«Voglio semplicemente offrire alcuni spunti di riflessione per contemplare la bellezza e la verità del celebrare cristiano» (DD 1).
«L’immensità del dono e la piccolezza di chi lo riceve, è infinita e non può non sorprenderci» (DD 3).
«A quella Cena nessuno si è guadagnato un posto, tutti sono stati invitati» (DD 4).
«Occorre solo l’abito nuziale della fede che viene dall’ascolto della sua Parola (cfr. Rm 10,17): la Chiesa lo confeziona su misura con il candore di un tessuto lavato nel Sangue dell’Agnello (cfr. Ap 7,14). (DD 5).
«La Chiesa ha sempre custodito come il suo più prezioso tesoro il mandato del Signore: “fate questo in memoria di me”. (DD 8).
Da subito la Chiesa ha compreso, illuminata dallo Spirito Santo, che ciò che era visibile di Gesù, ciò che si poteva vedere con gli occhi e toccare con le mani, le sue parole e i suoi gesti, la concretezza del Verbo incarnato, tutto di Lui era passato nella celebrazione dei sacramenti. (DD 9).
Con il termine liturgia, proveniente dal greco (leitourgìa), in origine si indicava un’opera, azione o iniziativa assunta liberamente in proprio da un privato in favore del popolo, del quartiere, della città, dello stato. Con l’andare del tempo, questa spontanea e volontaria attività svolta dal privato cittadino perse il suo carattere «libero» e, così, con la parola liturgia si iniziò a identificare qualunque lavoro di servizio, più o meno obbligatorio, reso allo Stato, alla divinità, oppure a un privato. Nella traduzione greca della Bibbia detta dei LXX, liturgia indica, invece, sempre, senza eccezione, il servizio religioso reso dai leviti a Jahvè, prima nella tenda e poi nel tempio di Gerusalemme. Il termine, dunque, in tale contesto assume un significato tecnico, che designa il culto pubblico e ufficiale a norma delle leggi levitiche. La teologia cristiana adotta dal mondo greco il termine liturgia relazionandolo al proprio culto. Se la teologia cristiana ha preso questo vocabolo del mondo greco, lo ha fatto ovviamente pensando al nuovo popolo di Dio nato da Cristo che ha aperto le sue braccia sulla Croce per unire gli uomini nella pace dell’unico Dio. Dal costato aperto di Cristo dormiente sulla croce è nata la Chiesa e sono scaturiti i sacramenti della nostra salvezza, nell’acqua (battesimo) e nel sangue (Eucaristia). Il soggetto che agisce nella Liturgia è sempre e solo Cristo-Chiesa, il Corpo mistico di Cristo. Come dal costato del primo Adamo, dopo aver fatto scendere su di Lui un torpore, Dio trasse Eva, così dal costato del nuovo Adamo, addormentato nel sonno della morte, nasce la nuova Eva, la Chiesa.
Liturgia è «servizio in favore del popolo», un popolo che non esiste da sé, ma che si è formato grazie al mistero pasquale di Gesù Cristo. Di fatto, il popolo di Dio non esiste per legami di sangue, di territorio, di nazione, ma nasce sempre dall’opera del Figlio di Dio e dalla comunione con il Padre e lo Spirito Santo che Egli ci ottiene.
Il Catechismo indica, inoltre, che «nella tradizione cristiana [la parola liturgia] vuole significare che il popolo di Dio partecipa all’opera di Dio» (n. 1069), perché il popolo di Dio come tale esiste solo per opera di Dio. Liturgia come azione teandrica = divina-umana.
Il Concilio Vaticano II, cinquant’anni or sono, iniziò i suoi lavori proprio con la discussione dello schema sulla Sacra Liturgia, approvato poi solennemente il 4 dicembre del 1963. La costituzione Sacrosanctum Concilium fu il primo testo approvato dai padri del Vaticano II. La decisione di iniziare i lavori proprio sullo schema della liturgia si è dimostrata molto giusta, anche a partire dalla gerarchia dei temi e dei compiti più importanti per la Chiesa. Iniziando con il tema della liturgia, il Concilio mise in luce in modo molto chiaro il primato di Dio, la sua priorità assoluta. Prima di tutto Dio: proprio questa priorità assoluta viene evidenziata dalla scelta conciliare di partire dalla liturgia. Poiché dove lo sguardo su Dio non è determinante, ogni altra cosa perde il suo orientamento. Il criterio fondamentale per la liturgia è il suo orientamento a Dio, per poter così partecipare alla sua stessa opera.
