29 Agosto 2025

Incontro a Santa Croce su giovani, discernimento e malattia

Incontro nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme su “I giovani, la malattia e il discernimento vocazionale”, a cura del Centro diocesano per la pastorale sanitaria.

Incontri vocazionali al Seminario Minore

Partono sabato 24 e domenica 25 i fine settimana vocazionali al Pontificio Seminario Romano Minore. Si tratta di incontri «rivolti ai ragazzi delle scuole medie e superiori che vogliono conoscere la realtà del Seminario Minore e approfondire il loro rapporto con il Signore», spiega il rettore don Andrea Cola.

I weekend saranno strutturati «con un momento di accoglienza alle ore 16 – anticipa ancora il sacerdote –, una catechesi su un santo patrono di una parrocchia romana, preghiera, cena e dopocena più ludico. Inizieremo riflettendo sulla figura di san Giovanni Battista De Rossi, un sacerdote che si è speso molto nella nostra amata diocesi. La domenica visiteremo la parrocchia che è dedicata al santo che ci ha accompagnato nelle meditazioni, celebreremo la santa Messa con la comunità parrocchiale per poi concludere dopo il pranzo».

I successivi appuntamenti vocazionali sono previsti per i giorni 15-16 dicembre, 26-27 gennaio, 23-24 febbraio, 16-17 marzo. Il 27 aprile si terrà la Festa della Madonna della Perseveranza, patrona del Seminario Minore, a cui sono invitati tutti i giovani che partecipano ai fine settimana vocazionali. Che riprenderanno poi il 18-19 maggio, mentre l’8-9 giugno la conclusione del percorso con un ritiro.

23 novembre 2018

Incontri teologici (Uff. Past. Universitaria)

Incontri teologici (Uff. Past. Universitaria)

Incontri teologici (Uff. Cultura e Università)

Incontri teologici (Uff. Cultura e Università)

Incontri sulla giustizia riparativa

Prendono in via gli incontri di formazione “Giustizia riparativa ed esecuzione della pena secondo la Riforma Cartabia”, rivolti a tutti gli operatori della pastorale carceraria, agli animatori della carità e agli interessati al tema.

Il primo appuntamento si terrà lunedì 11 novembre alle ore 18, presso la Sala Conferenze del Pontificio Seminario Romano Maggiore, e sarà tenuto da Maria Pia Giuffrida, mediatore penale esperto e formatore, mentre il secondo appuntamento è previsto per lunedì 27 gennaio 2025 (ore 18, sala conferenze Seminario), e sarà tenuto da Pasquale Bronzo, professore associato di diritto processuale penale.

31 ottobre 2024

Incontri su Leopardi: i testi della seconda serata

Scarica qui i testi

Due tra le più celebri liriche di Giacomo Leopardi, studiate a scuola, ascoltate, lette, ormai patrimonio collettivo e uno dei dialoghi delle “Operette Morali”: saranno “A Silvia”, “Il sabato del villaggio” e “Dialogo della moda e della morte” i testi sui quali Franco Nembrini, professore e saggista, si soffermerà nella seconda serata del ciclo di meditazioni quaresimali “Ed io che sono?”, questa sera (mercoledì 8 marzo) nella basilica di San Giovanni in Laterano. Come di consueto, l’appuntamento sarà aperto da una introduzione di don Fabio Rosini, direttore dell’Ufficio per le vocazioni della diocesi di Roma, e verrà concluso da una riflessione del cardinale vicario Angelo De Donatis.

Segui qui la diretta

https://www.youtube.com/live/aZmAxzAcUvw?feature=share

Di seguito i testi leopardiani

A Silvia
Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D’in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch’io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? perché di tanto
Inganni i figli tuoi?
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d’amore
Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.

Il sabato del villaggio
La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell’erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch’ebbe compagni dell’età più bella.
Già tutta l’aria imbruna,
Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre
Giù da’ colli e da’ tetti,
Al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
Della festa che viene;
Ed a quel suon diresti
Che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
Su la piazzuola in frotta,
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:
E intanto riede alla sua parca mensa,
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.
Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
E tutto l’altro tace,
Odi il martel picchiare, odi la sega
Del legnaiuol, che veglia
Nella chiusa bottega alla lucerna,
E s’affretta, e s’adopra
Di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.
Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
È come un giorno d’allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

 

Dialogo della moda e della morte/Operette Morali

 

Moda

Madama Morte, madama Morte.

Morte

Aspetta che sia l’ora, e verrò senza che tu mi chiami.

Moda

Madama Morte.

