21 Giugno 2026

E’ entrata nella luce della Resurrezione Maria Noemi, madre di monsignor Marco Fibbi

Il Cardinale Vicario Baldassare Reina,
il Consiglio Episcopale,
i Presbiteri e i Diaconi della Diocesi di Roma

sono vicini al dolore di Mons. Marco Fibbi,
Cappellano
della Casa circondariale Raffaele Cinotti,
Nuovo complesso Rebibbia,
per la morte della sua cara mamma

Maria Noemi

e, assicurando preghiere di suffragio,
invocano Dio Padre, ricco di misericordia,
perché conceda a Maria Noemi
il premio della vita eterna e
dia conforto ai suoi familiari.

I funerali saranno celebrati lunedì
1° settembre 2025, alle ore 11.00,
presso la Parrocchia Preziosissimo Sangue di
Nostro Signore Gesù Cristo
(Via Flaminia, 732/T)

«Il nostro Dio è un padre che si coinvolge»: l’omelia del cardinale Reina da Lourdes

Carissimi fratelli e sorelle

Con questa celebrazione di fatto concludiamo il nostro pellegrinaggio diocesano e ci proiettiamo verso il rientro a casa, alle nostre attività quotidiane e alle nostre responsabilità. In diversi modi abbiamo sperimentato la potenza della grazia di Dio, sono quindi certo non torneremo come siamo partiti. Ci hanno aiutato i luoghi, i tempi di preghiera, le persone con cui abbiamo condiviso questa esperienza e coloro che qui abbiamo incontrato, in particolare gli ammalati. Ci rivolgiamo a Maria come Madre della Consolazione e lo facciamo non solo con l’invocazione personale ma anche attraverso l’ascolto delle letture che ci sono state offerte in questa celebrazione e sulle quali vorrei brevemente soffermarmi.

Il tema della consolazione, infatti, è presente in entrambe le pagine ascoltate. Nella prima, che è una vera e propria benedizione, Paolo invoca il Dio di ogni consolazione, il quale ci conforta in ogni nostra tribolazione perché anche noi possiamo diventare consolatori per gli altri. Nel Vangelo, Gesù promette l’invio del Consolatore, anzi, di un altro Consolatore che accompagnerà la vita dei credenti fino al suo ritorno glorioso e definitivo. In entrambe le letture c’è una dinamicità interessante. Dio ci consola in ogni nostra tribolazione perché anche noi possiamo consolare. Potremmo dire che la consolazione parte da Dio, arriva a noi e, attraverso di noi, giunge a tutti. Nel Vangelo, invece, il dinamismo è quello dell’Amore: chi ama osserva la Parola del Maestro, il quale pregherà il Padre e questi manderà un altro Consolatore. Mentre nella prima lettura il movimento è discendente quindi dall’alto verso il basso, nel Vangelo è invece dal basso, a partire quindi dall’osservanza fedele dei comandamenti, verso l’alto, con movimento ascendente, fino al dono dello Spirito che è sempre con noi e che ci guida alla verità tutta intera.

Parlare di consolazione significa confrontarsi inevitabilmente con il tema della prova e delle tribolazioni. Si sente il bisogno di essere consolati, confortati, incoraggiati quando si attraversa un momento difficile, pesante, a tratti insuperabile. È quello che capita spesso nella vita. La prova ha mille volti: può assumere la forma di una malattia, una paralisi interiore, un momento di deserto spirituale, un conflitto relazionale, un problema in famiglia o nel lavoro… il ventaglio è davvero molto ampio e abbraccia tutta la nostra vita. Anche il cammino di fede può attraversare momenti difficili. Può vacillare il nostro rapporto con Dio perché iniziamo a chiederci: “Ma dov’è Dio?”, “perché non interviene?”, “perché non mi libera da questa sofferenza?”. Non esistono vite senza prova, né momenti dell’esistenza in cui tutto sarà sempre semplice, perché la fragilità fa parte della nostra condizione umana. Ecco perché è importante riflettere e lasciarsi guidare dalla sapienza biblica. San Paolo, quando nella prima lettura invoca il Signore come il Dio di ogni consolazione, riconosce che questa appartiene a Dio; anzi, aggiunge Gesù che Dio è il Consolatore. È Colui che ci ha consolati con l’invio del Figlio ed è Colui che si prende cura di noi con il dono dello Spirito. Provo a tradurlo diversamente. Quando siamo immersi nella prova, non dobbiamo pensare che siamo stati lasciati soli; che dobbiamo cavarcela con le nostre forze perché Dio – quasi fosse un Essere disinteressato al nostro vivere – guarda a distanza la nostra vicenda e rimane inerme. No. Dio è sempre dalla nostra parte. Il nostro è un Padre che si coinvolge pienamente nel nostro vissuto. Gioisce con noi e con noi piange. La sua consolazione è il fatto che Egli è il Dio con noi. Potrebbe capitarci di rimanere anni in un letto di dolore o in un deserto insopportabile, ma non dobbiamo mai perdere di vista che Lui è sempre con noi.

