Omelia in occasione della celebrazione diocesana del malato
Al santuario del Divino Amore la celebrazione diocesana del malato. De Donatis: «la malattia ha sempre un volto, e non uno solo: ha il volto di ogni malato e malata, anche di quelli che si sentono ignorati ed esclusi. Noi vogliamo riconoscere tutti questi volti» perché «c’è una malattia più grave di tutte: l’indifferenza».
22 maggio 2021
Omelia in occasione dell’ordinazione episcopale di mons. Benoni Ambarus
L’omelia del cardinale vicario Angelo De Donatis in occasione dell’ordinazione episcopale di monsignor Benoni Ambarus.
2 maggio 2021
Omelia di S.E. Mons. Angelo De Donatis in occasione del Natale di Roma – Campidoglio, 21 aprile 2018
Omelia di S.E. Mons. Angelo De Donatis
in occasione del Natale di Roma
Campidoglio, 21 aprile 2018
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“Tu hai parole di vita eterna”.
Questa espressione così ricca e provocante ci rimanda a questo giorno, in cui celebriamo la memoria del Natale di Roma, chiamata la città eterna, ovviamente per analogia. Mi sento di dirvi che la parola eternità dovremmo riservarla a ciò che veramente è eterno. Ma è proprio qui che la provocazione diviene più insistente: perché non proporre a tutti gli abitanti di questa città (ed in particolare ai giovani) di vivere nella speranza, di avere speranza, di camminare nella speranza? E la speranza ha sempre un occhio rivolto verso l’eternità, perché altrimenti è una speranza già limitata e riduttiva.
Nella città, allora, vediamo quanto sia necessario, oggi più che mai, aprire sentieri di speranza e ciascuno potrà farlo secondo le sue competenze e secondo il proprio compito. Agli amministratori compete di permettere che i giovani non perdano la speranza, così come ci chiede fortemente il nostro Vescovo Papa Francesco; e compete anche la responsabilità di operare affinché per gli anziani non ci sia la disperazione della solitudine; così come che tutti i bambini possano vedere un futuro gioioso ed ogni adulto senta la responsabilità e la gioia di impegnarsi per edificare una città serena ed accogliente, inserita in un mondo migliore che – insieme- è possibile costruire. Possiamo negare un’accoglienza carica di speranza ai tanti fratelli e sorelle che bussano alle nostre porte, venendo da paesi lontani e chiedendo uno sguardo di tenerezza ed un conforto umano? Non si esaurisce facilmente l’elenco delle attese di speranza….
Evidentemente alla comunità cristiana compete il compito gioioso – direi il ministero – di annunciare la speranza della vita risorta che Gesù ci ha donato. A noi viene chiesto di proclamare con forza che la vita ha sempre una forza gioiosa, anche nelle difficoltà e che la presenza di Dio nella nostra quotidianità (in cui possiamo realizzare la nostra aspirazione alla felicità e alla santità, come ci ricorda il Papa nella lettera Gaudete et exultate, appena donata alla Chiesa) è un conforto che consente di camminare e di andare oltre, superando le difficoltà.
Lavoriamo insieme nella città, affinché le persone sentano la gioia di vivere insieme e non si fermino alle fatiche di una quotidianità impegnativa, alle delusioni, alle preoccupazioni, alla tristezza che spesso affiorano nelle loro giornate. Lavoriamo affinché questa città riscopra la sua vocazione di essere casa comune ed accogliente, senta forte la responsabilità di essere un centro che irradia valori umani ed evangelici, proprio perché è stata scelta per essere il “cuore” della fede cristiana grazie alla memoria della fede semplice e sincera che i Martiri hanno testimoniato nella storia, offrendo la loro vita nella certezza della Resurrezione e della vittoria di Cristo sulla morte.
Lavoriamo assieme per permettere a questa bella ed amata città di avere sempre lo spirito dell’apertura e del dialogo, di essere segno di accoglienza e di fraternità, di proporre gesti concreti di prossimità e di profezia. Se viviamo in questo spirito e con questo desiderio di collaborazione, certamente potremo dire ad ogni donna e ad ogni uomo della nostra comunità, come avvenne per Tabità: “Ti dico, alzati!” Ritrova la speranza e gioisci della tua vita!
Omelia di S.E. Mons. Angelo De Donatis presso Università Campus Biomedico nel XXV° Anniversario della Fondazione – Roma, 24 aprile 2018
Università Campus Biomedico
XXV Anniversario della Fondazione
Omelia di S.E. Mons. Angelo De Donatis
Roma, 24 aprile 2018
Se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate!
