5 Maggio 2026

Esercizi spirituali per sacerdoti, diaconi e consacrati a Fatima predicati da S.E. Mons. Andrea Ripa (ORP)

Esercizi spirituali per sacerdoti, diaconi e consacrati a Fatima predicati da S.E. Mons. Andrea Ripa (ORP)

Esercizi Spirituali per il Clero Diocesano “Casa di Santa Brigida”, MGR. Etienne VetÖ (Ufficio per la Formazione Permanente del Clero)

Esercizi Spirituali per il Clero Diocesano dalla cena di domenica 11 al pranzo di sabato 17 gennaio – “Casa di Santa Brigida”, MGR. Etienne VetÖ (Ufficio per la Formazione Permanente del Clero)

Santa Messa presso la parrocchia San Gabriele Arcangelo in occasione del 70° dell’istituzione canonica

Santa Messa presso la parrocchia San Gabriele Arcangelo in occasione del 70° dell’istituzione canonica

La Messa in suffragio delle giovani vittime di Crans-Montana: l’omelia integrale del cardinale Reina

Ci lasciamo guidare dalla pagina di Vangelo appena ascoltata, per cercare un aiuto per vivere cristianamente la morte di Giovanni, Achille, Emanuele, Chiara, Riccardo e Sofia; i nostri giovanissimi connazionali morti nella tragedia di Crans-Montana. Ci sentiamo vicini alle loro famiglie e li consideriamo parte delle nostre famiglie, in un dolore che patisce tutto il nostro Paese, facendoci sentire un’unica grande famiglia che soffre.

In questa unica famiglia del dolore, avvertiamo una straziante comunione con chi piange la morte di un proprio caro oltre ogni confine, e con chi, in quest’ora, lotta per la vita e la guarigione, aiutati da soccorritori, e assistiti da medici, infermieri, psicologi, nell’ospedale Niguarda di Milano e in tutti gli altri centri sanitari, che ci hanno mostrato, loro per primi, e ci mostrano con lacrime e sudore, che sono tutti figli nostri.

L’episodio del Vangelo di Marco narra di un breve momento in cui Gesù si allontana dai suoi discepoli per ritirarsi in preghiera. I discepoli, obbedendo alle sue indicazioni, salgono sulla barca per precederlo a Betsaida, sull’altra riva del lago di Tiberiade dove ora si trovano. Giunti a metà della loro navigazione, li vediamo affaticati a remare, bloccati come dentro un vortice di acqua e vento contrario; inutile pare ogni sforzo per contrastarlo; risulta impossibile raggiungere l’altra riva.
In questa scena potremmo comporre tutte quelle situazioni in cui la fatica del vivere e del comprendere si congiungono nell’estenuante sforzo incapace di contrastare la violenza che si oppone, l’annichilimento che dispone. Le onde sovrastano la nostra debole imbarcazione, i venti si scatenano, i dubbi ci sovrastano, le paure ci paralizzano. E noi, in mezzo a questo scenario, siamo stremati dallo sforzo e impotenti nel cercare un approdo sicuro.

La tragedia di Crans-Montana ha liberato un vortice che ci avvinghia: siamo tutti noi, ora, su quella barca, a cercare l’uscita che quei ragazzi non hanno trovato per mettersi in salvo. Il vortice di morte sconvolge i sentimenti, una spirale indomita inghiotte storie, volti, sguardi, sorrisi, sogni, sfigurando la bella giovinezza, e torce le domande che tornano a noi mute: com’è stato possibile? Si può morire così?

Siamo di fronte alla voragine che quel vortice ha scavato. Le onde schiaffeggiano le nostre coscienze, i remi impotenti contrastano al limite di spezzarsi. La potenza delle acque tutto sommerge. A stento si distinguono l’incommensurabile dolore delle famiglie, e la negazione di un principio di natura che lega la giovinezza alla pienezza di vita, e non alla morte, e più insensato e insopportabile, a una morte che non solo si poteva evitare, ma che si doveva evitare.

