19 Giugno 2026

Riapre il Mercatino dei “Valori ritrovati”

Sabato 22 maggio, dalle ore 10 alle ore 13.30, la Cittadella della carità (via Casilina vecchia, 19) ospiterà il Mercatino dei “Valori Ritrovati” promosso dalla Caritas di Roma con Poste Italiane Spa. L’iniziativa, proposta nell’ambito del progetto “Valori ritrovati”, verrà realizzata con i “pacchi anonimi”, che non sono stati recapitati e non vengono reclamati, che Poste Italiane ha ceduto all’organismo diocesano.

Verranno esposti libri, giocattoli, cd, piccoli elettrodomestici, oggettistica, computer, cellulari, accessori di informatica, oggetti per la casa. Il ricavato contribuirà alla creazione di un fondo di solidarietà che ha l’obiettivo di sostenere l’inclusione lavorativa di adulti in difficoltà.

17 maggio 2021

Restaurata a San Marco la pala d’altare degli esuli

Non chiedere al Signore dei segni, ma di «essere segni credibili per gli altri, annunciando il Vangelo». Con queste parole il cardinale vicario Baldo Reina si è rivolto ai parrocchiani di San Marco Evangelista in Agro Laurentino, lunedì scorso, in occasione della visita pastorale e per la benedizione della pala d’altare della Madonna dell’esilio, appena restaurata. Una pala che fa riferimento all’esilio della comunità giuliano-dalmata, che venne ad abitare in questa zona di Roma dopo il dramma delle foibe, dando il nome al quartiere.

«È stato ridonato alla gente un ricordo prezioso, dopo oltre 50 anni», spiega il parroco don Mario Mesolella. Quella di San Marco è infatti una parrocchia piccola, appena 6mila abitanti, ma viva e molto legata alle origini stesse del quartiere, dove ci sono ancora una decina di esuli in vita e quattro associazioni fondante dai discendenti. «Chi è venuto qui da bambino – racconta il sacerdote – o chi è nato subito dopo ricorda molto bene ciò che gli esuli hanno vissuto e abbiamo visto la gioia nei loro occhi nel poter rivedere un’immagine che per loro è una parte, fondamentale, di vita».

Proprio questi ultimi, così come il nuovo Consiglio pastorale, hanno incontrato il cardinale vicario, che si è fermato a lungo anche con i molti gruppi parrocchiali. Tra questi c’è innanzitutto la novità del CateOratorio: «La parrocchia non ha spazi esterni e le attività sono sempre state più sul piano culturale che sportivo. Vogliamo così rispondere all’appello di Papa Leone XIV ai catechisti, quindi non con una proposta troppo “scolastica” ma con un’esperienza completa, che metta al centro la Messa domenicale, seguita dalla catechesi e poi dal gioco, dal divertimento e dal fare comunità».

La parrocchia spicca ormai da anni per avere ben sette compagnie teatrali, che gravitano nel vicino Teatro Sammarco. Due – Bottega Teatrale Sammarco e la Bottega dei Ragazzi per bambini dai 4 anni in su – hanno un fine pastorale e coinvolgono fino a 70 bambini, mentre le altre portano in scena le opere più disparate e sono: i Giullari, Elementingioco, Gli Sbottegati, Le Mascherine e Camilla Opera Lirica. Di quest’ultima fa parte Ignazio Semeraro, membro dell’équipe pastorale e ministro straordinario della Comunione. «In tutto, solo col teatro, siamo intorno al centinaio di persone coinvolte – racconta – e ciò la dice lunga sull’attaccamento che c’è alla parrocchia», considerata un punto di riferimento. Lo stesso Semeraro torna sul restauro della pala d’altare: «Rappresenta gran parte della popolazione, della vita, della storia di chi vive qui e farla risplendere ha avuto un significato molto forte, una grande commozione per tutti». Sulla visita del cardinale Reina, invece, Semeraro sottolinea «la vicinanza della Chiesa con la “C” maiuscola che abbiamo avvertito. Abbiamo percepito la vicinanza del vicario come un momento di grande fraternità».

