Di seguito il testo integrale dell’omelia pronunciata dal cardinale vicario
La Parola di Dio appena ascoltata ci mostra l’autentico legame tra noi e Dio dentro una logica di passione, di coinvolgimento pieno, di amore sconfinato. C’è come una trama che attraversa tutte le letture e che si fa sempre più coinvolgente fino all’apice nelle parole di Gesù esigenti e forti. “Mi hai sedotto, Signore e io mi sono lasciato sedurre, mi hai fatto violenza e hai prevalso”. Così il profeta Geremia si rivolge a Dio durante uno dei momenti più bui della sua vita. È stanco per le prove e le persecuzioni alla quali è sottoposto a motivo della sua fedeltà a Dio e vuole gettare la spugna. Arriva a dire: “non penserò più a Lui, non parlerò più nel suo nome”. Ma nonostante tutto non riesce a fare questo passo perché sente dentro di se un fuoco ardente che non riesce a contenere. Geremia racconta di una fede che è innanzitutto passione; rapporto d’amore con Dio, amore viscerale in cui non si è esenti da prove o da tentazioni di rinuncia ma è una storia talmente bella che porta ad arrendersi a Dio e a lasciarsi ogni volta e sempre di nuovo, lasciarsi afferrare da Lui.
Il Salmo continua su questa linea e ci ha fatto pregare più volte con l’espressione: “Ha sete di te Signore l’anima mia, desidera te la mia carne, come terra assetata, arida, senz’acqua”. Ancora una volta il rapporto con Dio è espresso con un’immagine forte; l’orante ha sete di Dio come il corpo ha sete d’acqua durante l’arsura estiva. Un Dio che disseta, che rinfresca, che da vita. Sulla scia di queste parole e dell’invito di Paolo a rinnovare la nostra mente, a rivedere il nostro rapporto con Dio arriviamo alle parole di Gesù contenute nel Vangelo.
Gesù inizia a introdurre i suoi discepoli al grande mistero della sua passione e risurrezione. Parla del suo essere Messia in un modo inaudito e irricevibile. Afferma che il Figlio dell’uomo deve essere rinnegato dagli anziani, deriso, perseguitato e addirittura dovrà morire in Croce. Rivela la sua identità di Messia non a partire dal successo o dalla forza ma dalla sconfitta e dallo scandalo della croce. Gesù rivela che la salvezza che è venuto a portare sulla terra deve passare necessariamente attraverso il dono di se sulla croce. È tutto nuovo e, agli orecchi dei discepoli, è tutto assurdo. Il Messia crocifisso. “Questo non ti accadrà mai”, tuona Pietro. Gesù allora, senza alcun cedimento rafforza la cifra della propria identità paradossale affermando che la sua sorte dovrà essere anche quella dei suoi discepoli. “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua…chi vuol salvare la propria vita la perderà e chi perderà la propria vita per causa mia la salverà”. Parole forti che ci riportano alla confessione di Geremia.
Parole che si possono comprendere solo all’interno di una logica capovolta in cui quello che è secondo gli uomini non può essere gradito a Dio. Seguire Gesù significa rendersi disponibili a rinnovare ciò che lui stesso ha vissuto. Rinnegare se stessi, ovvero, smettere di pensare come prima cosa alle nostre esigenze e alle nostre priorità fino al punto di idolatrarci; annientare quell’orgoglio che è sempre pronto a renderci ribelli nei confronti di Dio; e poi prendere la propria croce, assumere il proprio limite, abbracciarlo, fare pace con ciò di cui ci vergogniamo, non avere paura dei nostri fallimenti perché sappiamo in quali mani li abbiamo riposti e finalmente seguirlo sulla via della croce che è anche la via della risurrezione.
Di fronte a queste esigenze e di fronte a una visione di fede in cui ciò che conta non sono meriti che non abbiamo o propositi che lasciano il tempo che trovano ma semplicemente il fuoco di Dio che abbiamo dentro, ci lasciamo interrogare. Ci chiediamo se davvero sentiamo dentro di noi il fuoco dell’amore di Dio o se, per diversi motivi, questo fuoco lo abbiamo spento poco alla volta con la mediocrità, con l’abitudine al peccato, con un sottile orgoglio che ci fa essere concentrati solo e sempre su noi stessi. Ci chiediamo, ancora, che spazio trovano le condizioni precise che Gesù ha posto ai suoi discepoli e che oggi pone a ciascuno di noi che ascoltiamo questa Parola o se preferiamo fare di testa nostra pensando di stabilire noi ciò che sia giusto nel rapporto con Dio. “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero ma poi perde o rovina se stesso?” Questa domanda di Gesù mette a nudo tutte le nostre false pretese e i nostri vuoti ragionamenti. Non serve a nulla pensare di essersi affermati o di aver raggiunto chissà quale posizione sociale o economica se poi non facciamo centro attraverso la salvezza della nostra anima e la santità. E questa la si potrà raggiungere solo perdendo ciò che pensavamo o speravamo di guadagnare. Altrimenti abbiamo fallito.
Lasciamoci guidare dall’esempio di Maria che dal momento dell’Annunciazione fino all’ora estrema della croce non ha fatto altro che lasciare spazio a Dio. Ha rinnegato se stessa, ha messo da parte ogni sua pretesa, ha preso la propria croce, ha abbracciato ogni forma di prova e di morte e con umiltà ha seguito Gesù diventando Figlia del suo Figlio. Ci sostenga lei e doni a tutti noi la forza di un discepolato autentico, appassionato, umile e forte.
Amen
30 agosto 2026













