Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes dal 28 al 31 agosto (ORP)
Pellegrinaggio diocesano a Lourdes con l’arcivescovo De Donatis
Sono aperte le iscrizioni al Pellegrinaggio diocesano a Lourdes che quest’anno si svolgerà dal 27 al 30 agosto, nel 160° anniversario delle apparizioni della Vergine a Santa Bernadette. Ad anticiparlo è l’arcivescovo Angelo De Donatis, vicario generale della diocesi, in una lettera in cui invita a partecipare a questo «appuntamento, ormai consolidato da decenni, tutta la Chiesa di Roma nelle varie espressioni, a cominciare dalle parrocchie, la Pastorale della Salute, la Pastorale Universitaria, l’Unitalsi».
Al centro dell’iniziativa, che come sempre verrà curata e preparata in tutti i suoi aspetti logistici dall’Opera romana pellegrinaggi, ci sarà «l’incontro dei pellegrini romani e di tanti sacerdoti ai piedi della Madonna presso la Grotta di Lourdes» per «deporre nelle mani di Maria il nostro cammino e i nostri progetti». Il fulcro tematico sarà lo stesso scelto dal santuario ai piedi dei Pirenei: «La Parola di Maria, che nel Vangelo di Giovanni, ci dice “Fate quello che vi dirà”».
Nell’auspicare la partecipazione corale di tutta la diocesi, l’arcivescovo De Donatis conclude aggiungendo anche che «alla ripresa della vita pastorale, dopo la pausa estiva», questo appuntamento offrirà una grande occasione di «condivisione con la nostra gente e tra di noi, in uno spirito di comunione e di accoglienza delle indicazioni pastorali che ci verranno consegnate per l’anno che ci aspetta».
Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 29 agosto-1 settembre (ORP)
Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 29 agosto-1 settembre (ORP)
Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 2017 Omelia del Vicario della Santa Messa internazionale
Omelia della Santa Messa internazionale
Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 2017
Basilica San Pio X 30 agosto 2017
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Amare Dio con il cuore umile di Maria
Per amare Gesù con il cuore di Maria sua Madre dobbiamo prima di tutto sapere perché Dio ha amato Maria, perché ha posato lo sguardo su di Lei. Ella stessa ce lo dice: «ha guardato l’umiltà della sua serva». L’umiltà è la più grande caratteristica di Maria. Perfino Lutero lo aveva capito e sottolineato. Nel testo biblico il termine greco dice piccolezza, bassezza. Un primo significato è sicuramente sociologico: Maria non era una vip, ma una donna Galilea che tirava avanti cercando di farsi una vita dignitosa nella fedeltà alla Legge. Anche il suo nome era ordinario (era diffusissimo allora). Tra l’altro non era un nome eroico: Giuseppe aveva il nome del grande patriarca figlio di Giacobbe, Gesù è contrazione di Giosuè il grande condottiero di Israele. E Maria? Niente glorie del passato. Anzi, la Maria più famosa era la sorella di Mosè che non era proprio una santa: una chiacchierona che calunniava il fratello! Maria non era speciale, però era unica. Noi dobbiamo fare questa scoperta, una vera conversione: smettiamo di fare gli speciali, e scopriamoci unici davanti a Dio. L’umiltà di cui parla il Magnificat va anche riferito alla beatitudine della povertà: beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno! Chi erano questi poveri al tempo di Gesù? Coloro che non potevano avanzare diritti ma vivevano per la bontà del datore di lavoro. Poveri erano i contadini a giornata, braccianti precari a vita. I poveri in spirito sono coloro che decidono di farsi precari davanti a Dio, cioè di dipendere ogni giorno da Lui senza avanzare pretese. I poveri del vangelo sono quelli che implorano «dacci oggi il nostro pane quotidiano». Maria è umile dunque non solo perché non è speciale ma anche e soprattutto perché ha
scelto Lei di dipendere dal Padre e di non avanzare pretese verso il Figlio. Per questo motivo il cielo l’ha amata: Ella era spiritualmente una precaria senza rivendicazioni!