Per quel che riguarda la pastorale della carità, le attività della Caritas e del centro di ascolto aiutano circa 50 famiglie: «Soprattutto dei quartieri limitrofi», spiega sempre il parroco. «Diamo un supporto soprattutto alla vicina parrocchia di San Mauro ai ponti». C’è poi il gruppo “Per un sorriso in più” che due volte a settimana coinvolge gli anziani negli spazi della biblioteca e da quest’anno l’altra novità del “Telefono d’Argento”, attivo tutti i martedì per l’assistenza e la compagnia telefonica agli anziani del quartiere. (di Salvatore Tropea da Roma Sette)

19 ottobre 2025

Relazioni e ascolto: l’invito del cardinale vicario per indirizzare il cammino diocesano

«Dopo aver vissuto la piaga della pandemia e aver celebrato la Pasqua nelle case, ecco che ci disponiamo, con un po’ di trepidazione, a ripartire. Ma non sarà un ritornare come prima; ci aspetta l’attraversamento del deserto e del mare, che rappresentano un parto: Dio ci donerà una nuova nascita, ci genererà come popolo». Il cardinale vicario Angelo De Donatis si è rivolto così a tutti i direttori e gli incaricati degli Uffici del Vicariato questa mattina (venerdì 4 settembre 2020), nel corso del ritiro promosso all’inizio dell’anno pastorale. I sacerdoti sono stati ospiti due giorni nella casa di accoglienza del Foyer de Charité a Ronciglione (Viterbo).

Iniziato alle 17 di giovedì con la preghiera dei Vespri, c’è stata poi un’omelia del cardinale e un tempo lungo di adorazione eucaristica; dopo cena, i partecipanti hanno visto un documentario su Marthe Robin, la mistica francese che ha ideato i Foyers de Charité. Questa mattina, dopo le lodi, ci sono stati la relazione del cardinale e quindi i lavori di gruppo divisi per ambiti: giovani, famiglia, vulnerabilità. Un lavoro per integrare le varie attività degli Uffici, che vengono così coordinate e pensate in una stessa direzione. Alle 12.15 la Messa, poi pranzo e la condivisione.

«Il nostro cammino diocesano è impegnativo – ha detto il cardinale – perché non punta su cose da fare, ma su atteggiamenti nuovi a cui convertirci e da assumere, come quello del saper entrare in relazione con tutti e dell’ascolto contemplativo. Ma non si può evangelizzare senza questi atteggiamenti, rischieremmo di lavorare invano! Siamo chiamati a rinascere come un popolo che all’interno e all’esterno vive relazioni improntate all’amore di amicizia».

«Quello che c’è da fare è, per certi aspetti, semplicissimo e feriale – ha aggiunto –: incontrare le famiglie, incontrare i ragazzi a scuola e nei muretti, andare a visitare gli anziani e i malati, farsi vicini a chi versa in stato di povertà… Nulla di differente da ciò che siamo chiamati a fare sempre. Ciò che è da far maturare è il nostro approccio, è l’atteggiamento del cuore: un cuore abitato dall’amore di amicizia».

Il primato dello Spirito sarà «il tema del cammino di formazione permanente dei presbiteri negli incontri di settore». In particolare, verrà sostenuto il cammino delle famiglie, delle équipe pastorali e dei sacerdoti. «Cercheremo – conclude il cardinale – di dare finalmente concretezza all’ascolto della città attraverso i tredici tavoli tematici, da ripensare nelle modalità di realizzazione tenendo conto della situazione creata dalla pandemia».

Leggi la relazione del cardinale

Relazione di S.E. Mons. De Donatis presso Università La Sapienza – Roma, 20 aprile 2018

Università La Sapienza
Incontro a due voci con il Rettore Eugenio Gaudio
sul tema “Il coraggio delle scelte”
Relazione di S.E. Mons. De Donatis
Roma, 20 aprile 2018