SC dà questa definizione fondamentale di liturgia: «È l’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo mediante il quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Cristo, cioè dal Capo e dalla sue membra, il culto pubblico integrale. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado (SC 7).
Ecco, dunque, che non si tatta di uno sforzo umano, qualcosa che parte da noi, ma si tratta della «redenzione compiuta da Dio in Gesù Cristo per mezzo dello Spirito Santo. E come Cristo fu inviato dal Padre, così anch’egli ha inviato gli apostoli che, colmi di Spirito Santo, non solo predicassero il Vangelo a tutti gli uomini, ma anche perché attuassero, per mezzo del sacrificio e dei sacramenti sui quali si impernia tutta la vita liturgica, l’opera della salvezza che annunziavano. Per realizzare un’opera così grande Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche». Da queste affermazioni di SC 7 emerge come nella liturgia l’iniziativa parte da Dio, nella liturgia continua la storia salvezza dove protagonista e attore principale è il sommo sacerdote Gesù Cristo. Perciò la liturgia, che si esprime attraverso i riti e le preghiere, i gesti e le parole, il linguaggio verbale e il linguaggio non verbale, nel tempo e nello spazio, è sempre primariamente un evento di grazia che ha come unico scopo la santificazione dell’uomo, la cristificazione, la divinizzazione. È la vita di Dio in noi, perché Dio si è fatto come noi per farci come Lui. Il prefazio IV comune afferma questa realtà: «Tu non hai bisogno della nostra lode, ma per un dono del tuo amore ci chiami a renderti grazie; i nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva». La liturgia come parola e sacramento è caratterizzata primariamente dalla linea strutturale discendente (catabasi) che da Dio raggiunge l’uomo. Ma nell’evento liturgico l’uomo non rimane muto passivo spettatore, risponde con la lode, con la gratitudine, la riconoscenza. La Parola di Dio lo spinge a una risposta, la misericordia di Dio lo chiama a un amore riconoscente. Non il singolo uomo ma nella liturgia è l’intero corpo di Cristo che risponde. All’azione salvifica di Dio risponde la lode dell’intera Chiesa alla quale si associa Cristo. Perciò nella liturgia si ha anche una linea strutturale discendente (anabasi). Possiamo dire allora che Cristo è il primo soggetto agente della liturgia, la Chiesa suo corpo mistico è un secondo soggetto attivo. Cristo e Chiesa nella liturgia sono inscindibili, non si possono separare proprio come quella goccia d’acqua profusa nel calice all’offertorio della celebrazione eucaristica dove le parole che accompagnano il gesto sono: «L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana». Un gesto piccolo ma di grande valore simbolico! San Cipriano di Cartagine (III secolo) associa a questo gesto la mescolanza dell’umanità con il Cristo. In una delle sue lettere, quella indirizzata a Cecilio, afferma: «Se qualcuno offrisse solo vino, il sangue di Cristo inizierebbe a essere senza di noi. Se invece ci fosse solo acqua, allora il popolo inizierebbe a essere senza Cristo» (Epistola 63,13). Ecco allora che la liturgia è l’opera congiunta del sommo sacerdote Gesù e della sua Chiesa per la santificazione dell’uomo e la gloria di Dio. La liturgia non è un percorso a senso unico ma un mirabile scambio, sacrum commercium. È dialogo e scambio tra Dio e l’umanità. Queste due parole chiave (dialogo e scambio) sono immediatamente sperimentabili nella celebrazione eucaristica dove nella Liturgia della Parola è più evidente il dialogo e nella liturgia eucaristica è più evidente lo scambio: «Accogli, Signore, i nostri doni in questo misterioso incontro tra la nostra povertà e la tua grandezza: noi ti offriamo le cose che ci hai dato, e tu donaci in cambio te stesso» (Orazione sulle offerte). I testi della liturgia del Natale sono colmi di questa realtà: «Meraviglioso scambio! Il Creatore ha preso un’anima e un corpo, è nato da una vergine; fatto uomo senza opera d’uomo, ci dona la sua divinità» (LO, Prima Antifona Vespri del 1° gennaio). Alla luce di questa visione essenziale, risulta evidente che la liturgia non è la somma di tutte le cerimonie e le prescrizioni rubricali riguardanti le azioni liturgiche. Contro questa concezione superficiale, minimalista protestava già Pio XII nell’enciclica Mediator Dei (1947) dove affermava: «Non hanno un’esatta nozione di liturgia coloro i quali la ritengono come una parte soltanto esterna e sensibile del culto divino o come un cerimoniale decorativo; né sbagliano meno coloro i quali la considerano come la somma di leggi e precetti con i quali la gerarchia ecclesiastica ordina il compimento dei riti».