Morte

Vattene col diavolo. Verrò quando tu non vorrai.

Moda

Come se io non fossi immortale.

Morte

Immortale?

Passato è già più che ’l millesim’anno che sono finiti i tempi degl’immortali.

Moda

Anche Madama petrarcheggia come fosse un lirico italiano del cinque o dell’ottocento?

Morte

Ho care le rime del Petrarca, perché vi trovo il mio Trionfo, e perché parlano di me quasi da per tutto. Ma in somma levamiti d’attorno.

Moda

Via, per l’amore che tu porti ai sette vizi capitali, fermati tanto o quanto, e guardami.

Morte

Ti guardo.

Moda

Non mi conosci?

Morte

Dovresti sapere che ho mala vista, e che non posso usare occhiali, perché gl’Inglesi non ne fanno che mi valgano, e quando ne facessero, io non avrei dove me gl’incavalcassi.

Moda

Io sono la Moda, tua sorella.

Morte

Mia sorella?

Moda

Sì: non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducità?

Morte

Che m’ho a ricordare io che sono nemica capitale della memoria.

Moda

Ma io me ne ricordo bene; e so che l’una e l’altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù, benché tu vadi a questo effetto per una strada e io per un’altra.

Morte

In caso che tu non parli col tuo pensiero o con persona che tu abbi dentro alla strozza, alza più la voce e scolpisci meglio le parole; che se mi vai borbottando tra’ denti con quella vocina da ragnatelo, io t’intenderò domani, perché l’udito, se non sai, non mi serve meglio che la vista.

Moda

Benché sia contrario alla costumatezza, e in Francia non si usi di parlare per essere uditi, pure perché siamo sorelle, e tra noi possiamo fare senza troppi rispetti, parlerò come tu vuoi. Dico che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v’improntino per bellezza; sformare le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo di una figura, come ho fatto in America e in Asia;1 storpiare la gente colle calzature snelle; chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l’amore che mi portano. Io non vo’ dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane, che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle coi panni lani e il petto con quei di tela, e fare di ogni cosa a mio modo ancorché sia con loro danno.

Morte

In conclusione io ti credo che mi sii sorella e, se tu vuoi, l’ho per più certo della morte, senza che tu me ne cavi la fede del parrocchiano.’ Ma stando così ferma, io svengo; e però, se ti dà l’animo di corrermi allato, fa di non vi crepare, perch’io fuggo assai, e correndo mi potrai dire il tuo bisogno; se no, a contemplazione della parentela, ti prometto, quando io muoia, di lasciarti tutta la mia roba, e rimanti col buon anno.

Moda

Se noi avessimo a correre insieme il palio, non so chi delle due si vincesse la prova, perché se tu corri, io vo meglio che di galoppo; e a stare in un luogo, se tu ne svieni, io me ne struggo. Sicché ripigliamo a correre, e correndo, come tu dici, parleremo dei casi nostri.

Morte

Sia con buon’ora. Dunque poiché tu sei nata dal corpo di mia madre, saria conveniente che tu mi giovassi in qualche modo a fare le mie faccende.

Moda

Io l’ho fatto già per l’addietro più che non pensi.Primieramente io che annullo o stravolgo per lo continuo tutte le altre usanze, non ho mai lasciato smettere in nessun luogo la pratica di morire, e per questo vedi che ella dura universalmente insino a oggi dal principio del mondo.

Morte

Gran miracolo, che tu non abbi fatto quello che non hai potuto!

Moda

Come non ho potuto? Tu mostri di non conoscere la potenza della Moda:

Morte

Ben bene: di cotesto saremo a tempo a discorrere quando sarà venuta l’usanza che non si muoia. Ma in questo mezzo io vorrei che tu da buona sorella, m’aiutassi a ottenere il contrario più facilmente e più presto che non ho fatto finora.