Proviamo a dirlo in modo semplice: quando siamo immersi nella prova, non dobbiamo mai pensare di essere stati abbandonati. Non dobbiamo credere che tutto dipenda dalle nostre forze o che Dio stia a guardare, distante e silenzioso. No, fratelli e sorelle: il nostro Dio è un Padre che si coinvolge. È il Dio che entra nella nostra storia, che cammina con noi, che condivide la nostra gioia e versa lacrime con noi.

Ma attenzione: la consolazione non sempre coincide con il miglioramento delle circostanze. A volte, infatti, le situazioni rimangono difficili, eppure, ci si può sentire consolati perché la vera consolazione è la certezza che Qualcuno sempre volge il Suo sguardo su noi in tutto ciò che noi viviamo anche quando sembra tutto difficile. Come cristiani non siamo più fortunati di altri perché non ci capitano o non ci capiteranno sventure; ma siamo in una condizione di grazia perché sappiamo che qualsiasi cosa ci capiterà – qualsiasi – Dio rimane incollato alla nostra vita e noi alla sua. Quando avremo assunto questa preziosa consapevolezza, allora potremo sperimentare di essere a nostra volta occasione di consolazione per gli altri. Che bella questa missione! Spesso siamo inclini a chiedere la consolazione di Dio, forse riflettiamo poco sul fatto che possiamo essere strumenti di consolazione per gli altri. A volte basterebbe poco: uno sguardo, una parola, un gesto di bontà… e chi riceve può rialzarsi per riprendere il cammino. Se abbiamo sperimentato che è bello essere consolati da Dio, non esitiamo a diventare consolatori per gli altri. Nell’antichità, il consolatore era l’avvocato difensore, chiamato a stare accanto all’imputato per sostenerlo e intercedere per lui. Era una figura di prossimità, di alleanza e di sostegno nella prova. E allora non è forse anche questo il compito del cristiano? Come sappiamo esserlo per un nostro familiare o per una persona che ci sta a cuore, impariamo a farlo anche per ogni fratello e sorella che ci è affidato. Ecco perché Gesù introduce in questo contesto il tema dell’amore. “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti e il Padre vi darà un altro Consolatore”. Soltanto nella logica dell’amore si capisce il dinamismo della consolazione. Dio ci ama e ci consola, cioè si schiera; sta dalla nostra parte, ci difende, ci protegge e non si stanca mai di noi. Se anche noi amiamo e ci lasciamo guidare dall’Amore sapremo consolare perché già l’amore è consolazione. Anzi, la consolazione è l’altro nome dell’Amore.

