Veglia per le vocazioni: l’omelia integrale del cardinale Reina

Di seguito il testo integrale dell’omelia pronunciata dal cardinale vicario Baldo Reina durante la veglia di preghiera per le vocazioni

Carissimi giovani,
carissimi fratelli e sorelle,

questa sera siamo qui riuniti per metterci in ascolto del Buon Pastore che ci invita a fermarci, ad ascoltare e ad affidarci. Tre verbi semplici, ma decisivi per ogni vocazione autentica, che il Santo Padre Leone XIV ha voluto consegnarci nel suo Messaggio per la 63ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni “Alla scoperta interiore del dono di Dio”.

Grazie per aver accolto l’invito a sostare in ascolto orante in compagnia del Maestro e in comunione tra di noi!

Il contrasto rispetto alla mentalità dominante del nostro tempo è evidente. Mentre la società ci spinge a correre, ad affannarci in tante cose e soprattutto a produrre, come se fosse solo ciò che “facciamo” a definirci; Gesù, invece, ci chiede di fermarci, di scegliere – in virtù della nostra libertà – di interrompere questa corsa affannosa e di interrogarci sul senso della nostra esistenza, sul motivo per cui siamo stati creati, voluti e desiderati da Dio. È proprio il desiderio la base di partenza di ogni intuizione vocazionale. È opportuno fermarsi proprio per chiedersi: “Che cosa desidero veramente per la mia vita?”; “Che cosa mi fa battere forte il cuore?” e inoltre: “Come posso orientare i miei desideri verso Dio, fonte di ogni bene?”

Diceva C.S. Lewis:«“Le creature non nascono con un desiderio, se di quel desiderio non esiste soddisfazione”. Un bimbo ha fame: esiste il cibo. Un anatroccolo vuole nuotare: esiste l’acqua. […]Se trovo in me un desiderio che nessuna esperienza di questo mondo è in grado di soddisfare, la spiegazione più probabile è che io sono stato creato per un altro mondo» (C.S. Lewis, il Cristianesimo così com’è, 173).

Carissimi giovani, arde nel vostro cuore un desiderio di infinito? Avete già fatto esperienza della frustrazione per cui ogni esperienza di questo mondo è parziale, incompleta, come se rimandasse a qualcos’altro? Se tutto questo si è già agitato nel vostro cuore, è perché esso si possa aprire alla comprensione per cui, qualsiasi sia la vostra vocazione, solo Gesù può essere il senso, l’orizzonte e la pienezza della vita.Egli ci dice: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore» (Gv 15,1).
Il brano di Giovanni che abbiamo ascoltato (15,1-17) è una delle pagine più intense del Vangelo: Gesù si presenta come la vite e noi come i tralci. Non è solo un’immagine bella, è una verità profonda della nostra vita. Per chi è in ricerca, questo testo consegna una verità fondamentale: la tua vocazione non nasce da uno sforzo personale, ma da una relazione. Non sei tu a “costruire” la tua strada da solo; sei chiamato a rimanere in Cristo, a lasciarti amare, a stare unito a Lui. È da questa unione che nasce tutto. Gesù non chiede prima di tutto di fare, ma di rimanere: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Questo può spiazzare, perché spesso pensiamo alla vocazione come se fosse soltanto una scelta da prendere, un progetto da costruire, una risposta da dare. In realtà, prima ancora, è un legame da custodire. Se resti unito a Cristo, la tua strada si chiarisce da sé, come il tralcio che porta frutto perché è attaccato alla vite.

C’è poi un altro passaggio decisivo: «Non vi chiamo più servi, ma amici» (Gv 15,15). La vocazione non è un obbligo, né una rinuncia sterile: è un’amicizia. Gesù ci coinvolge nella sua vita, si fida di noi, ci affida qualcosa di suo. Ci chiama non perché siamo perfetti, ma perché ci ama e vede in ciascuno di noi un frutto possibile. E infine: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). Questo è il cuore di tutto. La vocazione non parte da te: sei preceduto da una scelta, da uno sguardo, da un amore. Scoprirla significa riconoscere dove questo amore ti sta conducendo. Perciò, la domanda vocazionale non è prima di tutto: “Cosa devo fare?” ma: “Qual è lo sguardo d’amore che orienta la mia vita?” Se rimani in Lui, porterai frutto. E quel frutto sarà la tua vocazione. Fermarsi dunque non è fermare la vita, ma interrompere la frenesia per riconoscere una verità fondamentale: noi non siamo la vite, siamo soltanto i tralci. Solo chi si ferma riesce a vedere che la linfa della vita non viene da noi, ma da Lui. Fermarsi è un grande atto di umiltà e di coraggio, e il modo giusto per iniziare ad avere contezza della nostra vocazione.

