7 Maggio 2026

L’assemblea diocesana dei catechisti

Foto di Cristian Gennari

Si terrà sabato 13 settembre, dalle 10 alle 12, nella basilica di San Giovanni in Laterano, l’assemblea diocesana dei catechisti, che vedrà la partecipazione del cardinale vicario Baldo Reina. Dopo un momento dedicato alla lectio divina e alla riflessione personale, infatti, sarà il porporato a presiedere la liturgia della Parola e impartire la benedizione ai catechisti presenti.

A presentare l’appuntamento è don Manrico Accoto, che guida l’Ufficio per la catechesi della diocesi di Roma da pochi giorni. «L’assemblea ha un duplice obiettivo – spiega –. Innanzitutto, si inserisce nel discorso più generale del Giubileo dei catechisti, che verrà celebrato dal 26 al 28 settembre. Come diocesi, ci prepariamo a questo grande evento giubilare con un momento nostro, di riflessione».

Non solo. L’assemblea diocesana, osserva don Accoto, «rappresenta un’occasione per iniziare l’anno pastorale con il cardinale vicario, affinché lui possa dare ai catechisti una benedizione, un’esortazione per il periodo che sta iniziando. Per noi, come Ufficio, è importante ritrovarci tutti insieme con i catechisti, presentare anche la nuova squadra in parte cambiata e gli strumenti che l’Ufficio offre, in linea con il piano pastorale diocesano che verrà presentato da Papa Leone XIV». A questo proposito, osserva ancora il direttore dell’Ufficio diocesano, poiché, per motivi di capienza della basilica, non tutti i catechisti potranno essere presenti all’incontro di venerdì 19 settembre con il Santo Padre, avranno comunque l’opportunità di iniziare l’anno pastorale tutti insieme, nella cattedrale, con il vicario. «Sarà un momento diocesano forte, non solo per i catechisti istituiti, ma per tutti coloro che svolgono questo prezioso servizio nelle parrocchie».

4 settembre 2025

Udienze

Udienze

Il 12 e 13 settembre il World Meeting of Human Fraternity

«Prima di essere credenti, siamo chiamati a essere umani». Le parole pronunciate da Papa Leone XIV nella catechesi dello scorso 28 maggio saranno la bussola che orienterà i lavori del World Meeting of Human Fraternity, in programma nelle giornate di venerdì 12 e sabato 13 settembre. Giunto alla terza edizione, l’appuntamento è promosso dalla Basilica di San Pietro, dalla Fondazione Fratelli tutti e dall’associazione Be Human.

“Essere umani oggi: la via della fraternità” è il tema del Meeting, che prenderà il via con 15 diversi tavoli tematici, il 12 settembre, su temi quali: amministratori e informazione, economia e finanza, salute e infanzia, sicurezza alimentare, formazione, sport e intelligenza artificiale, Terzo settore, impresa e formazione alla vita politica, salute e letteratura, lavoro, ambiente e sostenibilità. Ad ospitarli, diversi luoghi della città: dal Campidoglio a Palazzo Valentini, dalla sede della Fao a quella dell’Unione Europea. Al tavolo del Terzo settore ha già confermato la sua presenza il cardinale vicario Baldo Reina.

«L’intento è di proporre al mondo l’orizzonte della fraternità quale chiave di volta per un possibile nuovo ordine politico, economico e sociale dell’esistenza umana», ha detto il cardinale Mauro Gambetti, arciprete della Basilica di San Pietro e presidente della Fabbrica di San Pietro, nel corso della conferenza stampa di presentazione. «Il principio della fraternità universale – ha aggiunto – può offrire le coordinate per scrivere la storia di questo cambiamento epocale». Ogni tavolo, nelle intenzioni degli organizzatori, «avrà un compito: esplorare il significato dell’essere umani oggi, raccogliere buone pratiche e scegliere azioni concrete da promuovere nel proprio mondo. Desideriamo misurare l’impatto della fraternità per poi valutarne l’effetto su di noi, sulla società e sulle nostre relazioni».

Il lavoro confluirà poi nell’Assemblea dell’Umano del 13 settembre, in Campidoglio, nella sala degli Orazi e Curiazi, coordinata da premi Nobel e rappresentanti di istituzioni internazionali. Tra gli altri, anche Maria Ressa, giornalista e Nobel per la pace 2021, che è intervenuta alla conferenza stampa con un video messaggio.

La conclusione del Meeting, nella serata di sabato 13, con “Grace for the world”, in piazza San Pietro a partire dalle 21. All’evento, trasmesso in diretta televisiva, prenderanno parte tra gli altri Andrea Bocelli, Pharrell Williams, Karol G e John Legend, oltre al Coro della Diocesi di Roma diretto da monsignor Marco Frisina. «Non è un semplice evento artistico – ha dichiarato padre Francesco Occhetta, segretario generale della Fondazione Fratelli tutti –, ma un momento concreto per vivere insieme quanto i tavoli hanno approfondito e per provare a intrecciare musica, parole e luce. Insomma un vero progetto culturale».

Sulla scia di quanto ricordato da Papa Leone XIV nella sua omelia di inizio pontificato: «Fratelli, sorelle, questa è l’ora dell’amore! Insieme, come unico popolo, come fratelli tutti, camminiamo incontro a Dio e amiamoci a vicenda tra di noi».

