2 Maggio 2026

IV DOMENICA DI PASQUA

IV DOMENICA DI PASQUA

Ordinazioni presbiterali

Ordinazioni presbiterali

63° Giornata di preghiera per le vocazioni

63° Giornata di preghiera per le vocazioni

Santa Messa presso la parrocchia Santi Martiri dell’Uganda

Santa Messa presso la parrocchia Santi Martiri dell’Uganda

Papa Leone XIV in visita alla Sapienza Università di Roma

Foto Gennari

Giovedì 14 maggio il Santo Padre Leone XIV si recherà in visita pastorale alla Sapienza Università di Roma. Il suo arrivo è previsto alle ore 10.20 alla cappella universitaria “Divina Sapienza”, dove sarà accolto dal cardinale vicario Baldo Reina, dalla rettrice dell’Università Antonella Polimeni e dal cappellano don Gabriele Vecchione. Quindi sosterà all’interno della cappella per un breve momento di preghiera silenziosa e saluterà un gruppo di studenti.

Il Pontefice si sposterà poi in auto al piazzale centrale, dove saluterà gli studenti alla scalinata monumentale. Alle 10.45 è previsto un colloquio privato con la rettrice nel Palazzo del Rettorato e la firma del Libro d’Onore. Poi, alle 11, nel corridoio antistante lo Studio di Rappresentanza, verrà scoperta una targa a ricordo della visita, a cui seguirà un saluto ai membri del Senato accademico e del Consiglio di amministrazione della Sapienza Università di Roma. Ancora, Papa Leone visiterà la mostra “Sapienza e i Papi”, allestita negli spazi dell’ateneo.

Poi, alle 11.30, in Aula Magna, terrà un discorso ai docenti, agli studenti e al personale tecnico- amministrativo. Al termine è previsto uno scambio di doni e il saluto a una rappresentanza degli studenti. Prima di fare ritorno in Vaticano, il Santo Padre sosterà sulla scalinata per un ulteriore saluto agli studenti.

«Siamo molto contenti della visita pastorale che il Santo Padre farà il prossimo 14 maggio alla Sapienza Università di Roma – dichiara il cardinale Reina –. Papa Leone XIV ha mostrato sempre grande attenzione al mondo giovanile e ha chiesto alla sua diocesi di accompagnare i cammini di crescita nella fede delle nuove generazioni. La Sapienza Università di Roma è la più grande università d’Europa. Entrare in dialogo con quanti si affacciano al futuro attraverso le varie scienze e la ricerca è di fondamentale importanza. Ci metteremo in ascolto di quanto il Santo Padre dirà durante la visita e ne faremo tesoro per la pastorale universitaria e la pastorale giovanile».

25 aprile 2026

Ecologia integrale, il 30 aprile l’incontro “Le parole per fare pace”

L’ecologia integrale come strumento concreto per costruire la pace sarà al centro dell’incontro “Le parole per fare pace”, in programma mercoledì 30 aprile alle ore 18.30 presso l’Eco Charity Garden, in Via della Greca 11, sul colle Aventino, nella sede della Casa Generalizia delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, organizzato dall’’Ufficio della Pastorale sociale, del lavoro e cura del creato della Diocesi di Roma.

L’iniziativa intende approfondire il legame tra tutela dell’ambiente, qualità della vita e convivenza pacifica, partendo dal principio che non può esistere una pace autentica senza la cura della casa comune. L’obiettivo dell’incontro è promuovere una riflessione culturale e sociale sull’ecologia integrale come responsabilità personale, collettiva e politica.

Ad aprire i lavori sarà Monsignor Francesco Pesce, direttore dell’Ufficio della Pastorale sociale, del lavoro e cura del creato della Diocesi di Roma. Interverranno inoltre Oliviero Bettinelli, vicedirettore dello stesso Ufficio, e Alessandro Coltrè, dell’équipe di ASUD, associazione impegnata sui temi della giustizia ambientale e climatica.

Durante l’appuntamento sono previste anche testimonianze di quanti animano i percorsi di meditazione e sensibilizzazione promossi dall’Eco Charity Garden, realtà che da tempo propone momenti di riflessione personale e comunitaria sull’importanza di uno stile di vita sostenibile e responsabile.

