Un anno di pontificato, parla il cardinale vicario: “Si pone come Gesù davanti al potere”

Di seguito l’intervista rilasciata dal cardinale vicario a Giacomo Galeazzi e pubblicata su La Stampa

La pace è il programma di governo di Leone. «La pace, come la carità, non urla e non attacca, non invade e non uccide», dice il cardinale vicario di Roma Baldo Reina a cui Robert Prevost ha affidato il Pontificio Istituto Teologico per la Famiglia. «Il Papa invoca la necessità di disarmare il linguaggio e i cuori. Oggi assistiamo a un’escalation di violenza e di aggressività a tutti i livelli», aggiunge il porporato che ha tra i suoi incarichi anche la Commissione per la Città del Vaticano e il Dicastero del Clero: «Leone XIV testimonia ovunque in ogni crisi che non esisterà mai una guerra santa perché solo la pace è santa».

Un anno fa è stato eletto Leone XIV, quale fu la sua prima impressione in conclave?
«È difficile raccontare l’emozione provata per l’elezione di Papa Leone. Il primo conclave, la percezione di trovarsi nel cuore della Chiesa e protagonista di un vero appuntamento con la storia. L’esperienza della presenza dello Spirito Santo dentro un collegio cardinalizio chiamato con il suo discernimento ad indicare il successore di Pietro. L’incontro con l’attesa e la preghiera dell’intera Chiesa al momento dell’annuncio dalla loggia vaticana. Stupore, meraviglia, gratitudine con un fortissimo senso di responsabilità sostenuto da una reale umiltà e piccolezza. Leone è uomo di Dio e del Vangelo, la sua storia, le sue origini, la sua vocazione agostiniana, la sua esperienza missionaria, il servizio al Dicastero vaticano dei Vescovi ora sono risorsa e ricchezza per il suo servizio nella Chiesa di Roma e, a partire da essa, in quella universale».

Da subito è stato definito “Papa mite” ma sulle critiche di Trump tiene il punto.
«La mitezza è una beatitudine, non tanto un fatto caratteriale. Lo sguardo e il modo di farsi vicino di Papa Leone è espressione di una profonda ospitalità di coscienza e di una grande capacità di ascolto. La sua storia agostiniana emerge in tutta la sua forza interiore perché percepisci chiaramente che Leone XIV vive veramente la dimensione spirituale dell’habitare secum.
L’interiorità è il luogo spirituale di coscienza dove il discernimento dei segni dei tempi diventa sorgente del suo magistero. In ascolto di Dio e della storia. Lezione universale».

Serviva alla Chiesa un Papa “direttore d’orchestra”?
«La Chiesa ha un solo Papa ma mai un Papa solo. Il concistoro non è semplicemente uno strumento ecclesiale di governo politico, è una struttura di comunione. Cioè si tratta di una realtà dove davvero le relazioni tra i cardinali, il confronto e il discernimento sono rese dall’azione della grazia capaci di assumersi la responsabilità del bene comune e universale, della famiglia umana e della vita della Chiesa».

Qual è lo stile di Prevost?

«La pace, come la carità, non urla e non attacca, non invade e non uccide. Lo stile mite di Leone XIV si lega certamente a Leone XIII, da cui prende il nome, ma ancor di più, nelle sue radici interiori attinge al modo di essere stato di Gesù davanti al potere del mondo, basti pensare alla farsa processuale di Pilato. Il legame di Leone XIV con la verità del Vangelo, con il Vangelo della dignità umana e della pace, della giustizia e della solidarietà, lo rende testimone credibile e coraggioso della ragionevolezza e della mitezza del regno di Dio qui ed ora fra di noi. Il suo “non ho paura di annunciare il Vangelo” è eco profetico del mandato di Gesù “non abbiate paura sono io, andate e portate a tutti il Vangelo”. Sentirci custoditi da Dio, custodire il fratello e prenderci cura del creato con la responsabilità di chi sa che nulla gli appartiene se non l’amore ricevuto e donato. Siamo dentro un contesto sociale in continuo e rapido cambiamento, con lo sfaldarsi costante di solidi punti di riferimento e in una cornice internazionale di conflitti e di tensioni».
In che modo incide il Papa? «Il suo è un magistero di riconciliazione. Basta ripensare al suo ultimo viaggio in Africa o alla sua scelta di recarsi a Lampedusa il prossimo 4 luglio. La grammatica geopolitica parla di multilateralismo e di scacchiera internazionale, tutto ciò nella Chiesa è vissuto come dimensione universale, oltre che locale, della propria identità e della propria missione. A Gaza, in Ucraina come in tutte gli altri scenari di guerra la Chiesa continua a sperare che prevalga la logica dell’incontro e del rispetto di ogni vita umana. La missione universale della Chiesa necessita del discernimento dei segni dei tempi. Si regge sul senso del mondo e della storia.
Messaggio conciliare della costituzione Gaudium et spes».

È un pontificato sociale?

«Il Magistero di Leone, soprattutto quello di dottrina sociale, è interamente (e interiormente) attraversato da questo senso della storia e senso del mondo, e pone nel loro dirsi globale la parola libera e liberante del Vangelo. Le religioni possono svolgere un ruolo fondamentale nella promozione di una pace disarmata e disarmante. Senza un confronto su come impariamo a stare insieme si consumano, anche in nome di Dio, guerre che generano morte. Serve fraternità, non aggressività, arroganza».

Cosa significa per Leone essere vescovo di Roma?
«La Chiesa di Roma ha il compito e la responsabilità di presiedere le altre Chiese nella carità e nell’esemplarità della comunione. La Chiesa di Roma è dunque il confine di Vangelo che segna per tutta la Chiesa e l’umanità la differenza tra il potere e il servizio, tra le logiche imperiali e quelle di prossimità, tra il primato della ricchezza e quello della solidarietà, tra i gesti di prepotenza e quelli di mitezza. Nella concretezza pastorale della quotidianità, il nostro vescovo Leone con il suo magistero di riconciliazione e con i suoi gesti di paternità, pone la carità dentro le piaghe e le pieghe della vita di Roma, facendole sperimentare tenerezza, facendola sentire amata. Il Papa ama profondamente Roma».

Perché il Papa si è offerto di ospitare negoziati di pace?
«La Chiesa ha sempre sostenuto che la pace non è soltanto assenza di guerra ma è rispetto della dignità della vita umana, è presenza di giustizia e di vera fraternità. Questi valori si possono affermare pienamente nella misura in cui sono sostenuti da una cultura che, come linfa, continuamente li sostiene e li nutre. Il disarmo è un indirizzo culturale prima ancora che pratico. Oggi invece si preferisce fare ricorso alle armi per giustificare la necessaria sicurezza dei popoli; in questo modo si innesca un meccanismo vizioso che passa velocemente dalle armi possedute alla violenza alimentata e alla morte procurata. Vediamo tutte le ferite inflitte all’ambiente da uno sviluppo cieco e predatorio. A pagarne le conseguenze sono sempre i più poveri. Nel sud del mondo , nelle periferie ».

 

8 maggio 2026