2 Maggio 2026

Lettera del vicario episcopale per la vita consacrata, don Antonio Panfili

Alle Consacrate e ai Consacrati della Diocesi di Roma

Cari fratelli e sorelle,
quando Sua Eccellenza Mons. Angelo De Donatis, Vicario Generale di Sua Santità, mi ha chiesto di fare questo servizio sono rimasto senza parole.
Lasciare la parrocchia e impegnarmi in una cosa così grande mi ha messo in crisi ….
“Prega!” mi ha detto ed è quello che ho fatto! Come ognuno di voi nel momento di “svolta” della vita ho gridato: “che cosa vuoi Signore che io faccia?”
E poi piano piano la luce è arrivata!

“Vai a lavorare nella parte della “Vigna” del Signore più cara allo Spirito, là dove i suoi carismi producono i frutti più belli ed esclusivi – mi sono detto – tratterai con persone che vivono quaggiù come poi vivremo tutti in Paradiso, gente che anticipa la vita eterna seguendo Cristo povero, casto e obbediente! Di queste persone Lui, lo Sposo, è geloso!”
Mi sono sentito allora piccolo piccolo.
Non devo insegnare nulla a chi ha seguito Francesco, Benedetto, Ignazio, Agostino, Filippo Neri, don Bosco, Madre Teresa (e tanti altri).
Sicuramente, accostando i figli e le figlie che vivono e “prolungano” la santità geniale ed eroica di tali “campioni” non posso che averne giovamento e tanto slancio per la mia santità personale.
Non vedo l’ora di essere “contagiato”!
E, oltre a sentirmi tanto piccolo – e vi confido che ogni giorno chiedo al Signore e alla Vergine Madre di farmi “rimanere tale” – sento premere e affiorare in me come una spinta interiore, quasi una fonte profonda che cerca di zampillare all’esterno per raggiungere i fratelli, tutti i fratelli.
È lo “zelo” che ognuno di noi conosce – e non solo nel tempo della giovinezza -: “mi hai sedotto Signore ed io mi sono lasciato sedurre (Geremia 20,7).

È quel “fuoco ardente nel cuore che non posso trattenere (Ger 20,9)” che si accende anche solo nel conoscere i nostri numeri: circa 30 monasteri di clausura, 25.000 suore in 1150 comunità e 5000 frati in 400 comunità.
Che succederebbe se fossimo tutti Santi o, se almeno, ognuno desse un po’ di lustro e splendore al Dono ricevuto?
Quanto ci fa bene pensare che non l’abbiamo mai “meritato” il Dono che abbiamo avuto in regalo! Forse altri lo hanno “meritato” per noi (alcuni li conosciamo, altri li conosceremo solo in Paradiso!) Insomma se riuscissimo a “diventare davvero quello che siamo” la Chiesa di Roma sarebbe diversa … e con essa la Città, la nostra città così unica e così maltrattata!
Se poi pensiamo ai tanti Martiri – missionari e non – che rendono splendide come il sigillo di un Diadema le nostre famiglie religiose, allora credo che nessuno di noi avrebbe più il diritto di essere mediocre e tiepido.
Carissimi, io sono solo sacerdote diocesano ma avrete capito che la VITA CONSACRATA mi “vive” dentro come se fossi un “perenne novizio”, non solo perché in famiglia ho avuto una sorella di sangue di 8 anni più grande di me che si è fatta Pastorella e che mi ha “cresciuto”, ma anche perché devo confidarvi che la mia vocazione di prete è stata generata, custodita e protetta da persone come voi in clausura o nella secolarità che hanno detto SÌ allo Sposo più esigente e straordinario che esista.
Insomma se ai miei parrocchiani ho sempre detto che la nostra Fede non è un insieme di Comandamenti ma una Persona, a voi posso dire che la Vita Consacrata non è solo un triplice Voto ma uno SPOSO da amare fino alla identificazione!
Chiedo infine una preghiera particolare per Mons. Natalino Zagotto, precedente Vicario Episcopale, ricoverato in ospedale per un serio problema di salute.
In attesa di conoscervi, Dio vi benedica

Don Antonio Panfili

Roma, 4 settembre 2017

Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 2017 Omelia del Vicario della Santa Messa alla Grotta

Omelia della Santa Messa alla Grotta
Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 2017
31 agosto 2017
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Maria profeta del Regno