Dal fermarsi nasce il secondo verbo: ascoltare. Gesù non ci impone un programma da eseguire, ma ci rivolge un invito di amicizia profonda: «Rimanete in me e io in voi» (Gv 15,4). Solo chi resta e non chi scappa, può imparare ad ascoltare veramente. Ascoltare significa mettere l’orecchio sul Suo cuore e lasciarci dire chi siamo davvero. È nell’ascolto di Dio, nella preghiera del cuore, nel tempo speso con Lui e per Lui, che possiamo intravedere ciò a cui Egli ci chiama, la felicità che ci promette. Gesù dice: «Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). Questo amore ha una voce, una direzione, una chiamata. La vocazione è proprio questo: accorgersi che Dio sta parlando alla mia vita, in modo unico e personale. Ma per riconoscerlo serve un ascolto vero, profondo, fedele. Nell’ascolto di Dio, nella frequentazione assidua con il Signore della vita ciascuno di noi riceve sempre e di nuovo l’identità battesimale e su di essa si costruisce ogni vera intuizione vocazionale. La vocazione, infatti, non nasce in prima istanza come un progetto da realizzare, ma può generarsi solo nel momento in cui si accoglie e custodisce l’identità che il Signore ci ha donato nel Battesimo.Siamo cristiani, apparteniamo a Cristo, siamo tralci innestati nell’unica Vite.

Ed è proprio qui che il Vangelo ci provoca con forza. C’è una grande differenza tra portare frutto secondo la mentalità dell’attivismo e portare frutto secondo il Vangelo. L’attivismo ci dice: «Più fai, più vali! Più iniziative, più eventi, più risultati visibili, più sei fecondo»! Misuriamo spesso la vocazione dai numeri, dall’energia spesa, dal consenso ricevuto.Ma Gesù rovescia questa logica: «Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Il frutto vero non nasce dal moltiplicare gli eventi, le iniziative, ma dal rimanere. Il frutto che dobbiamo portare non è la conseguenza della nostra efficienza, ma della nostra comunione fra di noi e con Dio.

Sant’Agostino, commentando questo passo, lo esprime con grande chiarezza:«Il tralcio deve scegliere tra due cose: o la vite o il fuoco: se non rimane unito alla vite sarà gettato nel fuoco. Quindi, se non vuol essere gettato nel fuoco, deve rimanere unito alla vite» (Aug., Com. in Joh. 81,3).Non c’è via di mezzo. O restiamo innestati in Cristo, o ci secchiamo da soli, anche se apparentemente facciamo tante cose.

Ecco allora il terzo verbo, il più decisivo e liberante: affidarsi. Ricordiamoci sempre delle sue parole: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). Se è Lui che prende l’iniziativa, allora posso affidarmi. Anche quando non vedo tutto chiaro, anche quando ho paura, anche quando la strada sembra impegnativa. Affidarsi significa credere che il dono di Dio dentro di me è buono, è vero, ed è più grande delle mie incertezze. Allora la vocazione diventa questo: scoprire dentro di sé un dono già presente, già seminato da Dio, e avere il coraggio di lasciarlo crescere. Affidarsi significa lasciare che sia il Padre l’agricoltore, che sia Lui a potare ciò che è superfluo, anche se in quel momento può essere doloroso, e a far scorrere la linfa dove e come vuole.Affidarsi è dire al Signore: «La mia vita non è un curriculum da riempire con tante cose buone, ma un tralcio da innestare totalmente in Te. Signore, fa di me ciò che vuoi»!Quando ci affidiamo così, il frutto che nasce è diverso: non è il frutto dell’apparenza, ma quello che dura nel tempo; non è il frutto dell’orgoglio, ma quello dell’amore gratuito; non è il frutto che si misura in statistiche o in like, ma quello che nutre davvero la Chiesa e il mondo e che genera futuro.È il frutto di una vocazione vissuta nella fedeltà quotidiana, nella preghiera perseverante, nella carità silenziosa.Da questa prospettiva si comprende non solo l’uguale e altissima dignità di ogni chiamata, ma anche la modalità giusta per accoglierla e viverla.Non possiamo e non dobbiamo lasciare che altro da Cristo prenda il sopravvento nella motivazione più profonda delle nostre scelte.

E, permettetemi di sottolineare, che le vocazioni fioriranno proprio nella dimensione in cui noi comunicheremo solo Gesù Cristo e non noi stessi. È Lui che chiama, è Lui che invita, è Lui che dona la gioia di vivere la Sua Parola lì dove ci troviamo e dove Egli ci ha mandato. Il Bel Pastore sa di che cosa abbiamo veramente bisogno!

Cari amici, in questa Veglia preghiamo perché tutti possano aprire il loro cuore al Signore e rispondere con generosità alla Sua chiamata, preghiamo perché tutti coloro che hanno già intrapreso un cammino non perdano il coraggio e continuino a sentire, nel profondo del cuore, la bellezza di una vita spesa per il Regno. Per tutti noi, chiediamo di diventare tralci sani, ben innestati nella Vite vera, di imparare a fermarci per non perderci, di ascoltarel’unica Parola di Verità per non ingannarci, di affidarci per non cedere a nessuna tentazione di autosufficienza. Comprendiamo che non si tratta di fare subito grandi scelte, ma di iniziare così a fermarsi davvero, ad ascoltare in profondità, ad affidarsi con fiducia. E in questo cammino, poco alla volta, si scopre che il frutto bello e buono che portiamo è proprio la nostra vocazione.

Proprio ora, nel silenzio di questa preghiera, lasciamoci innestare di nuovo. Lasciamo che la Sua Parola poti le nostre ambizioni umane, i nostri calcoli, soprattutto i nostri piccoli e grandi egoismi, e faccia scorrere in noi la linfa sempre viva dello Spirito Santo. Possa Maria, maestra della custodia dell’interiorità, guidarci a scoprire e ri-scoprire il dono della vocazione che Dio ha diffuso nei cuori di tutti noi. Amen.

Baldassare Card. Reina

24 aprile 2026