Come per un’esigua, nascosta e misteriosa risorsa continuiamo a vivere, così proseguiamo a leggere questa pagina di Vangelo che ci racconta di Gesù che non era con loro, ma che li vede annaspare, e li raggiunge come per superarli, incredibile, camminando sulle acque. Per comprendere, abbiamo bisogno di ricorrere alla comprensione dei simboli. Lì dove prevale assegnare all’acqua il significato della vita, il contesto biblico, vi lega quello della morte: la profondità dell’acqua è sempre simbolo di morte. Gesù che vi cammina sopra si manifesta come Signore della vita, prefigurando il suo destino che prevederà il suo morire, che ce lo renderà ancor di più fratello, ma che si compirà nella vittoria sulla morte con la sua resurrezione, di cui siamo tutti resi partecipi grazie a Lui.

Come i discepoli di Gesù possiamo non considerare possibile l’impossibile che le misure umane non conoscono. Forse anche a noi, «sconvolti» capita di gridare: «è un fantasma», non è reale, non è ammissibile, nell’ossessione che l’ultima verità dell’esistenza sia soltanto quella della morte, contro cui si scontrano le nostre speranze.

Gesù finalmente parla, e si rivolge loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura», e sale sulla barca, con loro, e il vento cessò.

Sale sulla barca, la nostra barca, la nostra vita che la tempesta sta sconvolgendo. E il vento allenta il suo morso. Il suo mistero è questo, entra nella nostra vita, entra nella nostra morte, rianima la nostra esistenza vincitore sulla morte con la sua resurrezione.

Questa è la fede con cui riconosciamo la verità e il conforto di quella voce che abita il dolore di questa tragedia. Nessuna parola cede all’irrilevanza nel Vangelo. In questo racconto descrivendo Gesù che raggiunge i suoi discepoli, viene detto che «andò verso di loro, camminando sul mare e voleva oltrepassarli». Sembra la manifestazione di un’intenzione abbandonata. Non deve sorprendere questa volontà di passare avanti, come farebbe il maestro che mostra la via, e i discepoli dietro. Ma ci sono momenti, come questo, in cui viene documentato quello che sembra un ripensamento, e manifesta la qualità speciale della sua compassione, che esprime il modo con cui il Signore vuole essere non solo per noi, ma con noi, nella tempesta, fugandola insieme alla paura di rimanere prigionieri della morte.
Ogni volta di fronte alle tragedie è legittimo domandarci dov’era Dio, perché l’ha permesso, cercando in Lui la causa remota, la cui esistenza disperatamente sembra consolarci o alimentare la più radicale ribellione. Ma, come in questo episodio del Vangelo, cercando Dio, lo troveremo, nel suo Figlio, accanto a noi nella barca sconvolta dall’impeto delle acque, troppo piccola per vincerne la forza, così come ci è apparso inadeguato quel locale di festa che si è rivelato una trappola mortale. Lo troveremo vittima con chi è vittima, figlio tra i nostri figli morti, feriti, lacerati da quanto accaduto, e la causa non dovrà essere cercata in cielo, ma in terra.

Oggi nel dolore che punge avvertiamo che mentre sono tutti figli nostri, devono rimanere figli nostri anche tutti quelli che dovranno vedere riconosciuto per se stessi, per gli altri e dagli altri, il diritto a difendere la propria giovinezza, a vivere e a divertirsi in sicurezza, individuando regole e sostenendo convintamente il loro rispetto.

Se tutti ci sentiamo genitori nel dolore, se ci sentiamo fratelli, sorelle, amici in questa tragedia, dobbiamo essere genitori, fratelli, sorelle, amici perché questo non accada più.

Di fronte alla morte ci sentiamo impotenti, travolti dalle domande, spettatori inerti, dilaniati dal dolore perché il filo prezioso della vita è stato spezzato, sappiamo che tutto questo poteva essere evitato, rendendo più acuto il soffrire.

Più acuto sarebbe il tormento se di quanto accaduto rimanesse la cenere dei silenzi, dell’assenza di spiegazioni, dell’opacità e dell’inerzia nella ricerca delle cause, e peggio si rimuovesse la tragica lezione che ci impegna alla custodia del diritto alla giovinezza che non ammette negligenze.

Ci rivolgiamo a Dio, il tessitore di questi fili meravigliosi, fiduciosi che nulla e nessuno vada perduto risentendo quelle parole di Gesù a cui ci affidiamo, e che mentre ora, sgomenti, ci diventano difficili da pronunciare, sono la nostra speranza: «Questa è la volontà di chi mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo resusciti nell’ultimo giorno» (Gv 6, 39).