Questo dinamismo lo cogliamo molto bene nella vita della Vergine Maria. Subito dopo aver ricevuto l’annuncio dell’Angelo, ovvero dopo che si è scoperta piena di grazia, amata follemente da Dio, subito si reca dalla cugina Elisabetta; subito si mette in cammino e diventa consolazione, speranza, servizio. E così sarà sempre, fino alla fine; fino alla morte in Croce del Figlio e fino al momento in cui i discepoli – dopo i fatti del Venerdì Santo – si disperdono in mezzo a paure e delusioni. E proprio lì, nel cuore dello smarrimento, Maria rimane. Quando il Vangelo annota che il discepolo amato da quel momento (dal momento della morte in Croce) la prende nella sua casa, indica chiaramente la missione di Maria. Da quel momento Maria è Madre di tutta la Chiesa, madre di tutti i credenti; abita nelle nostre cose, cammina con noi e con noi lotta e spera. Le apparizioni mariane nella storia del cristianesimo, anche quella che ricordiamo qui a Lourdes con tanta devozione, ci ricordano questa presenza di Maria, misteriosa ma efficace. Maria c’è. E ci accompagna.

Davanti a Lei, fratelli e sorelle, come forse tante volte abbiamo fatto in questi giorni, non esitiamo a presentare le nostre sofferenze. Come tutte le mamme ci capisce e non ci giudica; ci vuole aiutare e desidera proteggerci.

A Lei, Madre della Consolazione, presentiamo la nostra Chiesa di Roma all’inizio di questo nuovo anno pastorale; preghiamo per il Santo Padre, per i pastori, per i sacerdoti e per tutti coloro che operano all’interno delle nostre comunità parrocchiali. Chiediamo che l’anno che inizia sia per tutti un tempo in cui sperimentare la consolazione di Dio attraverso la potente intercessione di Maria e di essere tutti a nostra volta strumento di consolazione per chi si trova nella sofferenza, nella povertà, nel disagio, nella solitudine e nella prova.

Amen.

1 settembre 2025

Giornata per la Custodia del Creato

Giornata per la Custodia del Creato

Con l’umiltà si scopre la vera umanità: l’omelia del cardinale vicario da Lourdes

Le letture di questa domenica ci aiutano a riflettere sul tema dell’umiltà. Questa virtù, posta al centro dell’insegnamento sapienziale della prima lettura, è ripresa nel Vangelo attraverso due brevi parabole accomunate dal contesto conviviale – il posto da scegliere nella prima e i commensali da invitare nella seconda. Accogliendo l’invito che oggi ci viene dalla liturgia della Parola, riflettiamo brevemente su questa preziosa virtù, l’umiltà, vissuta in pienezza dalla Vergine Santissima.

L’autore del libro del Siracide, nel brano che è stato proclamato, ribadisce un insegnamento cardine dell’Antico Testamento, quello secondo cui Dio volge il suo sguardo sull’umile e sulla persona dal cuore contrito. Oltre che orientare chi ascolta all’umiltà, il brano ci offre la ragione profonda di tale invito: soltanto l’umile trova grazia agli occhi del Signore, Dio rivela i suoi segreti ai miti e dagli umili Egli è glorificato. Di contro, viene evidenziato il rischio grave di chi vive nell’orgoglio e a questa sua condizione spirituale non c’è rimedio, perché l’orgoglio chiude il cuore all’azione di Dio. L’umiltà, invece, è l’atteggiamento esistenziale di chi sa che da Dio riceve tutto; il credente non può non essere umile poiché si riconosce nelle mani del Padre, non si attribuisce nessun merito e non rivendica nessun diritto o privilegio, ma tutto accoglie come dono. Fin dalla prima pagina della Scrittura siamo ci viene mostrato il grande pericolo dell’orgoglio, radice di tutti i mali e padre di tutti i peccati, poiché l’orgoglioso si illude di potersi sostituire a Dio; si fa dio di sé stesso; non serve Dio ma si serve di Dio. Nell’umile, invece, Dio trova spazio – anche lo spazio della povertà e della piccolezza – e agisce. Nell’orgoglioso Dio non può agire perché il soggetto non glielo permette.