Secondo gli organizzatori, custodire il creato non significa soltanto difendere l’ambiente, ma migliorare le relazioni umane, favorire scelte condivise e costruire contesti sociali più giusti. In questa prospettiva, la pace nasce anche da territori rispettati, comunità coese e responsabilità diffuse.

L’incontro del 30 aprile si propone così come un’occasione aperta alla cittadinanza per trasformare i valori della pace e della sostenibilità in impegno quotidiano.

Veglia per le vocazioni: l’omelia integrale del cardinale Reina

Di seguito il testo integrale dell’omelia pronunciata dal cardinale vicario Baldo Reina durante la veglia di preghiera per le vocazioni

Carissimi giovani,
carissimi fratelli e sorelle,

questa sera siamo qui riuniti per metterci in ascolto del Buon Pastore che ci invita a fermarci, ad ascoltare e ad affidarci. Tre verbi semplici, ma decisivi per ogni vocazione autentica, che il Santo Padre Leone XIV ha voluto consegnarci nel suo Messaggio per la 63ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni “Alla scoperta interiore del dono di Dio”.

Grazie per aver accolto l’invito a sostare in ascolto orante in compagnia del Maestro e in comunione tra di noi!

Il contrasto rispetto alla mentalità dominante del nostro tempo è evidente. Mentre la società ci spinge a correre, ad affannarci in tante cose e soprattutto a produrre, come se fosse solo ciò che “facciamo” a definirci; Gesù, invece, ci chiede di fermarci, di scegliere – in virtù della nostra libertà – di interrompere questa corsa affannosa e di interrogarci sul senso della nostra esistenza, sul motivo per cui siamo stati creati, voluti e desiderati da Dio. È proprio il desiderio la base di partenza di ogni intuizione vocazionale. È opportuno fermarsi proprio per chiedersi: “Che cosa desidero veramente per la mia vita?”; “Che cosa mi fa battere forte il cuore?” e inoltre: “Come posso orientare i miei desideri verso Dio, fonte di ogni bene?”

Diceva C.S. Lewis:«“Le creature non nascono con un desiderio, se di quel desiderio non esiste soddisfazione”. Un bimbo ha fame: esiste il cibo. Un anatroccolo vuole nuotare: esiste l’acqua. […]Se trovo in me un desiderio che nessuna esperienza di questo mondo è in grado di soddisfare, la spiegazione più probabile è che io sono stato creato per un altro mondo» (C.S. Lewis, il Cristianesimo così com’è, 173).

Carissimi giovani, arde nel vostro cuore un desiderio di infinito? Avete già fatto esperienza della frustrazione per cui ogni esperienza di questo mondo è parziale, incompleta, come se rimandasse a qualcos’altro? Se tutto questo si è già agitato nel vostro cuore, è perché esso si possa aprire alla comprensione per cui, qualsiasi sia la vostra vocazione, solo Gesù può essere il senso, l’orizzonte e la pienezza della vita.Egli ci dice: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore» (Gv 15,1).
Il brano di Giovanni che abbiamo ascoltato (15,1-17) è una delle pagine più intense del Vangelo: Gesù si presenta come la vite e noi come i tralci. Non è solo un’immagine bella, è una verità profonda della nostra vita. Per chi è in ricerca, questo testo consegna una verità fondamentale: la tua vocazione non nasce da uno sforzo personale, ma da una relazione. Non sei tu a “costruire” la tua strada da solo; sei chiamato a rimanere in Cristo, a lasciarti amare, a stare unito a Lui. È da questa unione che nasce tutto. Gesù non chiede prima di tutto di fare, ma di rimanere: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Questo può spiazzare, perché spesso pensiamo alla vocazione come se fosse soltanto una scelta da prendere, un progetto da costruire, una risposta da dare. In realtà, prima ancora, è un legame da custodire. Se resti unito a Cristo, la tua strada si chiarisce da sé, come il tralcio che porta frutto perché è attaccato alla vite.