Maria è al servizio di Gesù. Ma dopo la risurrezione diventerà madre dei discepoli. Questo è il dono di Gesù sotto la croce: «Ecco la tua Madre», «E il discepolo la prese nella sua casa». Prendere con sé Maria è pericoloso: Giuseppe lo aveva capito bene e non riusciva a dormirci sopra. Alla fine l’Angelo lo convinse: «Non temere di prendere con te Maria». E semplice pregare Maria … ma quanto è difficile prenderla con sé. Perché? Torniamo a Giuseppe. Le uniche maniere che un ebreo aveva di sistemare il problema di una promessa sposa rimasta incinta erano: ripudiarla; riconoscere il figlio ammettendo di essersi unito prima del matrimonio con la donna. In quel tempo avere figli dalla fidanzata non era reato ma qualcosa di sconveniente. C’era anche un proverbio giudaico riferito alla situazione: «Ha voluto cogliere i frutti dell’albero prima del tempo». Giuseppe obbedisce all’Angelo e prende con sé Maria. Non pensiamo mai a cosa significasse. Egli doveva andare in sinagoga ammettendo davanti a tutti che era stato lui e che riconosceva il figlio. Pensate lo sposo castissimo di Maria fare questa dichiarazione vergognosa nella sinagoga di Nazaret durante lo Shabbat!!! E’ pericoloso prendere Maria: si perde la faccia. Giuseppe ha perso la faccia. O la fede o la reputazione. Maria e Giuseppe la reputazione l’hanno persa subito: hanno preso la croce del disonore 30 anni prima che il Figlio finisse in croce. Il vero devoto di Maria perde la faccia per la fede, ce la mette tutta, calpestando il ‘rispetto umano’, l’ipocrisia, il politicamente corretto. Pensate: abbiamo tanta gente buona che fa tanto bene nelle nostre comunità… ma ne abbiamo pochissime che dicono la verità!
Perché Maria è profeta del Regno? Non perché parla, progetta, bensì perché Lei porta lo Spirito. Dove c’è Maria c’è lo Spirito. Ella in cielo è al servizio dell’epiclesi: ogni volta che un cristiano, un prete, un genitore, chiede la luce dello Spirito, Maria si muove. L’Arca santa conteneva in sé – così tramanda il Talmud – il bastone di Mosè, le tavole della legge, una porzione di manna. Maria è la nuova Arca che porta in sé l’Atteso: Gesù Cristo è il bastone di Mosé che ci apre la strada, spalancando il Mar Rosso della nostra vita che è la morte; è la nuova legge dell’amore scritta sul cuore; è il pane del cielo che non si corrompe e che ci fa adatti alla vita eterna. Maria porta sulle montagne della Giudea nel suo stesso grembo, il Liberatore, il Maestro, il Pane di vita. E come dall’Arca usciva un fuoco che consumava, da Maria promana il fuoco che cristifica: non a caso appena Elisabetta la vede viene colmata di Spirito santo e comincia a profetizzare. Si può accostarsi a Maria senza diventare profeti? Impossibile. Si può vivere sotto lo sguardo di Maria senza diventare a nostra volta arca di Dio: cioè persone genitoriali, che hanno in grembo qualcosa che – anche senza volerlo – contagia, salva, fa venire voglia di vivere. Questo è il devoto di Maria: colui che fa venire voglia di vivere in Cristo. Sovente abbiamo progetti tra le mani, idee nella mente, ma poca vita risorta ‘addosso’.
Maria ci costringe anche a sperare nel Regno: «Come aveva promesso ai nostri Padri». Dio non è bugiardo, non inganna; il Dio di Maria è il Dio che mantiene, che non si scorda: questo ci sussurra continuamente nostra Madre alle orecchie. Spesso viviamo una distorsione percettiva della fede: pensiamo che Dio non dimentichi i nostri peccati, e che si scordi di farci felici. Invece la Scrittura dice esattamente il contrario: Dio si getta alle spalle i peccati, e rimane fedele alle promesse. La pensiamo al rovescio rispetto alla Scrittura. Due volte Maria spera stringendo i denti: a Nazareth e al Calvario. A Nazareth decide di sperare anche se pensa di non essere adatta, sul Calvario spera anche se le apparenze dicono che il Dio di Gesù non è all’altezza. Ci sono – infatti – due mancanze di speranza. La prima: Dio è grande ma io non sono capace; la seconda: potrei farcela ma Dio è latitante. La prima Maria la sperimenta a Nazareth, la seconda al Calvario. Quale delle due è peggio, più deprimente? Dipende dai caratteri. Sicuramente dai tanti “non temere” che ricorrono nella Scrittura sembra che la prima (non sono capace) sia la più frequente nel credente. Paolo ci aiuta: non bisogna confidare in se stessi ma «nella grazia di Dio che è con me». Maria è piena di questa grazia che la distoglie dal pensarsi inadeguata: lo sa benissimo che lo è, ma non importa. Per sperare nella grazia bisogna dimenticarsi.

Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 2017 Omelia del Vicario della Santa Messa internazionale

Omelia della Santa Messa internazionale
Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 2017
Basilica San Pio X 30 agosto 2017
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Amare Dio con il cuore umile di Maria

Per amare Gesù con il cuore di Maria sua Madre dobbiamo prima di tutto sapere perché Dio ha amato Maria, perché ha posato lo sguardo su di Lei. Ella stessa ce lo dice: «ha guardato l’umiltà della sua serva». L’umiltà è la più grande caratteristica di Maria. Perfino Lutero lo aveva capito e sottolineato. Nel testo biblico il termine greco dice piccolezza, bassezza. Un primo significato è sicuramente sociologico: Maria non era una vip, ma una donna Galilea che tirava avanti cercando di farsi una vita dignitosa nella fedeltà alla Legge. Anche il suo nome era ordinario (era diffusissimo allora). Tra l’altro non era un nome eroico: Giuseppe aveva il nome del grande patriarca figlio di Giacobbe, Gesù è contrazione di Giosuè il grande condottiero di Israele. E Maria? Niente glorie del passato. Anzi, la Maria più famosa era la sorella di Mosè che non era proprio una santa: una chiacchierona che calunniava il fratello! Maria non era speciale, però era unica. Noi dobbiamo fare questa scoperta, una vera conversione: smettiamo di fare gli speciali, e scopriamoci unici davanti a Dio. L’umiltà di cui parla il Magnificat va anche riferito alla beatitudine della povertà: beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno! Chi erano questi poveri al tempo di Gesù? Coloro che non potevano avanzare diritti ma vivevano per la bontà del datore di lavoro. Poveri erano i contadini a giornata, braccianti precari a vita. I poveri in spirito sono coloro che decidono di farsi precari davanti a Dio, cioè di dipendere ogni giorno da Lui senza avanzare pretese. I poveri del vangelo sono quelli che implorano «dacci oggi il nostro pane quotidiano». Maria è umile dunque non solo perché non è speciale ma anche e soprattutto perché ha
scelto Lei di dipendere dal Padre e di non avanzare pretese verso il Figlio. Per questo motivo il cielo l’ha amata: Ella era spiritualmente una precaria senza rivendicazioni!
Sant’Agostino scriveva che per fare il cristiano sul serio ci vogliono tre virtù: «primo, l’umiltà, secondo, l’umiltà, terzo l’umiltà». Sempre l’umiltà, o se volete, tre ambiti di umiltà. Quali? Verso l’io, il prossimo, la storia (abbiamo già visto l’umiltà di Maria verso l’Altissimo). Prima di tutto l’umiltà verso se stessi: non siamo supereroi e non possiamo violentare la vita costringendoci di essere all’altezza di risolvere tutti i problemi; mancanza di umiltà verso se stessi è anche intristirsi sognando stili di vita che non possiamo permetterci. Dire quello che siamo – e non quello che pretendiamo di essere – è umiltà. Siamo delle creature: confessiamolo. Siamo giustamente abituati a confessare i peccati. Ma impariamo anche a dire «sono solo una creatura». Poi c’è l’umiltà verso il prossimo che è tanto grande: significa smettere di manipolare gli altri. Se io sono creatura anche l’altro ha il diritto di esserlo! Gli altri non esistono per diventare come li vogliamo noi. Il grande comandamento «ama il tuo prossimo come te stesso» va proprio in questa direzione. Il suo significato letterale è infatti «riconosci agli altri gli stessi diritti che hai tu». Gli altri hanno diritto di sbagliare, di arrabbiarsi, di ammalarsi… Infine l’umiltà verso la storia. La storia non è il palcoscenico del mio personale eroismo, ma della santità di Dio. Essa contiene il racconto della Sua fedeltà nei nostri confronti. Spesso invece la maltrattiamo con il vittimismo (la vita non mi ha dato questo e questo…) o la lamentela (dovevo fare strada io, e non questo, quest’altro buono a nulla): Maria né si lamenta né è vittima. Sta dritta in piedi sotto la croce.
L’umiltà che piace a Dio, che lo fa innamorare della creatura, è associata nel Magnificat ad un altro termine: “serva”. Ha guardato l’umiltà della sua serva. Maria si attribuisce questo titolo «serva». Eccomi sono la serva del Signore. Nella Bibbia questo termine – riferito agli amici di Dio – non ha un significato dispregiativo: pensate al servo di Isaia che è eletto da Dio. Oppure ad un amministratore delegato
di una grande casa (shalià in ebraico): anch’egli nella Bibbia è detto servo. Attualizzando allora il servo è «la persona di fiducia» non un burattino senza testa. Maria è serva in questo senso: è la donna di fiducia di Dio. Dio si fida di Maria proprio perché e umile. L’arroganza non ispira fiducia, l’umiltà di chi vive nella verità sì! Questa alleanza tra umiltà e affidabilità la troviamo nell’ultimo episodio del vangelo di Giovanni: il Risorto chiede a Pietro: «mi ami tu più di costoro?» e Pietro risponde con umile verità: «Lo sai tu Signore come e quanto ti amo, tu conosci il mio tradimento e il mio amore». Questa realistico sentire di sé fa sì che Cristo scelga Pietro come l’uomo di fiducia: «Pasci le mie pecorelle». Pensate nella nostra cultura come sono diverse le cose: per noi un leader forte è uno che sa il fatto suo, che non sbaglia mai, che mostra i muscoli. Nella Chiesa il vero cristiano affidabile e chi si confessa peccatore, chi non finge, chi parla senza problemi della sua pochezza. «Quando sono debole, allora sono forte» scrive Paolo ai Corinzi. Per servire il Signore ed essere suoi affidabili amici specializziamoci in umiltà. Essa è la più grande competenza per lavorare nel Regno.

Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 2017 Omelia del Vicario della Santa Messa della Riconciliazione

Omelia della Santa Messa della Riconciliazione
Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 2017
Basilica San Pio X 29 agosto 2017
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Ai piedi di Maria la Madre del Signore

Siamo qui ai piedi di Maria per un motivo grande: non solo perché ci sentiamo protetti, o perché fa le grazie, le guarigioni, ecc. Tutto questo è vero e Nostra Madre desidera accontentarci presso il Signore perché il Figlio le ha chiesto di occuparsi di noi. Ma il motivo fondamentale per cui siamo a Lourdes è perché duemila anni fa una donna è diventata la Madre di Dio. Cosa significa? Una cosa grande e inconcepibile dalla mente umana: se Maria non avesse detto “sì” all’Angelo nella sua casa di Nazareth, la nostra vita risulterebbe un “no”; sarebbe rimasta una serie di “no”, di desideri abortiti. Avremmo continuato a cercare Dio a tentoni senza mai trovarlo. Accettando la proposta di Dio Maria ha fatto sì che il Logos rifacesse amicizia col Caos dell’uomo! Umano e Divino sono ridiventati – come in Eden – amici: la terra è fatta per il cielo, e il cielo per la terra. Allora siamo qui perché in Maria capiamo bene – anche se non lo sappiamo esprimere – che tutto quello che ho nel cuore, tutto il mio caos, quello che ho lasciato a Roma, è il luogo dove io e il cielo facciamo amicizia. Stare ai piedi di Maria comporta sposare nuovamente se stessi e la realtà: non la mia parte migliore e basta. Ma – come diceva San Macario il Grande – dobbiamo avere un occhio umile e benevolo sia per il bene che è in noi sia per le zone ancora affascinate dal male, dalla contraddizione. La Madre di Gesù è l’illustrazione più potente di ciò che papa Francesco scrive nella EG «la realtà è superiore all’idea». Vietato scappare dunque! Chi resta con Maria, resta con la sua storia, senza angelismi. Chiediamo dunque a Maria di essere contenti della nostra vita: anche se è una “stalla”, Ella vi adagerà il Salvatore, come a Betlemme.
C’è anche un altro motivo, ancora più profondo. Maria non è una madre qualsiasi: bensì madre vergine. Cioè – lo sappiamo – è diventata madre senza concorso di uomo. Giuseppe è stato il suo vero marito, non il coniuge. «Nacque da Maria Vergine»: è il dogma della nostra fede. Perché? Che cosa cambiava se nostra Madre avesse concepito con un normale e sano rapporto coniugale benedetto da Dio nel matrimonio? Qui c’è un grande mistero della vita credente. Tutto quello che accade in e per Maria è un paradigma, una verifica, per il battezzato. E allora: Maria è vergine perché il Figlio di Dio non poteva essere il risultato dell’amore umano tra Lei e Giuseppe. Gesù è ‘gratis’, per questo Maria è vergine. Nessuna opera umana – nemmeno l’amore – poteva ‘metterlo al mondo’, «produrlo». Non esiste la «fecondazione della grazia assistita» né la grazia in provetta. Gesù è un dono, un regalo. I giudei del tempo sapevano di desiderarlo, lo attendevano, ma non potevano procurarselo da soli. Cristo – dunque – per usare una parola teologica è «indisponibile», ossia non manipolabile, controllabile. Guardando Maria noi impariamo una verità molto difficile: quello che mi serve per salvarmi, per essere nella gioia, IO NON POSSO DARMELO, e nemmeno lo possono gli altri!!! Maria lo sapeva bene: per questo dice all’Angelo «non conosco uomo», ossia «fai tu questa cosa bella, io non posso, non sono capace, da sola non posso dare al mondo il Messia atteso». Quando la creatura tocca il limite, allora Dio fa scavalcare i muri. Se pensiamo di salvarci da soli, o per i nostri soli meriti, rimaniamo legati al palo. Ma questa verità – se amata – diventa una vera gioia: «nulla è impossibile a Dio». L’impotenza di Maria e di ciascuno di noi è luogo confortevole su cui si posa la Potenza dell’Altissimo. Come la bambagia per il criceto! Ecco: diventiamo ‘vergini’ nel cuore: contenti di essere incapaci!
Infine, quando ci mettiamo ai piedi di Maria troviamo anche il serpente, il nemico dell’umana natura. Ricordiamo il libro della Genesi: Dio dice al serpente che la donna – prefigurazione di Maria – schiaccerà la sua testa. Lui cercherà di insidiare il calcagno ma non potrà morderla… perché la testa è tenuta ben ferma sotto il piede. E’ il mistero del male: c’è, si dibatte, si riorganizza sempre in forme nuove, ma non può vincere. Il cristiano non è uno che dice che va tutto bene, che illude gli altri con una pacca sulla spalla. Egli – come comandava Paolo – piange con chi piange! Ma allo stesso tempo non è un pagano senza speranza: il male – lo sa bene – non dura. Allora contemplando Maria e stando ai suoi piedi noi impariamo ad essere persone che vedono il male e si rattristano, ma sanno che ha le ore contate e quindi allo stesso tempo si rallegrano: «beati quelli che piangono perché saranno consolati». Si dice che il pessimista è solo un uomo ben informato. Noi siamo ottimisti non perché ci illudiamo, ma perché abbiamo ricevuto questa dritta – una buona notizia – : al male rimane poco tempo. Il conto alla rovescia è iniziato anche per il serpente. Ci vuole una fede che spera: facciamo l’elenco di tutto il male che c’è nella nostra vita, che abbiamo anche causato noi: peccati, indolenze, tradimenti, indifferenza, maldicenza, sregolatezza, prevaricazione del prossimo… guardiamo il ‘serpente’ e il suo veleno con onestà, senza giustificarci. E quando abbiamo terminato l’elenco diciamo a Dio: «grazie Signore perché il mio male, quello che ho fatto o ricevuto, ha le ore contate». Questa è la fede che spera e che ha animato Maria ai piedi della Croce.