2 settembre 2025

Il 17 settembre apertura posticipata degli Uffici

Si comunica che il giorno mercoledì 17 settembre gli Uffici del Vicariato apriranno alle ore 9.30

1 settembre 2025

Al via il Tempo del creato

“Semi di pace e di speranza” è il tema che scelse Papa Francesco per la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato 2025, che inizia oggi 1° settembre, e dà inizio al “Tempo del creato”, un mese ecumenico di preghiera, di riflessione, di scelte concrete che terminerà il 4 ottobre, memoria liturgica di san Francesco.

Papa Leone ha raccolto e sviluppato il tema di questo anno, nel contesto del Giubileo della Speranza e nel decimo anniversario dell’istituzione della Giornata, avvenuta in concomitanza con la pubblicazione dell’enciclica Laudato Si’.

Proprio la Laudato Si’ al numero 19 ci può dare una luce, in questo anno dove il buio sembra prevalere su molti fronti: «L’obiettivo non è di raccogliere informazioni o saziare la nostra curiosità, ma di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare».

La Dottrina Sociale della Chiesa interpella direttamente la coscienza e la responsabilità sia del singolo sia delle comunità. Per questo anche la diocesi di Roma, tramite il servizio dell’Ufficio pastorale sociale, del lavoro e della custodia del creato, vuole contribuire alla custodia della casa comune, oggi minacciata in modo massivo e volgare.

Papa Leone XIV ci richiama al fatto che: “Questo è il mondo che ci è affidato, nel quale, come tante volte ci ha insegnato Papa Francesco, siamo chiamati a testimoniare la fede gioiosa in Cristo Salvatore. Perciò, anche per noi, è essenziale ripetere: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). È essenziale farlo prima di tutto nel nostro rapporto personale con Lui, nell’impegno di un quotidiano cammino di conversione. Ma poi anche, come Chiesa, vivendo insieme la nostra appartenenza al Signore e portandone a tutti la Buona Notizia” (cfr Conc. Vat. II, Cost. Dogm. Lumen gentium, 1). (Santa Messa con il Collegio Cardinalizio, 09.05.2025)

Ritrovare il senso della vita nell’amore per la creazione, spogliarci dell’uomo vecchio (e l’uomo vecchio è quello che presume di essere padrone, del progresso, della civiltà) e rivestire il nuovo che si rinnova per una piena conoscenza ad immagine del suo creatore.

Di seguito alcuni materiali offerti dall’Ufficio diocesano per le parrocchie, i gruppi e le associazioni che vivendo questo tempo così particolare, renderanno Gloria a Dio e alla Sua Chiesa:

Messaggio di Papa Leone XIV per la X Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato 2025

Presentazione della Missa pro custodia creationis

Proposte di animazione per il Tempo del Creato a cura del Tavolo di Studio “Custodia del Creato” degli uffici Cei Ecumenismo e Dialogo e Problemi sociali e il lavoro

1 settembre 2025

Formazione permanente, le nuove proposte

Foto di Cristian Gennari

La Formazione permanente del clero della diocesi di Roma inizia il nuovo anno pastorale con un ricco calendario di esercizi spirituali per i sacerdoti.

Dal 2 all’8 novembre, innanzitutto, si terranno gli esercizi su “Le domande vitali del Vangelo”, predicati da padre Ermes Ronchi e aperti ai vescovi e a tutti i sacerdoti, presso la “Domus Aurea – Figlie della Chiesa” di via della Magliana 1240. Le iscrizioni sono aperte fino al 20 ottobre. C’è tempo fino al 31 ottobre, invece, per iscriversi agli esercizi – sempre per i vescovi e tutti i sacerdoti – su “Paglia e stelle. Gesù cresceva in età, sapienza e grazia”, predicati da don Stefano Colombo: l’appuntamento va dal 9 al 15 novembre alla “Casa Santa Brigida”, a Farfa in Sabina (Ri).

La “Villa delle Rose” di Chiusi della Verna (Ar) ospiterà invece gli esercizi da lunedì 17 a sabato 22 novembre, per i presbiteri dal primo al decimo anno di ordinazione. A predicare sarà padre Roberto Pasolini su “Nella speranza noi siamo stati salvati (Rm 8,24). Radicati nel mistero pasquale per testimoniare la speranza”. Le iscrizioni sono aperte fino al 7 novembre.

In calendario anche due proposte per gennaio 2026. Da domenica 11 a sabato 17 gennaio, alla Casa Santa Brigida, previsti gli esercizi per tutti i sacerdoti su “Vivere la fede personale e il ministero nel soffio dello Spirito Santo”, predicati da monsignor Etienne Vetö. Da lunedì 12 a venerdì 16 gennaio, inoltre, si terranno degli esercizi a Fatima, con l’organizzazione dell’Opera Romana Pellegrinaggi. A predicare sarà monsignor Andrea Ripa, su “Chiamati per nome: la vocazione come storia di una vita”.

E’ entrata nella luce della Resurrezione Maria Noemi, madre di monsignor Marco Fibbi

Il Cardinale Vicario Baldassare Reina,
il Consiglio Episcopale,
i Presbiteri e i Diaconi della Diocesi di Roma

sono vicini al dolore di Mons. Marco Fibbi,
Cappellano
della Casa circondariale Raffaele Cinotti,
Nuovo complesso Rebibbia,
per la morte della sua cara mamma

Maria Noemi

e, assicurando preghiere di suffragio,
invocano Dio Padre, ricco di misericordia,
perché conceda a Maria Noemi
il premio della vita eterna e
dia conforto ai suoi familiari.