Vorrei prendere spunto, per il mio intervento, dal libricino di Nerosfina (don Andrea Cavallini) “Infelici e contenti”, laddove si racconta la storia dell’asino del filosofo Buridano. Quest’asino ha la particolarità di essere intelligente, ma nonostante tutto viene messo a dura prova nel momento in cui viene a trovarsi equidistante tra due mucchi di fieno esattamente uguali. Indeciso su quale mucchio preferire, perché nella sua intelligenza vorrebbe scegliere il migliore, alla fine non mangia nessuno dei due e muore di fame! Questa simpatica, tragica, storia ci ricorda che evidentemente “scegliere” è fondamentale non solo per compiere determinate attività ma anzitutto per vivere. E altrettanto chiaramente si deduce che l’intelligenza da sola non è sufficiente per arrivare a fare delle scelte.
Cos’altro sia importante è riportato nel vangelo di Marco (Mc 10,17-30), nell’incontro tra Gesù e quel ricco che vorrebbe fare qualcosa per avere la vita eterna. Il ricco è bene intenzionato e ha fatto un suo iniziale discernimento, in quanto già osserva i comandamenti e si rivolge a Gesù chiamandolo “Maestro buono”. La posta in gioco è elevata, perché si tratta appunto della vita eterna. A un certo punto l’evangelista stringe l’inquadratura sugli occhi di Gesù, tenendo a sottolineare che «Fissatolo, lo amò». Non si tratta dunque di un fugace e distratto incrociarsi di sguardi, no: qui c’è la dinamica tipica dell’innamorato che ti scruta, ti degna di attenzione, ti stima e già desidera di volerti con sé. Non solo: da quello sguardo, che non sarà ricambiato, si capisce che in quell’incontro il primo a scegliere è stato Gesù.
Ecco: avere la consapevolezza dello sguardo personale d’amore del Maestro è ciò che più dovrebbe contare nel momento in cui ci si appresta a fare delle scelte. Se non si fosse motivati da questo amore divino, il rischio di rimanere immobili di fronte alle innumerevoli, succulente, proposte terrene diventerebbe una certezza. Non c’è nulla in questo mondo di duraturo nel tempo come lo sguardo di Gesù, senza il quale si dovrebbe scegliere ad esempio soltanto in base all’interesse per un obiettivo, oppure in balia dei sentimenti che, lo sappiamo, sono di un momento e ci costringerebbero a continui ripensamenti, al punto da creare una paralisi. In quello sguardo d’amore che ci ha creato, invece, ognuno di noi scorge il futuro della propria vita; solo in quell’incontro ravvicinato si può scoprire la chiamata di Dio e si può capire che ogni scelta autentica in realtà è una risposta.
Sosteneva Benedetto XVI in un messaggio del 2010 per la XXV Giornata mondiale della gioventù: «Gesù, invita il giovane ricco ad andare ben al di là della soddisfazione delle sue aspirazioni e dei suoi progetti personali, gli dice: “Vieni e seguimi!”. La vocazione cristiana scaturisce da una proposta d’amore del Signore e può realizzarsi solo grazie a una risposta d’amore: “Gesù invita i suoi discepoli al dono totale della loro vita, senza calcolo e tornaconto umano, con una fiducia senza riserve in Dio. I santi accolgono quest’invito esigente, e si mettono con umile docilità alla sequela di Cristo crocifisso e risorto. La loro perfezione, nella logica della fede talora umanamente incomprensibile, consiste nel non mettere più al centro se stessi, ma nello scegliere di andare controcorrente vivendo secondo il Vangelo” (Benedetto XVI, Messaggio per la XXV Giornata della Gioventù, 4).
All’Amore occorre dunque rispondere con l’amore. Questa verità è ancor più chiara nell’incontro tra il Risorto e Pietro. A Gesù non interessa giudicare gli errori dell’apostolo che lo aveva rinnegato e abbandonato nel cammino verso la croce. La sete di amore che Gesù ha nei suoi e nei nostri riguardi va oltre ogni peccato, oltre ogni errore. Per ben tre volte il Signore chiede a Pietro: «Mi ami?» facendo seguire alla risposta dell’apostolo la conseguente missione: «Pasci i miei agnelli». E con questa dichiarazione di amore Pietro saprà tutto della propria vita futura: «In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo disse: “Seguimi”» (Gv 21,15-19). Da quel momento Pietro non avrà più dubbi: seguirà Gesù dovunque il Maestro vorrà, in un cammino instancabile che lo porterà a Roma, su un’altra croce, a coronamento di una vita totalmente offerta al Signore. La scelta maturata nell’incontro sincero con Gesù e nel riconoscimento del suo amore incondizionato darà all’apostolo la forza di superare qualsiasi ostacolo e di non lasciarsi travolgere dalla paura.
