11 Maggio 2026

Al via il pellegrinaggio diocesano a Fatima

«Il messaggio di Fatima ci porta al cuore del Vangelo che rende visibile l’Amore misericordioso di Dio. Nostra Signora di Fatima è attenta alle richieste dell’uomo che aspira ad incontrare e vivere questo Amore e chiede ai pastorelli di pregare per la conversione dei peccatori e del mondo intero. Alla scuola di Maria riscopriamo la centralità di Dio». Monsignor Remo Chiavarini, amministratore delegato dell’Opera romana pellegrinaggi, annuncia così il pellegrinaggio diocesano a Fatima, che porterà i fedeli romani nella cittadina portoghese dall’11 al 14 ottobre, guidati dal vescovo ausiliare per il settore Centro monsignor Daniele Libanori.

«Quest’anno la proposta assume un significato particolare – spiega monsignor Chiavarini – perché, a motivo della pandemia, ci poniamo come mendicanti nei confronti della Madonna, alla quale chiediamo protezione, riscoprendoci bisognosi dell’aiuto della Madre e di Dio». Garantendo il rispetto «di tutte le necessarie precauzioni per tutelare la salute dei partecipanti – prosegue –, vogliamo vincere le reticenze, mettendoci in viaggio, dimostrando serenità, non leggerezza, certi che anche il nostro andare sia un gesto capace di trasmettere un sentimento di fiducia, per non lasciarci paralizzare dalla paura per l’attuale situazione sanitaria e recuperare gradualmente un senso di ritorno alla normalità».

Si parte l’11 ottobre alla volta di Lisbona, dove si comincia con un giro della città: il Monastero Dos Jeronimos, realizzato in stile “manuelino”, fatto costruire da Re Manuele I per celebrare il ritorno del navigatore Portoghese Vasco de Gama (qui sepolto), la Torre di Belem, simbolo della città, la Cattedrale, costruita intorno al 1150 per il primo vescovo di Lisbona, sul terreno di una vecchia moschea; la Chiesa di Sant’Antonio da Padova, costruita sulla sua casa natale. In serata si prosegue per Fatima, con un saluto alla Madonna presso la Cappellina delle Apparizioni e la recita del Rosario. La giornata del 12 ottobre sarà ancora dedicata a visite e celebrazioni: al mattino la Messa nella Cappellina delle Apparizioni; nel pomeriggio Via Crucis a Os Valinhos, luogo della prima e terza Apparizione dell’Angelo e della Vergine nel 19 agosto 1917; poi la visita di Aljustrel, il villaggio natale dei tre pastorelli.

Il 13 ottobre è il giorno in cui ricorre l’anniversario del miracolo del sole, nonché dell’ultima apparizione della Vergine: nel 1917 una moltitudine di persone, radunate alla Cova da Iria, presso Fatima, videro il disco solare cambiare colore, dimensione e posizione per circa dieci minuti. Verrà quindi celebrata la Messa dell’Anniversario dell’Ultima Apparizione, durante la mattinata, mentre nel pomeriggio sono previste la visita guidata del Santuario del Rosario e della basilica della Santissima Trinità, e un momento di catechesi davanti al mosaico che descrive il Cap. 22 dell’Apocalisse di San Giovanni realizzato da padre Mark Rupnik. Il 14, dopo la Messa, i partecipanti torneranno a Lisbona e di qui a Roma.

7 ottobre 2020

A Roma l’assemblea delle fondazioni antiusura

Stefano Zamagni

“Scenari e responsabilità sociali, economiche e finanziarie dopo l’emergenza sanitaria: quali rischi e opportunità per la cura del bene comune”. È il tema al centro dell’Assemblea della Consulta Nazionale Antiusura “Giovanni Paolo II”, che si terrà a Roma sabato 10 ottobre, presso il Vicariato (piazza San Giovanni in Laterano 6/a).

