Dichiarazione di Roma, l’intervento del cardinale Reina in Campidoglio

(foto DiocesiDiRoma/Gennari)

Pubblichiamo di seguito l’intervento del cardinale vicario Baldassare Reina in occasione della presentazione, in Campidoglio, della Dichiarazione di Roma. 

 

Illustri Premi Nobel,
Distinti Capi emeriti di Stato e di Governo,
Eccellenze,
Rappresentanti delle Organizzazioni Internazionali,
Illustri Membri del Corpo Diplomatico,
Stimati Leader Religiosi,
Signore e Signori,

 

È per me motivo di profonda gratitudine e di sincera emozione prendere la parola in questo luogo, il Campidoglio, cuore civile di Roma e simbolo di una storia che, lungo i secoli, ha saputo parlare al mondo intero.

Roma non è soltanto una città. Roma è una memoria, una responsabilità, una vocazione. È la città nella quale si incontrano popoli, culture, istituzioni, fedi e linguaggi diversi; è la città nella quale la ricerca della giustizia e della pace non può mai rimanere un’idea astratta, ma deve diventare parola pubblica, scelta concreta, impegno comune.

Per questo la presentazione della Dichiarazione di Roma assume oggi un significato particolare. Essa nasce in un tempo segnato da trasformazioni rapide e da rischi profondi: l’intelligenza artificiale, le armi nucleari, l’instabilità geopolitica, la crisi del multilateralismo, la tentazione di affidare la sicurezza alla paura, alla deterrenza e alla minaccia reciproca.

Siamo davanti a una soglia della storia. Il progresso scientifico e tecnologico offre possibilità straordinarie per la cura, l’educazione, la salute, la protezione dell’ambiente, la lotta contro la povertà e la costruzione della pace. Ma lo stesso progresso, se separato dall’etica, dalla responsabilità e dalla dignità della persona umana, può diventare strumento di dominio, di esclusione e persino di distruzione.

La questione decisiva, dunque, non è la tecnologia in sé ma il cuore umano che la orienta, la coscienza che la governa, la politica che la regola, la comunità internazionale che ne assume la responsabilità.

La Dichiarazione che oggi viene presentata ci ricorda con forza che nessuna macchina, nessun algoritmo, nessun sistema autonomo può essere posto al centro di decisioni dalle quali dipende la sopravvivenza dell’umanità. Le decisioni che riguardano la vita e la morte, la pace e la guerra, il futuro dei popoli e delle generazioni che verranno, devono rimanere sotto un controllo umano pieno, responsabile e significativo.

La velocità dell’intelligenza artificiale non può cancellare il valore della coscienza. L’efficienza dei sistemi digitali non può sostituire il discernimento morale e l’importanza delle scelte. La potenza della tecnica non può diventare più alta della dignità dell’uomo.

In questo senso, la convergenza tra intelligenza artificiale e sistemi nucleari rappresenta una delle sfide più gravi del nostro tempo. Il rischio non è soltanto militare o tecnologico; è un rischio umano, etico, spirituale e civico. Quando la capacità di distruzione cresce più rapidamente della capacità di dialogo, quando l’automazione accelera più della prudenza, quando la sfiducia tra le nazioni diventa struttura permanente, allora l’umanità intera è chiamata a fermarsi e a scegliere di nuovo la via della responsabilità.

La pace non può essere fondata sull’equilibrio della paura. Una sicurezza costruita sulla minaccia della distruzione reciproca rimane sempre fragile, provvisoria, esposta all’errore, al calcolo sbagliato, all’incidente, alla crisi improvvisa.

Per questo la Santa Sede continua a indicare con chiarezza la necessità di un cammino diverso: un cammino di disarmo, di fiducia, di diritto internazionale, di cooperazione multilaterale, di dialogo tra le parti, di cura delle cause profonde dell’insicurezza.

Papa Leone XIV ha richiamato il mondo alla visione di una pace disarmata e disarmante. È un’espressione forte, esigente, profondamente evangelica e profondamente umana.

Una pace disarmata non è una pace ingenua. È una pace che rifiuta di identificare la sicurezza con la minaccia, la forza con la violenza, la stabilità con la paura. Una pace disarmante non si limita a impedire la guerra; cerca di disinnescare ciò che la prepara: la povertà, la fame, l’ingiustizia, l’esclusione, l’odio, la corsa agli armamenti, la cultura dello scarto, l’indifferenza davanti alla sofferenza degli altri.