A questo punto ci si potrebbe chiedere: “Ma allora chi riesce a scegliere, e lo fa pertanto nel disegno d’amore di Dio, sarà inevitabilmente destinato alla croce e alla morte?”. A motivo di questa domanda, chi si affida soltanto all’intelligenza rimane fermo come l’asino di Buridano, perché non riesce a capire con chiarezza quale sia la differenza tra la vita e la morte, tra la luce e le tenebre, tra il male e il bene. Chi invece si fida di Dio riesce ad andare oltre questo ragionamento e ad affrontare senza problemi anche la morte, sicuro che Dio è il Signore della vita e non lo abbandonerà a se stesso.
Ricorda a questo proposito il libro del Deuteronomio: «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese in cui tu stai per entrare per prenderne possesso. Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servirli, io vi dichiaro oggi che certo perirete» (Dt 30,15-17). Il peccato, ossia la lontananza dall’amore di Dio, confonde le idee e fa apparire la vita come se fosse la morte; a causa del peccato siamo portati a credere che Dio voglia per noi la morte: al contrario la Verità che è il Signore è l’unica via per la vita. Dio ci chiama, ci ama, ci chiede di seguirlo affinché noi possiamo vivere.
Del resto evidenzia Gesù nel vangelo di Giovanni: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,24-25). Per scegliere la vita occorre mettere in conto il passaggio attraverso la morte. Diversamente ci si illuderà di vivere, ma di fatto si percorrerà una strada senza uscita che avrà come destinazione la solitudine, ossia la vera morte, quella che ognuno di noi cerca di evitare sin dalla nascita. A tal proposito l’evangelista Giovanni aggiunge: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1Gv 3,14). Quindi paradossalmente se evitassimo di scegliere di amare per sperare di scampare al sacrificio e alla morte, finiremmo per incappare proprio in ciò da cui si vorrebbe fuggire.
Questa dinamica si esplica anche nella parabola dei talenti (Mt 25,14-30). Nel racconto di Gesù tutti i servi ricevono alcuni talenti: chi dieci, chi cinque, chi uno. Tutti fanno fruttare i propri talenti tranne chi ne aveva ricevuto uno che, per paura, lo andò a sotterrare. Il padrone finirà per togliergli quel talento e condannarlo; ma in realtà potremmo dire che fu il servo stesso ad autocondannarsi per esser rimasto immobile con il suo talento, senza fare dunque alcuna scelta, rinunciando di fatto a vivere.
È quanto accade al giovane ricco, che si distrae dallo sguardo innamorato di Gesù, non investe su di Lui, rimane ancorato ai comandamenti, vissuti a questo punto soltanto per dovere, per formalità, e si allontana verso l’orizzonte della sopravvivenza. Si allontana triste, e non sarebbe potuto essere diversamente, perché avrà intuito da subito di aver perso l’occasione della sua vita, eppure condizionato dalle sue ricchezze non avrà avuto il coraggio di giocarsi, di andare oltre, di fidarsi di quel Maestro buono. Ormai la vita eterna e l’amore di Dio si sono ridotti a un mucchio di fieno al pari di tanti altri che non riuscirà a mangiare. Rinunciando a scegliere, quel ricco si ritroverà circondato solo da delusione, indifferenza, insoddisfazione. E in tale humus la tristezza non potrà che prendere il sopravvento immediatamente.
Nessuno di noi può considerarsi estraneo alla vicenda di questo ricco. Perché, anzi, la precarietà che stiamo vivendo nella nostra società alimenta ancora di più – rispetto alla sua situazione di benessere – la paura di rimanere poveri, di non riuscire a sopravvivere. Il Signore ama ciascuno di noi e ci prospetta un futuro dove non bisogna lottare per la sopravvivenza perché con Lui, anche senza niente, si ha tutto, si è nell’abbondanza, si vive già oggi la vita eterna, in quanto si è partecipi del Suo Amore, che oltrepassa l’indigenza, la violenza, la sofferenza. È importante allora aprirsi all’ascolto, accorgersi della presenza di Gesù, fidarsi di Lui, avere il coraggio di dargli retta, di sperare contro ogni speranza, di mettere in pratica quanto ci chiede, alla maniera in cui Lui si è fidato del Padre e ha fatto la Sua volontà fino in fondo, fino in cima al monte Calvario.
Prendiamo esempio dunque da Gesù. Nella scelta più importante della sua vita, quella che lo ha portato alla passione e alla morte, egli non si è tirato indietro, non è rimasto indifferente, non si è ribellato ma al contrario è stato risoluto e ha avuto la forza di andare avanti, sempre. Nel cammino verso il Golgota, quella che poteva sembrare la fine di un’avventura affascinante verrà a rivelarsi come l’inizio della nuova vita.