Il convegno inizierà alle ore 10, trasmesso anche via Facebook (Caritas Diocesi Di Roma) con gli interventi dell’economista Stefano Zamagni su “Economia, Finanza e Fraternità: percorsi possibili nei nuovi scenari post Covid-19” e del sociologo Maurizio Fiasco su “Famiglie e imprese vulnerabili: nuovi profili di fragilità e strategie di supporto nell’attuale contesto socio-finanziario”.

Le conclusioni saranno affidate al Presidente eletto della Consulta Nazionale Antiusura “Giovanni Paolo II”.

Per partecipare occorre la prenotazione all’email: f.antiusura@caritasroma.it.

6 ottobre 2020

Il 9 ottobre una serata dedicata a Raffaello

Foto di Annalisa Maria Ceravolo

“Raffaello, Roma e l’ideale del Rinascimento” è il tema della serata organizzata dall’Ufficio per la cultura e l’università del Vicariato di Roma per venerdì 9 ottobre, alle ore 19 all’Orto Botanico (largo Cristina di Svezia, 24), a cinquecento anni dalla morte di Raffaello Sanzio. Durante l’incontro verranno presentati alcuni video che raccontano i luoghi romani dell’artista urbinate, illustrati da monsignor Andrea Lonardo, direttore dell’Ufficio diocesano; mentre l’attore Giorgio Latini leggerà alcuni sonetti e brani della famosa lettera sulla conservazione delle antichità romane a Leone X, che però non fu mai né terminata né spedita.

«In generale in pochi collegano il Rinascimento a Roma – evidenzia monsignor Lonardo –, ma è sbagliato. Raffaello soggiornò a Villa Farnesina, dell’amico banchiere Agostino Chigi, a cinquanta metri dall’Orto Botanico. Possiamo quasi immaginarlo mentre passeggiava su via della Lungara… Raffaello rappresenta la bellezza ideale, l’armonia, eppure muore a 37 anni. Il suo amico Agostino morirà 4 giorni dopo. Si sperimenta così la fragilità della vita, la stessa che stiamo sperimentando in questi mesi con il coronavirus». L’artista, che fu anche architetto, «rappresenta un ponte tra il mondo classico e quello cristiano – prosegue il direttore dell’Ufficio diocesano –. Tutto quello che c’è di bello nell’antico trova in qualche modo compimento nel cristianesimo. Nonostante Raffaello stesso non fosse tipo da affetti stabili, come anche tanti artisti e non solo suoi contemporanei, volle essere seppellito al Pantheon. Su via dei Coronari, inoltre, affittò una palazzina per far celebrare messe in suo onore».

Pantheon, Santa Maria della Pace, Villa Farnesina, Santa Maria del Popolo, Sant’Eligio degli Orefici, Sant’Agostino… Sono tutti luoghi romani legati a Raffaello e verranno presentati, nell’incontro di venerdì, attraverso dei video realizzati dall’Ufficio per la cultura e l’università e dall’Ufficio per la pastorale del tempo libero, del turismo e dello sport del Vicariato di Roma. Hanno partecipato alla realizzazione Alessandro Zuccari, ordinario di Storia dell’arte moderna alla Sapienza-Università di Roma e accademico dei Lincei; Antonio Sgamellotti, professore emerito dell’Università degli Studi di Perugia e accademico dei Lincei; Aldo Vitali, console camerlengo dell’Università e Nobil Collegio degli orefici, gioiellieri e argentieri dell’Alma Città di Roma; il quartetto vocale “Errar cantando”, che ha eseguito “In Te Domine speravi” di Josquin Desprez. Monsignor Lonardo è autore e narratore dei testi; don Francesco Indelicato, direttore dell’Ufficio per la pastorale del tempo libero, del turismo e dello sport, ha curato riprese e montaggio; Francesco d’Alfonso è direttore di produzione e curatore delle musiche; Annalisa Maria Ceravolo ha curato la segreteria di produzione, le riprese e le fotografie; Claudio Tanturri la segreteria di produzione. I video verranno poi raccolti e ampliati in un unico documentario, che sarà disponibile on line nei giorni successivi all’incontro.