I funerali saranno celebrati lunedì
1° settembre 2025, alle ore 11.00,
presso la Parrocchia Preziosissimo Sangue di
Nostro Signore Gesù Cristo
(Via Flaminia, 732/T)

«Il nostro Dio è un padre che si coinvolge»: l’omelia del cardinale Reina da Lourdes

Carissimi fratelli e sorelle

Con questa celebrazione di fatto concludiamo il nostro pellegrinaggio diocesano e ci proiettiamo verso il rientro a casa, alle nostre attività quotidiane e alle nostre responsabilità. In diversi modi abbiamo sperimentato la potenza della grazia di Dio, sono quindi certo non torneremo come siamo partiti. Ci hanno aiutato i luoghi, i tempi di preghiera, le persone con cui abbiamo condiviso questa esperienza e coloro che qui abbiamo incontrato, in particolare gli ammalati. Ci rivolgiamo a Maria come Madre della Consolazione e lo facciamo non solo con l’invocazione personale ma anche attraverso l’ascolto delle letture che ci sono state offerte in questa celebrazione e sulle quali vorrei brevemente soffermarmi.

Il tema della consolazione, infatti, è presente in entrambe le pagine ascoltate. Nella prima, che è una vera e propria benedizione, Paolo invoca il Dio di ogni consolazione, il quale ci conforta in ogni nostra tribolazione perché anche noi possiamo diventare consolatori per gli altri. Nel Vangelo, Gesù promette l’invio del Consolatore, anzi, di un altro Consolatore che accompagnerà la vita dei credenti fino al suo ritorno glorioso e definitivo. In entrambe le letture c’è una dinamicità interessante. Dio ci consola in ogni nostra tribolazione perché anche noi possiamo consolare. Potremmo dire che la consolazione parte da Dio, arriva a noi e, attraverso di noi, giunge a tutti. Nel Vangelo, invece, il dinamismo è quello dell’Amore: chi ama osserva la Parola del Maestro, il quale pregherà il Padre e questi manderà un altro Consolatore. Mentre nella prima lettura il movimento è discendente quindi dall’alto verso il basso, nel Vangelo è invece dal basso, a partire quindi dall’osservanza fedele dei comandamenti, verso l’alto, con movimento ascendente, fino al dono dello Spirito che è sempre con noi e che ci guida alla verità tutta intera.

Parlare di consolazione significa confrontarsi inevitabilmente con il tema della prova e delle tribolazioni. Si sente il bisogno di essere consolati, confortati, incoraggiati quando si attraversa un momento difficile, pesante, a tratti insuperabile. È quello che capita spesso nella vita. La prova ha mille volti: può assumere la forma di una malattia, una paralisi interiore, un momento di deserto spirituale, un conflitto relazionale, un problema in famiglia o nel lavoro… il ventaglio è davvero molto ampio e abbraccia tutta la nostra vita. Anche il cammino di fede può attraversare momenti difficili. Può vacillare il nostro rapporto con Dio perché iniziamo a chiederci: “Ma dov’è Dio?”, “perché non interviene?”, “perché non mi libera da questa sofferenza?”. Non esistono vite senza prova, né momenti dell’esistenza in cui tutto sarà sempre semplice, perché la fragilità fa parte della nostra condizione umana. Ecco perché è importante riflettere e lasciarsi guidare dalla sapienza biblica. San Paolo, quando nella prima lettura invoca il Signore come il Dio di ogni consolazione, riconosce che questa appartiene a Dio; anzi, aggiunge Gesù che Dio è il Consolatore. È Colui che ci ha consolati con l’invio del Figlio ed è Colui che si prende cura di noi con il dono dello Spirito. Provo a tradurlo diversamente. Quando siamo immersi nella prova, non dobbiamo pensare che siamo stati lasciati soli; che dobbiamo cavarcela con le nostre forze perché Dio – quasi fosse un Essere disinteressato al nostro vivere – guarda a distanza la nostra vicenda e rimane inerme. No. Dio è sempre dalla nostra parte. Il nostro è un Padre che si coinvolge pienamente nel nostro vissuto. Gioisce con noi e con noi piange. La sua consolazione è il fatto che Egli è il Dio con noi. Potrebbe capitarci di rimanere anni in un letto di dolore o in un deserto insopportabile, ma non dobbiamo mai perdere di vista che Lui è sempre con noi.

Proviamo a dirlo in modo semplice: quando siamo immersi nella prova, non dobbiamo mai pensare di essere stati abbandonati. Non dobbiamo credere che tutto dipenda dalle nostre forze o che Dio stia a guardare, distante e silenzioso. No, fratelli e sorelle: il nostro Dio è un Padre che si coinvolge. È il Dio che entra nella nostra storia, che cammina con noi, che condivide la nostra gioia e versa lacrime con noi.

