Di seguito il testo integrale dell’omelia pronunciata dal cardinale vicario Baldo Reina durante la Messa in occasione della solennità della natività di San Giovanni Battista, il 24 giugno 2026, nella basilica di San Giovanni in Laterano
Viviamo questa celebrazione eucaristica in un clima di grande festa, come ogni anno, in profonda comunione non solo tra di noi ma attraverso di noi, con tutta quanta la nostra Diocesi, in comunione con il nostro Vescovo, il Santo Padre, che è a conoscenza di questa nostra celebrazione e invia a tutti il suo abbraccio e la sua preghiera, in modo particolare ai presbiteri che ricordano il giubileo della loro ordinazione sacerdotale, ai nuovi parroci, ai nuovi vicari parrocchiali, a quanti sono stati chiamati in questo ultimo periodo a vivere e ad aprirsi a nuovi servizi.
Approfitto di questo momento per dire grazie ai tanti presbiteri che, interpellati dai bisogni della Diocesi, hanno risposto davvero con grande generosità e disponibilità, essendo questo un esempio di grande edificazione per tutti noi. È un momento particolare della vita della nostra Diocesi: come sappiamo, in quasi tutte le parrocchie c’è il centro estivo, il coinvolgimento di ragazzi e adolescenti; un periodo particolarmente caldo non solo per le temperature di questi giorni, ma anche per le tante attività che si propongono.
Celebriamo questa festa con il desiderio di ritornare alle origini della nostra fede, a partire da San Giovanni Battista, posto provvidenzialmente a custodia e a protezione della nostra Diocesi. Ed è a lui che vogliamo guardare in questa giornata. Vorrei prendere spunto in modo particolare dalla pagina del Vangelo che ci è stata offerta, che racconta un episodio semplice — l’evangelista Luca lo riporta in maniera estremamente essenziale —: l’episodio della nascita del Battista e il momento in cui a lui viene dato un nome ben preciso.
Ecco, è su questo che vorrei soffermarmi. Come ricordiamo dal racconto dell’evangelista Luca, il padre Zaccaria era rimasto muto quando riceve l’annuncio all’interno del Tempio. Arriva il momento della nascita e, nel Vangelo di oggi, chiedono quale nome dare al bambino. Allora si propone come prima cosa il nome del padre, Zaccaria; Elisabetta, invece, è molto determinata nel dire: «No, si chiamerà Giovanni». Chiedono al padre, che fino a quel punto è ancora privo di parole, ancora muto, e il padre su una tavoletta scrive il nome Giovanni.
Può sembrare un dettaglio di poco conto, eppure mi sembra rivelativo dell’identità di questo grande Santo, chiamato a preparare la via al Signore, chiamato a essere l’amico dello sposo, come dice l’altro Giovanni, l’evangelista: non era lui la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce. Dicevo, non è un dettaglio di poco conto, perché il nome, nella Scrittura, è rivelativo dell’identità della persona.
Zaccaria vuol dire «Dio ricorda»: è un nome che fa riferimento al passato, che fa memoria delle opere che Dio ha realizzato nella storia del popolo di Israele. Dio ricorda e noi con lui ricordiamo, guardiamo indietro; il dito è puntato verso ciò che è stato: opere straordinarie. Pensiamo a che cosa è stata la storia della salvezza: la creazione di questo popolo, la schiavitù in Egitto, la liberazione dalla schiavitù, il dono della terra, il passaggio nel deserto, il dono della legge, l’alleanza. Dio ricorda.
Il significato del nome Giovanni, invece, fa riferimento al presente: «Dio usa misericordia». È un modo diverso di leggere la storia: non solo con gli occhi del passato, non solo con la leva preziosa del passato, ma con una prospettiva nuova, quella del presente, di un Dio che è presente nella storia, che questa storia la guida — non solo l’ha guidata, ma la guida — e la orienta verso un orizzonte di pienezza.