L’ingresso a “Raffaello, Roma e l’ideale del Rinascimento” può avvenire esclusivamente su prenotazione a ufficioculturaeuniversita@diocesidiroma.it. L’incontro sarà trasmesso in diretta streaming su www.radiopiu.eu. I giornalisti e operatori media che desiderano partecipare devono contattare l’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi: stampa@diocesidiroma.it.

5 ottobre 2020

Presiede la riunione del capitolo della basilica lateranense

Presiede la riunione del capitolo della basilica lateranense.

Tutela dei minori, prevenire e sanare. A colloquio con la referente diocesana Vittoria Lugli

di Giulia Rocchi da Roma Sette

«Quando si addestrano i piloti delle Frecce Tricolori, bisogna evitare che accada qualsiasi incidente. Così in qualche modo è con i reati che hanno come vittime i minori: bisogna evitare che vengano commessi». A parlare è Vittoria Lugli, referente diocesana e coordinatrice regionale del Lazio per la tutela dei minori (vescovo ausiliare referente per questo Servizio è monsignor Guerino Di Tora). Nell’ufficio, al piano terra del Palazzo del Vicariato, è attivo il centro di ascolto, che funziona previo appuntamento telefonico al numero 06.69886100. «Qui si possono presentare denunce ed essere ascoltati anche su situazioni datate, perché nessun tipo di reato sessuale va in prescrizione, come ferita nelle persone… Ferite ancor più profonde se provocate da un sacerdote, un catechista, un educatore».

Non solo. Il Servizio diocesano si occupa di formazione e prevenzione, in linea con le indicazioni del Servizio nazionale Cei per la tutela dei minori, che giusto la scorsa settimana – mercoledì 23 settembre – ha pubblicato on line i primi due sussidi per formatori, educatori e operatori pastorali: uno sulle “Buone prassi di prevenzione e tutela dei minori in parrocchia” e l’altro su “Le ferite degli abusi”.

Psicoterapeuta sistemico–relazionale, esperta di famiglie, coppie e dinamiche intrafamiliari, Lugli ha nel suo curriculum anni di collaborazione con l’Aeronautica militare italiana. «Sento come una missione questo nuovo compito – dice –; penso sia fondamentale dare strumenti educativi nuovi e diversi. I Servizi diocesano e nazionale rappresentano la grande attenzione da parte della Chiesa e di Papa Francesco ai minori e alle famiglie. Vogliamo dire che ci siamo per chiedere perdono, ascoltare, indirizzare e sanare anche le ferite. Questo non è un tribunale, ma è un accompagnamento, perché la giustizia deve comunque seguire il suo percorso: laddove non c’è sanzione non c’è neanche reale riconoscimento del reato». Fondamentale è «la prevenzione: in un ambiente che previene – spiega –, dove si è a norma, l’incidente non avviene quasi mai. Dove invece c’è degrado ambientale spesso c’è anche degrado comportamentale».

Quello che viene proposto è «un approccio agli abusi di tipo sistemico». Non basta «la buona volontà, serve una preparazione idonea degli operatori – ribadisce la responsabile –; deve passare l’idea che la tutela del minore appartiene a tutta la comunità». In poche parole «tutta la parrocchia è responsabile dei minori che le sono affidati», come si legge anche nel sussidio Cei sulle “Buone prassi” curato da don Gianluca Marchetti e don Francesco Airoldi, del Servizio nazionale. Nel volume, una serie di regole e raccomandazioni anche puntuali su come gestire determinate attività affinché i più piccoli possano sempre sentirsi al sicuro, e un eventuale “orco” sia neutralizzato a priori. «Essere sempre visibili agli altri operatori pastorali o comunque ad altri adulti quando si svolge qualche attività con i minori», si legge, ad esempio, a pagina 14. Ancora, prestare attenzione particolare durante l’oratorio estivo o attività sportive ospitate negli spazi parrocchiali, quando circola un maggior numero di ragazzini; chiudere con accuratezza cantine, seminterrati, magazzini, ripostigli; informare le famiglie delle attività che vengono proposte e delle relative modalità organizzative ottenendo le opportune autorizzazioni. Ma non basta.