Ma attenzione: la consolazione non sempre coincide con il miglioramento delle circostanze. A volte, infatti, le situazioni rimangono difficili, eppure, ci si può sentire consolati perché la vera consolazione è la certezza che Qualcuno sempre volge il Suo sguardo su noi in tutto ciò che noi viviamo anche quando sembra tutto difficile. Come cristiani non siamo più fortunati di altri perché non ci capitano o non ci capiteranno sventure; ma siamo in una condizione di grazia perché sappiamo che qualsiasi cosa ci capiterà – qualsiasi – Dio rimane incollato alla nostra vita e noi alla sua. Quando avremo assunto questa preziosa consapevolezza, allora potremo sperimentare di essere a nostra volta occasione di consolazione per gli altri. Che bella questa missione! Spesso siamo inclini a chiedere la consolazione di Dio, forse riflettiamo poco sul fatto che possiamo essere strumenti di consolazione per gli altri. A volte basterebbe poco: uno sguardo, una parola, un gesto di bontà… e chi riceve può rialzarsi per riprendere il cammino. Se abbiamo sperimentato che è bello essere consolati da Dio, non esitiamo a diventare consolatori per gli altri. Nell’antichità, il consolatore era l’avvocato difensore, chiamato a stare accanto all’imputato per sostenerlo e intercedere per lui. Era una figura di prossimità, di alleanza e di sostegno nella prova. E allora non è forse anche questo il compito del cristiano? Come sappiamo esserlo per un nostro familiare o per una persona che ci sta a cuore, impariamo a farlo anche per ogni fratello e sorella che ci è affidato. Ecco perché Gesù introduce in questo contesto il tema dell’amore. “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti e il Padre vi darà un altro Consolatore”. Soltanto nella logica dell’amore si capisce il dinamismo della consolazione. Dio ci ama e ci consola, cioè si schiera; sta dalla nostra parte, ci difende, ci protegge e non si stanca mai di noi. Se anche noi amiamo e ci lasciamo guidare dall’Amore sapremo consolare perché già l’amore è consolazione. Anzi, la consolazione è l’altro nome dell’Amore.

Questo dinamismo lo cogliamo molto bene nella vita della Vergine Maria. Subito dopo aver ricevuto l’annuncio dell’Angelo, ovvero dopo che si è scoperta piena di grazia, amata follemente da Dio, subito si reca dalla cugina Elisabetta; subito si mette in cammino e diventa consolazione, speranza, servizio. E così sarà sempre, fino alla fine; fino alla morte in Croce del Figlio e fino al momento in cui i discepoli – dopo i fatti del Venerdì Santo – si disperdono in mezzo a paure e delusioni. E proprio lì, nel cuore dello smarrimento, Maria rimane. Quando il Vangelo annota che il discepolo amato da quel momento (dal momento della morte in Croce) la prende nella sua casa, indica chiaramente la missione di Maria. Da quel momento Maria è Madre di tutta la Chiesa, madre di tutti i credenti; abita nelle nostre cose, cammina con noi e con noi lotta e spera. Le apparizioni mariane nella storia del cristianesimo, anche quella che ricordiamo qui a Lourdes con tanta devozione, ci ricordano questa presenza di Maria, misteriosa ma efficace. Maria c’è. E ci accompagna.

Davanti a Lei, fratelli e sorelle, come forse tante volte abbiamo fatto in questi giorni, non esitiamo a presentare le nostre sofferenze. Come tutte le mamme ci capisce e non ci giudica; ci vuole aiutare e desidera proteggerci.

A Lei, Madre della Consolazione, presentiamo la nostra Chiesa di Roma all’inizio di questo nuovo anno pastorale; preghiamo per il Santo Padre, per i pastori, per i sacerdoti e per tutti coloro che operano all’interno delle nostre comunità parrocchiali. Chiediamo che l’anno che inizia sia per tutti un tempo in cui sperimentare la consolazione di Dio attraverso la potente intercessione di Maria e di essere tutti a nostra volta strumento di consolazione per chi si trova nella sofferenza, nella povertà, nel disagio, nella solitudine e nella prova.

Amen.

1 settembre 2025

Giornata per la Custodia del Creato

Giornata per la Custodia del Creato

Con l’umiltà si scopre la vera umanità: l’omelia del cardinale vicario da Lourdes

Le letture di questa domenica ci aiutano a riflettere sul tema dell’umiltà. Questa virtù, posta al centro dell’insegnamento sapienziale della prima lettura, è ripresa nel Vangelo attraverso due brevi parabole accomunate dal contesto conviviale – il posto da scegliere nella prima e i commensali da invitare nella seconda. Accogliendo l’invito che oggi ci viene dalla liturgia della Parola, riflettiamo brevemente su questa preziosa virtù, l’umiltà, vissuta in pienezza dalla Vergine Santissima.

L’autore del libro del Siracide, nel brano che è stato proclamato, ribadisce un insegnamento cardine dell’Antico Testamento, quello secondo cui Dio volge il suo sguardo sull’umile e sulla persona dal cuore contrito. Oltre che orientare chi ascolta all’umiltà, il brano ci offre la ragione profonda di tale invito: soltanto l’umile trova grazia agli occhi del Signore, Dio rivela i suoi segreti ai miti e dagli umili Egli è glorificato. Di contro, viene evidenziato il rischio grave di chi vive nell’orgoglio e a questa sua condizione spirituale non c’è rimedio, perché l’orgoglio chiude il cuore all’azione di Dio. L’umiltà, invece, è l’atteggiamento esistenziale di chi sa che da Dio riceve tutto; il credente non può non essere umile poiché si riconosce nelle mani del Padre, non si attribuisce nessun merito e non rivendica nessun diritto o privilegio, ma tutto accoglie come dono. Fin dalla prima pagina della Scrittura siamo ci viene mostrato il grande pericolo dell’orgoglio, radice di tutti i mali e padre di tutti i peccati, poiché l’orgoglioso si illude di potersi sostituire a Dio; si fa dio di sé stesso; non serve Dio ma si serve di Dio. Nell’umile, invece, Dio trova spazio – anche lo spazio della povertà e della piccolezza – e agisce. Nell’orgoglioso Dio non può agire perché il soggetto non glielo permette.

