Il vescovo Marcuzzo: «Gaza è distrutta. Non c’è niente»

Alle 6 del mattino al Santo Sepolcro regna il silenzio. Si celebra all’interno dell’edicola: un piccolo gruppo, in piedi e in fretta. «Tutto quello che si fa al Sepolcro si fa in fretta», dice nell’omelia don Filippo Morlacchi, sacerdote fidei donum della diocesi di Roma, da diversi anni ormai a Gerusalemme, che accompagna il gruppo di operatori dei media e sacerdoti romani in pellegrinaggio con l’Opera romana pellegrinaggi. Il primo, dopo il 7 ottobre 2023.

Nella sede del Patriarcato latino di Gerusalemme il vescovo emerito Giacinto Marcuzzo, già vescovo di Nazareth, saluta «uno dei primi gruppi dopo la ripresa. Speriamo che ci sia la pace – aggiunge -. Non ne siamo ancora sicuri». Qui intanto «noi conserviamo la presenza di Gesù. È quello che fanno i cristiani di Terra Santa, che sono qui dai tempi di Gesù». Lo testimonia il villaggio di Thaibe, rimasto così da allora.

In Palestina si contano oggi circa 50mila cristiani. In Israele circa 150mila. Il muro di separazione impedisce ai palestinesi di entrare per lavorare, quindi ci sono molti stranieri. «I francescani qui, in Giordania, in Libano, in Siria custodiscono la presenza cristiana – sono ancora le parole del presule –. Insieme ai cristiani locali – aggiunge –. In questa diocesi si contano 4 Paesi: Giordania, Palestina, Israele e Cipro. Poi ci sono due vescovi vicari per gli stranieri e uno per gli ebrei cristiani cattolici. Qui facciamo tanto per la pace e l’educazione, con tante scuole. È importante perché nelle scuole pubbliche tutto è musulmano. Ma molti musulmani sono nelle nostre scuole – circa metà e metà – e crescere insieme aiuta a vivere insieme in pace da adulti. Siamo più importanti per le nostre scuole che per le parrocchie. Dove c’è una comunità cristiana c’è sempre un po’ più di pace che altrove».

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8 gennaio 2026