Questo invito fatto dai capi della sinagoga di Antiochia, dopo l’ascolto della Legge e dei Profeti, è raccolto dall’apostolo Paolo che, alzando la mano, chiede di parlare. E nel suo breve discorso fa una sintesi della storia della salvezza, nei suoi fatti principali, storia che trova poi il compimento nell’annuncio di Giovanni Battista che indica il Cristo.
Paolo, che ha visto la sua vita trasformarsi dall’incontro con il risorto sulla via di Damasco, ora è capace di rileggere l’intera storia di Israele, dandogli un senso pieno in relazione a Cristo.
Anche noi, questa mattina, siamo chiamati a “fare memoria” di un cammino di 25 anni, un tratto relativamente breve, ma significativo, considerando come e quanto questo luogo è cresciuto, diventando, nella nostra città – in particolare dal 2008 in questa sede nella zona sud – un polo ospedaliero e universitario di riferimento. L’intuizione che nel 1988 Monsignor Álvaro del Portillo aveva avuto suggerendo ad alcuni professionisti e docenti la promozione di una clinica universitaria a Roma, è stato un sogno divenuto presto realtà. Se ora dovessi chiedere io a voi se avete qualche parola di esortazione per gli altri, alla luce di questo cammino, credo che sarebbero tante le mani che si alzerebbero per intervenire. E penso che ognuno di voi potrebbe raccontare non solo grandi eventi, ma semplici storie di vita vissuta, di incontri, di vicinanza all’umanità che soffre. E potremmo, ad ogni storia raccontata, ripetere con gioia profonda le parole del salmo: “Canterò in eterno l’amore del Signore”, consapevoli ancora una volta che la sua Fedeltà si manifesta di generazione in generazione, con nostro grande stupore.
L’occasione del 25° sia quindi un richiamo a ritrovare il senso pieno di ogni storia in Cristo. Queste erano le motivazioni di don Àlvaro: offrire soluzioni alla realtà del dolore e della malattia, attingendo allo spirito cristiano di servizio.
Il vangelo di oggi ci aiuta a fissare lo sguardo su Cristo servo. Dopo aver lavato i piedi ai dodici, Gesù ci ricorda che noi siamo inviati di Qualcuno più grande di noi. Saremo beati se metteremo in pratica questo: riconoscere che ogni servizio, ogni annuncio, ogni atto d’amore è riferimento ad un Incontro con Lui. Nella misura in cui attingiamo al suo amore, potremo amare. Nella misura in cui rifiutiamo questo amore, come è successo a Giuda, allora perdiamo il senso della vita stessa, perdiamo noi stessi.
Solo guardando a Lui, il Maestro e Signore, che di lì a poco sarà innalzato sulla croce, i discepoli capiranno che è donandosi totalmente che si contribuisce a rendere la vita degli altri una vita piena. È dando la propria vita che si rende più bella la vita altrui.
Jose Maria Escrivà aveva ben capito tutto questo. In un giorno di agosto del 1931 durante la messa risuonarono in lui le parole di Gesù: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32), e comprese più chiaramente che la missione dei battezzati consiste nell’elevare la Croce di Cristo su ogni realtà sentendo nascere interiormente l’appassionante chiamata a far vivere il vangelo in tutti gli ambiti. Accolse allora senza vacillare l’invito fatto da Gesù all’apostolo Pietro: “Prendi il largo” e lo trasmise a tutta la sua Famiglia spirituale, affinché offrisse alla Chiesa un contributo valido di comunione e di servizio apostolico. Anche questo Campus, che trova radici nella testimonianza evangelica del vostro fondatore, è un “campo” dove prendere il largo, dove spargere il seme del Vangelo, di cui l’umanità di oggi ha un’intensa fame, soprattutto quando è colpita dalla fragilità fisica e spirituale.
Il contesto della Cena e del servizio è un contesto familiare: era la stanza superiore di una casa, probabilmente della famiglia di san Marco, di cui abbiamo celebrato ieri la festa. In questo contesto familiare, quotidiano, Gesù invita i suoi a ripartire, lavandosi i piedi gli uni gli altri.