SC 10 non esita ad assegnare alla liturgia il rango più alto dicendo che «la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa è la fonte da cui promana tutta la sua virtù». Nessun’altra azione della Chiesa raggiunge la sua efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado. La liturgia nasce dal mistero pasquale di Cristo e ne attualizza i frutti che sono la santificazione degli uomini e la glorificazione di Dio. Pertanto non c’è alcun’altra attività più preziosa della Chiesa, più efficace e necessaria. Secondo un’affermazione di Karl Barth: «La liturgia cristiana è la cosa più importante, più urgente e sublime che può accadere sulla terra». Non è certo la sola attività ecclesiale: vi è l’annuncio, la conversione, l’adesione degli uomini a Cristo. Inoltre la liturgia è qualcosa di vivo e incarnato, è risorsa di umanità proprio a partire dall’incarnazione, non è un tirarsi fuori dal mondo. Alla scuola della liturgia, frequentando i divini misteri, mangiando la Parola e il Pane, celebrando i sacramenti e lasciandoci trasfigurandoci ad immagine del Figlio Gesù, diventiamo più umani e siamo inviati a trasfigurare il mondo, a superare i nostri egoismi per continuare la storia della salvezza nell’impegno per il regno di Dio. Attraverso gesti umani e parole umane, quale azione umanissima, la liturgia apre l’accesso al mistero e spinge in uscita la Chiesa, abilitando i credenti a porre nel cuore del mondo rapporti autenticamente umani. La liturgia, azione divina, si dà in un’azione umana e chiede di incarnarsi nel vissuto dei partecipanti, permettendo il costituirsi della fraternità e sororità ecclesiale nelle sue linee portanti.
Gli ambiti o settori della liturgia
Al centro di tutto sta la celebrazione eucaristica e tutte le altre celebrazioni sacramentali che ad essa fanno riferimento. L’evento di redenzione della morte e risurrezione di Cristo è il fondamento, la fonte di tutta la liturgia. Attorno all’Eucaristia, come centro, si snodano tutti gli altri sacramenti: i sacramenti dell’iniziazione cristiana (o della rinascita) battesimo e confermazione che introducono il credente nella comunità ecclesiale. Poi i sacramenti di guarigione che vengono in aiuto al cristiano in particolari situazioni: la penitenza («la seconda tavola della salvezza dopo il naufragio della grazia perduta» – come la chiamano i Padri) o riconciliazione e l’unzione degli infermi che non è il sacramento dei morenti ma dei viventi. I sacramenti di stato come l’ordine e il matrimonio che sono una chiamata e un’abilitazione a particolari servizi nella Chiesa. Un ambito della liturgia è l’annuncio della Parola nella proclamazione e nell’omelia, i tesori della sacra Scrittura (Bibbia) largamenti aperti a tutti i fedeli, una mensa abbondante. Liturgia è la celebrazione della Liturgia delle Ore, preghiera di Cristo e della Chiesa, il laudis canticum al quale la Chiesa della terra si unisce a quella del cielo. Appartengono alla liturgia i sacramentali (le diverse benedizioni e la liturgia delle esequie). Poi vi sono i pii esercizi, cioè tutte quelle forme di pietà popolare e devozioni presenti nella Chiesa e che devono armonizzarsi con la liturgia (cf. SC 13).