Moda

Già ti ho raccontate alcune delle opere mie che ti fanno molto profitto. Ma elle sono baie per comparazione a queste che io ti vo’ dire. A poco per volta, ma il più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben essere corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabili che abbattono il corpo in mille modi e scorciano la vita. Oltre di questo ho messo nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell’animo, e più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con verità che sia proprio il secolo della Morte: E quando che anticamente tu non avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami e polverumi al buio, che sono semenze che non fruttano; adesso hai terreni al sole; e genti che si muovono e che vanno attorno co’ loro piedi, sono roba, si può dire, di tua ragione libera, ancorché tu non le abbi mietute, anzi subito che elle nascono. Di più, dove per l’addietro solevi essere odiata e vituperata, oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendoti alla vita, e ti vuol tanto bene che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua maggiore speranza. Finalmente perch’io vedeva che molti si erano vantati di volersi fare immortali, cioè non morire interi, perché una buona parte di sé non ti sarebbe capitata sotto le mani, io quantunque sapessi che queste erano ciance, e che quando costoro o altri vivessero nella memoria degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro fama più che si patissero dell’umidità della sepoltura; a ogni modo intendendo che questo negozio degl’immortali ti scottava, perché parea che ti scemasse l’onore e la riputazione, ho levata via quest’usanza di cercare l’immortalità, ed anche di concederla in caso che pure alcuno la meritasse. Di modo che al presente, chiunque si muoia, sta sicura che non ne resta un briciolo che non sia morto, e che gli conviene andare subito sotterra tutto quanto, come un pesciolino che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa e le lische. Queste cose, che non sono poche né piccole, io mi trovo aver fatte finora per amor tuo, volendo accrescere il tuo stato nella terra, com’è seguito. E per quest’effetto sono disposta a far ogni giorno altrettanto e più; colla quale intenzione ti sono andata cercando; e mi pare a proposito che noi per l’avanti non ci partiamo dal fianco l’una dell’altra, perché stando sempre in compagnia, potremo consultare insieme secondo i casi, e prendere migliori partiti che altrimenti, come anche mandarli meglio ad esecuzione.

Morte Tu dici il vero, e così voglio che facciamo.

 

Scarica qui i testi

8 marzo 2023

Incontri su Leopardi: i testi della prima serata

“Pensiero LXVIII” e “Al Conte Carlo Pepoli”: sono questi i due testi che verranno letti e approfonditi durante la prima serata del ciclo “Ed io che sono?”, a cura di Franco Nembrini, professore e saggista, dedicato a Giacomo Leopardi e alle sue opere. Il primo appuntamento è in programma per mercoledì primo marzo, dalle 19 nella basilica di San Giovanni in Laterano.

Il “Pensiero LXVIII” fa parte della raccolta dei “Pensieri” ed è incentrato sulla noia, definito dal poeta di Recanati «il più sublime dei sentimenti umani». La poesia “Al Conte Carlo Pepoli” fu composta da Leopardi in occasione del compleanno dell’amico, poeta anche lui.

Pensiero LXVIII
La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Non che io creda che dall’esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccòrne, ma nondimeno il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che siì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vòto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali.

Al Conte Carlo Pepoli
Questo affannoso e travagliato sonno
Che noi vita nomiam, come sopporti,
Pepoli mio? di che speranze il core
Vai sostentando? in che pensieri, in quanto
O gioconde o moleste opre dispensi
L’ozio che ti lasciàr gli avi remoti,
Grave retaggio e faticoso? E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. La schiera industre
Cui franger glebe o curar piante e greggi
Vede l’alba tranquilla e vede il vespro,
Se oziosa dirai, da che sua vita
E’ per campar la vita, e per se sola
La vita all’uom non ha pregio nessuno,
Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni
Tragge in ozio il nocchiero; ozio il perenne
Sudar nelle officine, ozio le vegghie
Son de’ guerrieri e il perigliar nell’armi;
E il mercatante avaro in ozio vive:
Che non a se, non ad altrui, la bella
Felicità, cui solo agogna e cerca
La natura mortal, veruno acquista
Per cura o per sudor, vegghia o periglio.
Pure all’aspro desire onde i mortali
Già sempre infin dal dì che il mondo nacque
D’esser beati sospiraro indarno,
Di medicina in loco apparecchiate
Nella vita infelice avea natura
Necessità diverse, a cui non senza
Opra e pensier si provvedesse, e pieno,
Poi che lieto non può, corresse il giorno
All’umana famiglia; onde agitato
E confuso il desio, men loco avesse
Al travagliarne il cor. Così de’ bruti
La progenie infinita, a cui pur solo,
Nè men vano che a noi, vive nel petto
Desio d’esser beati; a quello intenta
Che a lor vita è mestier, di noi men tristo
Condur si scopre e men gravoso il tempo,
Nè la lentezza accagionar dell’ore.
Ma noi, che il viver nostro all’altrui mano
Provveder commettiamo, una più grave
Necessità, cui provveder non puote
Altri che noi, già senza tedio e pena
Non adempiam: necessitate, io dico,
Di consumar la vita: improba, invitta
Necessità, cui non tesoro accolto,
Non di greggi dovizia, o pingui campi,
Non aula puote e non purpureo manto
Sottrar l’umana prole. Or s’altri, a sdegno
I vóti anni prendendo, e la superna
Luce odiando, l’omicida mano,
I tardi fati a prevenir condotto,
In se stesso non torce; al duro morso
Della brama insanabile che invano
Felicità richiede, esso da tutti
Lati cercando, mille inefficaci
Medicine procaccia, onde quell’una
Cui natura apprestò, mal si compensa.
Lui delle vesti e delle chiome il culto
E degli atti e dei passi, e i vani studi
Di cocchi e di cavalli, e le frequenti
Sale, e le piazze romorose, e gli orti,
Lui giochi e cene e invidiate danze
Tengon la notte e il giorno; a lui dal labbro
Mai non si parte il riso; ahi, ma nel petto,
Nell’imo petto, grave, salda, immota
Come colonna adamantina, siede
Noia immortale, incontro a cui non puote
Vigor di giovanezza, e non la crolla
Dolce parola di rosato labbro,
E non lo sguardo tenero, tremante,
Di due nere pupille, il caro sguardo,
La più degna del ciel cosa mortale.