In 25 anni questo Campus è stato – e continuerà ad essere – un luogo di assistenza e di cura della persona; entrando in questo ambiente non sembra di essere in un ospedale, ma anche qui c’è una dimensione familiare. Qui tanti professionisti, coadiuvati da molti che lavorano a loro fianco, si prendono cura della vita e della salute, con uno stile di accoglienza, di umanità, in cui la relazione è la prima medicina per avviare una terapia adeguata alle diverse malattie del corpo. E, in un luogo in cui il vostro ospedale eccelle per la presenza di macchinari “dell’ultima generazione” – per la diagnosi e la cura delle malattie – ricordatevi sempre che al di là di ogni macchina ci sono due persone: un uomo malato e un uomo che lo cura. Possiamo pure fare una risonanza perfetta del corpo, ma occorre puntare anche alla “risonanza” che può esserci in un’anima che si senta amata.
È così che, come ci ha ricordato Papa Francesco nell’ultima esortazione “Gaudete et exsultate”, possiamo rispondere in pienezza, anche nel contesto lavorativo, alla vocazione di tutti alla santità – tema così caro al vostro fondatore – una santità fatta di piccoli particolari dell’amore. Una santità “della porta accanto”, anche quando si tratta della porta di una camera di degenza o quella di uno studio medico o di una sala operatoria.
Per portare a compimento una missione tanto impegnativa, occorre però un’incessante crescita interiore alimentata dalla preghiera. San Josemaría fu un maestro di preghiera, che egli considerava come straordinaria “arma” per redimere il mondo. Raccomandava sempre: “In primo luogo, orazione; poi, espiazione; in terzo luogo, molto «in terzo luogo», azione” (Cammino, n. 82). Non è un paradosso, ma una ve¬rità perenne: la fecondità dell’apostolato sta innanzitutto nella preghiera e in una vita sacramentale intensa e costante. Questo è, in fondo, il segreto della santità e del vero successo dei santi.
Infine vorrei rivolgermi ai giovani che qui studiano e si esercitano in vista della futura professione accanto ai malati. In un mondo sempre più privo di punti di riferimento, sappiate essere, per i vostri coetanei, testimonianza credibile e gioiosa di come la vita può avere un senso pieno mettendosi a servizio dell’altro, del prossimo più debole. E anche se studiate in vista di un lavoro, non dimenticate mai che essere medici ed infermieri è prima di tutto una vocazione e una missione. Imparate qui, a contatto con l’umanità, in particolare nel servizio agli anziani, a farvi domande profonde e a trovare risposte attingendo alla testimonianza di quei santi della porta accanto, di tante persone che quotidianamente offrono tempo, energie, competenze, e amore per gli altri.
Jose Maria Escriva diceva: “A Gesù si va e si “ritorna” sempre per Maria”. Affidandovi al Signore, chiediamo l’intercessione di Maria, perché ci aiuti, vi aiuti, a rinnovare ogni giorno l’Eccomi, anche presso la croce dell’umanità sofferente.
Omelia di Papa Leone XIV in occasione della Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo
Questo pomeriggio, 22 giugno, il Papa ha presieduto la Santa Messa sul sagrato della basilica di San Giovanni in Laterano in occasione della Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo. Di seguito il testo dell’omelia:
Cari fratelli e sorelle, è bello stare con Gesù. Il Vangelo appena proclamato lo attesta, raccontando che le folle rimanevano ore e ore con Lui, che parlava del Regno di Dio e guariva i malati (cfr Lc 9,11). La compassione di Gesù per i sofferenti manifesta l’amorevole vicinanza di Dio, che viene nel mondo per salvarci. Quando Dio regna, l’uomo è liberato da ogni male. Tuttavia, anche per quanti ricevono da Gesù la buona novella, viene l’ora della prova. In quel luogo deserto, dove le folle hanno ascoltato il Maestro, scende la sera e non c’è niente da mangiare (cfr v. 12). La fame del popolo e il tramonto del sole sono segni di un limite che incombe sul mondo, su ogni creatura: il giorno finisce, così come la vita degli uomini. È in quest’ora, nel tempo dell’indigenza e delle ombre, che Gesù resta in mezzo a noi.
Proprio quando il sole declina e la fame cresce, mentre gli apostoli stessi chiedono di congedare la gente, Cristo ci sorprende con la sua misericordia. Egli ha compassione del popolo affamato e invita i suoi discepoli a prendersene cura: la fame non è un bisogno che non c’entra con l’annuncio del Regno e la testimonianza della salvezza. Al contrario, questa fame riguarda la nostra relazione con Dio. Cinque pani e due pesci, tuttavia, non sembrano proprio sufficienti a sfamare il popolo: all’apparenza ragionevoli, i calcoli dei discepoli palesano invece la loro poca fede. Perché, in realtà, con Gesù c’è tutto quello che serve per dare forza e senso alla nostra vita.