Nuove nomine all’ORP, all’Edilizia per il Culto e all’Ufficio Clero

Il Vicario Generale S.E. Rev.ma Mons. Angelo De Donatis ha nominato Mons. Remo Chiavarini — nato a Sassoferrato (AN) il 16 maggio 1953 e Parroco di San Clemente dal 2015 ― quale nuovo Amministratore Delegato dell’Opera Romana Pellegrinaggi, succedendo in tal modo a Mons. Liberio Andreatta; ha altresì promosso Don Pierluigi Stolfi — nato a Roma il 14 settembre 1970 — a Direttore dell’Ufficio per l’Edilizia di Culto, di cui è stato Vice Direttore dal 2008; ha infine nominato Direttore dell’Ufficio Clero Don Massimo Cautero, nato a Roma l’8 luglio 1966 e Vicario Parrocchiale di S. Marco Evangelista al Campidoglio dal 2016.

Don Gabriele Faraghini nuovo Rettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore

Don Gabriele Faraghini, Vicario generale dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas, è il nuovo Rettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore. Nato a Roma il 21 novembre 1965, è stato ordinato presbitero per la diocesi di Roma il 16 maggio del 1992. Dal 1992 al 1997 è stato vicario parrocchiale nella parrocchia Sant’Ugo. Nel 2001 emette la professione dei voti perpetui nella fraternità dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas.
Don Gabriele succede a don Concetto Occhipinti, Rettore del Pontificio Seminario Romano dal 24 giugno 2011, che sarà parroco a Sant’Ireneo a Centocelle al posto di don Tonino Panfili, nuovo Vicario episcopale per la Vita Consacrata.

Le nomine dei nuovi parroci

Tre nel settore Est, sei al Sud, una all’Ovest, tre al Nord e due al Centro. Sono le novità che coinvolgono le parrocchie di Roma con le nomine dei nuovi parroci approvate dal Papa. Ma due interessano anche il Vicariato, per altrettanti direttori di Ufficio. Don Emanuele Albanese, romano, 38 anni, subentra alla guida dell’Ufficio matrimoni – dove già lavorava da due anni – al 78enne monsignor Virgilio La Rosa, fabbriciere della cattedrale di Roma, per ben 35 anni a capo dell’organismo diocesano. Al Servizio diocesano per la pastorale giovanile la nomina di don Antonio Magnotta, romano, 46 anni, da tre anni incaricato nel medesimo settore, ora impegnato in particolare nel cammino verso il Sinodo dei giovani.