Nel Vangelo di oggi, Gesù accetta l’invito a pranzo di un fariseo. In quella casa, rivolge alcune parole prima agli invitati, poi a colui che lo aveva invitato. Ai primi parlerà della scelta dei posti al banchetto e al secondo di chi invitare. Pur essendo “sotto osservazione”, è Gesù stesso che fa attenzione e nota “come” gli invitati sceglievano i primi posti (v. 7). Le sue successive parole nascono da questo sguardo, dunque, dall’osservazione della realtà. E questo rapporto con l’esperienza, con il dato di realtà, spiega il carattere sapienziale delle parole di Gesù. Le sue indicazioni, infatti, sembrano ricalcare il tono di consigli analoghi che troviamo nella letteratura sapienziale dell’Antico Testamento, sempre molto attenta a regolare il comportamento di chi è ammesso a banchetti e a pranzi con persone autorevoli (Pr 23,1; Sir 31,12): “Non darti arie davanti al re e non metterti al posto dei grandi, perché è meglio sentirsi dire: ‘Sali quassù’, piuttosto che essere umiliato davanti a uno più importante” (Pr 25,6-7). Il riferimento ai primi posti contiene una chiara allusione al vizio degli scribi che, come ci ricorda il Vangelo, “ambiscono i primi posti nei banchetti” (Lc 20,46) e dei farisei amano i primi seggi nelle sinagoghe (Lc 11,43; 20,46). E questo vizio di primeggiare, di essere visti occupare posti che dicono autorevolezza e onore, è male che abiti anche la comunità cristiana. Il testo acquista valenza ecclesiologica ricordando a tutti i cristiani che la tavola imbandita del banchetto eucaristico è memoria del Servo del Signore e plasma una chiesa serva, chiede ai credenti di farsi servi gli uni degli altri, di cercare l’ultimo posto, sull’esempio di colui che è venuto non per farsi servire ma per servire. Nel banchetto del Regno, i posti d’onore non spettano ai più visibili, ma a chi si fa piccolo, a chi si mette all’ultimo posto. Le parole di Gesù che Luca colloca durante l’ultima cena hanno esattamente questo tenore: “Chi tra voi è più grande diventi come il più giovane e chi governa come colui che serve. Infatti, chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure, io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,26-27). Le parole di Gesù agli invitati, non sono certamente consigli di etichetta conviviale, ma vanno invece colte alla luce del paradosso formulato nel discorso della pianura (Lc 6,20-28) e diventano una critica alla volontà di protagonismo, alla brama di primeggiare, all’ansia di essere ammirati e riveriti. Le parole di Gesù, mostrando un ribaltamento radicale della situazione, per cui chi aveva scelto il primo posto si ritrova all’ultimo e chi si era messo all’ultimo viene fatto avanzare, aprono il testo alla dimensione escatologica, come appare dal v. 11: “Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. Il rovesciamento della sorte intravisto è quello di cui ha già parlato Gesù in Lc 13-28-30 intravedendo la prospettiva escatologica del Regno di Dio: “Vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel Regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e sederanno a mensa nel Regno di Dio. Ed ecco vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi”. Il testo assume anche una valenza etica ponendo in contrasto orgoglio e umiltà. L’umiltà, in questo senso, non è umiliazione ma autenticità, adesione sincera all’“humus” da cui l’uomo è tratto e a cui ritornerà: ci ricorda che siamo creature fragili e ci colloca come tali davanti al Creatore. È in Lui che l’uomo (homo) scopre la vera umanità (humanitas), è in Lui che la creatura comprende il senso del proprio limite e la misura della propria maturità (cf. Ef 4,13).

A questo punto, Gesù rivolge “a colui che l’aveva invitato” (v. 12) parole che, per la mentalità del tempo – e forse anche per la nostra – appaiono sorprendenti e persino scandalose, che gli suggeriscono di invitare a pranzo o a cena non amici e conoscenti ma “poveri, storpi, zoppi, ciechi” (v. 13): questo gesto, infatti, sarebbe totalmente gratuito perché i poveri non possono ricambiare, a differenza dei primi che se ne sentirebbero perfino obbligati. Dunque, anche parlando di un banchetto, Gesù riesce a parlare dell’agire sorprendente di Dio capovolgendo ogni logica umana: nel banchetto del Regno, infatti, sono i poveri ad avere i posti privilegiati e gli ultimi a essere i primi (cf. Lc 14,11). Gesù, dunque, mette in guardia da logiche di do ut des che corrompono le relazioni facendole uscire dalla gratuità e rendendole meri rapporti di potere e d’interesse. Con queste parole Gesù sta pertanto obbedendo alla logica paradossale del Regno di Dio. E rivela che, per l’uomo, questa logica “illogica” diviene fonte di beatitudine: “sarai beato perché non hanno da ricambiarti” (Lc 14,14). La vera beatitudine consiste nella partecipazione alla sorte di Gesù che ha amato unilateralmente gli uomini nel loro peccato e nella loro inimicizia (cf. Rm 5,6 ss.), che non ha cercato ricompense terrene e non ha preteso di essere riamato in cambio del suo amore. La beatitudine, allora, è la gioia di amare in pura gratuità, nella certezza che l’amore basta all’amore e che è ricompensa per chi ama. È la beatitudine di chi è libero dalla paura di perdere qualcosa amando; è la beatitudine di chi spera e attende come unica ricompensa la comunione escatologica con Dio nel Regno (cf. Lc 14,14b); è la beatitudine di chi trova nel dono la propria gioia; è la beatitudine di chi non agisce in vista di un contraccambio, ma donandosi interamente in ciò che vive e che compie.