C’è poi un altro passaggio decisivo: «Non vi chiamo più servi, ma amici» (Gv 15,15). La vocazione non è un obbligo, né una rinuncia sterile: è un’amicizia. Gesù ci coinvolge nella sua vita, si fida di noi, ci affida qualcosa di suo. Ci chiama non perché siamo perfetti, ma perché ci ama e vede in ciascuno di noi un frutto possibile. E infine: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). Questo è il cuore di tutto. La vocazione non parte da te: sei preceduto da una scelta, da uno sguardo, da un amore. Scoprirla significa riconoscere dove questo amore ti sta conducendo. Perciò, la domanda vocazionale non è prima di tutto: “Cosa devo fare?” ma: “Qual è lo sguardo d’amore che orienta la mia vita?” Se rimani in Lui, porterai frutto. E quel frutto sarà la tua vocazione. Fermarsi dunque non è fermare la vita, ma interrompere la frenesia per riconoscere una verità fondamentale: noi non siamo la vite, siamo soltanto i tralci. Solo chi si ferma riesce a vedere che la linfa della vita non viene da noi, ma da Lui. Fermarsi è un grande atto di umiltà e di coraggio, e il modo giusto per iniziare ad avere contezza della nostra vocazione.

Dal fermarsi nasce il secondo verbo: ascoltare. Gesù non ci impone un programma da eseguire, ma ci rivolge un invito di amicizia profonda: «Rimanete in me e io in voi» (Gv 15,4). Solo chi resta e non chi scappa, può imparare ad ascoltare veramente. Ascoltare significa mettere l’orecchio sul Suo cuore e lasciarci dire chi siamo davvero. È nell’ascolto di Dio, nella preghiera del cuore, nel tempo speso con Lui e per Lui, che possiamo intravedere ciò a cui Egli ci chiama, la felicità che ci promette. Gesù dice: «Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). Questo amore ha una voce, una direzione, una chiamata. La vocazione è proprio questo: accorgersi che Dio sta parlando alla mia vita, in modo unico e personale. Ma per riconoscerlo serve un ascolto vero, profondo, fedele. Nell’ascolto di Dio, nella frequentazione assidua con il Signore della vita ciascuno di noi riceve sempre e di nuovo l’identità battesimale e su di essa si costruisce ogni vera intuizione vocazionale. La vocazione, infatti, non nasce in prima istanza come un progetto da realizzare, ma può generarsi solo nel momento in cui si accoglie e custodisce l’identità che il Signore ci ha donato nel Battesimo.Siamo cristiani, apparteniamo a Cristo, siamo tralci innestati nell’unica Vite.

Ed è proprio qui che il Vangelo ci provoca con forza. C’è una grande differenza tra portare frutto secondo la mentalità dell’attivismo e portare frutto secondo il Vangelo. L’attivismo ci dice: «Più fai, più vali! Più iniziative, più eventi, più risultati visibili, più sei fecondo»! Misuriamo spesso la vocazione dai numeri, dall’energia spesa, dal consenso ricevuto.Ma Gesù rovescia questa logica: «Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Il frutto vero non nasce dal moltiplicare gli eventi, le iniziative, ma dal rimanere. Il frutto che dobbiamo portare non è la conseguenza della nostra efficienza, ma della nostra comunione fra di noi e con Dio.

Sant’Agostino, commentando questo passo, lo esprime con grande chiarezza:«Il tralcio deve scegliere tra due cose: o la vite o il fuoco: se non rimane unito alla vite sarà gettato nel fuoco. Quindi, se non vuol essere gettato nel fuoco, deve rimanere unito alla vite» (Aug., Com. in Joh. 81,3).Non c’è via di mezzo. O restiamo innestati in Cristo, o ci secchiamo da soli, anche se apparentemente facciamo tante cose.

Ecco allora il terzo verbo, il più decisivo e liberante: affidarsi. Ricordiamoci sempre delle sue parole: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). Se è Lui che prende l’iniziativa, allora posso affidarmi. Anche quando non vedo tutto chiaro, anche quando ho paura, anche quando la strada sembra impegnativa. Affidarsi significa credere che il dono di Dio dentro di me è buono, è vero, ed è più grande delle mie incertezze. Allora la vocazione diventa questo: scoprire dentro di sé un dono già presente, già seminato da Dio, e avere il coraggio di lasciarlo crescere. Affidarsi significa lasciare che sia il Padre l’agricoltore, che sia Lui a potare ciò che è superfluo, anche se in quel momento può essere doloroso, e a far scorrere la linfa dove e come vuole.Affidarsi è dire al Signore: «La mia vita non è un curriculum da riempire con tante cose buone, ma un tralcio da innestare totalmente in Te. Signore, fa di me ciò che vuoi»!Quando ci affidiamo così, il frutto che nasce è diverso: non è il frutto dell’apparenza, ma quello che dura nel tempo; non è il frutto dell’orgoglio, ma quello dell’amore gratuito; non è il frutto che si misura in statistiche o in like, ma quello che nutre davvero la Chiesa e il mondo e che genera futuro.È il frutto di una vocazione vissuta nella fedeltà quotidiana, nella preghiera perseverante, nella carità silenziosa.Da questa prospettiva si comprende non solo l’uguale e altissima dignità di ogni chiamata, ma anche la modalità giusta per accoglierla e viverla.Non possiamo e non dobbiamo lasciare che altro da Cristo prenda il sopravvento nella motivazione più profonda delle nostre scelte.