I soggetti della liturgia
Sono Cristo e la Chiesa i due soggetti essenziali del culto cristiano. La Chiesa è visbile nella liturgia nell’assemblea radunata, convocata nel nome di Cristo e presieduta in suo nome. L’assemblea è il soggetto celebrante composta dai ministri ordinati, dai ministri istituti, dai battezzati che esplicano la ministerialità di fatto. Tutti, in forza del sacerdozio comune ricevuto nel sacramento del battesimo e nella confermazione, siamo soggetti della liturgia. Il Concilio Vaticano II parla di partecipazione attiva, l’atteggiamento cioè condiviso dei credenti: piena, consapevole, attiva, devota, comunitaria… partecipazione richiesta dalla natura della liturgia (dialogo e scambio) e alla quale il popolo cristiano ha diritto e dovere in forza del battesimo (cf. SC 14). Una partecipazione che si articola in molteplici forme che non significano e non idicano attivismo compulsivo che, a volte, rendono l’animazione liturgica «agitazione liturgica» o motivo di contesa con i pastori e tra di noi per aggiudicarsi poteri, monopoli e protagonismi, ecc. Si partecipa con le acclamazioni, le risposte, le preghiere, i canti, le letture, con i gesti di inchinarsi, stare seduti per l’ascolto, stare in piedi, nel presentare i doni, con l’ascolto, con il silenzio. Occorre formarsi continuamente alla scuola della liturgia e dell’anno liturgico per comprendere profondamente il significato di ogni azione che compiamo nella liturgia e il senso proprio della partecipazione come l’ha intesa il Concilio. La ministerialità come forma di partecipazione, nel senso che si realizzano i diversificati ministeri senza confusione ma dove ognuno compie tutto ciò che gli compete: i ministranti, i lettori, i commentatori, il coro, l’organista, chi dispone i fiori, chi fa l’accoglienza, i ministri straordinari della comunione, i sacristi ecc… tutti ministeri che richiedono una formazione liturgica, biblica, spirituale e una necessaria conoscenza tecnica. Importanza ha anche il gruppo liturgico (croce e delizia nelle parrocchie) che in stretta collaborazione con i sacerdoti della parrocchia dovrebbe assicurare una buona regia delle celebrazioni, la cura dell’ars celebrandi. Perché? Per dire «ma come siamo bravi?». Sarebbe protagonismo sterile. È per aiutare il santo popolo di Dio, di cui tutti facciamo parte, a pregare, a incontrare il Signore risorto che ci spèiega il senso delle Scritture e spezza il pane per noi, i fratelli e le sorelle e poi andare a trasfigurare il mondo. Dopo la liturgia terrena c’è solo la Gerusalemme celeste, il Paradiso.
Il senso teologico della Liturgia
16. Dobbiamo al Concilio – e al movimento liturgico che l’ha preceduto – la riscoperta della comprensione teologica della Liturgia e della sua importanza nella vita della Chiesa: i principi generali enunciati dalla Sacrosanctum Concilium così come sono stati fondamentali per l’intervento di riforma, continuano ad esserlo per la promozione di quella partecipazione piena, consapevole, attiva e fruttuosa alla celebrazione (cfr. Sacrosanctum Concilium, nn. 11. 14), “prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano” ( Sacrosanctum Concilium, n. 14). Con questa lettera vorrei semplicemente invitare tutta la Chiesa a riscoprire, custodire e vivere la verità e la forza della celebrazione cristiana. Vorrei che la bellezza del celebrare cristiano e delle sue necessarie conseguenze nella vita della Chiesa, non venisse deturpata da una superficiale e riduttiva comprensione del suo valore o, ancor peggio, da una sua strumentalizzazione a servizio di una qualche visione ideologica, qualunque essa sia. La preghiera sacerdotale di Gesù nell’ultima Cena perché tutti siano una cosa sola (Gv 17,21), giudica ogni nostra divisione attorno al Pane spezzato, sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità. [5]
La Liturgia: antidoto al veleno della mondanità spirituale
17. Ho più volte messo in guardia rispetto ad una pericolosa tentazione per la vita della Chiesa che è la “mondanità spirituale”: ne ho parlato diffusamente nell’Esortazione Evangelii gaudium (nn. 93-97), individuando nello gnosticismo e nel neo-pelagianesimo i due modi tra loro connessi che la alimentano.Il primo riduce la fede cristiana in un soggettivismo che chiude l’individuo “nell’immanenza della propria ragione o dei suoi sentimenti” (Evangelii gaudium, n. 94). Il secondo annulla il valore della grazia per confidare solo sulle proprie forze, dando luogo “ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare” (Evangelii gaudium, n. 94). Queste forme distorte del cristianesimo possono avere conseguenze disastrose per la vita della Chiesa.
