Santa Messa presso la parrocchia di San Carlo da Sezze
La chiusura della Porta Santa di San Giovanni in Laterano: l’omelia del cardinale vicario
Il testo dell’omelia pronunciata dal cardinale vicario Baldo Reina, in occasione della chiusura della Porta Santa della basilica di San Giovanni in Laterano
La Liturgia della Parola di questa celebrazione eucaristica per la chiusura della Porta Santa della nostra cattedrale ci offre una pagina di Vangelo che unisce il mistero del Natale da poco celebrato a quello di Pasqua, serrando l’unità della rivelazione della prossimità di Dio.
È la festa di san Giovanni, il discepolo che era divenuto l’amico più caro di Gesù. Che aveva camminato con lui, aveva ascoltato la sua voce, anche quella senza parole, del suo cuore, poggiando l’orecchio sul suo petto. Seguendo le parole che lo descrivono mentre corre verso la tomba in cui era stato sepolto il suo maestro e amico, anche noi siamo attraversati dalla domanda che unisce la corsa di Maria di Magdala e di Pietro.
La tomba è vuota, dove cercarlo?
Non è stata questa, forse, la domanda dei tanti pellegrini che sono venuti nella nostra città durante quest’anno? Non è questa la domanda di tanti che vorrebbero incontrare Gesù nella loro vita? Dove cercare il Signore?
Capitò a quanti arrivarono nel luogo in cui era nato, marginale, respinto, in una stalla, di essere sorpresi di trovare lì il Figlio di Dio. La stessa sorpresa di chi si sentiva indegno dello sguardo di Dio, e di trovare gli occhi di Gesù che lo cercava, peccatore, lebbroso, povero.
Cosa significa questa sorpresa per la nostra Diocesi?
Io per primo mi sento custode della possibilità che questa sorpresa trovi spazio nel nostro annunciare il Vangelo, trovi dimora nelle nostre comunità, trovi corpo nel nostro essere ministri della misericordia di Dio, trovi il suo inveramento in una città in cui molti hanno perso la speranza.
Possiamo professare la nostra fede senza preoccuparci di quanti, per i pesi che devono portare, per il dolore che patiscono, per le ingiustizie che subiscono, non riescono a vedere altro che una tomba vuota, il segno più acuto dell’assenza?
Assenza di solidarietà nel divario tra periferia e centro. Assenza di attenzione alle miserie economiche ed esistenziali. Assenza di fraternità in cui ci rassegnamo, anche nel presbiterio, a rimanere soli o a lasciarci da soli. L’assenza in cui le famiglie si disperdono, i legami si infragiliscono, le generazioni si oppongono, le dipendenze diventano catene. L’assenza di giustizia che non risponde all’altissima vocazione della politica di rimuovere gli ostacoli perché ognuno possa trovare uguale opportunità per realizzarsi, dare forma ai propri sogni, sostanza alla propria dignità, con il lavoro e giusti salari, avere una casa, essere difeso e curato nelle proprie fragilità. L’assenza di visione e pensiero in un tempo in cui le passioni si sono intristite, i giudizi divengono sommari, le informazioni hanno perso il contatto con la ricerca della verità, e la cultura non ha più maestri credibili. L’assenza di pace in un mondo in cui prevale la logica del più forte. L’assenza di profezia che rende muto Dio.
Noi che ci professiamo credenti, siamo nella genealogia di quelli che hanno udito, hanno visto, hanno toccato il Verbo della vita, come abbiamo ascoltato dalla Prima Lettera di San Giovanni. E quello che abbiamo udito, visto e toccato lo dovremmo annunciare manifestando la presenza nell’assenza, contrastando ogni inerzia, perché si possa incontrare il Signore.
Un annuncio che alle parole unisce il gesto, coinvolge tutti i sensi, trasfigurando la nostra città.
Dobbiamo essere missionari della trasfigurazione di tutti i luoghi sociali ed esistenziali: dobbiamo poter trasfigurare le nostre relazioni, liberare il volto nascosto del nostro Salvatore che nella sua morte ha vinto la morte.
È questa la speranza che ha mosso i tantissimi pellegrini che hanno lasciato sulle nostre strade le impronte dei passi gravati dai pesi che premevano nel loro cuore. Hanno attraversato la Porta Santa per trovare Colui che stavano cercando. La porta della nostra cattedrale ha impresse le carezze di tutti quelli che sono passati a cercare misericordia.
Cosa ci lascia quest’anno giubilare? Ci lascia un sacramento diffuso della prossimità del Dio delle sorprese. E se ora chiudiamo la Porta, sappiamo che il Risorto passa attraverso le porte chiuse, e non si stanca di bussare alle nostre porte chiuse. Per offrire e trovare misericordia. Si, trovare, perché anche lui la cerca. Infatti ci ha detto dell’ultima sorpresa, che sarà quando alla fine, saremo giudicati sull’amore, sulla misericordia, sul bicchiere d’acqua a chi ha sete; sul boccone di pane a chi ha fame; sulla vicinanza a chi è in carcere o è malato; sul vestire chi è nudo; accogliere chi è straniero (cfr. Mt 25, 31-46). Facendolo al più piccolo dei nostri fratelli, l’avremo fatto a Lui. E quanta speranza c’è in questo poter riconoscere fratelli tutti, includendo anche coloro che riteniamo nemici.