Tornando alle comunità parrocchiali, tre cambiamenti nel settore Est, il più popoloso della diocesi di Roma. Don Filippo Martoriello, 48 anni, viceparroco ai Santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela, è il nuovo parroco di San Giuseppe Cafasso a Tor Pignattara e sostituisce don Giovanni Galli. Don Stanislao Iwanczak, nato a Czerna (Polonia) nel 1962, vicario a Nostra Signora di Czestochowa, sarà alla guida della comunità di Santo Stefano protomartire a Tor Fiscale, dove per quasi 30 anni è stato parroco monsignor Vincenzo Vigorito; a San Policarpo all’Appio Claudio, infine, arriva don Claudio Falcioni, 62 anni, da 13 parroco a Santa Maria Maddalena de’ Pazzi. Falcioni subentra a don Alessandro Zenobbi, 47anni, che andrà a guidare la comunità di Santa Lucia a circonvallazione Clodia (settore Ovest), affidata per 36 anni a monsignor Antonio Nicolai.

Nel settore Sud, don Fabrizio Biffi, 51 anni, sarà parroco a Santa Maria della Consolazione a Tor de’ Cenci (era a San Fedele da Sigmaringa). A San Benedetto all’Ostiense, finora affidata a don Fabio Bartoli, arriva don Vincenzo Sarracino, 61 anni, vicario a Santa Maria delle Grazie a Casal Boccone. La comunità di San Pio da Pietrelcina al quartiere Caltagirone saluta don Alfio Tirrò, 41 anni, nominato parroco a San Vigilio a Ottavo Colle– Vigna Murata, e accoglie don Tommaso Mazzucchi (finora vicario a San Benedetto Labre), che fino al 2014 era stato vicario proprio nella parrocchia intitolata a Padre Pio e che con i suoi 36 anni non ancora compiuti è il parroco più giovane. Nel settore Sud anche due amministratori parrocchiali: don John Jairo Betancur, degli Oblati Figli della Madonna del Divino Amore, nato a Venecia (Colombia) il 15 ottobre 1966, a San Romualdo Abate a Castel di Decima; sostituisce il 46enne don Massimiliano Barisione, che guiderà la comunità di San Carlo Borromeo a Fonte Laurentina.

Quanto al settore Nord, don Marco Ceccarelli, 46 anni, viceparroco di Sant’Atanasio, è il nuovo parroco di San Fedele da Sigmaringa a Pietralata; a Santa Maria Maddalena de’ Pazzi arriva don Paolo Matarrese, anch’egli 46enne, già cappellano al San Filippo Neri, mentre la comunità di Santa Maria delle Grazie a Casal Boccone sarà guidata da don Demetrio Quattrone, 50 anni, finora parroco a San Vigilio. Due, infine, le nomine nel settore Centro: a San Marco Evangelista al Campidoglio – la parrocchia affidata per dodici anni a monsignor De Donatis, nuovo vicario di Roma – arriva monsignor Renzo Giuliano, 67 anni, rettore di San Giuseppe dei Falegnami, mentre nuovo parroco di Santa Marcella all’Ostiense sarà il 40enne don Andrea Cavallini, vicario a San Saturnino.

10 luglio 2017

E’ morto monsignor Giuseppe Gulizia

Il Vicario Generale, S. Ecc. Mons. Angelo De Donatis, il Vicegerente e i Vescovi Ausiliari della Diocesi di Roma annunciano il ritorno alla casa del Padre di monsignor Giuseppe GULIZIA, Canonico della Basilica Papale di S. Giovanni in Laterano, già Parroco a Nostra Signora di Coromoto. Ricordandone il lungo e generoso ministero a favore della Diocesi di Roma, lo affidano al Signore della vita perché gli conceda il premio promesso ai servi fedeli.
Le esequie sono state celebrate martedì 18 luglio 2017, alle ore 10,30, nella Basilica di San Giovanni in Laterano

Preghiera di affidamento per la Diocesi di Roma

Roma 29 Giugno 2017, Basilica di San Giovanni in Laterano
Nella festa dei S.S. apostoli Pietro e Paolo

Preghiera di affidamento per la Diocesi di Roma
Di S.E. Mons. Angelo De Donatis, Vicario di Roma

 

Eterno Signore di tutte le cose
Tu sei la fonte della vita e hai dato origine all’universo;
da te proviene tutto quello che è buono e santo
e dà vigore al nostro spirito.