18. Da quanto ho voluto sopra ricordare risulta evidente che la Liturgia è, per la sua stessa natura, l’antidoto più efficace contro questi veleni. Ovviamente parlo della Liturgia nel suo senso teologico e non certo – già Pio XII lo affermava – come cerimoniale decorativo o mera somma di leggi e di precetti che regolano il culto. [6]
19. Se lo gnosticismo ci intossica con il veleno del soggettivismo, la celebrazione liturgica ci libera dalla prigione di una autoreferenzialità nutrita dalla propria ragione o dal proprio sentire: l’azione celebrativa non appartiene al singolo ma a Cristo-Chiesa, alla totalità dei fedeli uniti in Cristo. La Liturgia non dice “io” ma “noi” e ogni limitazione all’ampiezza di questo “noi” è sempre demoniaca. La Liturgia non ci lascia soli nel cercare una individuale presunta conoscenza del mistero di Dio, ma ci prende per mano, insieme, come assemblea, per condurci dentro il mistero che la Parola e i segni sacramentali ci rivelano. E lo fa, coerentemente con l’agire di Dio, seguendo la via dell’incarnazione, attraverso il linguaggio simbolico del corpo che si estende nelle cose, nello spazio e nel tempo.
20. Se il neo-pelagianesimo ci intossica con la presunzione di una salvezza guadagnata con le nostre forze, la celebrazione liturgica ci purifica proclamando la gratuità del dono della salvezza accolta nella fede. Partecipare al sacrificio eucaristico non è una nostra conquista come se di questo potessimo vantarci davanti a Dio e ai fratelli. L’inizio di ogni celebrazione mi ricorda chi sono chiedendomi di confessare il mio peccato e invitandomi a supplicare la beata sempre Vergine Maria, gli angeli, i santi e tutti i fratelli e le sorelle, di pregare per me il Signore: non siamo certo degni di entrare nella sua casa, abbiamo bisogno di una sua parola per essere salvati (cfr. Mt 8,8). Non abbiamo altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. Gal 6,14). La Liturgia non ha nulla a che vedere con un moralismo ascetico: è il dono della Pasqua del Signore che, accolto con docilità, fa nuova la nostra vita. Non si entra nel Cenacolo se non che per la forza di attrazione del suo desiderio di mangiare la Pasqua con noi.
Riscoprire ogni giorno la bellezza della verità della celebrazione cristiana
21. Dobbiamo però fare attenzione: perché l’antidoto della Liturgia sia efficace ci viene chiesto di riscoprire ogni giorno la bellezza della verità della celebrazione cristiana. Mi riferisco ancora una volta al suo senso teologico, come il n. 7 della Sacrosanctum Concilium ha mirabilmente descritto: la Liturgia è il sacerdozio di Cristo a noi rivelato e donato nella sua Pasqua, reso oggi presente e attivo attraverso segni sensibili (acqua, olio, pane, vino, gesti, parole) perché lo Spirito, immergendoci nel mistero pasquale, trasformi tutta la nostra vita conformandoci sempre più a Cristo.
22. La continua riscoperta della bellezza della Liturgia non è la ricerca di un estetismo rituale che si compiace solo nella cura della formalità esteriore di un rito o si appaga di una scrupolosa osservanza rubricale. Ovviamente questa affermazione non vuole in nessun modo approvare l’atteggiamento opposto che confonde la semplicità con una sciatta banalità, l’essenzialità con una ignorante superficialità, la concretezza dell’agire rituale con un esasperato funzionalismo pratico.
23. Intendiamoci: ogni aspetto del celebrare va curato (spazio, tempo, gesti, parole, oggetti, vesti, canto, musica, …) e ogni rubrica deve essere osservata: basterebbe questa attenzione per evitare di derubare l’assemblea di ciò che le è dovuto, vale a dire il mistero pasquale celebrato nella modalità rituale che la Chiesa stabilisce. Ma anche se la qualità e la norma dell’azione celebrativa fossero garantite, ciò non sarebbe sufficiente per rendere piena la nostra partecipazione.
LA COSTITUZIONE SULLA SACRA LITURGIA
SACROSANCTUM CONCILIUM
Il 4 dicembre 1963 Papa Paolo VI promulgò solennemente la Costituzione Conciliare sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, primo documento del Concilio Vaticano II.
- Lo schema della Costituzione
PROEMIO: la Sacrosanctum Concilium inizia con un proemio nel quale si dichiara che la Chiesa, avendo in animo il bene della vita cristiana dei fedeli e avendo intenzione di adattare alle esigenze del tempo tutte quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti e di dare nuovo vigore alle attività di evangelizzazione e di annuncio del messaggio di salvezza di Cristo, ritiene necessario occuparsi anche della riforma e della promozione della liturgia («Il sacro Concilio si propone di far crescere ogni giorno più la vita cristiana tra i fedeli; di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sonp soggette a mutamenti; di favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo; di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa. Ritiene quindi di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia» SC 1).