Ciò che maggiormente ha aiutato Gesù nella direzione della sua scelta è stato il riferimento costante alla Parola di Dio. Nella preghiera, innanzitutto, per la quale ricavava lungo tempo ogni giorno, malgrado i mille impegni quotidiani, e nell’annuncio della salvezza a quanti lo hanno incontrato di villaggio in villaggio.
In particolare senza la preghiera Gesù non sarebbe riuscito a salire a Gerusalemme. Con la preghiera egli chiedeva conferme, si immergeva nell’intimità dell’amore del Padre, lo ringraziava e lo benediceva per la sua missione. Soprattutto alla vigilia di scelte importanti il ricorso alla preghiera era imprescindibile, non perché amasse delegare il Padre a scegliere al posto suo, ma perché aveva necessità del suo sostegno e della sua luce.
A seguito di una notte di preghiera, il Signore con decisione sceglierà gli apostoli, i suoi più stretti collaboratori a cui affiderà il delicato compito di edificare la Sua Chiesa. E di sicuro grazie a quella notte di preghiera non si sarà mai pentito della sua scelta, neanche quando si ritroverà da solo sulla croce. A motivo di un’altra sofferta notte di preghiera, nell’orto degli ulivi, Gesù si consegna a chi lo verrà ad arrestare per ucciderlo. Seppure avanzerà la richiesta di “passare quel calice”, rimarrà fermo nella decisione di fare la volontà del Padre e grazie a quella comunione di amore riuscirà a sopportare con serenità le torture e le umiliazioni sulla via del Calvario, fino ad arrivare a consolare le donne di Gerusalemme e perdonare coloro che lo stavano inchiodando sulla croce.
La stessa serenità troviamo in Maria, che pur avendo vissuto il dolore più atroce di questa terra, ossia la morte in croce del figlio innocente, avrà la forza di radunare nuovamente gli apostoli, che nel frattempo si erano dispersi per paura, e di rigenerare la Chiesa. Cosa sarebbe stata la Madonna senza quell’intimo rapporto di amore con il Padre e con il Figlio? Avrebbe scelto Giuseppe come sposo? Sarebbe stata capace di affrontare con lui tutte le difficoltà che ha attraversato dal giorno dell’annunciazione in poi, dal parto in una grotta alla fuga in Egitto? Sarebbe sopravvissuta al dolore per la passione di Gesù?
Oltre alla preghiera, per arrivare ad affrontare scelte coraggiose sarebbe indispensabile anche riferirsi a persone già mature nella fede, capaci di illuminarci riguardo la strada da seguire. Come nel caso di San Paolo. L’apostolo delle genti, prima della conversione, non era di certo un indeciso, uno che aveva paura di scegliere. Ma il fondamento delle sue scelte era dettato non dall’amore ma dall’odio, a causa del quale perseguitava e uccideva i cristiani in nome di un ideale che di sicuro riteneva giusto.
L’incontro con Cristo rivoluzionerà la sua vita e le sue scelte. Ma la conversione non avvenne solo grazie alla folgorazione sulla via di Damasco. Quella fu solo la prima tappa di un cammino, come ci ricorda il libro degli Atti degli Apostoli: «Saulo allora si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco. Per tre giorni rimase cieco e non prese né cibo né bevanda» (At 9,8-9). Quindi indispensabile per Paolo è stato chi lo ha guidato per mano a Damasco e soprattutto chi con l’imposizione delle mani gli ha fatto recuperare la vista: Anania, il discepolo che lo battezzò. Con lui altri cristiani aiutarono Paolo a liberarsi del passato, difendendolo da quanti tra i Giudei adesso avrebbero voluto ucciderlo. E ancora, grazie a Barnaba poté unirsi agli apostoli a Gerusalemme.
C’è dunque una comunità che si prodiga per sostenere san Paolo nel processo di conversione. Senza quei discepoli l’apostolo sarebbe potuto rimanere nell’incertezza, nella confusione, non avrebbe potuto proseguire il cammino, non avrebbe riacquistato la vista, sarebbe incappato nelle mani dei nemici, non si sarebbe potuto riconciliare con i Dodici. Senza una comunità anche oggi fare delle scelte coraggiose può diventare un’impresa impossibile. Occorre disponibilità e preparazione degli educatori e umiltà per chi decide di convertirsi e scegliere di seguire Gesù. Un dovere importantissimo specie nella nostra società attuale, caratterizzata da una forte propensione individualista che tende ad attenuare se non a spegnere l’entusiasmo e il desiderio di quanti si vorrebbero impegnare in un progetto di vita “a tempo indeterminato”!