Nel Vangelo di oggi, Gesù accetta l’invito a pranzo di un fariseo. In quella casa, rivolge alcune parole prima agli invitati, poi a colui che lo aveva invitato. Ai primi parlerà della scelta dei posti al banchetto e al secondo di chi invitare. Pur essendo “sotto osservazione”, è Gesù stesso che fa attenzione e nota “come” gli invitati sceglievano i primi posti (v. 7). Le sue successive parole nascono da questo sguardo, dunque, dall’osservazione della realtà. E questo rapporto con l’esperienza, con il dato di realtà, spiega il carattere sapienziale delle parole di Gesù. Le sue indicazioni, infatti, sembrano ricalcare il tono di consigli analoghi che troviamo nella letteratura sapienziale dell’Antico Testamento, sempre molto attenta a regolare il comportamento di chi è ammesso a banchetti e a pranzi con persone autorevoli (Pr 23,1; Sir 31,12): “Non darti arie davanti al re e non metterti al posto dei grandi, perché è meglio sentirsi dire: ‘Sali quassù’, piuttosto che essere umiliato davanti a uno più importante” (Pr 25,6-7). Il riferimento ai primi posti contiene una chiara allusione al vizio degli scribi che, come ci ricorda il Vangelo, “ambiscono i primi posti nei banchetti” (Lc 20,46) e dei farisei amano i primi seggi nelle sinagoghe (Lc 11,43; 20,46). E questo vizio di primeggiare, di essere visti occupare posti che dicono autorevolezza e onore, è male che abiti anche la comunità cristiana. Il testo acquista valenza ecclesiologica ricordando a tutti i cristiani che la tavola imbandita del banchetto eucaristico è memoria del Servo del Signore e plasma una chiesa serva, chiede ai credenti di farsi servi gli uni degli altri, di cercare l’ultimo posto, sull’esempio di colui che è venuto non per farsi servire ma per servire. Nel banchetto del Regno, i posti d’onore non spettano ai più visibili, ma a chi si fa piccolo, a chi si mette all’ultimo posto. Le parole di Gesù che Luca colloca durante l’ultima cena hanno esattamente questo tenore: “Chi tra voi è più grande diventi come il più giovane e chi governa come colui che serve. Infatti, chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure, io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,26-27). Le parole di Gesù agli invitati, non sono certamente consigli di etichetta conviviale, ma vanno invece colte alla luce del paradosso formulato nel discorso della pianura (Lc 6,20-28) e diventano una critica alla volontà di protagonismo, alla brama di primeggiare, all’ansia di essere ammirati e riveriti. Le parole di Gesù, mostrando un ribaltamento radicale della situazione, per cui chi aveva scelto il primo posto si ritrova all’ultimo e chi si era messo all’ultimo viene fatto avanzare, aprono il testo alla dimensione escatologica, come appare dal v. 11: “Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. Il rovesciamento della sorte intravisto è quello di cui ha già parlato Gesù in Lc 13-28-30 intravedendo la prospettiva escatologica del Regno di Dio: “Vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel Regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e sederanno a mensa nel Regno di Dio. Ed ecco vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi”. Il testo assume anche una valenza etica ponendo in contrasto orgoglio e umiltà. L’umiltà, in questo senso, non è umiliazione ma autenticità, adesione sincera all’“humus” da cui l’uomo è tratto e a cui ritornerà: ci ricorda che siamo creature fragili e ci colloca come tali davanti al Creatore. È in Lui che l’uomo (homo) scopre la vera umanità (humanitas), è in Lui che la creatura comprende il senso del proprio limite e la misura della propria maturità (cf. Ef 4,13).