In Maria contempliamo oltre che la “tutta santa” anche la “tutta umile”, Colei che ha donato a Dio tutto lo spazio della sua vita e del suo cuore. Maria ha vissuto sulla propria carne questa logica rovesciata del Regno, ha accolto l’ultimo posto con gioia, si è fatta serva perché Dio fosse tutto in lei. Lei stessa nel canto del Magnificat ha riconosciuto che il Signore ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili. Imitiamo il suo esempio e impariamo da lei a diventare umili, a ricercare gli ultimi posti nella mensa della vita; in questo luogo ricco di grazia deponiamo una volta per tutte il nostro orgoglio e chiediamo che il Signore ci renda miti e piccoli per essere a Lui graditi e per scrutare i segreti del suo cuore.

Amen

31 agosto 2025

La Messa del cardinale Reina da Lourdes e l’invito a «rileggere la nostra esperienza di fede»

Carissimi fratelli e sorelle

Aiutati dalla Parola di Dio proclamata in questa Liturgia, siamo chiamati a rileggere la nostra esperienza di fede. Facendo nostre le parole di Paolo nella prima lettura siamo invitati a sentirci benedetti da Dio, scelti in Cristo Gesù per essere santi e immacolati, predestinati alla gloria e ricolmi dello Spirito. È una cornice di grazia davvero straordinaria che spesso ci sfugge perché concentrati sui nostri limiti. Ma è soprattutto nel dialogo tra la Vergine e l’Angelo – al centro del Vangelo – che possiamo cogliere gli elementi essenziali della fede e dell’autentica libertà dentro una relazione che Maria ha vissuto in modo esemplare per tutti noi. In questa relazione, emergono in particolare quattro passaggi fondamentali che desidero ora richiamare brevemente:

  1. Imparare a guardarci come Dio ci guarda: “rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. È con queste parole che l’angelo si rivolge a Maria, ed è da questo sguardo divino che inizia tutto. Lo sguardo che Dio ha su ciascuno di noi non è condizionato dal peccato o dai nostri limiti. Agli occhi di Dio, non siamo i peccati che facciamo. Al contrario, siamo pieni di grazia, perché creati da Lui, a sua immagine e somiglianza, redenti dal sangue del suo Figlio, consacrati dallo Spirito, destinati alla gloria del Cielo. Immaginiamo come si sarà sentita Maria alla luce di quel saluto. Lei, una ragazza semplice, con desideri e sogni propri della sua età, con un cuore disposto ad amare, con il lavoro di tutti i giorni… e all’improvviso si sente chiamata “piena di grazia” e scopre in quel saluto dell’angelo di essere preziosa agli occhi di Dio. Sembra di ascoltare le parole di Isaia: “tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo”; anche noi saremo immacolati se impariamo a vederci così; se impariamo ad avere il giusto sguardo su noi stessi; se smettiamo di sentirci sbagliati perché qualche volta sbagliamo, o imperfetti perché facciamo i conti con tante imperfezioni. Anche noi siamo pieni di grazia perché Dio non ha mai smesso di amarci e non lo farà mai. Avere questo sguardo su noi stessi ci educa ad avere lo stesso sguardo sugli altri. Le persone che abbiamo accanto, in famiglia, nei posti di lavoro, quelli che incontriamo nella quotidianità o anch’esse sono piene di grazia, portatrici di bene e di speranza, anche se qualche volta sbagliano o ci feriscono. E noi come l’Angelo con Maria, abbiamo il compito di ricordare loro la grazia, richiamarla ad ogni occasione con parole e gesti perché solo così, la grazia, può davvero emergere e trionfare.
  2. Imparare a fare spazio al progetto che Dio ha su ciascuno di noi. Inizia il dialogo tra l’Angelo e Maria. Le viene messo davanti il progetto che Dio ha su di lei: “Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”. Maria aveva un progetto bello, coltivato da tempo e sostenuto da un amore sincero per Giuseppe. Voleva una famiglia, dei figli, una vita normale. Eppure, Dio le prospetta qualcosa di diverso. Non annulla il suo progetto ma lo dilata; non lo mortifica ma lo esalta; non lo abbassa, ma lo eleva. Questo è un passaggio decisivo nella vita di ogni credente, a partire da Maria. Se anche solo potessimo per un istante entrare nel suo cuore in quel momento! Chissà quanta confusione, quanta paura, quanto smarrimento, e pensiamo a ciascuno di noi. E tuttavia, non scappa, non si chiude, resta lì, nell’ascolto, nella disponibilità e nel dialogo. E non è forse ciò che accade anche a noi? Quante volte ascoltando espressioni nel Vangelo come “beati voi”, “siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli”, “amatevi gli uni altri come io ho amato voi”, “gareggiate nello stimarvi a vicenda” … ci entusiasmiamo inizialmente, ma subito dopo le respingiamo pensando che non potremo mai raggiungere quel livello? Anche in noi si realizza questo misterioso incontro tra la nostra debolezza e la grandezza dei progetti di Dio. Riteniamo di non essere all’altezza di quei valori che ci vengono proposti e subito li accantoniamo. Invece come Maria dovremmo imparare a fare spazio a Dio, a comprendere che i suoi progetti su di noi non sono assurdi; sono semplicemente più grandi dei nostri orizzonti; che Dio non vuole annullare i nostri desideri piuttosto semplicemente li vuole rendere più grandi e più belli; non vuole mortificare il nostro cuore ma lo vuole liberare; non vuole annullare il nostro desiderio di futuro, semmai lo vuole rendere possibile. Essere santi e immacolati – come ci ricorda S. Paolo nella prima lettura – per noi significa credere che la santità non è perfezione umana e che la grandezza di Dio si può realizzare anche nella nostra miseria.
  3. Imparare a capire su chi possiamo contare. “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra”. Maria cerca di capire come realizzare quel progetto che Le viene messo davanti. Inizia un confronto con Dio, sincero, autentico. E Dio, che fa festa quando incontra persone dal cuore libero e puro, le rivela qual è la vera forza che le permetterà di vivere la missione: non la forza degli uomini, non le sue sole forze, ma la potenza dell’Altissimo. Maria non è lasciata sola: la sua forza sarà Dio stesso. Maria riascolta in quel momento l’insegnamento costante delle Scritture: “…maledetto l’uomo che confida nell’uomo; benedetto l’uomo che confida nel Signore”. È una lezione per tutti noi. Non possiamo immaginare di realizzare il progetto che Dio ha su ciascuno di noi puntando sulle nostre sole forze o sulle sole nostre capacità. Se vogliamo davvero accogliere il disegno di Dio, dobbiamo lasciargli campo libero nella nostra vita; da soli non bastiamo e solo con Dio noi possiamo fare cose grandi; solo con Lui possiamo resistere al male; solo con il suo aiuto possiamo camminare nel bene; solo con il Suo amore possiamo riscaldare il mondo.
  4. Imparare a tuffarsi totalmente tra le braccia di Dio: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. Con queste parole, Maria si affida senza riserve. Il suo “eccomi” non è una semplice risposta, ma un atto di abbandono totale. Questo è il modo più vero per relazionarsi con Dio: lasciarsi guidare, lasciarsi plasmare, fidarsi più della Sua Parola che dei propri calcoli o delle proprie sicurezze. L’“eccomi” di Maria diventa la cifra dell’esperienza di ogni credente. Essere cristiani significa affidarsi totalmente a Dio in ogni momento, mettere tutto tra le sue mani e permettere che sia Lui a guidare la nostra vita. Mi piace pensare che nei tanti tornanti difficili che Maria ha dovuto affrontare, quell’”eccomi” sia tornato tantissime volte. Quando non comprendeva le risposte del Figlio, quando assisteva al rifiuto che Lui riceveva da parte degli amici e degli esperti della Legge, quando lo ha visto inchiodato alla croce come un malfattore, Maria non ha mai indietreggiato perché si è fidata di Dio e ha fatto sgorgare dal cuore il suo “eccomi… io sono qui. So che tu ci sei. So che tu non ti fermi a quello che vedo o che sento. So che tu mi sostieni mentre le forze mi mancano e il mio cuore sanguina. So che tu ci sei. E questo mi basta”.