E, permettetemi di sottolineare, che le vocazioni fioriranno proprio nella dimensione in cui noi comunicheremo solo Gesù Cristo e non noi stessi. È Lui che chiama, è Lui che invita, è Lui che dona la gioia di vivere la Sua Parola lì dove ci troviamo e dove Egli ci ha mandato. Il Bel Pastore sa di che cosa abbiamo veramente bisogno!

Cari amici, in questa Veglia preghiamo perché tutti possano aprire il loro cuore al Signore e rispondere con generosità alla Sua chiamata, preghiamo perché tutti coloro che hanno già intrapreso un cammino non perdano il coraggio e continuino a sentire, nel profondo del cuore, la bellezza di una vita spesa per il Regno. Per tutti noi, chiediamo di diventare tralci sani, ben innestati nella Vite vera, di imparare a fermarci per non perderci, di ascoltarel’unica Parola di Verità per non ingannarci, di affidarci per non cedere a nessuna tentazione di autosufficienza. Comprendiamo che non si tratta di fare subito grandi scelte, ma di iniziare così a fermarsi davvero, ad ascoltare in profondità, ad affidarsi con fiducia. E in questo cammino, poco alla volta, si scopre che il frutto bello e buono che portiamo è proprio la nostra vocazione.

Proprio ora, nel silenzio di questa preghiera, lasciamoci innestare di nuovo. Lasciamo che la Sua Parola poti le nostre ambizioni umane, i nostri calcoli, soprattutto i nostri piccoli e grandi egoismi, e faccia scorrere in noi la linfa sempre viva dello Spirito Santo. Possa Maria, maestra della custodia dell’interiorità, guidarci a scoprire e ri-scoprire il dono della vocazione che Dio ha diffuso nei cuori di tutti noi. Amen.

Baldassare Card. Reina

24 aprile 2026

Pellegrinaggio biblico in Grecia

Pellegrinaggio biblico in Grecia (Uff. Cultura)

Veglia di preghiera per le Vocazioni presso la Basilica di San Giovanni in Laterano

Veglia di preghiera per le Vocazioni presso la Basilica di San Giovanni in Laterano

Santa Messa presso la basilica di San Giovanni in Laterano con i partecipanti del Meeting nazionale degli insegnanti di religione

Santa Messa presso la basilica di San Giovanni in Laterano con i partecipanti del Meeting nazionale degli insegnanti di religione

Le ordinazioni sacerdotali della diocesi di Roma

Foto Gennari

C’è chi arriva dall’estero e chi non si è spostato mai da Roma; chi ha lasciato una carriera avviata e chi aveva le idee chiare fin da bambino. Tutti, però, condividono la gioia e l’emozione per la loro prossima ordinazione sacerdotale. Guglielmo Lapenna, Giorgio Larosa, Jos Emanuel Nleme Sabate, Giovanni Emanuele Nunziante Salazar, Antonino Ordine, Yordan Camilo Ramos Medina, Daniele Riscica e Christian Sguazzino sono i futuri sacerdoti per la diocesi di Roma, che saranno ordinati domenica prossima da Papa Leone XIV, nella basilica di San Pietro, nella celebrazione che avrà inizio alle ore 9.