Sant’Agostino scriveva che per fare il cristiano sul serio ci vogliono tre virtù: «primo, l’umiltà, secondo, l’umiltà, terzo l’umiltà». Sempre l’umiltà, o se volete, tre ambiti di umiltà. Quali? Verso l’io, il prossimo, la storia (abbiamo già visto l’umiltà di Maria verso l’Altissimo). Prima di tutto l’umiltà verso se stessi: non siamo supereroi e non possiamo violentare la vita costringendoci di essere all’altezza di risolvere tutti i problemi; mancanza di umiltà verso se stessi è anche intristirsi sognando stili di vita che non possiamo permetterci. Dire quello che siamo – e non quello che pretendiamo di essere – è umiltà. Siamo delle creature: confessiamolo. Siamo giustamente abituati a confessare i peccati. Ma impariamo anche a dire «sono solo una creatura». Poi c’è l’umiltà verso il prossimo che è tanto grande: significa smettere di manipolare gli altri. Se io sono creatura anche l’altro ha il diritto di esserlo! Gli altri non esistono per diventare come li vogliamo noi. Il grande comandamento «ama il tuo prossimo come te stesso» va proprio in questa direzione. Il suo significato letterale è infatti «riconosci agli altri gli stessi diritti che hai tu». Gli altri hanno diritto di sbagliare, di arrabbiarsi, di ammalarsi… Infine l’umiltà verso la storia. La storia non è il palcoscenico del mio personale eroismo, ma della santità di Dio. Essa contiene il racconto della Sua fedeltà nei nostri confronti. Spesso invece la maltrattiamo con il vittimismo (la vita non mi ha dato questo e questo…) o la lamentela (dovevo fare strada io, e non questo, quest’altro buono a nulla): Maria né si lamenta né è vittima. Sta dritta in piedi sotto la croce.
L’umiltà che piace a Dio, che lo fa innamorare della creatura, è associata nel Magnificat ad un altro termine: “serva”. Ha guardato l’umiltà della sua serva. Maria si attribuisce questo titolo «serva». Eccomi sono la serva del Signore. Nella Bibbia questo termine – riferito agli amici di Dio – non ha un significato dispregiativo: pensate al servo di Isaia che è eletto da Dio. Oppure ad un amministratore delegato
di una grande casa (shalià in ebraico): anch’egli nella Bibbia è detto servo. Attualizzando allora il servo è «la persona di fiducia» non un burattino senza testa. Maria è serva in questo senso: è la donna di fiducia di Dio. Dio si fida di Maria proprio perché e umile. L’arroganza non ispira fiducia, l’umiltà di chi vive nella verità sì! Questa alleanza tra umiltà e affidabilità la troviamo nell’ultimo episodio del vangelo di Giovanni: il Risorto chiede a Pietro: «mi ami tu più di costoro?» e Pietro risponde con umile verità: «Lo sai tu Signore come e quanto ti amo, tu conosci il mio tradimento e il mio amore». Questa realistico sentire di sé fa sì che Cristo scelga Pietro come l’uomo di fiducia: «Pasci le mie pecorelle». Pensate nella nostra cultura come sono diverse le cose: per noi un leader forte è uno che sa il fatto suo, che non sbaglia mai, che mostra i muscoli. Nella Chiesa il vero cristiano affidabile e chi si confessa peccatore, chi non finge, chi parla senza problemi della sua pochezza. «Quando sono debole, allora sono forte» scrive Paolo ai Corinzi. Per servire il Signore ed essere suoi affidabili amici specializziamoci in umiltà. Essa è la più grande competenza per lavorare nel Regno.
Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 2017 Omelia del Vicario della Santa Messa della Riconciliazione
Omelia della Santa Messa della Riconciliazione
Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 2017
Basilica San Pio X 29 agosto 2017
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Ai piedi di Maria la Madre del Signore
Siamo qui ai piedi di Maria per un motivo grande: non solo perché ci sentiamo protetti, o perché fa le grazie, le guarigioni, ecc. Tutto questo è vero e Nostra Madre desidera accontentarci presso il Signore perché il Figlio le ha chiesto di occuparsi di noi. Ma il motivo fondamentale per cui siamo a Lourdes è perché duemila anni fa una donna è diventata la Madre di Dio. Cosa significa? Una cosa grande e inconcepibile dalla mente umana: se Maria non avesse detto “sì” all’Angelo nella sua casa di Nazareth, la nostra vita risulterebbe un “no”; sarebbe rimasta una serie di “no”, di desideri abortiti. Avremmo continuato a cercare Dio a tentoni senza mai trovarlo. Accettando la proposta di Dio Maria ha fatto sì che il Logos rifacesse amicizia col Caos dell’uomo! Umano e Divino sono ridiventati – come in Eden – amici: la terra è fatta per il cielo, e il cielo per la terra. Allora siamo qui perché in Maria capiamo bene – anche se non lo sappiamo esprimere – che tutto quello che ho nel cuore, tutto il mio caos, quello che ho lasciato a Roma, è il luogo dove io e il cielo facciamo amicizia. Stare ai piedi di Maria comporta sposare nuovamente se stessi e la realtà: non la mia parte migliore e basta. Ma – come diceva San Macario il Grande – dobbiamo avere un occhio umile e benevolo sia per il bene che è in noi sia per le zone ancora affascinate dal male, dalla contraddizione. La Madre di Gesù è l’illustrazione più potente di ciò che papa Francesco scrive nella EG «la realtà è superiore all’idea». Vietato scappare dunque! Chi resta con Maria, resta con la sua storia, senza angelismi. Chiediamo dunque a Maria di essere contenti della nostra vita: anche se è una “stalla”, Ella vi adagerà il Salvatore, come a Betlemme.