Che questa stessa fiducia di Maria diventi anche la nostra. Che la sua esperienza, in questi luoghi così carichi di spiritualità, diventi l’esperienza viva del nostro cuore. Perché solo quando ci abbandoniamo totalmente a Dio, solo quando diciamo davvero “eccomi”, possiamo incontrare la Sua misericordia e vivere nella gioia profonda della libertà dei figli.

Amen

30 agosto 2025

Al via il pellegrinaggio a Lourdes: la prima Messa del cardinale Reina

Di seguito il testo integrale dell’omelia pronunciata dal cardinale vicario

Carissimi fratelli e sorelle,

in questo giorno, in comunione con tutta la Chiesa, ricordiamo il martirio di San Giovanni Battista. Giovanni – come insegnano i Padri – è in tutto precursore del Signore, nella vita come nella morte. Con la sua predicazione, egli annuncia Colui che “verrà dopo” e che sarà più forte di lui e, con la sua testimonianza, ne precorre la morte lasciandosi guidare dall’amore per la Verità. La liturgia della Parola appena ascoltata ci è utile non solo per tornare a riflettere sulla figura del Battista, ma anche per aprire gli occhi sul nostro presente, sulla testimonianza che siamo chiamati a offrire, sulle sfide davanti a cui è posto ogni credente e sugli strumenti spirituali a nostra disposizione per affrontare il “buon combattimento” della fede.

La prima lettura riporta la pagina iniziale del libro del profeta Geremia. Subito dopo la chiamata, Dio mette davanti al giovane profeta i pericoli del suo ministero: lo mette in guardia sul fatto che gli faranno guerra e che cercheranno di spaventarlo. Geremia sarà uno dei profeti più perseguitati nella storia d’Israele. Ad un certo punto di lui si perderanno le tracce. Il libro – nei tanti passaggi autobiografici – racconta di continue persecuzioni subite, così estreme da portare il profeta quasi ad arrendersi e a maledire il giorno della sua nascita. Da Abramo a nostri giorni la prova è un elemento costitutivo in ogni esperienza di fede. Credere significa accettare che verrà il tempo della difficoltà, della tentazione e delle persecuzioni; in una sola parola, del mistero del male. È così e ne dobbiamo prendere atto. E credere in Dio non significa che siamo magicamente esonerati dal nemico, anzi, quanto più autentico e generoso è il desiderio di stare vicino a Dio, tanto più forti saranno gli assalti del nemico.