Per prepararsi all’appuntamento, venerdì 24 aprile, alle ore 19.30, nella basilica di San Giovanni in Laterano, si terrà la veglia di preghiera per le vocazioni, dal tema “La scoperta interiore del dono di Dio”, a cui saranno presenti tutti gli ordinandi. Promossa dal Dicastero per il clero, in collaborazione con la diocesi di Roma, il Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica e l’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni della Conferenza episcopale italiana, la veglia rappresenta un segno vivo di comunione e di sinergia ecclesiale al servizio delle vocazioni. La celebrazione vedrà la presenza del cardinale Lazzaro You Heung Sik, prefetto del Dicastero per il clero, e del cardinale Baldo Reina, vicario generale del Santo Padre per la diocesi di Roma. La liturgia sarà curata dal Seminario Romano Maggiore e animata dal Coro della Diocesi di Roma diretto dal maestro monsignor Marco Frisina. Durante la veglia, porteranno la propria testimonianza il diacono Danilo Defant, suor Ester Maddalena Iapenna e Christian Sguazzino, che verrà ordinato domenica.

Per lui la chiamata al sacerdozio è arrivata in parrocchia, a San Giovanni della Croce. «Quando ero ragazzino, dopo aver fatto la comunione, andavo a giocare a pallone e poi andavo a Messa tutti i giorni, portandomi dietro sempre qualche amico. A quell’epoca – ricorda Sguazzino – ancora non c’era un’aula liturgica vera e propria, ma le celebrazioni si tenevano in delle tende. Io e i miei amici, naturalmente, facevamo un po’ di confusione. Così una volta il viceparroco ci cacciò via e ci disse che saremmo stati scomunicati!». Sorride, don Cristian, ripensando a quei tempi. «Già allora, nonostante tutto, sentivo il piacere dello stare in chiesa, mi piaceva osservare l’altare e il tabernacolo». Nel suo percorso vocazionale, è stato importante incontrare «tanti preti felici di essere preti – dice –; la loro testimonianza è stata fondamentale».

Don Jos Emanuel Nleme Sabate arriva dal Camerun ed è nato in una famiglia non cattolica. «Mio padre era protestante e a casa pregavamo spesso – racconta –. Quando avevo 11 anni andai a studiare al Seminario Minore della mia diocesi di origine, perché aveva fama di essere un’ottima scuola. Lì ho conosciuto il cattolicesimo. Sono stato battezzato quando avevo 12 anni e già durante quel rito, che non conoscevo, credo sia maturata la mia scelta di diventare sacerdote». Per alcune questioni familiari, per don JOS è arrivata la decisione di incardinarsi nella diocesi di Roma, dove ha fatto anche un’esperienza a Casa Betania. «Qui è nata una sorta di vocazione dentro la vocazione, cioè una grande attenzione alla disabilità – spiega –, tanto che ho scelto di scrivere su questo tema anche nella mia tesi in Filosofia alla Pontificia Università Lateranense. E adesso sto anche studiando la lingua dei segni».

Romano di nascita è invece don Giovanni Emanuele Nunziante, 32 anni, anche se ha trascorso parte dell’infanzia in Inghilterra. «Se devo raccontare come è nato tutto quello che concerne la mia vocazione, il mio primo ricordo è proprio di quando ero bambino – spiega –. Non avevo ancora chiaro cosa volesse dire essere prete, ma avevo un sogno di vicinanza con il Signore e accarezzavo l’idea di fare il frate. Tutto poi è caduto nel dimenticatoio!». La chiamata è tornata, prepotente, nel 2016. «Era la Quarta domenica di Pasqua – racconta – e ascoltando il Vangelo del Buon Pastore è tornato quel desiderio di essere vicino al Signore in un modo particolare… ho capito che il mio desiderio più profondo era quello di offrire la mia vita come Gesù Buon Pastore. Volevo diventare padre generando altri alla vita nuova della fede. Ho chiesto allora al Signore di rinnovarmi questo invito per essere sicuro che non mi stessi immaginando tutto». NUNZIANTE ha cambiato spesso casa e parrocchia, ma ha sempre frequentato l’Ordine di Malta, «prestando servizio ai poveri e agli infermi. La carità è stato il cuore della mia fede». Un impegno cresciuto anche nell’associazione dei Santi Pietro e Paolo in Vaticano.

Don Yordan Camilo Medina, colombiano, il miglior testimone lo ha trovato in famiglia: ha infatti uno zio sacerdote, con il quale ha vissuto fin da quanto era piccolo. «Lo accompagnavo a portare la comunione alle comunità di montagna – ricorda – ed era incredibile la gioia dei fedeli quando ricevevano il corpo di Cristo. Ora anche lui è a Roma e io l’ho seguito qui nel mio cammino di formazione sacerdotale. Mi ha sempre supportato».