A questo punto, Gesù rivolge “a colui che l’aveva invitato” (v. 12) parole che, per la mentalità del tempo – e forse anche per la nostra – appaiono sorprendenti e persino scandalose, che gli suggeriscono di invitare a pranzo o a cena non amici e conoscenti ma “poveri, storpi, zoppi, ciechi” (v. 13): questo gesto, infatti, sarebbe totalmente gratuito perché i poveri non possono ricambiare, a differenza dei primi che se ne sentirebbero perfino obbligati. Dunque, anche parlando di un banchetto, Gesù riesce a parlare dell’agire sorprendente di Dio capovolgendo ogni logica umana: nel banchetto del Regno, infatti, sono i poveri ad avere i posti privilegiati e gli ultimi a essere i primi (cf. Lc 14,11). Gesù, dunque, mette in guardia da logiche di do ut des che corrompono le relazioni facendole uscire dalla gratuità e rendendole meri rapporti di potere e d’interesse. Con queste parole Gesù sta pertanto obbedendo alla logica paradossale del Regno di Dio. E rivela che, per l’uomo, questa logica “illogica” diviene fonte di beatitudine: “sarai beato perché non hanno da ricambiarti” (Lc 14,14). La vera beatitudine consiste nella partecipazione alla sorte di Gesù che ha amato unilateralmente gli uomini nel loro peccato e nella loro inimicizia (cf. Rm 5,6 ss.), che non ha cercato ricompense terrene e non ha preteso di essere riamato in cambio del suo amore. La beatitudine, allora, è la gioia di amare in pura gratuità, nella certezza che l’amore basta all’amore e che è ricompensa per chi ama. È la beatitudine di chi è libero dalla paura di perdere qualcosa amando; è la beatitudine di chi spera e attende come unica ricompensa la comunione escatologica con Dio nel Regno (cf. Lc 14,14b); è la beatitudine di chi trova nel dono la propria gioia; è la beatitudine di chi non agisce in vista di un contraccambio, ma donandosi interamente in ciò che vive e che compie.

In Maria contempliamo oltre che la “tutta santa” anche la “tutta umile”, Colei che ha donato a Dio tutto lo spazio della sua vita e del suo cuore. Maria ha vissuto sulla propria carne questa logica rovesciata del Regno, ha accolto l’ultimo posto con gioia, si è fatta serva perché Dio fosse tutto in lei. Lei stessa nel canto del Magnificat ha riconosciuto che il Signore ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili. Imitiamo il suo esempio e impariamo da lei a diventare umili, a ricercare gli ultimi posti nella mensa della vita; in questo luogo ricco di grazia deponiamo una volta per tutte il nostro orgoglio e chiediamo che il Signore ci renda miti e piccoli per essere a Lui graditi e per scrutare i segreti del suo cuore.

Amen

31 agosto 2025

La Messa del cardinale Reina da Lourdes e l’invito a «rileggere la nostra esperienza di fede»

Carissimi fratelli e sorelle

Aiutati dalla Parola di Dio proclamata in questa Liturgia, siamo chiamati a rileggere la nostra esperienza di fede. Facendo nostre le parole di Paolo nella prima lettura siamo invitati a sentirci benedetti da Dio, scelti in Cristo Gesù per essere santi e immacolati, predestinati alla gloria e ricolmi dello Spirito. È una cornice di grazia davvero straordinaria che spesso ci sfugge perché concentrati sui nostri limiti. Ma è soprattutto nel dialogo tra la Vergine e l’Angelo – al centro del Vangelo – che possiamo cogliere gli elementi essenziali della fede e dell’autentica libertà dentro una relazione che Maria ha vissuto in modo esemplare per tutti noi. In questa relazione, emergono in particolare quattro passaggi fondamentali che desidero ora richiamare brevemente:

  1. Imparare a guardarci come Dio ci guarda: “rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. È con queste parole che l’angelo si rivolge a Maria, ed è da questo sguardo divino che inizia tutto. Lo sguardo che Dio ha su ciascuno di noi non è condizionato dal peccato o dai nostri limiti. Agli occhi di Dio, non siamo i peccati che facciamo. Al contrario, siamo pieni di grazia, perché creati da Lui, a sua immagine e somiglianza, redenti dal sangue del suo Figlio, consacrati dallo Spirito, destinati alla gloria del Cielo. Immaginiamo come si sarà sentita Maria alla luce di quel saluto. Lei, una ragazza semplice, con desideri e sogni propri della sua età, con un cuore disposto ad amare, con il lavoro di tutti i giorni… e all’improvviso si sente chiamata “piena di grazia” e scopre in quel saluto dell’angelo di essere preziosa agli occhi di Dio. Sembra di ascoltare le parole di Isaia: “tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo”; anche noi saremo immacolati se impariamo a vederci così; se impariamo ad avere il giusto sguardo su noi stessi; se smettiamo di sentirci sbagliati perché qualche volta sbagliamo, o imperfetti perché facciamo i conti con tante imperfezioni. Anche noi siamo pieni di grazia perché Dio non ha mai smesso di amarci e non lo farà mai. Avere questo sguardo su noi stessi ci educa ad avere lo stesso sguardo sugli altri. Le persone che abbiamo accanto, in famiglia, nei posti di lavoro, quelli che incontriamo nella quotidianità o anch’esse sono piene di grazia, portatrici di bene e di speranza, anche se qualche volta sbagliano o ci feriscono. E noi come l’Angelo con Maria, abbiamo il compito di ricordare loro la grazia, richiamarla ad ogni occasione con parole e gesti perché solo così, la grazia, può davvero emergere e trionfare.
  2. Imparare a fare spazio al progetto che Dio ha su ciascuno di noi. Inizia il dialogo tra l’Angelo e Maria. Le viene messo davanti il progetto che Dio ha su di lei: “Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”. Maria aveva un progetto bello, coltivato da tempo e sostenuto da un amore sincero per Giuseppe. Voleva una famiglia, dei figli, una vita normale. Eppure, Dio le prospetta qualcosa di diverso. Non annulla il suo progetto ma lo dilata; non lo mortifica ma lo esalta; non lo abbassa, ma lo eleva. Questo è un passaggio decisivo nella vita di ogni credente, a partire da Maria. Se anche solo potessimo per un istante entrare nel suo cuore in quel momento! Chissà quanta confusione, quanta paura, quanto smarrimento, e pensiamo a ciascuno di noi. E tuttavia, non scappa, non si chiude, resta lì, nell’ascolto, nella disponibilità e nel dialogo. E non è forse ciò che accade anche a noi? Quante volte ascoltando espressioni nel Vangelo come “beati voi”, “siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli”, “amatevi gli uni altri come io ho amato voi”, “gareggiate nello stimarvi a vicenda” … ci entusiasmiamo inizialmente, ma subito dopo le respingiamo pensando che non potremo mai raggiungere quel livello? Anche in noi si realizza questo misterioso incontro tra la nostra debolezza e la grandezza dei progetti di Dio. Riteniamo di non essere all’altezza di quei valori che ci vengono proposti e subito li accantoniamo. Invece come Maria dovremmo imparare a fare spazio a Dio, a comprendere che i suoi progetti su di noi non sono assurdi; sono semplicemente più grandi dei nostri orizzonti; che Dio non vuole annullare i nostri desideri piuttosto semplicemente li vuole rendere più grandi e più belli; non vuole mortificare il nostro cuore ma lo vuole liberare; non vuole annullare il nostro desiderio di futuro, semmai lo vuole rendere possibile. Essere santi e immacolati – come ci ricorda S. Paolo nella prima lettura – per noi significa credere che la santità non è perfezione umana e che la grandezza di Dio si può realizzare anche nella nostra miseria.
  3. Imparare a capire su chi possiamo contare. “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra”. Maria cerca di capire come realizzare quel progetto che Le viene messo davanti. Inizia un confronto con Dio, sincero, autentico. E Dio, che fa festa quando incontra persone dal cuore libero e puro, le rivela qual è la vera forza che le permetterà di vivere la missione: non la forza degli uomini, non le sue sole forze, ma la potenza dell’Altissimo. Maria non è lasciata sola: la sua forza sarà Dio stesso. Maria riascolta in quel momento l’insegnamento costante delle Scritture: “…maledetto l’uomo che confida nell’uomo; benedetto l’uomo che confida nel Signore”. È una lezione per tutti noi. Non possiamo immaginare di realizzare il progetto che Dio ha su ciascuno di noi puntando sulle nostre sole forze o sulle sole nostre capacità. Se vogliamo davvero accogliere il disegno di Dio, dobbiamo lasciargli campo libero nella nostra vita; da soli non bastiamo e solo con Dio noi possiamo fare cose grandi; solo con Lui possiamo resistere al male; solo con il suo aiuto possiamo camminare nel bene; solo con il Suo amore possiamo riscaldare il mondo.
  4. Imparare a tuffarsi totalmente tra le braccia di Dio: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. Con queste parole, Maria si affida senza riserve. Il suo “eccomi” non è una semplice risposta, ma un atto di abbandono totale. Questo è il modo più vero per relazionarsi con Dio: lasciarsi guidare, lasciarsi plasmare, fidarsi più della Sua Parola che dei propri calcoli o delle proprie sicurezze. L’“eccomi” di Maria diventa la cifra dell’esperienza di ogni credente. Essere cristiani significa affidarsi totalmente a Dio in ogni momento, mettere tutto tra le sue mani e permettere che sia Lui a guidare la nostra vita. Mi piace pensare che nei tanti tornanti difficili che Maria ha dovuto affrontare, quell’”eccomi” sia tornato tantissime volte. Quando non comprendeva le risposte del Figlio, quando assisteva al rifiuto che Lui riceveva da parte degli amici e degli esperti della Legge, quando lo ha visto inchiodato alla croce come un malfattore, Maria non ha mai indietreggiato perché si è fidata di Dio e ha fatto sgorgare dal cuore il suo “eccomi… io sono qui. So che tu ci sei. So che tu non ti fermi a quello che vedo o che sento. So che tu mi sostieni mentre le forze mi mancano e il mio cuore sanguina. So che tu ci sei. E questo mi basta”.