La Sacrosanctum Concilium si apre, dunque, nel segno della riforma e della promozione della liturgia con l’intento di annunciare al mondo moderno la salvezza di Cristo ripartendo dalla viva Tradizione della Chiesa e contestualmente aprendo la via a un legittimo progresso.
CAPITOLO I – PRINCIPI GENERALI PER LA RIFORMA
E LA PROMOZIONE DELLA SACRA LITURGIA
In questo primo capitolo sono formulati i principi generali che qualificano e determinano la riforma liturgica e la promozione della Liturgia. È un capitolo molto importante, poiché da questo derivano tutte le altre sezioni del documento. Alcuni dei principi indicati riguardano la presenza di Cristo nella Liturgia, l’importanza della Liturgia per la vita della Chiesa, la competenza a regolare l’ordinamento liturgico, l’importanza della Sacra Scrittura nella celebrazione, la necessità della partecipazione piena, attiva e consapevole dei fedeli. Si tratta, dunque, dell’impianto strutturale della riforma che nei capitoli successivi, poi, viene definita nel dettaglio.
CAPITOLO II – IL MISTERO EUCARISTICO
In questo capitolo sono indicate le prescrizioni per la riforma della Santa Messa ponendo in evidenza la preoccupazione della Chiesa affinché i fedeli «non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro, di modo che Dio sia finalmente tutto in tutti» (SC 48). La riflessione dei Padri conciliari, con le norme che prescrivono la riforma della Santa Messa, sintetizza un pensiero che, in modo particolare, costituisce una novità rispetto al passato: Sacrosanctum Concilium 56 indica chiaramente che la Liturgia è il luogo privilegiato della Parola di Dio e, pertanto, vi è un nesso indissolubile tra Eucaristia e Liturgia della Parola («Le due parti che costituiscono in certo modo la messa, cioè la liturgia della parola e la liturgia eucaristica, sono congiunte tra di loro così strettamente da formare un solo atto di culto. Perciò il sacro Concilio esorta caldamente i pastori d’anime ad istruire con cura i fedeli nella catechesi, perché partecipino a tutta la messa, specialmente la domenica e le feste di precetto» – SC 56). I Padri conciliari stabiliscono che la Liturgia della Parola è inscindibile dalla Liturgia eucaristica. A partire da questa indicazione conciliare il magistero degli anni successivi ha approfondito la riflessione sulla importanza della Parola di Dio nella Liturgia, ampliando ulteriormente la sintesi e la comprensione di questa fondamentale dimensione. Con l’Esortazione Apostolica Postsinodale Verbum Domini, Benedetto XVI affronta un tema molto significativo riguardante la sacramentalità della Parola. Afferma «che all’origine della sacramentalità della Parola di Dio sta propriamente il mistero dell’incarnazione: “il Verbo si fece carne” (Gv 1,14 ), la realtà del mistero rivelato si offre a noi nella «carne» del Figlio. La Parola di Dio si rende percepibile alla fede attraverso il “segno” di parole e di gesti umani. La fede, dunque, riconosce il Verbo di Dio accogliendo i gesti e le parole con i quali Egli stesso si presenta a noi. L’orizzonte sacramentale della Rivelazione indica, pertanto, la modalità storico-salvifica con la quale il Verbo di Dio entra nel tempo e nello spazio, diventando interlocutore dell’uomo, chiamato ad accogliere nella fede il suo dono. La sacramentalità della Parola si lascia così comprendere in analogia alla presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino consacrati. Accostandoci all’altare e prendendo parte al banchetto eucaristico noi comunichiamo realmente al corpo e al sangue di Cristo. La proclamazione della Parola di Dio nella celebrazione comporta il riconoscere che sia Cristo stesso ad essere presente e a rivolgersi a noi per essere accolto. Sull’atteggiamento da avere sia nei confronti dell’Eucaristia, che della Parola di Dio, san Girolamo afferma: «Noi leggiamo le sante Scritture. Io penso che il Vangelo è il Corpo di Cristo; io penso che le sante Scritture sono il suo insegnamento. E quando egli dice: Chi non mangerà la mia carne e berrà il mio sangue (Gv 6,53), benché queste parole si possano intendere anche del Mistero [eucaristico], tuttavia il corpo di