e bisognoso di evangelizzazione. Essere la Chiesa che presiede nella carità significa avvertire come proprie le attese, le sofferenze e le speranze delle Chiese disseminate nel mondo. Dalle periferie africane alle comunità dell’Asia, dai popoli dell’America Latina alle piccole presenze cristiane dell’Oceania, nessuna distanza geografica può trasformarsi in distanza ecclesiale.
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