Altri, quasi a fuggir volto la trista
Umana sorte, in cangiar terre e climi
L’età spendendo, e mari e poggi errando,
Tutto l’orbe trascorre, ogni confine
Degli spazi che all’uom negl’infiniti
Campi del tutto la natura aperse,
Peregrinando aggiunge. Ahi ahi, s’asside
Su l’alte prue la negra cura, e sotto
Ogni clima, ogni ciel, si chiama indarno
Felicità, vive tristezza e regna.

Havvi chi le crudeli opre di marte
Si elegge a passar l’ore, e nel fraterno
Sangue la man tinge per ozio; ed havvi
Chi d’altrui danni si conforta, e pensa
Con far misero altrui far se men tristo,
Sì che nocendo usar procaccia il tempo.
E chi virtute o sapienza ed arti
Perseguitando; e chi la propria gente
Conculcando e l’estrane, o di remoti
Lidi turbando la quiete antica
Col mercatar, con l’armi, e con le frodi,
La destinata sua vita consuma.

Te più mite desio, cura più dolce
Regge nel fior di gioventù, nel bello
April degli anni, altrui giocondo e primo
Dono del ciel, ma grave, amaro, infesto
A chi patria non ha. Te punge e move
Studio de’ carmi e di ritrar parlando
Il bel che raro e scarso e fuggitivo
Appar nel mondo, e quel che più benigna
Di natura e del ciel, fecondamente
A noi la vaga fantasia produce
E il nostro proprio error. Ben mille volte
Fortunato colui che la caduca
Virtù del caro immaginar non perde
Per volger d’anni; a cui serbare eterna
La gioventù del cor diedero i fati;
Che nella ferma e nella stanca etade,
Così come solea nell’età verde,
In suo chiuso pensier natura abbella,
Morte, deserto avviva. A te conceda
Tanta ventura il ciel; ti faccia un tempo
La favilla che il petto oggi ti scalda,
Di poesia canuto amante. Io tutti
Della prima stagione i dolci inganni
Mancar già sento, e dileguar dagli occhi
Le dilettose immagini, che tanto
Amai, che sempre infino all’ora estrema
Mi fieno, a ricordar, bramate e piante.
Or quando al tutto irrigidito e freddo
Questo petto sarà, nè degli aprichi
Campi il sereno e solitario riso,
Nè degli augelli mattutini il canto
Di primavera, nè per colli e piagge
Sotto limpido ciel tacita luna
Commoverammi il cor; quando mi fia
Ogni beltate o di natura o d’arte,
Fatta inanime e muta; ogni alto senso,
Ogni tenero affetto, ignoto e strano;
Del mio solo conforto allor mendico,
Altri studi men dolci, in ch’io riponga
L’ingrato avanzò della ferrea vita,
Eleggerò. L’acerbo vero, i ciechi
Destini investigar delle mortali
E dell’eterne cose; a che prodotta,
A che d’affanni e di miserie carca
L’umana stirpe; a quale ultimo intento
Lei spinga il fato e la natura; a cui
Tanto nostro dolor diletti o giovi:
Con quali ordini e leggi a che si volva
Questo arcano universo; il qual di lode
Colmano i saggi, io d’ammirar sono pago.

In questo specolar gli ozi traendo
Verrò: che conosciuto, ancor che tristo,
Ha suoi diletti il vero. E se del vero
Ragionando talor, fieno alle genti
O mal grati i miei detti o non intesi,
Non mi dorrò, che già del tutto il vago
Desio di gloria antico in me fia spento:
Vana Diva non pur, ma di fortuna
E del fato e d’amor, Diva più cieca.