Serve una formazione e attenzione continua. «Ad aprile – spiega Lugli – avrei dovuto iniziare un percorso formativo nei quattro Seminari diocesani, che purtroppo è stato posticipato per via del coronavirus, ma inizierà a breve. Il corso mira a coniugare informazioni scientifiche, come ad esempio delineare la personalità dell’abusatore, e a creare una cultura che sia di aiuto nel rapportarsi con educatori e famiglie». In programma anche percorsi di approfondimento per chi è già sacerdote e per i laici impegnati nella pastorale. «Bisogna avere gli strumenti giusti nella propria borsa: questo vuol dire fare prevenzione», dice la psicoterapeuta. «Per fortuna – aggiunge – non parliamo di fenomeni diffusi, ma il problema non è tanto quante mele marce ci siano, ma quanto la presenza anche di una sola sia un fallimento per tutti. Se ci sono minori che non vengono tutelati vuol dire che tutta la comunità non ha vigilato abbastanza. Bisogna occuparsi delle emergenze prima che succedano».

Come dice Papa Francesco, nel motu proprio del 7 maggio 2019. «I crimini di abuso sessuale offendono Nostro Signore – si legge nella lettera del Pontefice –, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e ledono la comunità dei fedeli. Affinché tali fenomeni, in tutte le loro forme, non avvengano più, serve una conversione continua e profonda dei cuori, attestata da azioni concrete ed efficaci che coinvolgano tutti nella Chiesa, così che la santità personale e l’impegno morale possano concorrere a promuovere la piena credibilità dell’annuncio evangelico e l’efficacia della missione della Chiesa».

5 ottobre 2020

Consiglio dei prefetti

Consiglio dei prefetti

Giornata per la carità del Papa

Giornata per la carità del Papa

Processione del Senor de Los Milagros fino a San Giovanni in Laterano

Processione del Senor de Los Milagros fino a San Giovanni in Laterano, a cura dell’Ufficio per la pastorale delle migrazioni.

Ordinazioni presbiterali presiedute dal cardinale vicario nella basilica di San Giovanni in Laterano

Ordinazioni presbiterali presiedute dal cardinale vicario nella basilica di San Giovanni in Laterano

Nella basilica di San Giovanni in Laterano presiede le ordinazioni presbiterali

Nella basilica di San Giovanni in Laterano presiede le ordinazioni presbiterali.

La testimonianza delle monache agostiniane: “rimanere” declina l’amore

Pubblichiamo la testimonianza della priora suor Fulvia Sieni e delle sorelle Agostiniane dei Santi Quattro Coronati su questo tempo di emergenza sanitaria.

“RIMANERE” DECLINA L’AMORE

Don Camillo spalancò le braccia rivolto al Crocifisso: “Signore se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?” il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancora più fertile dal limo del fiume e il seme fruttificherà. (…) Bisogna salvare il seme: la fede”.

Queste parole che Guareschi mette sulle labbra del suo Crocifisso sembrano fare eco a quelle che la nostra amica Etty Hillesum scriveva una domenica mattina del 1942: “Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. (…) Una cosa però diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. (…) E quasi ad ogni battito del mio cuore cresce la mia certezza: tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.”

Mi sembra di poter dire che queste due intuizioni spirituali interpretino bene il modo in cui abbiamo vissuto e stiamo vivendo (ancora) questo tempo.