Comincia un tempo nuovo per la nostra Diocesi. Uniamo le nostre preghiere e le nostre forze per essere luogo che rivela la presenza del Signore, che testimonia la Sua prossimità divenendo prossimi gli uni gli altri, senza dimenticarci di nessuno come fa il buon Pastore.
Il Santo Padre, nel discorso tenuto qui il 19 settembre in occasione dell’apertura del nuovo anno pastorale della nostra diocesi, ci ha richiamati con forza alla responsabilità:
«Ebbene, ora tocca a noi metterci all’opera affinché la Chiesa che vive a Roma diventi laboratorio di sinodalità, capace – con la grazia di Dio – di realizzare “fatti di Vangelo”, in un contesto ecclesiale nel quale non mancano le fatiche, specialmente nella trasmissione della fede, e in una città che ha bisogno di profezia, segnata da numerose e crescenti povertà economiche ed esistenziali, con giovani spesso disorientati e famiglie appesantite».
In questa nuova tappa che si apre davanti a noi ci aiuti San Giovanni evangelista, il discepolo amato, interceda per noi la Vergine Santissima, la Madre della fiducia, del Divino Amore e la Salvezza del popolo romano perché con lei e come intrecciando le parole degli uomini con la Parola di Dio possiamo comporre il nostro Magnificat per ridire la profezia di una storia nuova possibile in cui tutto è capovolto e insieme possiamo affermare che “grandi cose ha fatto per noi l’Onnipotente”
27 dicembre 2025
A Santa Maria in Trastevere il pranzo di Natale di Sant’Egidio
Il mondo, così come dovrebbe essere: seduti a tavola, felici di stare insieme anche se di diversa origine e con diverse, e spesso difficili, storie alle spalle. È il Natale di Sant’Egidio nella basilica di Santa Maria in Trastevere, immagine di ciò che si è vissuto non solo a Roma, ma con la partecipazione di 80mila persone in un centinaio di città in Italia e con 250mila in una settantina di Paesi del mondo. Tavole addobbate a festa, sorrisi, abbracci, regali personalizzati e la serenità di chi si sente in famiglia.
Senza dimora, anziani, famiglie in difficoltà, rifugiati venuti con i corridoi umanitari, alcuni salvati dal dramma umanitario di Gaza, si sono seduti a tavola con chi ogni giorno dell’anno li aiuta ed è loro amico. Per quasi due ore hanno parlato e fatto festa con il menù della tradizione: lasagne, polpettone, lenticchie e panettone. «In questo Natale nessuno è anonimo ma tutti sono conosciuti, in una famiglia che non dimentica nessuno. Per chi non ha voce, per chi non ha casa, ritrovarsi qui insieme rafforza la speranza ed è il messaggio di pace di cui oggi il mondo ha bisogno», ha detto Andrea Riccardi partecipando al pranzo. Perché, come ha commentato il presidente della Comunità, Marco Impagliazzo, «questa giornata si unisce a tutti i giorni dell’anno in cui Sant’Egidio è accanto a chi è in difficoltà, a chi vive per strada, ma anche a chi viene da lontano e ha bisogno di accoglienza e di integrazione».
Alla fine del pranzo il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ha portato il saluto della città: «Vi ringrazio per quello che fate non solo oggi ma durante tutto l’anno per una città accogliente, in cui nessuno sia lasciato solo o escluso. Che questo Natale porti la speranza e la pace per i tanti paesi segnati dal flagello della guerra». E il parroco di Santa Maria in Trastevere, don Marco Gnavi, ha presentato alcuni ospiti. Come Sofia, 92 anni: «Partecipo da 30 anni a questo pranzo e posso testimoniare l’amore di questa comunità trasmettendolo a tutti voi». O come il piccolo Nidal, che viene da Gaza e ha imparato a memoria una filastrocca di Gianni Rodari che ripete a tutti con grande convinzione: «Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra, ad esempio la guerra». Presenti anche altre persone che vengono da paesi dominati da conflitti, come il Sudan, la Somalia e l’Afghanistan, ex senza fissa dimora che ora hanno trovato una casa in cui vivere e Anoir, originario del Marocco, che da poco ha ottenuto la cittadinanza italiana, «Insieme – ha concluso don Gnavi – abbiamo festeggiato il Natale ma anche un futuro più felice per tutti, per una città più umana e una vita piena di sogni».
27 dicembre 2025
Rito della chiusura della Porta Santa e celebrazione eucaristica presso la basilica di San Giovanni in Laterano
Rito della chiusura della Porta Santa e celebrazione eucaristica presso la basilica di San Giovanni in Laterano
E’ entrata nella luce della Resurrezione Roberta, sorella di don Asolan
Il Cardinale Vicario Baldassare Reina,
il Consiglio Episcopale, il Presbiterio
e i Diaconi della Diocesi di Roma,
sono vicini al dolore di Don Paolo Asolan
Preside dell’Istituto Pastorale Redemptor Hominis
Rettore della Chiesa Sant’Agata in Trastevere
per la morte della sua cara sorella
Roberta
e, assicurando preghiere di suffragio, invocano Dio Padre,
ricco di misericordia, perché conceda a Roberta
il premio della vita eterna e dia conforto ai suoi familiari.
Chiusura Porta Santa della Basilica di San Giovanni in Laterano e Santa Messa
Chiusura Porta Santa della Basilica di San Giovanni in Laterano e Santa Messa

Santa Messa presso la parrocchia Santa Maria Consolatrice
Santa Messa presso la parrocchia Santa Maria Consolatrice