Giovanni, Achille, Emanuele, Chiara, Riccardo e Sofia, sono i nomi che Dio tiene scritti, indimenticabili nel palmo della sua mano, e che ora piange con le nostre lacrime, in attesa. Perché nulla è finito, nessuno è perduto.

Baldassare Card. Reina
Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma

9 gennaio 2026

La 37ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei

Il vescovo Spreafico

«In occasione del 60° anniversario della promulgazione della dichiarazione Nostra Aetate, uno dei frutti del Concilio Ecumenico Vaticano II conclusosi l’8 dicembre 1965, ho avuto modo di ribadire il rigetto categorico di ogni forma di antisemitismo, che purtroppo continua a seminare odio e morte, e l’importanza di coltivare il dialogo ebraico-cristiano, approfondendo le comuni radici bibliche. Nella medesima circostanza commemorativa, l’incontro con i rappresentanti di altre religioni mi ha consentito di rinnovare l’apprezzamento per il cammino fatto negli ultimi decenni lungo la strada del dialogo interreligioso, perché in ogni ricerca religiosa sincera, c’è un “riflesso dell’unico Mistero divino che abbraccia tutta la creazione”».

Le parole pronunciate questa mattina da Papa Leone XIV nel discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ci conducono verso la 37ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, che si celebrerà sabato 17 gennaio 2026, che avrà per tema “«In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (GN 12,3). Sessant’anni di Nostra Aetate”. Nella diocesi di Roma, per l’occasione, è in programma un incontro presso la Pontificia Università Gregoriana, promosso dall’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della diocesi con la Comunità ebraica di Roma, in collaborazione con il Centro Cardinal Bea per gli Studi Giudaici. L’appuntamento è per mercoledì 14 gennaio, alle ore 18, nell’Aula C008 dell’ateneo di piazza della Pilotta, 4. Introdurrà i lavori il professor Massimo Gargiulo, pro-direttore del Centro Cardinal Bea per gli Studi Giudaici dell’Università Gregoriana; interverranno poi rav Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, e monsignor Ambrogio Spreafico, vescovo emerito di Frosinone-Veroli-Ferentino-Anagni-Alatri. Modererà l’incontro monsignor Marco Gnavi, responsabile dell’Ufficio per l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e i nuovi culti della diocesi di Roma.

«Questo incontro, in un anno così difficile – riflette monsignor Gnavi –, assume un significato profondo a partire dalla volontà congiunta dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane e della Conferenza episcopale italiana non solo di proseguire il dialogo, ma di approfondirlo a partire dal tema scelto. La benedizione di Abramo e di tutta la sua discendenza viene letta in maniera sinergica ma distinta, secondo le diverse sensibilità, dalla parte cattolica e da quella ebraica, sentendo la responsabilità di rispondere per il bene comune dei popoli».

Ricordare il sessantesimo anniversario della dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, “Nostra aetate”, conduce «con fiducia e speranza in un tempo carico di domande cogenti – prosegue il responsabile dell’Ufficio diocesano –, ma la radice spirituale comune ci ricorda il dovere e la responsabilità di essere prossimi gli uni agli altri».

9 gennaio 2026

Celebra l’incontro nazionale dell’Istituto Pro Familia (Brescia)

Celebra l’incontro nazionale dell’Istituto Pro Familia (Brescia)

Il Papa ai giovani: per voi desidero «una vita buona e vera»

Più che un incontro, ha avuto il sapore di una promessa mantenuta. Un appuntamento desiderato fin dallo scorso agosto. Un’idea lanciata sulla calda spianata di Tor Vergata al termine del Giubileo dei giovani e riproposta davanti alla grotta di Massabielle durante il tradizionale pellegrinaggio diocesano a Lourdes. I ragazzi avevano rivolto un invito e Papa Leone XIV ha risposto “sì”.