Eppure, in questa lotta, il Signore non ci lascia soli. La prima lettura ci svela qual è la vera forza del credente: se ci dice che non mancheranno coloro che ci muoveranno guerra, ci ricorda allo stesso modo che il Signore è la nostra forza, il nostro scudo, la nostra salvezza. Sono molto illuminanti le parole che il Signore rivolge a Geremia; riascoltarle ci aiuta: “Tu non spaventarti davanti a loro…io ti faccio come una città fortificata…io sono con te per salvarti”. Che belle queste espressioni! Quanta forza risiede in questa Parola. Ai cristiani di ogni tempo è richiesta questa fortezza – che come ricordiamo è una delle virtù cardinali, un vero e proprio cardine della vita cristiana – sapere che Dio è al nostro fianco, non ci abbandona, ci da forza e ci assiste in ogni battaglia.  Dio non ci sottrae alla battaglia, ma ci accompagna e ci sostiene nella battaglia.

È questa l’esperienza che Geremia racconta in una delle sue più famose confessioni; in un primo momento egli narra tutte le sventure che gli stanno capitando e lamenta tutta la sua stanchezza quasi al punto di abbandonare la missione. Ma poi, quando tutto sembra perduto, esclama: “Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo non resto confuso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere”. (Ger 20,11).

In Giovanni Battista l’esperienza di Geremia ritorna e si rafforza ulteriormente proprio per la novità impressa dalla venuta di Cristo. C’è una situazione concreta. Giovanni rimprovera a Erode che non è lecita la sua unione con Erodiade, la moglie del fratello. Con la predicazione lo mette davanti alla Verità e lo fa con franchezza. Non ha paura, lo affronta a viso scoperto. L’affermarsi del bene tramite le parole di Giovanni scatena una vera e propria guerra fatta di strategie e di inganni fino al punto da portare Erodiade a cercare e ottenere la morte di Giovanni. Se si leggesse la vicenda con la lente degli uomini si direbbe che ha vinto il male e che il povero Giovanni alla fine ha pagato un prezzo altissimo senza ottenere nulla. Ma la logica del Vangelo capovolge i giudizi del mondo. Giovanni ci dà un assaggio del mistero pasquale: attraverso la sua morte si palesa la vita; l’inganno che pensava di togliergli per sempre la parola diventa l’occasione per scoprire l’intima natura della verità. Alla fine gli sconfitti sono altri: è Erode che non riesce a rinfrancarsi dall’errore, è Erodiade che pensa di aver vinto con l’inganno, è sua figlia che presta il fianco al male vendendo se stessa per effimere ricompense.

Possiamo dire anche per Giovanni quanto affermato per Geremia nella prima lettura? Certamente! Geremia, Giovanni, e come loro migliaia di martiri, uomini e donne che nella storia della Chiesa fino ai nostri giorni hanno offerto e offrono la loro vita per il Vangelo. Essi non sono degli sconfitti ma sono i veri vincitori. Ci testimoniano che la vita ha un senso solo quando ci decidiamo di viverla per la Verità e nella Verità; solo quando ci lasciamo guidare dalla luce della Verità e la professiamo con le parole e con l’esemplarità della vita.

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù afferma che è la verità a renderci liberi. Quanto è attuale questo messaggio! A volte, soprattutto in questo tempo affollato di parole e opinioni, pensiamo di essere liberi perché facciamo quello ci sembra giusto o quello che ci piace e smettiamo di cercare la Verità e di lasciarci guidare da Lei; perché la Verità non è un’idea astratta, ma è una Persona. “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi” scrive S. Paolo nella lettera ai Galati. Cristo è la libertà, Cristo è la nostra libertà. In Lui siamo autenticamente liberi e solo in Lui possiamo camminare nella Verità. Allora non dobbiamo avere paura di affermare la Verità dopo averla contemplata e assimilata.

Seguiamo l’esempio di Maria, in questo luogo così caro a tutta la Chiesa. Come Lei cerchiamo di lasciarci ferire dalla Parola. Mettiamoci in ascolto di Dio che sempre ci chiama e ci mette davanti il suo progetto di salvezza. Un progetto come quello che ha presentato a Maria, ugualmente bello quello che fa conoscere a ciascuno di noi; come Maria non esitiamo a seguire Dio, la sua chiamata, il suo invito a superare le nostre visioni miopi. Non lasciamoci guidare dal nostro istinto o dal nostro orgoglio ma seguiamo con docilità la sua voce, cercando la luce della Verità.

Questa celebrazione apre il nostro pellegrinaggio ed è provvidenziale la coincidenza con la memoria del martirio di San Giovanni. È come se il Signore accogliendoci in questo luogo ci dicesse: “non avere paura, non lasciarti spaventare dal male, non cadere nei tranelli del nemico; mettiti in cammino verso di me, seguimi; seguendo me segui la Verità; abbandona le piccole o le grandi menzogne della tua vita. Lasciale qui ai piedi della grotta per morire all’uomo vecchio e per camminare nella novità di vita”.

La Vergine Santissima ci accompagni in questo cammino e ci dia la forza di scelte coraggiose, come quella del Battista: scelte che non si misurano sul consenso del mondo, ma sulla fedeltà al Vangelo; scelte che sanno perdere per amore della Verità, e proprio per questo vincono davvero. Che questo pellegrinaggio non sia solo un passaggio in un luogo santo, ma l’inizio – o il ritorno – a una vita pienamente evangelica. Perché solo il Vangelo ci rende vivi. Solo Cristo ci rende liberi.

Amen

 

29 agosto 2025

 

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