Cristo e il suo sangue è veramente la parola della Scrittura, è l’insegnamento di Dio. Quando ci rechiamo al Mistero [eucaristico], se ne cade una briciola, ci sentiamo perduti. E quando stiamo ascoltando la Parola di Dio, e ci viene versata nelle orecchie la Parola di Dio e la carne di Cristo e il suo sangue, e noi pensiamo ad altro, in quale grande pericolo non incappiamo?» (In Psalmum 147: CCL 78, 337-338). Cristo, realmente presente nelle specie del pane e del vino, è presente, in modo analogo, anche nella Parola proclamata nella liturgia. Approfondire il senso della sacramentalità della Parola di Dio, dunque, può favorire una comprensione maggiormente unitaria del mistero della Rivelazione in «eventi e parole intimamente connessi», giovando alla vita spirituale dei fedeli e all’azione pastorale della Chiesa» (VD, 56). Possiamo dunque rilevare come l’origine della sacramentalità sia nel mistero dell’incarnazione del Verbo ma, allo stesso modo, anche la Parola di Dio è Corpo di Cristo, presente realmente sotto le specie del pane e del vino consacrati. Questo è un concetto molto importante, perché se la Parola di Dio è Corpo di Cristo, allora durante la Liturgia della Parola i fedeli si comunicano una prima volta al Corpo di Cristo attraverso l’ascolto e successivamente si accostano all’altare ove si comunicheranno nuovamente al Corpo e Sangue di Cristo attraverso il pane e il vino consacrati.
CAPITOLO III – GLI ALTRI SACRAMENTI E I SACRAMENTALI
In questo capitolo sono prescritti i criteri per la revisione dei riti dei sacramenti e dei sacramentali al fine di rivedere quegli elementi che sono stati introdotti nel corso dei secoli e che, però, hanno reso meno chiari la natura e il fine degli stessi riti. Tra le prescrizioni inserite in questo capitolo vi è il ripristino del catecumenato degli adulti, la disciplina della lingua liturgica, la revisione del rito del Battesimo, della Confermazione, della Penitenza, dell’Unzione degli infermi, dell’Ordine, del Matrimonio. Allo stesso modo è prescritta la revisione dei sacramentali e del rito della consacrazione delle vergini, la composizione di un rito per la professione religiosa e la rinnovazione dei voti e la revisione dei riti funebri.
CAPITOLO IV – L’UFFICIO DIVINO
«Il divino ufficio, secondo la tradizione cristiana, è strutturato in modo da santificare tutto il corso del giorno e della notte per mezzo della lode divina. Quando poi a celebrare debitamente quel mirabile canto di lode sono i sacerdoti o altri a ciò deputati per istituzione della Chiesa, o anche i fedeli che pregano insieme col sacerdote secondo le forme approvate, allora è veramente la voce della sposa che parla allo sposo, anzi è la preghiera che Cristo unito al suo corpo eleva al Padre» (SC 84 ). Poiché, dunque, la santificazione del giorno e di tutta l’attività umana rientra nelle finalità della Liturgia delle Ore, il Concilio Vaticano Il ha disposto il rinnovamento del suo ordinamento in modo da far corrispondere, per quanto possibile, la celebrazione delle Ore al loro vero tempo, sempre tenendo conto, però, delle condizioni della vita contemporanea in cui si trovano specialmente coloro che attendono all’apostolato. Si deve inoltre considerare la forte correlazione che lega la celebrazione dell’Ufficio Divino alla celebrazione dell’Eucarestia. La Liturgia delle Ore diviene estremamente significativa e fruttuosa spiritualmente, infatti, quando il fedele la celebra come prolungamento del mistero eucaristico «La Liturgia delle Ore estende alle diverse ore del giorno le prerogative del mistero eucaristico, “centro e culmine di tutta la vita della comunità cristiana”: la lode e il rendimento di grazie, la memoria dei misteri della salvezza, le suppliche e la pregustazione della gloria celeste. La celebrazione dell’Eucaristia viene anche preparata ottimamente mediante la Liturgia delle Ore, in quanto per suo mezzo vengono suscitate e accresciute le disposizioni necessarie alla fruttuosa celebrazione dell’Eucaristia, quali sono la fede, la speranza, la carità, la devozione e il desiderio dell’abnegazione di sé» (Principi e Norme per la Liturgia delle Ore, 12).