C’è anche un altro motivo, ancora più profondo. Maria non è una madre qualsiasi: bensì madre vergine. Cioè – lo sappiamo – è diventata madre senza concorso di uomo. Giuseppe è stato il suo vero marito, non il coniuge. «Nacque da Maria Vergine»: è il dogma della nostra fede. Perché? Che cosa cambiava se nostra Madre avesse concepito con un normale e sano rapporto coniugale benedetto da Dio nel matrimonio? Qui c’è un grande mistero della vita credente. Tutto quello che accade in e per Maria è un paradigma, una verifica, per il battezzato. E allora: Maria è vergine perché il Figlio di Dio non poteva essere il risultato dell’amore umano tra Lei e Giuseppe. Gesù è ‘gratis’, per questo Maria è vergine. Nessuna opera umana – nemmeno l’amore – poteva ‘metterlo al mondo’, «produrlo». Non esiste la «fecondazione della grazia assistita» né la grazia in provetta. Gesù è un dono, un regalo. I giudei del tempo sapevano di desiderarlo, lo attendevano, ma non potevano procurarselo da soli. Cristo – dunque – per usare una parola teologica è «indisponibile», ossia non manipolabile, controllabile. Guardando Maria noi impariamo una verità molto difficile: quello che mi serve per salvarmi, per essere nella gioia, IO NON POSSO DARMELO, e nemmeno lo possono gli altri!!! Maria lo sapeva bene: per questo dice all’Angelo «non conosco uomo», ossia «fai tu questa cosa bella, io non posso, non sono capace, da sola non posso dare al mondo il Messia atteso». Quando la creatura tocca il limite, allora Dio fa scavalcare i muri. Se pensiamo di salvarci da soli, o per i nostri soli meriti, rimaniamo legati al palo. Ma questa verità – se amata – diventa una vera gioia: «nulla è impossibile a Dio». L’impotenza di Maria e di ciascuno di noi è luogo confortevole su cui si posa la Potenza dell’Altissimo. Come la bambagia per il criceto! Ecco: diventiamo ‘vergini’ nel cuore: contenti di essere incapaci!
Infine, quando ci mettiamo ai piedi di Maria troviamo anche il serpente, il nemico dell’umana natura. Ricordiamo il libro della Genesi: Dio dice al serpente che la donna – prefigurazione di Maria – schiaccerà la sua testa. Lui cercherà di insidiare il calcagno ma non potrà morderla… perché la testa è tenuta ben ferma sotto il piede. E’ il mistero del male: c’è, si dibatte, si riorganizza sempre in forme nuove, ma non può vincere. Il cristiano non è uno che dice che va tutto bene, che illude gli altri con una pacca sulla spalla. Egli – come comandava Paolo – piange con chi piange! Ma allo stesso tempo non è un pagano senza speranza: il male – lo sa bene – non dura. Allora contemplando Maria e stando ai suoi piedi noi impariamo ad essere persone che vedono il male e si rattristano, ma sanno che ha le ore contate e quindi allo stesso tempo si rallegrano: «beati quelli che piangono perché saranno consolati». Si dice che il pessimista è solo un uomo ben informato. Noi siamo ottimisti non perché ci illudiamo, ma perché abbiamo ricevuto questa dritta – una buona notizia – : al male rimane poco tempo. Il conto alla rovescia è iniziato anche per il serpente. Ci vuole una fede che spera: facciamo l’elenco di tutto il male che c’è nella nostra vita, che abbiamo anche causato noi: peccati, indolenze, tradimenti, indifferenza, maldicenza, sregolatezza, prevaricazione del prossimo… guardiamo il ‘serpente’ e il suo veleno con onestà, senza giustificarci. E quando abbiamo terminato l’elenco diciamo a Dio: «grazie Signore perché il mio male, quello che ho fatto o ricevuto, ha le ore contate». Questa è la fede che spera e che ha animato Maria ai piedi della Croce.
Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 2017 Omelia del Vicario della Santa Messa alla Grotta
Omelia della Santa Messa alla Grotta
Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 2017
31 agosto 2017
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Maria profeta del Regno
Maria è al servizio di Gesù. Ma dopo la risurrezione diventerà madre dei discepoli. Questo è il dono di Gesù sotto la croce: «Ecco la tua Madre», «E il discepolo la prese nella sua casa». Prendere con sé Maria è pericoloso: Giuseppe lo aveva capito bene e non riusciva a dormirci sopra. Alla fine l’Angelo lo convinse: «Non temere di prendere con te Maria». E semplice pregare Maria … ma quanto è difficile prenderla con sé. Perché? Torniamo a Giuseppe. Le uniche maniere che un ebreo aveva di sistemare il problema di una promessa sposa rimasta incinta erano: ripudiarla; riconoscere il figlio ammettendo di essersi unito prima del matrimonio con la donna. In quel tempo avere figli dalla fidanzata non era reato ma qualcosa di sconveniente. C’era anche un proverbio giudaico riferito alla situazione: «Ha voluto cogliere i frutti dell’albero prima del tempo». Giuseppe obbedisce all’Angelo e prende con sé Maria. Non pensiamo mai a cosa significasse. Egli doveva andare in sinagoga ammettendo davanti a tutti che era stato lui e che riconosceva il figlio. Pensate lo sposo castissimo di Maria fare questa dichiarazione vergognosa nella sinagoga di Nazaret durante lo Shabbat!!! E’ pericoloso prendere Maria: si perde la faccia. Giuseppe ha perso la faccia. O la fede o la reputazione. Maria e Giuseppe la reputazione l’hanno persa subito: hanno preso la croce del disonore 30 anni prima che il Figlio finisse in croce. Il vero devoto di Maria perde la faccia per la fede, ce la mette tutta, calpestando il ‘rispetto umano’, l’ipocrisia, il politicamente corretto. Pensate: abbiamo tanta gente buona che fa tanto bene nelle nostre comunità… ma ne abbiamo pochissime che dicono la verità!
Perché Maria è profeta del Regno? Non perché parla, progetta, bensì perché Lei porta lo Spirito. Dove c’è Maria c’è lo Spirito. Ella in cielo è al servizio dell’epiclesi: ogni volta che un cristiano, un prete, un genitore, chiede la luce dello Spirito, Maria si muove. L’Arca santa conteneva in sé – così tramanda il Talmud – il bastone di Mosè, le tavole della legge, una porzione di manna. Maria è la nuova Arca che porta in sé l’Atteso: Gesù Cristo è il bastone di Mosé che ci apre la strada, spalancando il Mar Rosso della nostra vita che è la morte; è la nuova legge dell’amore scritta sul cuore; è il pane del cielo che non si corrompe e che ci fa adatti alla vita eterna. Maria porta sulle montagne della Giudea nel suo stesso grembo, il Liberatore, il Maestro, il Pane di vita. E come dall’Arca usciva un fuoco che consumava, da Maria promana il fuoco che cristifica: non a caso appena Elisabetta la vede viene colmata di Spirito santo e comincia a profetizzare. Si può accostarsi a Maria senza diventare profeti? Impossibile. Si può vivere sotto lo sguardo di Maria senza diventare a nostra volta arca di Dio: cioè persone genitoriali, che hanno in grembo qualcosa che – anche senza volerlo – contagia, salva, fa venire voglia di vivere. Questo è il devoto di Maria: colui che fa venire voglia di vivere in Cristo. Sovente abbiamo progetti tra le mani, idee nella mente, ma poca vita risorta ‘addosso’.
Maria ci costringe anche a sperare nel Regno: «Come aveva promesso ai nostri Padri». Dio non è bugiardo, non inganna; il Dio di Maria è il Dio che mantiene, che non si scorda: questo ci sussurra continuamente nostra Madre alle orecchie. Spesso viviamo una distorsione percettiva della fede: pensiamo che Dio non dimentichi i nostri peccati, e che si scordi di farci felici. Invece la Scrittura dice esattamente il contrario: Dio si getta alle spalle i peccati, e rimane fedele alle promesse. La pensiamo al rovescio rispetto alla Scrittura. Due volte Maria spera stringendo i denti: a Nazareth e al Calvario. A Nazareth decide di sperare anche se pensa di non essere adatta, sul Calvario spera anche se le apparenze dicono che il Dio di Gesù non è all’altezza. Ci sono – infatti – due mancanze di speranza. La prima: Dio è grande ma io non sono capace; la seconda: potrei farcela ma Dio è latitante. La prima Maria la sperimenta a Nazareth, la seconda al Calvario. Quale delle due è peggio, più deprimente? Dipende dai caratteri. Sicuramente dai tanti “non temere” che ricorrono nella Scrittura sembra che la prima (non sono capace) sia la più frequente nel credente. Paolo ci aiuta: non bisogna confidare in se stessi ma «nella grazia di Dio che è con me». Maria è piena di questa grazia che la distoglie dal pensarsi inadeguata: lo sa benissimo che lo è, ma non importa. Per sperare nella grazia bisogna dimenticarsi.