Relaziona all’Assemblea Nazionale di Pax Christi

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Relaziona al Convegno internazionale dei Gruppi di Studi Orionini 2025

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Relaziona al convegno “Parola che trasforma la storia: Bibbia e impegno sociale” organizzato da Mcl

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Reina: la risurrezione, «la parola più importante del nostro bagaglio spirituale»

Foto Diocesi di Roma / Gennari

Il cielo è ancora azzurro quando dal fondo della basilica si intravede la croce della processione. L’ultima luce del giorno entra dalla porta principale di San Giovanni in Laterano. Il cardinale vicario Baldo Reina percorre lentamente la navata centrale, sale sull’altare e prende la parola non appena la musica del Coro della diocesi di Roma si interrompe dolcemente. «Fratelli e sorelle – esordisce -, nel silenzio adorante di questa sera, eleviamo il nostro rendimento di grazie al Signore per il dono grande della vita di Papa Francesco». Poi si inginocchia mentre viene esposto il Santissimo, lo incensa con il turibolo, e rimane in contemplazione per qualche minuto.

È iniziata così, il 24 aprile, l’adorazione eucaristica guidata dal cardinale vicario nella cattedrale di Roma. Hanno accompagnato la meditazione alcuni frammenti tratti dai discorsi di Papa Francesco e i canti eseguiti dal Coro della diocesi. Con il cardinale Reina, tra gli altri, presenti anche il vescovo vicegerente Renato Tarantelli Baccari, il vescovo Guerino Di Tora, vicario capitolare della basilica lateranense, e il vescovo Luca Brandolini, già ausiliare di Roma. Tante le persone che si sono riunite per pregare. In molti rimangono inginocchiati per tutta la durata dell’adorazione, con i gomiti appoggiati alla sedia di fronte e gli occhi fissi sull’Eucaristia, illuminata dai candelabri accesi sull’altare.

«In questo momento di adorazione davanti a Gesù, sentiamo l’assenza del nostro pastore – ha aggiunto il cardinale vicario prima della conclusione -. Sperimentiamo tanto dolore e tanta sofferenza. Penso che tutti noi – ha continuato – abbiamo negli occhi e nel cuore tanti ricordi». In questi momenti, ha esortato, «lasciamoci rafforzare da Gesù, sperimentando quello che Lui stesso ha detto nella casa di Lazzaro: “Chi crede in me non morirà in eterno”». Secondo Reina, «la risurrezione è la parola più importante del nostro bagaglio spirituale». Ed è per questo motivo, ha concluso, «che chiedo a me stesso e a tutti voi di continuare a pregare perché il Signore accolga in cielo Papa Francesco e sostenga tutta la Chiesa e in particolare la diocesi di Roma, che il pontefice ha amato con tanta cura».