CAPITOLO V – L’ANNO LITURGICO
I Padri del Concilio Vaticano II, consapevoli che nel corso dei secoli era stato inserito un numero molto elevato di feste dei santi e dei martiri, tanto da aver offuscato la celebrazione del mistero di Cristo, intervengono anche sul calendario stabilendo chiaramente, per la prima volta nella storia della cristianità, che l’anno liturgico costituisce il momento della celebrazione di tutto il mistero di Cristo. La santa madre Chiesa «Ogni settimana, nel giorno a cui ha dato il nome di domenica, fa memoria della risurrezione del Signore, che essa celebra anche una volta all’anno, unitamente alla sua beata passione, con la grande solennità di Pasqua. Nel corso dell’anno poi, distribuisce tutto il mistero di Cristo dall’Incarnazione e dalla Natività fino all’Ascensione, al giorno di Pentecoste e all’attesa della beata speranza e del ritorno del Signore. Ricordando in tal modo i misteri della redenzione, essa apre ai fedeli le ricchezze delle azioni salvifiche e dei meriti del suo Signore, le rende come presenti a tutti i tempi e permette ai fedeli di venirne a contatto e di essere ripieni della grazia della salvezza» (SC 102). Non esistono, dunque, feste isolate come se fossero sfere di cristallo, poiché l’unico mistero di Cristo è distribuito nel corso dell’anno e nei diversi periodi del tempo liturgico.
CAPITOLO VI – LA MUSICA SACRA e CAPITOLO VII – L’ARTE SACRA E LA SACRA SUPPELLETTILE
Gli ultimi due capitoli della costituzione conciliare sono i più disattesi del concilio. I Padri conciliari avevano ben rilevato la necessità per la Chiesa di dover tornare a dialogare con l’arte, in modo da rendere il culto anche momento della bellezza. Dio, infatti, non è solo vero, puro e giusto, ma è anche bello ed è per tale motivo che la Liturgia deve essere costituita di quella bellezza espressa anche dall’arte, così come nei secoli passati è sempre accaduto. L’8 dicembre 1965, al termine del Concilio Vaticano II, il papa Paolo VI indirizzò un messaggio agli artisti sottolineando proprio l’importanza del rapporto tra la verità divina e la bellezza: «Da lungo tempo la Chiesa ha fatto alleanza con voi. Voi avete edificato e decorato i suoi templi, celebrato i suoi dogmi, arricchito la sua liturgia. L’avete aiutata a tradurre il suo messaggio divino nel linguaggio delle forme e delle figure, a rendere comprensibile il mondo invisibile. Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi e si rivolge a voi. Essa vi dice con la nostra voce: non lasciate che si rompa un’alleanza tanto feconda! Non rifiutate di mettere il vostro talento al servizio della verità divina! Non chiudete il vostro spirito al soffio dello Spirito Santo! Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione». Anche Benedetto XVI ha posto in rilievo il rapporto tra Dio e la bellezza, nesso che viene evidenziato nella vera arte: «Voi sapete bene, cari artisti, che l’esperienza del bello, del bello autentico, non effimero né superficiale, non è qualcosa di accessorio o di secondario nella ricerca del senso e della felicità, perché tale esperienza non allontana dalla realtà, ma, al contrario, porta ad un confronto serrato con il vissuto quotidiano, per liberarlo dall’oscurità e trasfigurarlo, per renderlo luminoso, bello… La bellezza, da quella che si manifesta nel cosmo e nella natura a quella che si esprime attraverso le creazioni artistiche, proprio per la sua caratteristica di aprire e allargare gli orizzonti della coscienza umana, di rimandarla oltre se stessa, di affacciarla sull’abisso dell’Infinito, può diventare una via verso il Trascendente, verso il Mistero ultimo, verso Dio» (Benedetto XVI agli artisti, 21 novembre 2009). Purtroppo, però, è possibile constatare che ancora oggi molte prescrizioni in materia sono disattese e spesso, ad esempio nella realizzazione di nuove chiese o nella musica liturgica, ancora molto deve essere fatto per poter dare realmente attuazione ai dettami del Concilio Vaticano II.
APPENDICE – DICHIARAZIONE DEL CONCILIO VATICANO II CIRCA LA RIFORMA DEL CALENDARIO
La Costituzione conciliare termina con un’Appendice che contiene due dichiarazioni dei Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II in merito al desiderio rappresentato da molti di fissare la festa di Pasqua in una domenica fissa del calendario gregoriano e di adottare un calendario perpetuo.
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