Tutti l’abbiamo percepito come l’arrivo di un temporale: sembrava passeggero e pareva bastassero ombrello e stivali; poi si è rivelato un’alluvione dirompente (“una tempesta” dirà Papa Francesco il 27 marzo), che si è abbattuta travolgendo gli argini delle routines quotidiane che ci davano sicurezza e scoperchiando i tetti della nostra malcelata vulnerabilità.

Il confinamento che sembrava un’ipotesi improbabile (lontana quanto la Cina) è divenuto presto realtà così come l’impossibilità a celebrare l’Eucarestia, a confessarsi (fatti distanti da noi romani almeno quanto l’Amazzonia)… impensabili e poi concreti da un giorno all’altro.

In modo ingenuo, direi semplice, qualcuno, forse per incoraggiarci, ci ha detto che tutto sommato per noi monache non sarebbe cambiato nulla: in clausura eravamo e in clausura restavamo. (Giravano anche vignette ironiche sul web)

Ma non è mai stato vero: anche per noi è cambiato tutto!

Questo tempo, a noi come a tutti, ci ha strappato da ogni distrazione, letteralmente cioè ha spazzato via ogni movimento, ogni spinta che potesse portarci lontano dalla realtà e dal suo dolore.

Emozioni, affetti, sentimenti, preghiera, pensieri, parole… Tutto si è impregnato delle angosce, del lutto e delle speranze che stavamo e stiamo vivendo (perché dobbiamo ricordarci che in alcune parti del mondo il virus è ancora molto violento). Il succedersi implacabile di cattive notizie ci ha coinvolto in modo forte regalandoci l’impressione certa non solo di sapersi, ma di sentirsi corpo, Corpo di Cristo, legate in modo indissolubile come membra vive gli uni agli altri; di appartenere ad un popolo, indispensabili nel tessere legami di reciprocità e di cura.

Abbiamo sentita interpellata la nostra fede. Il grido di paura in tutta la sua drammaticità, ci ha raggiunto, lo abbiamo ascoltato in noi e fuori di noi; abbiamo pianto, pregato, offerto quanto potevamo, proprio come tutti.

L’aver fatto interiormente e comunitariamente esperienza di questo sgomento, ci ha permesso di preoccuparci in modo molto concreto delle persone che, come noi, cercavano ragioni per sperare dicendo come Israele nel deserto: “il Signore è in mezzo a noi sì o no?” (Es 17,7)
Il portone del Monastero si chiudeva, le porte di tutti si serravano come quelle delle chiese, anche della nostra, e noi abbiamo sentito nitida la chiamata ad uscire.

Subito dopo aver celebrato l’ultima messa, l’8 marzo, per Grazia abbiamo compreso di dover uscire noi, di far sentire fuori la voce della Parola e la forza della preghiera perché nessuno si sentisse solo. Questa inquietudine ci ha fatto aprire il cuore e la mente alla creatività dello Spirito che ci ha permesso di inventare nuovi modi per vivere il nostro ministero di presenza, preghiera e intercessione: così ogni giorno, per 81 giorni, abbiamo pubblicato in rete un breve video con un canto, il Vangelo del giorno e un nostro commento che voleva essere una parola di incoraggiamento e di aiuto a riconoscere la Buona Notizia che il quotidiano porta comunque con sé.

È stato impegnativo, laborioso e bellissimo!

Sostare a lungo insieme sulla Parola per produrre solo 20 secondi di commento ha aiutato prima di tutto noi a rimanere centrate sul Vangelo e, sappiamo, ha aiutato migliaia di persone che volentieri ascoltavano un annuncio sereno e allo stesso tempo forte, cui aggrapparsi per vivere l’emergenza e affrontare la paura un giorno alla volta.