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Reina: la comunità cristiana e «l’attitudine al Cielo»

Foto Diocesi di Roma / Gennari

Quando Gesù ascese al Cielo, gli apostoli continuarono a fissare verso l’alto. «Perché oggi non volgiamo più il nostro sguardo verso il cielo?». In un momento storico così delicato segnato da «guerre, disuguaglianze, povertà, ingiustizie, barbarie nei confronti dei piccoli e degli innocenti», la comunità cristiana deve recuperare l’attitudine al Cielo «attraverso la preghiera, la testimonianza luminosa, l’amicizia, la comunione». Così come insiste nell’invocare la pace nel mondo e persevera nel «chiedere un mondo più giusto», la comunità cristiana deve anche continuare «a volgere lo sguardo verso l’alto perché non sia solo l’ascensione di Gesù ma anche la propria». Lo ha affermato il cardinale vicario Baldo Reina nella predica pronunciata durante il tradizionale culto ecumenico in occasione dell’Ascensione celebrato ieri sera, 29 maggio, nella Chiesa evangelica luterana di via Sicilia, alla presenza di rappresentanti di varie confessioni cristiane.

Se nel Vangelo l’Ascensione è il momento in cui Gesù «torna al Padre portando con sé la nostra umanità redenta», oggi viviamo come se il Cielo non ci appartenesse più. Questa festa, ha sottolineato il porporato, è «l’occasione sempre propizia per far riflettere su questa capacità che abbiamo assunto di non riuscire più a guardare il Cielo». Gesù, ha spiegato, è stato pienamente immerso nella realtà umana, tra lavoro, sorrisi, pianti, annuncio del Regno di Dio, momenti conviviali con i suoi amici, «ma sempre con lo sguardo verso il Cielo – le parole del vicario -. Le sue giornate iniziavano prestissimo con la preghiera. Perché noi oggi non riusciamo più a guardare il Cielo? Anche noi siamo chiamati a vivere l’ascensione già sulla terra, in modo particolare in questo frangente di storia che sembra aver dimenticato l’infinito. Questo è il tratto distintivo dei cristiani, invece, come tutti gli altri, facciamo fatica a tenere desta la nostra attenzione, siamo altalenanti, incostanti. Se ci riveliamo come tutti gli altri, come chi non è cristiano, abbiamo perso tutto perché quella meta verso la quale Gesù ci invita a volgere lo sguardo è il nostro tutto».

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30 maggio 2025

Reina: la Chiesa di Roma abbonda di figure di santità

Uno a fianco all’altro. In piedi di fronte al cardinale vicario Baldo Reina e abbracciati spiritualmente dai tanti fedeli che hanno riempito la basilica di San Giovanni in Laterano. Sono i nuovi parroci e viceparroci della diocesi di Roma. Sono stati presentati ieri sera, 24 giugno, durante la Messa celebrata in occasione della solennità della Natività di San Giovanni Battista. Dopo la recita del Credo, hanno rinnovato le promesse sacerdotali davanti al porporato.

«Il Signore non vi vuole come servi, ma come portatori di luce», ha detto Reina, che ha indicato questa strada a tutto il popolo di Dio. «C’è una differenza sostanziale – ha spiegato -. Il servo guarda in basso, mentre il portatore di luce in alto. Il servo pensa al lavoro, mentre il portatore di luce alla vita, perché attraverso la luce arriva la vita. Pensate a questa grande responsabilità all’interno del mondo – ha aggiunto -. Il portatore di luce non risponde alla logica del dovere, ma a quella della gioia, come quando qualcuno ha ricevuto una bella notizia e gli brillano gli occhi, portando la luce ancor prima di fare qualcosa».

Una missione, secondo Reina, che proprio san Giovanni Battista, insieme a tanti santi e tante sante, ha realizzato nella sua vita. La solennità della Natività, ha detto, «è un momento di festa per tutta la Chiesa». Commentando le letture, il cardinale si è soffermato in particolare su tre passaggi. Il primo, ha detto, è quello della novità del suo nome, scelto da Elisabetta. Una novità, ha spiegato, che attendiamo per ognuno di noi, per la nostra vita spirituale, per la Chiesa e per il mondo. «Ci piacerebbe – ha sottolineato – che tacessero finalmente le armi e siamo molto preoccupati per quello che sta succedendo in diverse regioni del pianeta, in modo particolare per quest’ultimo focolaio che vede coinvolto l’Iran, Israele e non solo».