Così, questa sera, sabato 10 gennaio, in migliaia sono arrivati in Vaticano per il primo vero abbraccio tra il vescovo di Roma e i “suoi” giovani: l’Aula Paolo VI non è riuscita a contenerli e molti hanno seguito l’incontro in piazza San Pietro. Per i giovani Leone XIV desidera «una vita buona e vera, secondo la volontà di Dio», augura loro «una vita santa e sana. Niente di meno, perché vi voglio bene – ha detto -: vive davvero, infatti, chi vive con Dio, autore e salvatore della vita».

Ad accompagnare i ragazzi il cardinale vicario Baldo Reina che nel suo saluto iniziale ha confessato che non si aspettava «la risposta generosissima» di tanti giovani arrivati a San Pietro. Il pensiero è andato anche «a quelli che vivono in situazioni di sofferenza, a chi ha imboccato strade sbagliate, a chi è morto a Crans-Montana – ha detto il porporato la cui voce è stata sovrastata da un applauso -. Vorremmo spenderci per chi è rimasto indietro».

Anche il Papa, parlando del valore prezioso della vita, ha ricordato subito le vittime della tragedia svizzera. «Le famiglie devono cercare come superare questo dolore – ha detto a braccio -. Anche per questo è importante che siamo sempre uniti». Prevost ha esortato i ragazzi a essere testimoni luminosi, a «vivere come uomini e donne che hanno Cristo nel cuore, lo ascoltano come Maestro e lo seguono come Pastore».

Si è soffermato sull’importanza di coltivare relazioni autentiche. «Quello che vivete nelle parrocchie romane, in oratorio e nelle associazioni, non potete tenerlo per voi», ha spiegato ai ragazzi, mettendoli in guardia dagli inganni e dalle menzogne della società. «Non aspettatevi che il mondo vi accolga a braccia aperte – le sue parole -: la pubblicità, che deve vendere qualcosa da consumare, ha più audience della testimonianza, che vuole costruire amicizie sincere. Agite dunque con letizia e tenacia, sapendo che per cambiare la società occorre anzitutto cambiare noi stessi».

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10 gennaio 2026

Partecipa all’incontro del Santo Padre con i giovani della Diocesi di Roma presso l’Aula Paolo VI

Partecipa all’incontro del Santo Padre con i giovani della Diocesi di Roma presso l’Aula Paolo VI

Celebra presso la chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi

Celebra presso la chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi

Corso di Formazione Missionaria 2026 Sala della Conciliazione (Uff. per la cooperazione missionaria tra le chiese)

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Apre il corso di formazione missionaria 2026 organizzato del centro missionario Diocesano di Roma

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Tragedia di Crans-Montana, Reina: «Una ferita che riguarda tutti»

Non c’è maggioranza né opposizione. Nella basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso c’è il cordoglio di un’Italia unita nel dolore per le 40 giovani vittime, sei delle quali italiane, della strage di Capodanno nel bar Le Constellation di Crans-Montana. I nomi e le storie del sedicenne romano Riccardo Minghetti, dei coetanei Giovanni Tamburi, Achille Barosi, Emanuele Galeppini, Chiara Costanzo e della quindicenne Sofia Prosperi, hanno scosso la coscienza del Paese.

Nel giorno del lutto in Svizzera, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, seduta in prima fila, ha invitato per questo pomeriggio, 9 gennaio, la squadra di governo, capigruppo parlamentari e leader delle opposizioni a partecipare a un momento di “unità nazionale” con una messa presieduta dal cardinale vicario Baldo Reina, il quale ha subito sottolineato che si tratta di un lutto che travalica i confini privati. «Ci sentiamo vicini alle loro famiglie – ha affermato nell’omelia – e li consideriamo parte delle nostre famiglie, in un dolore che patisce tutto il nostro Paese, facendoci sentire un’unica grande famiglia che soffre».

Tra i banchi una ventina di familiari tra i quali Massimo e Carla, i genitori di Riccardo. Il pensiero è rivolto anche ai 116 feriti, 14 dei quali connazionali. Poco più che adolescenti, da nove giorni lottano «per la vita e la guarigione – ha affermato il porporato -, aiutati da soccorritori, e assistiti da medici, infermieri, psicologi, nell’ospedale Niguarda di Milano e in tutti gli altri centri sanitari, che ci hanno mostrato, loro per primi, e ci mostrano con lacrime e sudore, che sono tutti figli nostri».

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9 gennaio 2026

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