Ravviva nella Chiesa di Roma
lo spirito dei santi apostoli Pietro e Paolo
che tu ci hai dato come esempio e guida.

Con l’annuncio della parola viva ed eterna
essi hanno suscitato in questa Citta’
un popolo numeroso
che oggi è riunito attorno alla Mensa
preparata a noi dal tuo Figlio.

Nutrita del cibo che non si corrompe,
questa Comunità è pronta a riprendere il cammino
per continuare la missione che essi hanno iniziato
proclamando al mondo che Gesù è il Messia, è il Signore.

Fai che, animati dal loro esempio
e sostenuti dalla loro fraterna intercessione,
ci manteniamo pronti al buon combattimento della fede.

 

Donaci un cuore semplice puro
per essere capaci di riconoscere in ognuno
l’immagine del tuo volto
e vedere in questa età che tramonta
i segni di un tempo nuovo e migliore.

Fa che anche noi, come Pietro,
possiamo proclamare il nostro amore
nonostante la debolezza che ci inclina a cadere
e, come Paolo, sentiamo viva in noi
la grazia che ci spinge a servire il Vangelo
perché siamo stati afferrati da Cristo
e non viviamo più per noi stessi
ma per lui che è morto e risorto per noi.

Allora, divenuti veri discepoli
di Gesù tuo figlio,
sapremo scegliere quello che nel mondo
è debole e disprezzato e ciò che è nulla
perché nella nostra debolezza
appaia la potenza e la sapienza di Cristo.

Facci crescere in una comunione
viva, cordiale e sincera
con il nostro Vescovo, il Papa Francesco,
che tu hai scelto a presiedere nella carità.

Donaci di sentire «le gioie e le speranze,
le tristezze e le angosce degli uomini di oggi,
dei poveri, soprattutto, e di coloro che soffrono» (GS 1);
perché sono l’eco dei sentimenti di Cristo, vero uomo
che ci ha insegnato a pregarti incessantemente
perché venga tra noi il tuo regno.

Fa’ che impariamo a farci tutto a tutti
e siamo disponibili a condividere
la sorte dei più deboli.

Ravviva in noi lo spirito del tuo Figlio
che ci muova su vie nuove
per mostrare agli uomini
il volto puro della Chiesa
vera madre, che rigenera i suoi figli
nella Misericordia.

Affidiamo la nostra preghiera
all’intercessione dei santi apostoli Pietro e Paolo
e a Maria salus populi romani
che veneriamo come nostra Madre e Signora.

Si è spento don Antonio Claro Ruiz

Il 28 giugno 2017 si è spento don Antonio Claro Ruiz, del clero romano, cappellano ospedaliero del Policlinico Umberto I. Le esequie si sono tenute mercoledì 5 luglio, alle ore 15, nella basilica di San Lorenzo Fuori le Mura.

Monsignor De Donatis: «Roma abbia credenti autentici»

«Questa nostra città possa avere presenze di credenti autentici che diventino roccia su cui gli altri possano poggiare la loro fede». È il primo incoraggiamento rivolto ai fedeli della diocesi di Roma dal nuovo vicario del Papa, l’arcivescovo Angelo De Donatis, che ha presieduto a San Giovanni in Laterano giovedì, nella solennità dei santi Pietro e Paolo, la sua prima Messa capitolare da arciprete della basilica. A concelebrarla, tra gli altri, il vicegerente Filippo Iannone, il vescovo ausiliare per il settore Centro, Gianrico Ruzza, e il vescovo Luca Brandolini, vicario dell’arciprete di San Giovanni in Laterano. Il nuovo incarico di De Donatis, che succede al cardinale Agostino Vallini come vicario generale, è cominciato proprio nella festa degli apostoli patroni di Roma (la nomina risale al 26 maggio scorso). Al suo fianco tanti sacerdoti, che il presule ha avuto modo di seguire durante il suo ministero di vescovo ausiliare per la cura del clero.