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25 giugno 2025

Reina: l’Ecclesia Mater e la missione del dialogo

(foto: diocesi di Roma/Gennari)

Luogo di studio e di approfondimento teologico ma prima ancora luogo di scambio, di incontro e di relazione. Ha tratteggiato così il ruolo e la missione dell’Istituto superiore di scienze religiose Ecclesia Mater il cardinale vicario Baldo Reina che ieri sera, 24 novembre, ha portato il suo saluto in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’ente di formazione diocesano di piazza di San Giovanni in Laterano, che afferisce alla Pontificia Università Lateranense. «Questo istituto risponde alla missione che gli è stata affidata in riferimento alla categoria del dialogo che 60 anni fa il Concilio ci ha consegnato – ha spiegato il porporato -. Infatti nella società odierna servono persone preparate e capaci di porsi in dialogo con e nella complessità di questo tempo e ciò richiede una altissima preparazione».

Ricordando come lo studio delle discipline teologiche «ha a che fare non con la realtà di questo mondo ma con la realtà del Cielo», Reina ha dunque augurato un proficuo anno accademico a studenti e docenti, guardando al momento dell’inaugurazione come all’occasione «in cui ci si guarda insieme gli uni con gli altri negli occhi» per riconoscersi parte di un cammino da condividere. Anche il decano della facoltà di Teologia della Pontificia Università Angelo Lameri nel suo saluto iniziale ha considerato l’impegno e «la fatica dello studio dello studente e del docente per essere davvero immerso con la mente e con il cuore in questo percorso» mentre la preside Claudia Caneva ha sottolineato la finalità dell’Istituto di «mettere in relazione la teologia con le scienze umane» per pervenire a «quella sintesi culturale» necessaria «per affrontare la sfida del tempo presente» e dunque per «rilanciare l’importanza della teologia, aprendo un dialogo fecondo con le altre discipline».

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25 novembre 2025

Reina: «Invochiamo per il Papa salute e forza»

La sera del 27 marzo 2020 Papa Francesco, con una preghiera solitaria in una piazza San Pietro deserta, volle presentare a Dio la supplica per il mondo che stava attraversando il momento buio della tempesta causata dalla pandemia. Lo fece ai piedi del Crocifisso miracoloso di San Marcello, trasportato appositamente davanti alla basilica, dopo che il 15 marzo il pontefice si era già recato a piedi a pregare nella chiesa di via del Corso che custodisce l’icona, a cui i romani si rivolgono da secoli per chiedere la fine di epidemie e implorare la grazia della salute.

Oggi, 27 febbraio, davanti a quello stesso Crocifisso, è toccato a fedeli e pellegrini radunarsi per chiedere la guarigione del Papa, ricoverato da due settimane al Policlinico Gemelli. Un gesto molto significativo e partecipato, voluto dal cardinale vicario Baldo Reina, che ha presieduto la celebrazione eucaristica e che successivamente, alle 21, ha guidato la recita del Rosario in piazza San Pietro, proseguendo quella maratona di preghiera che coinvolge idealmente il mondo intero.

Il cardinale ha invitato particolarmente i sacerdoti «che operano in quel quadrante della città» a unirsi alla preghiera per «invocare l’aiuto del Crocifisso, tanto caro al Santo Padre, per il dono della salute per il nostro amato vescovo». «Nel ricordo di quando il Santo Padre venne a farci visita in quel periodo difficile della pandemia, con profonda gratitudine la nostra comunità è compatta e unita nella preghiera per lui», ha commentato padre Enrico Maria Casini, rettore della chiesa di San Marcello. «Speriamo davvero che il Signore ci faccia dono della sua pronta guarigione», ha concluso il religioso, che ha concelebrato insieme ad altri frati della comunità dei Servi di Maria e a una ventina di sacerdoti della zona.

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