Organizzandoci poi con mezzi semplici (e superando non poche difficoltà tecnologiche) abbiamo pensato di andare incontro a tutti ancora condividendo la Liturgia delle Ore, le Lodi, il Vespro e la Compieta tramite il canale YouTube; così anche la Settimana Santa nei suoi momenti di preghiera più intensi e poi fino alla Pentecoste. Abbiamo scoperto che centinaia di persone, bloccate in casa, si univano in diretta alla preghiera, molte di più di quanto la nostra piccola Basilica possa contenere. Abbiamo gustato fortissima la comunione, la forza dell’intercessione e la compagnia di un popolo orante.

Abbiamo scelto di vivere questo tempo come Aronne e Cur sul monte con Mosè, chiamati a sostenere le braccia della Chiesa in preghiera durante il gran combattimento della fede.

Nel frattempo, i contatti si sono moltiplicati: e-mail, messaggi, telefonate con richieste di ascolto soprattutto e di aiuto per affrontare la paura, l’ansia, la sfiducia e le difficoltà della improvvisa convivenza forzata.

Impropriamente chiamato clausura, il confinamento cui tutti sono stati sottoposti, ha snudato le relazioni già fragili e ha rivelato la difficoltà di molti a “rimanere” lì dove la storia e la loro vocazione li hanno collocati. Sappiamo che nel Vangelo il verbo “rimanere” è uno dei verbi in cui si declina l’amore; in molti, sebbene non tutti, abbiamo preso consapevolezza della nostra incapacità ad amare persino le persone più vicine. Non solo le famiglie ma anche alcune comunità di vita consacrata hanno patito il venir meno delle attività che normalmente vissute fuori di casa o dal convento, magari in parrocchia o con i giovani, portavano al rarefarsi della condivisione. Alcune sorelle ci hanno chiesto aiuto per rimodulare la loro vita comunitaria e per reimparare a stare insieme.

La nostra miglior risorsa, la vita fraterna, ci ha permesso di essere davvero prossime comprendendo le fatiche e aiutando a rasserenare anche situazioni complesse. Non che nella nostra vita manchino le difficoltà, ma la grazia di viverla ci insegna a riconoscerle e affrontarle. Siamo allenate ogni giorno a questo dalla “stabilità” che caratterizza il monachesimo.

Abbiamo trovato bellissima questa condivisione e queste relazioni di aiuto che inverano la forza e la reciprocità di ogni vocazione laddove ciascuna porta un annuncio a tutte le altre.

Nemmeno a noi è mancato il sostegno concreto di molti: la Provvidenza si è fatta presente attraverso persone amiche che hanno provveduto a noi per i farmaci, la spesa ordinaria, e poi la Caritas diocesana che ci ha aiutato con beni di prima necessità e ci ha permesso di aiutare altri Monasteri della città in difficoltà e numerose famiglie.

Per vivere con maggior consapevolezza abbiamo poi deciso di creare uno spazio di pensiero, trasformando il nostro incontro comunitario quotidiano in un laboratorio vero e proprio dove elaborare insieme il vissuto di questo tempo leggendo articoli, riflessioni, condividendo considerazioni, aiutandoci a verbalizzare il dolore, la paura, le preoccupazioni, ma anche e soprattutto la fede, le speranze, i sogni, le idee… Il laboratorio è ancora aperto!

Nessuna di noi prima d’ora, nemmeno le più anziane, aveva vissuto un tempo storico così difficile e delicato, e nemmeno così violento. Nessuna è testimone di guerre o eventi globali drammatici.
Questo momento crea in noi un prima e un dopo, e vogliamo che sia così: come deve esserci un’umanità di prima e una di post-Covid, così dovrà esserci una Chiesa, e una Chiesa di Roma, di prima e di post-Covid, e così vogliamo che sia per la nostra Comunità.

2 ottobre 2020

Partecipa al ritiro spirituale del Consiglio episcopale nel Convento dei Padri Passionisti al Celio

Partecipa al ritiro spirituale del Consiglio episcopale nel Convento dei Padri Passionisti al Celio.

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