Il viaggio di Papa Leone a Lampedusa: il luogo dove la storia ci giudica

Di seguito il testo dell’articolo firmato dal cardinale vicario Baldo Reina pubblicato oggi su La Stampa

Il prossimo 4 luglio Lampedusa tornerà a essere, per la Chiesa e per l’Europa, una cattedra posta sul mare. La visita di Papa Leone XIV non sarà soltanto un gesto di vicinanza a una comunità di frontiera. Sarà un invito a sostare là dove la storia giudica le nostre parole: davanti alle tombe dei migranti, alla Porta d’Europa, al Molo Favaloro, ai volti di quanti sono giunti feriti, affamati, talvolta senza nome, ma mai senza dignità. Da questa isola piccola e immensa passa un filo rosso che la memoria ecclesiale non può smarrire.

Nel 1993, ad Agrigento, San Giovanni Paolo II levò un grido contro la mafia e contro ogni potere che devasta la vita dei poveri. Nel 2013 Papa Francesco scelse Lampedusa come primo approdo missionario fuori Roma e consegnò al mondo una diagnosi che ancora ci inquieta: la globalizzazione dell’indifferenza.

Oggi Papa Leone XIV viene a raccogliere quell’eredità e a portarla dentro una stagione nuova, segnata dal bisogno di comprendere non solo il dolore degli arrivi, ma anche le cause delle partenze. Lampedusa, infatti, non è la causa del dramma migratorio. È il luogo in cui il dramma smette di essere invisibile. Qui il Mediterraneo non separa soltanto: rivela. Rivela guerre dimenticate, economie predatorie, corruzione, sfruttamento delle risorse, deserti attraversati, prigioni libiche, famiglie indebitate, speranze ostinate. Ogni barca che approda porta con sé una storia personale e una trama geopolitica. Fermarsi all’ultima scena, quando il naufrago è già in mare, significa non voler vedere ciò che lo ha spinto a rischiare la morte. Il magistero africano di Leone XIV aiuta a leggere Lampedusa con occhi più profondi. L’Africa non può essere considerata soltanto un continente destinatario di assistenza, ma un luogo da cui interpretare il mondo: non problema, ma chiave; non periferia muta, ma osservatorio delle contraddizioni globali.

Se Francesco ci ha chiesto di piangere davanti ai morti del mare, Leone ci chiede anche di capire perché continuiamo ad avere motivo di piangere. Il Vangelo tiene insieme il pianto e la denuncia, la cura immediata e la trasformazione delle strutture. Per questo la presenza del Papa a Lampedusa interpella anzitutto l’Europa. Da quest’isola si misura la distanza fra le dichiarazioni solenni sulla dignità umana e le scelte concrete che decidono chi può vivere, chi viene respinto e chi resta invisibile. La vera domanda non è soltanto quanti migranti possiamo accogliere, ma quale modello di mondo continui a produrre migrazioni forzate.

La pace “disarmata e disarmante” indicata da Leone XIV non è ingenuità. È la contestazione dell’idea che la sicurezza nasca solo dall’accumulo di forza. Una civiltà che investe molto per controllare e respingere, ma fatica a salvare, curare, educare e costruire futuro, deve interrogarsi sulla propria anima. Lampedusa non è un allarme contro i poveri che arrivano; è un allarme contro il disordine globale che li mette in cammino. Anche la Chiesa italiana è chiamata da questa visita. Una Chiesa posta al centro del Mediterraneo deve tenere insieme altare e porto, catechesi e cittadinanza, pietà e giustizia. Deve pregare per i morti del mare e domandare perché continuino a morire. Deve consolare chi arriva e interpellare chi governa. Deve ricordare che l’Eucaristia non sopporta l’indifferenza verso i corpi scartati dalla storia.

Lampedusa conosce stanchezze, tensioni e strumentalizzazioni. Proprio per questo è un luogo teologico. Qui si scontrano due modelli di città: una fondata sulla paura e sulla difesa dei privilegi; l’altra costruita sulla responsabilità, sulla giustizia e sulla fraternità. In una il migrante è numero, costo, minaccia. Nell’altra è una persona che interpella l’intera comunità politica. Il 4 luglio, sostando a Lampedusa, Papa Leone XIV ci aiuterà a guardare l’Europa dal Sud e il Mediterraneo non come fossato, ma come casa comune ferita. La Sicilia, se ascolta questa lezione, può smettere di percepirsi come margine e tornare a essere ponte. Non bastione, ma soglia. Non retrovia, ma laboratorio di fraternità.

Lampedusa resterà lì, piccola e immensa, a ricordarci che la storia non cambia quando i forti parlano dei poveri, ma quando accettano di ascoltare ciò che i poveri rivelano del mondo. Da quel molo, da quelle tombe, da quelle mani tese, sale una domanda biblica che nessuna politica e nessuna Chiesa possono eludere: sono forse io il custode di mio fratello?

30 giugno 2026