All’appello della fame, infatti, Egli risponde con il segno della condivisione: alza gli occhi, recita la benedizione, spezza il pane e dà da mangiare a tutti i presenti (cfr v. 16). I gesti del Signore non inaugurano un complesso rituale magico, ma testimoniano con semplicità la riconoscenza verso il Padre, la preghiera filiale di Cristo e la comunione fraterna che lo Spirito Santo sostiene. Per moltiplicare pani e pesci, Gesù divide quelli che ci sono: proprio così bastano per tutti, anzi, sovrabbondano. Dopo aver mangiato – e mangiato a sazietà – ne portarono via dodici ceste (cfr v. 17).
Questa è la logica che salva il popolo affamato: Gesù opera secondo lo stile di Dio, insegnando a fare altrettanto. Oggi, al posto delle folle ricordate nel Vangelo stanno interi popoli, umiliati dall’ingordigia altrui più ancora che dalla propria fame. Davanti alla miseria di molti, l’accumulo di pochi è segno di una superbia indifferente, che produce dolore e ingiustizia. Anziché condividere, l’opulenza spreca i frutti della terra e del lavoro dell’uomo. Specialmente in questo anno giubilare, l’esempio del Signore resta per noi urgente criterio di azione e di servizio: condividere il pane, per moltiplicare la speranza, proclama l’avvento del Regno di Dio.
Salvando le folle dalla fame, infatti, Gesù annuncia che salverà tutti dalla morte. Questo è il mistero della fede, che celebriamo nel sacramento dell’Eucaristia. Come la fame è segno della nostra radicale indigenza di vita, così spezzare il pane è segno del dono divino di salvezza. Carissimi, Cristo è la risposta di Dio alla fame dell’uomo, perché il suo corpo è il pane della vita eterna: prendete e mangiatene tutti! L’invito di Gesù abbraccia la nostra esperienza quotidiana: per vivere, abbiamo bisogno di nutrirci della vita, togliendola a piante e animali. Eppure, mangiare qualcosa di morto ci ricorda che anche noi, per quanto mangiamo, moriremo. Quando invece ci nutriamo di Gesù, pane vivo e vero, viviamo per Lui. Offrendo tutto sé stesso, il Crocifisso Risorto si consegna a noi, che scopriamo così d’essere fatti per nutrirci di Dio. La nostra natura affamata porta il segno di un’indigenza che viene saziata dalla grazia dell’Eucaristia. Come scrive Sant’Agostino, davvero Cristo è «panis qui reficit, et non deficit; panis qui sumi potest, consumi non potest» (Sermo 130, 2): un pane che nutre e non viene meno; un pane che si può mangiare ma non si può esaurire.
L’Eucaristia, infatti, è la presenza vera, reale e sostanziale del Salvatore (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1413), che trasforma il pane in sé, per trasformare noi in Lui. Vivo e vivificante, il Corpus Domini rende noi, cioè la Chiesa stessa, corpo del Signore. Perciò, secondo le parole dell’apostolo Paolo (cfr 1Cor 10,17), il Concilio Vaticano II insegna che «col sacramento del pane eucaristico viene rappresentata ed effettuata l’unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo. Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione con Cristo, che è la luce del mondo: da Lui veniamo, per mezzo suo viviamo, a Lui siamo diretti» (Cost. dogm. Lumen gentium, 3). La processione, che tra poco inizieremo, è segno di tale cammino. Insieme, pastori e gregge, ci nutriamo del Santissimo Sacramento, lo adoriamo e lo portiamo per le strade. Così facendo, lo porgiamo allo sguardo, alla coscienza, al cuore della gente. Al cuore di chi crede, perché creda più fermamente; al cuore di chi non crede, perché si interroghi sulla fame che abbiamo nell’animo e sul pane che la può saziare.
Ristorati dal cibo che Dio ci dona, portiamo Gesù al cuore di tutti, perché Gesù tutti coinvolge nell’opera della salvezza, invitando ciascuno a partecipare alla sua mensa. Beati gli invitati, che diventano testimoni di questo amore!
22 giugno 2025