Ad accogliere l’arcivescovo è stato il canonico monsignor Luis Duval, decano del Capitolo della basilica lateranense: «Tutti quelli che la conoscono hanno accolto la sua nomina con grande gioia e l’hanno saputa comunicare a quelli, come me, che non avevano avuto l’onore di incontrarla. Lei – ha detto rivolgendosi a De Donatis – è il benvenuto. Tutto il Capitolo non chiede altro che collaborare con lei per fare di questa basilica un luogo in cui i numerosissimi visitatori e pellegrini possano incontrare il Signore, la pace dell’anima e la forza di servire i fratelli». «Le vostre preghiere so che non mancheranno e so che mi sostengono», ha detto l’arcivescovo rivolgendosi al clero, ai tanti religiosi e ai fedeli presenti nella cattedrale di Roma, molti dei quali lo hanno accompagnato nei diversi incarichi che ha ricoperto. L’omelia è stata incentrata sul brano del Vangelo del giorno. «La nostra fede può diventare pietra su cui può fondarsi la fede degli altri. È Dio la roccia su cui poggiare il piede per non vacillare», ha detto il presule, che ha richiamato il brano che conclude il discorso della montagna, nel Vangelo di Matteo: «Gesù propone la metafora della casa e dei due costruttori, l’uomo saggio edifica sulla roccia se ascolta le parole di Gesù e le mette in pratica. Allora la casa regge. Roccia su cui si edifica la Chiesa diventa la fede stessa di Pietro. La roccia è l’alleanza stessa che Dio stabilisce con ciascuno di noi».

E proprio nell’apostolo, De Donatis trova un modello di accoglienza. «Pietro professa la sua fede perché sa accogliere. Il verbo più importante per un cammino di fede è accogliere, accogliere il dono di una rivelazione – ha aggiunto –. Pietro è roccia perché in lui si rivela la solidità di Dio, che ha bisogno di manifestarsi nella storia, nei segni di cui continuiamo ad avere bisogno, perché la nostra vita non fugga in un mondo virtuale ma rimanga incarnata nelle dinamiche della storia». Infine, un richiamo alla testimonianza di Paolo, che «sa che la sua fede sostiene quella degli altri; allora anche a lui il Signore promette di essere roccia su cui gli altri troveranno fondamento e rifugio». Al termine della Messa, animata dal Coro della diocesi diretto da monsignor Marco Frisina, i fedeli hanno salutato con un lungo applauso De Donatis, che ha concluso la celebrazione con una preghiera per la città.

 

30 giugno 2017

Saluto del cardinale Vallini al clero della diocesi di Roma

Dal Vicariato, 24 giugno 2017

Ai Reverendi Sacerdoti
della Diocesi di Roma

Cari Confratelli,

al termine del mio mandato di Vicario del Santo Padre per la Diocesi di Roma mi è caro rivolgere a tutti Voi un fraterno saluto ed un sentito ringraziamento per l’affetto fraterno che mi avete concesso e la generosa cooperazione nell’esercizio del mio ministero episcopale. Ho potuto ringraziare personalmente molti di Voi, che ho incontrato nelle scorse settimane in Vicariato o in altri luoghi, ma desidero esprimere la mia gratitudine anche con questo piccolo messaggio che confido possa giungere a tutti.

Considero una grazia ed un onore aver servito in questi anni la Chiesa di Roma e la Città, chiamato dalla fiducia di Papa Benedetto e poi di Papa Francesco, ai quali rinnovo il mio devoto ringraziamento. Ho avvertito che la grande responsabilità che mi è stata affidata ho potuto esercitarla grazie al fatto di averla condivisa quotidianamente con i fratelli Vescovi, Mons. Vicegerente, gli Ausiliari, e tutti Voi sacerdoti. A ciascuno e a tutti il mio profondo e fraterno grazie.

Nel corso di questi anni sono rimasto ammirato per la testimonianza di vita e di fedeltà al Signore e per la generosa dedizione del Clero romano. Certo, il tempo complesso che viviamo chiede a noi pastori uno sguardo lungimirante di fede ed un rinnovato coraggio di creatività pastorale per affrontare le sfide che abbiamo davanti e per rispondere ai bisogni spirituali delle famiglie e delle persone, vicine e lontane, che guardano alla Chiesa con speranza.

Il progetto pastorale che abbiamo costruito insieme, in obbedienza agli orientamenti e alle determinazioni del Sinodo Diocesano degli anni ’90, ha messo al primo posto l’urgenza di individuare vie nuove per riproporre il Vangelo e suscitare la fede, fondamento della vita cristiana, e per costruire comunità ecclesiali coscienti e testimonianti. Sono convinto che le scelte pastorali che abbiamo fatto nei convegni annuali, portate avanti con pazienza e tenacia, daranno i frutti desiderati. Andiamo avanti dunque con fiducia e letizia, certi dell’azione potente dello Spirito Santo che anima e vivifica la Chiesa.

Al carissimo fratello S.E. Mons. Angelo De Donatis, nuovo Vicario, formulo gli auguri più cordiali di un buon servizio e gli assicuro la vicinanza, la stima e la preghiera. Ricordatemi al Signore nella Vostra preghiera, come anche io mi impegno a fare ogni giorno per ciascuno di Voi e per le Vostre Comunità.
Con affetto fraterno.

Agostino Card. Vallini

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