San Giuseppe, modello di educatore: responsabilità, sogno e coraggio nel servizio ai giovani

A pochi giorni dalla memoria liturgica di San Giuseppe, sabato 14 marzo, nella cappella del Seminario Romano, si è svolto il ritiro di Quaresima degli insegnanti di religione della diocesi. Durante l’incontro, don Gabriele Vecchione ha offerto una meditazione sulla figura del padre putativo di Gesù come modello educativo e punto di riferimento per chi accompagna i giovani.
Partendo dal brano evangelico della genealogia di Gesù, il sacerdote ha sottolineato come Giuseppe sia «colui che porta il peccato nella storia di Gesù». Una figura che non teme l’errore o l’inadeguatezza, a differenza – ha osservato – di molti giovani e anche degli adulti di oggi. Per questo, ha ricordato agli insegnanti che nel rapporto educativo non si potrà mai essere perfetti o pienamente pronti: «Non saremo mai quanto dovremmo essere, ma se non lo facciamo noi, il bene che possiamo fare, non lo farà nessuno».
Un secondo elemento richiamato da Vecchione è il senso di responsabilità. In una società segnata spesso da deresponsabilizzazione e individualismo, ha affermato, «vale la pena esserci» per i giovani affidati alla scuola. Il sacerdote ha poi evidenziato il tema del sogno: «Giuseppe sogna e ha un desiderio». Da qui l’invito agli educatori a nutrire la propria vita interiore e quella degli studenti, trasmettendo «il bene di cuore in cuore».
Infine, Giuseppe appare come colui che sa riconoscere il pericolo e cambiare strada per proteggere la sua famiglia. Richiamando la fuga davanti alla minaccia di Erode, Vecchione ha invitato a contrastare fissità e resistenze, con una riflessione provocatoria: «Non sono i giovani che hanno abbandonato la Chiesa, ma la Chiesa che ha abbandonato i giovani», quando parla una lingua che non riescono più a comprendere. Da qui l’esortazione a «studiare, cambiare, evolvere» per offrire il meglio alle nuove generazioni.
Nella sua omelia, il vescovo mons. Di Tolve ha posto al centro il verbo «vedere», richiamando il Vangelo della guarigione del cieco alla piscina di Siloe (Gv 9,1-41). «Tutto parte dallo sguardo di Gesù – ha affermato – che vede per primo e prende l’iniziativa: non passa oltre, ma va a cercare quell’uomo». Per gli insegnanti di religione, questo significa portare lo sguardo di Cristo che non giudica e non si ferma alle apparenze o ai risultati, ma sa riconoscere il bene che può crescere. Nel confronto quotidiano con le domande di senso degli studenti, ha proseguito il presule, gli insegnanti sono chiamati a essere ponte con la Tradizione della Chiesa, tra ciò che spesso rimane inesprimibile e il desiderio di vivere pienamente. Educare secondo il cuore di Gesù significa infatti rompere schemi rigidi e leggere la vita come luogo della chiamata e dell’opera di Dio, vivendo come «figli della luce».
In conclusione, il vescovo ha ricordato che l’insegnante di religione accompagna il cammino dei giovani come testimone di una presenza e come colui che offre domande capaci di aprire orizzonti. Prima ancora di essere insegnanti che parlano di Dio, ha sottolineato, si è chiamati a essere «credenti che si lasciano vedere da Dio».
Al termine della celebrazione è intervenuto anche il direttore dell’Ufficio scuola della diocesi di Roma, Rosario Chiarazzo, che ha ringraziato il vescovo Di Tolve per la passione con cui accompagna il lavoro degli insegnanti. Ha inoltre ricordato che il decreto di idoneità consegnato durante la serata rappresenta un segno della responsabilità che la Chiesa affida agli insegnanti di religione nel loro delicato servizio alle nuove generazioni.