«Che nome volete dare a questo bambino?». E noi, che oggi siamo la Chiesa che ricorda Giovanni Battista, poiché gode della sua protezione, anche a noi oggi è rivolta la stessa domanda: che nome diamo a questa Chiesa? Diamo il nome di Zaccaria, una Chiesa rivolta al passato, che racconta tutto quello che è avvenuto non solo in questa basilica, ma in questa Chiesa di Roma? Pensiamo al tempo dei martiri, al tempo dei grandi santi, ai fondatori di tanti istituti religiosi che qui a Roma hanno lasciato una traccia preziosa e importante. Basta passare attraverso le nostre vie per rendersene conto, attraverso la costruzione di tante chiese e basiliche. Che cos’è la storia della Chiesa di Roma?
Che nome diamo a questo bambino? Il nome del padre, Zaccaria, il nome della storia, il nome del passato? O, insieme a Elisabetta, vogliamo cambiare prospettiva? Elisabetta si accorge che Dio ha fatto irruzione nella sua storia; capisce, nonostante l’età ormai avanzata, che Dio è intervenuto in maniera sorprendente, straordinaria, che non può essere soltanto il Dio del passato, ma che Dio cambia registro e interviene in maniera puntuale su un presente, aprendolo a un futuro. Elisabetta non potrà ancora sapere cosa sarà di quel bambino e di quell’altro bambino, Gesù, di cui lei stessa aveva ricevuto la visita, ma intuisce che c’è un “novum”, una novità, qualcosa di sorprendente di cui bisogna tener conto a partire dal nome. E allora si impone, con la determinazione della donna e della madre, dicendo: «No, questo bambino non può avere il nome del padre, deve avere un nome diverso». È il nome di un presente, è il nome dell’irruzione di Dio nella storia: Giovanni è il suo nome, perché Dio usa misericordia.
Dicevo, questa domanda arriva fino a noi oggi. Il giuramento dei nuovi parroci, l’incarico dato ai vicari parrocchiali — lo dicevo loro prima — non è soltanto un atto formale: il fatto che siano stati convocati all’interno di questa celebrazione assume un significato particolarmente importante dal punto di vista ecclesiale. Si vogliono affidare loro diverse comunità parrocchiali della nostra Diocesi che quest’anno hanno avuto un cambio di parroco; l’inserimento di nuovi presbiteri all’interno del presbiterio — da poco abbiamo avuto le ordinazioni presbiterali —, i nuovi vicari parrocchiali, grazie a Dio ancora una presenza estremamente numerosa e significativa di presbiteri che servono questa Chiesa; i passaggi che abbiamo vissuto quest’anno, l’avvio del Consiglio Pastorale Diocesano, le commissioni all’interno delle prefetture, con l’attenzione che ci aveva chiesto il nostro Vescovo proprio qui, in questa basilica, lo scorso mese di settembre: l’attenzione ai giovani, alle famiglie, al cammino di iniziazione cristiana. Ecco, quest’anno abbiamo sperimentato davvero tanti germogli molto belli, e arriviamo alla fine di questo periodo con la domanda precisa, secca: che nome diamo?
È importante la risposta che Dio si aspetta da noi ma direi è importante anche la risposta che si aspetta il mondo di oggi. Proprio da poco il nostro Vescovo ha consegnato per la Chiesa universale la sua prima enciclica, “Magnifica humanitas”, sulla custodia della dignità della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, dandoci lui per primo l’esempio di come bisogna aprirsi alle novità, alla novità, a quello che accade nella storia: senza avere paura, senza ritrarci quasi timorosi, pensando di non essere all’altezza di affrontare le tante sfide che ci mette davanti questo tempo.
E allora magari facciamo scattare la molla della nostalgia, oppure ci trinceriamo dentro forme — qualche volta liturgiche, altre volte pastorali — in cui ci sentiamo al sicuro, perché sono cose che conosciamo. Il nuovo, infatti, è sfidante, è difficile, ci mette in gioco, ci chiede di cambiare i paradigmi, di cambiare mentalità; richiede, esige una conversione e come tale una conversione mentale prima ancora che pastorale. A volte si fa fatica ad abbracciare il nuovo, senza riconoscere che nel nuovo Dio è presente, perché Dio ha fatto irruzione nella storia. Dio non è andato in esilio da questa storia, pur con le tante contraddizioni che in essa riconosciamo e di cui ogni giorno vediamo i segni visibili: Dio non è andato in esilio. Dio è presente in questa storia, in maniera misteriosa, qualche volta difficile da scrutare, ma Dio è presente, Dio c’è, Dio la guida. E, come è avvenuto per Giovanni Battista, vuole servirsi anche di noi per ricondurre — come abbiamo sentito nella prima lettura — i popoli dispersi verso l’unità; purché noi siamo disposti ad abbracciare la novità: la buona notizia del Vangelo, ma anche la novità di Dio dentro questa storia, dentro i tanti segni e germogli di novità.