Per don Antonino Ordine, 27 anni, di Praia a Mare (Cosenza), la vocazione è nata all’interno del cammino neocatecumenale: «Sono nato e cresciuto in una famiglia molto praticante – spiega – e questo mi ha portato a vedere la bellezza dell’opera che la Chiesa fa quotidianamente. Ho avuto la fortuna di conoscere sacerdoti e famiglie missionarie, in particolare durante una missione in Svezia, che sono state fondamentali per il mio discernimento». Si preparava a diventare medico, don Antonino, ma una domanda risuonava dentro di lui: «Voglio davvero questo? Mi chiedevo. E Dio cosa vuole da me? Adesso conosco la risposta e posso dire che il Signore ha reso la mia vita molto più bella di come l’avevo immaginata. Sia qui nella diocesi di Roma, in tante parrocchie, ma anche durante alcune missioni che ho fatto in America Latina, in Medio Oriente e in India, ho potuto conoscere tante realtà diverse e comprendere che è bellissimo servire la Chiesa. E che davvero c’è molta più gioia nel dare che ne ricevere».

Anche don Daniele Riscica aveva immaginato il suo futuro in modo diverso. Anzi, il suo presente era già avviato brillantemente verso una carriera da musicista. «Vengo da una famiglia cattolica e ho sempre partecipato alle attività della parrocchia, ma ho frequentato il Conservatorio a Frosinone e finito gli studi di pianoforte nel settore della musica classica. Da lì ho proseguito con la carriera concertistica». Considerato dalla critica una «nuova promessa del pianismo internazionale», Riscica si ritrova giovanissimo ad esibirsi in Brasile, in Cina, in Mozambico. «Sono arrivato a 24 anni che nella vita avevo già raggiunto tantissimi obiettivi, eppure non ero soddisfatto – confessa –. Sentivo che Dio mi stava chiamando a qualcos’altro. Così ho provato a entrare in Seminario, quasi per fare una prova… e lì mi sono sentito contento».

Parla di «felicità» e della sua ricerca anche don Giorgio Larosa, trentenne di Setteville di Guidonia. «La mia vocazione è nata frequentando la parrocchia, grazie alla fede che mi hanno trasmesso i miei genitori – dice –; a un certo punto c’è stato come uno scatto. Vedevo che dalle mie risorse, dalle energie e dal tempo che spendevo per me, non ricavavo la stessa felicità che mi dava frequentare la parrocchia. È stato molto forte anche l’esempio di altri cristiani, laici e sacerdoti; nelle loro storie ho visto la potenza del Vangelo».

Ha 35 anni e viene da Pescara don Guglielmo Lapenna, che prima di entrare in Seminario lavorava in una fabbrica di liquori. «Durante la Gmg di Cracovia del 2016 ho deciso di lasciare quello che facevo ed entrare in seminario», racconta. Così si è trasferito a Roma. «Questi anni sono andati bene e il Signore, ogni giorno, ha riconfermato la mia vocazione».

22 aprile 2026

La preghiera mensile per la pace

La basilica di Santa Croce in Gerusalemme ospiterà, lunedì 27 aprile alle ore 19.30, una veglia di preghiera per la pace, durante la quale porteranno la propria testimonianza Rima Al-Azar, esperta di cooperazione internazionale, libanese, presentata da padre Massimo Nevola, assistente ecclesiastico di Cvx Italia; e di Carlo Cefaloni , del Movimento dei Focolari.

Il momento di preghiera è parte del cammino mensile dal titolo “Missione di pace – Viaggio nello spirito”, promosso dal Centro missionario diocesano (Cmd), e dall’Ufficio per la pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Roma, in collaborazione con il Movimento per la Pace Pax Christi, Italia Solidale – Mondo Solidale, Azione Cattolica, Comunità di Sant’Egidio, Cvx Italia e Movimento dei Focolari.

Riflette padre Giulio Albanese, direttore del Centro missionario della diocesi di Roma: «Se c’è una parola che è stata svuotata di senso e di significato oggi è il sostantivo “pace” – nella cultura guerrafondaia predominante. Alla luce della Parola di Dio, facendo tesoro del Magistero di Papa Leone, è nostro dovere come cristiani invocare una pace “disarmata e disarmante”. “Disarmata”, all’insegna della non violenza; “disarmante”, perché questa è la vera strategia per disarmare i fautori della guerra».

23 aprile 2026

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