Disarmare non significa soltanto ridurre arsenali. Significa disarmare le menti, i linguaggi, le economie, le relazioni internazionali. Significa passare da un’economia della guerra a un’economia della pace. Significa investire non nella distruzione possibile, ma nella vita reale dei popoli: salute, istruzione, alimentazione, ambiente, lavoro dignitoso, sviluppo umano integrale.

La Dichiarazione di Roma indica con lucidità alcuni impegni concreti: impedire che l’intelligenza artificiale possa autorizzare o attivare autonomamente l’uso di armi nucleari; rafforzare i canali permanenti di comunicazione tra Stati; prevenire errori di calcolo ed escalation involontarie; promuovere una governance internazionale dell’intelligenza artificiale; educare le nuove generazioni a unire eccellenza scientifica, pensiero critico ed etica; avviare un dialogo permanente tra governi, scienziati, Premi Nobel, istituzioni internazionali, leader religiosi e società civile.

Questi impegni non sono soltanto principi diplomatici. Sono atti di cura verso la famiglia umana.

Permettetemi di sottolineare, in modo particolare, il valore della presenza qui dei Premi Nobel, degli uomini e delle donne di scienza, dei rappresentanti delle istituzioni e delle tradizioni religiose. In un tempo di frammentazione, la vostra presenza dice che la pace non appartiene a un solo ambito. La pace ha bisogno della scienza, ma anche della coscienza. Ha bisogno della politica, ma anche della profezia. Ha bisogno delle istituzioni, ma anche dei popoli. Ha bisogno della competenza, ma anche della compassione.

La Chiesa, da Roma, non pretende di offrire soluzioni tecniche a problemi complessi che richiedono il lavoro degli esperti, dei diplomatici, dei giuristi, degli scienziati e dei decisori pubblici. Ma la Chiesa sente il dovere di richiamare una verità semplice e radicale: ogni scelta che riguarda il futuro della tecnologia, della sicurezza e della pace deve partire dalla dignità inviolabile della persona umana.

Nessuna ragione di Stato può cancellare il valore di una vita umana. Nessun interesse strategico può giustificare la minaccia della distruzione totale. Nessun progresso può essere chiamato tale se lascia crescere la paura nel cuore dell’umanità.

Questa Dichiarazione porta il nome di Roma. E questo nome è impegnativo. Roma è la città del diritto, ma anche la città del Vangelo, delle istituzioni e dei poveri; è la città della memoria e anche dell’incontro. Da Roma può levarsi oggi un appello non contro qualcuno, ma a favore di tutti: a favore della vita, della ragione, della fraternità, della responsabilità condivisa.

La pace non è soltanto assenza di guerra. La pace è una forma alta di intelligenza. È la più grande opera politica, culturale e spirituale che l’umanità possa intraprendere. E oggi, nel tempo dell’intelligenza artificiale, abbiamo bisogno di un’intelligenza ancora più profonda: l’intelligenza del cuore, della fraternità, l’intelligenza del limite e della cura.

Auspico che la Dichiarazione di Roma non rimanga un testo ma diventi un processo, un cammino da abitare, un impegno capace di generare decisioni, alleanze, educazione, politiche pubbliche e responsabilità internazionale.

Alle nuove generazioni dobbiamo poter dire che non siamo rimasti spettatori davanti ai rischi del nostro tempo. Dobbiamo poter dire che abbiamo scelto la vita quando la paura sembrava più conveniente; che abbiamo scelto il dialogo quando il conflitto sembrava inevitabile; che abbiamo scelto il disarmo quando l’accumulo di potenza sembrava più rassicurante.

Con questo spirito desidero esprimere riconoscenza a tutti coloro che hanno reso possibile questo cammino: ai Premi Nobel, agli scienziati, ai responsabili delle istituzioni, ai rappresentanti delle organizzazioni internazionali, al Corpo Diplomatico, ai leader religiosi, alla società civile e a quanti, spesso lontano dai riflettori, lavorano per costruire ponti di pace.

Che Roma possa essere, ancora una volta, luogo di incontro e di responsabilità.
Che la scienza sia sempre posta al servizio dell’uomo.
Che l’intelligenza artificiale sia guidata da un’autentica sapienza umana.
Che le nazioni trovino il coraggio di ridurre la paura e accrescere la fiducia.
Che la pace vera diventi non soltanto un ideale, ma una scelta storica condivisa.

 

 

16 luglio 2026