Essere aperti al nuovo significa essere creativi; restare rinchiusi nel passato potrebbe portare a una deriva di pigrizia, quello che denunciava spesso Papa Francesco: «Si è fatto sempre così», e allora stiamo comodi. Il nuovo è davvero sfidante, difficile; ti mette in discussione, ti toglie dal podio di sicurezza che pensavi di avere, ti mette in una posizione davvero scomoda, devi ricominciare da capo. Pensiamo al linguaggio dei nostri ragazzi, alla loro grammatica, al loro modo di parlare, che forse non riusciamo più nemmeno a comprendere; ai tanti disagi del mondo giovanile, alle fragilità delle famiglie, alla solitudine di tanta gente che, nella nostra città, a volte è schiacciata da forme di precarietà, di povertà morale, materiale, relazionale. Eppure, in tutto questo, il Signore ci pone questa domanda, che non dobbiamo eludere, e dobbiamo essere sinceri nella risposta. Lo chiedo, e lo faccio quotidianamente insieme ai fratelli del Consiglio Episcopale; lo chiedo ai tanti presbiteri chiamati a pensare a una pastorale nuova per tempi nuovi, a un linguaggio nuovo per tempi nuovi, a proposte nuove per tempi nuovi. Per tanti anni San Giovanni Paolo II ha invocato una nuova evangelizzazione: non perché sia diverso il contenuto che dobbiamo proporre, ma perché è nuovo il contesto storico nel quale ci troviamo a operare.
Sarebbe stato più comodo, per Elisabetta, dire: «Sì, mettiamo il nome del padre», la tradizione con la “T” minuscola. E invece, aprendosi alla novità di Dio, Elisabetta accetta anche la sfida di un nome nuovo. Ed è a quel punto che a Zaccaria si apre la bocca e loda il Signore e i presenti sono tutti meravigliati e si chiedono: «Che sarà mai di questo bambino?». La bocca si apre alla lode, si apre alla meraviglia, allo stupore, quando ci si apre alla novità di Dio. Lo abbiamo cantato più volte nel Salmo: «Io ti rendo grazie, hai fatto di me una meraviglia stupenda». E lo diciamo per ognuno di noi, per questo popolo Santo di Dio che vive in Roma, per le nostre comunità parrocchiali, per i religiosi, le religiose, i diaconi, i nostri seminaristi. È bello poter dire: «Signore, tu hai fatto di noi e per noi una meraviglia stupenda» e la nostra bocca e il nostro cuore si aprono alla lode nella misura in cui riconosciamo la novità di Dio.
L’augurio che faccio a tutti noi, alla nostra amata Chiesa di Roma — per la quale vi invito a pregare, e nella quale operiamo tutti con responsabilità diverse, ma davvero sentendoci un unico popolo di Dio — è di saper dare a questa Chiesa, come ha fatto Elisabetta, il nome della novità di Dio. Giovanni: Dio usa misericordia. Siamo pronti a raccontarlo, a dirlo, a cantarlo, ad annunciarlo. Dio usa misericordia; Dio, in questo presente, c’è per usare misericordia, per aprire insieme con noi — come ha fatto con Giovanni Battista — strade nuove, per preparare la venuta del Messia, per ricondurre i tanti dispersi all’unità del popolo santo di Dio, per annunciare la buona notizia.
Assumiamolo, il nome nuovo; assumiamo un cuore nuovo. «Vi darò un cuore nuovo»: è la profezia che mi piace far riecheggiare in questa celebrazione. Un nome nuovo, un cuore nuovo, uno spirito nuovo. Ecco, accogliamo questa proposta, che per noi è un regalo, e chiediamo, per l’intercessione di San Giovanni Battista, di essere davvero all’altezza di questo dono, di accoglierlo e di saperlo valorizzare nelle nostre comunità, e lì dove il Signore ogni giorno ci chiama a operare.
Sia lodato Gesù Cristo.