1 marzo 2023
TestiLeopardi

Incontri on line di formazione con la Caritas diocesana

Tre appuntamenti on line per le parrocchie promossi dalla Caritas diocesana di Roma, per approfondire tematiche quali “La carità al centro della vita ecclesiale per abitare con il cuore la città”, “La Caritas parrocchiale e la sua missione”, “La testimonianza della Caritas nelle parrocchie della Chiesa di Roma”. A parlarne saranno rispettivamente il vescovo ausiliare Gianpiero Palmieri, delegato diocesano per la carità; don Francesco Soddu, direttore di Caritas italiana, e monsignor Enrico Feroci, già direttore della Caritas di Roma, in tre video incontri disponibili sul sito della Caritas romana.

«È un percorso – spiegano dalla Caritas – che si colloca in un tempo particolare, doloroso eppure propizio, in cui con la sollecitudine che ci deriva dall’emergenza – ascoltiamo il grido della città e ci attiviamo per darle segni di speranza – siamo chiamati ad alzare lo sguardo e immaginare una Caritas che con occhi nuovi guardi al futuro della Chiesa di Roma, come ci ha chiesto papa Francesco».

11 maggio 2020

Incontri formativi per la confraternite: si comincia con la carità

«Da sempre molte confraternite si sono occupate della dimensione caritatevole e ci sembrava quindi giusto cominciare da questo aspetto». Padre Giuseppe Midili, direttore dell’Ufficio liturgico diocesano, annuncia così il primo di una serie di incontri di formazione dedicati alle confraternite, aperti anche a chi non ne fa strettamente parte ma è interessato a conoscerle meglio: si terrà il 5 dicembre alle ore 19 e sarà dedicato a “Confraternite e carità”; interverrà il vescovo Benoni Ambarus, delegato diocesano per la Carità.

«Il percorso formativo proseguirà con altri due appuntamenti; tutti e tre si terranno on line per permettere – spiega ancora il direttore dell’Ufficio diocesano – una migliore fruizione dell’incontro, che si potrà anche seguire in differita, scaricando la registrazione». Dopo quello del 5, dunque, è sono in programma un approfondimento su “Confraternite e nuova evangelizzazione”, lunedì 6 febbraio con monsignor Andrea Lonardo, direttore dell’Ufficio cultura e università del Vicariato; e uno su “Confraternite e devozione popolare”, lunedì 6 marzo con il vescovo Baldo Reina, ausiliare della diocesi per il settore Ovest. A concludere l’itinerario sarà un ulteriore incontro, il 27 maggio 2023 nella basilica di San Giovanni in Laterano. Sempre nella cattedrale di Roma era partito il percorso delle confraternite in quest’anno pastorale, con la Messa di sabato 12 novembre dedicata a vescovi, presbiteri e diaconi della diocesi deceduti durante l’anno.

30 novembre 2022

Incontri formativi a San Martino I Papa

Parrocchia San Martino I Papa

Esodo
un cammino dalla liberazione alla libertà

Incontri formativi sul secondo libro del Pentateuco tenuti dal Parroco:
il biblista DON ANTONIO POMPILI

• Sab 26 gennaio
• Sab 23 febbraio
• Sab 30 marzo

Nel salone parrocchiale dalle 17 alle 19 con pausa caffé

“Anche noi possiamo nuovamente lasciarci illuminare dal paradigma dell’Esodo, che racconta proprio come il Signore si sia scelto ed educato un popolo al quale unirsi, per farne lo strumento della sua presenza nel mondo”.
(Papa Francesco, Incontro con la Diocesi di Roma, Basilica di San Giovanni in Laterano, Lunedì 14 maggio 2018)

 Gli incontri sono aperti a tutti.

 È opportuno portare con sé la Bibbia.

Incontri ebraico-cristiani, appuntamento il 13 febbraio

Sarà la Sala Baldini di piazza Campitelli 9 a ospitare il prossimo appuntamento del ciclo di incontri “Comprendere il tempo alla luce della Bibbia ebraica”, promossi dalla Comunità ebraica di Roma e dalla diocesi di Roma. Il 13 febbraio, dalle 18 alle 19.15, rifletteranno sul tema “I poveri amati da Dio” rav Benedetto Carucci Viterbi e monsignor Ambrogio Spreafico.

6 febbraio 2022

Incontri di settore di mattina (presbiteri e diaconi)

Incontri di settore di mattina (presbiteri e diaconi)

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