Che questa stessa fiducia di Maria diventi anche la nostra. Che la sua esperienza, in questi luoghi così carichi di spiritualità, diventi l’esperienza viva del nostro cuore. Perché solo quando ci abbandoniamo totalmente a Dio, solo quando diciamo davvero “eccomi”, possiamo incontrare la Sua misericordia e vivere nella gioia profonda della libertà dei figli.

Amen

30 agosto 2025

Al via il pellegrinaggio a Lourdes: la prima Messa del cardinale Reina

Di seguito il testo integrale dell’omelia pronunciata dal cardinale vicario

Carissimi fratelli e sorelle,

in questo giorno, in comunione con tutta la Chiesa, ricordiamo il martirio di San Giovanni Battista. Giovanni – come insegnano i Padri – è in tutto precursore del Signore, nella vita come nella morte. Con la sua predicazione, egli annuncia Colui che “verrà dopo” e che sarà più forte di lui e, con la sua testimonianza, ne precorre la morte lasciandosi guidare dall’amore per la Verità. La liturgia della Parola appena ascoltata ci è utile non solo per tornare a riflettere sulla figura del Battista, ma anche per aprire gli occhi sul nostro presente, sulla testimonianza che siamo chiamati a offrire, sulle sfide davanti a cui è posto ogni credente e sugli strumenti spirituali a nostra disposizione per affrontare il “buon combattimento” della fede.

La prima lettura riporta la pagina iniziale del libro del profeta Geremia. Subito dopo la chiamata, Dio mette davanti al giovane profeta i pericoli del suo ministero: lo mette in guardia sul fatto che gli faranno guerra e che cercheranno di spaventarlo. Geremia sarà uno dei profeti più perseguitati nella storia d’Israele. Ad un certo punto di lui si perderanno le tracce. Il libro – nei tanti passaggi autobiografici – racconta di continue persecuzioni subite, così estreme da portare il profeta quasi ad arrendersi e a maledire il giorno della sua nascita. Da Abramo a nostri giorni la prova è un elemento costitutivo in ogni esperienza di fede. Credere significa accettare che verrà il tempo della difficoltà, della tentazione e delle persecuzioni; in una sola parola, del mistero del male. È così e ne dobbiamo prendere atto. E credere in Dio non significa che siamo magicamente esonerati dal nemico, anzi, quanto più autentico e generoso è il desiderio di stare vicino a Dio, tanto più forti saranno gli assalti del nemico.

Eppure, in questa lotta, il Signore non ci lascia soli. La prima lettura ci svela qual è la vera forza del credente: se ci dice che non mancheranno coloro che ci muoveranno guerra, ci ricorda allo stesso modo che il Signore è la nostra forza, il nostro scudo, la nostra salvezza. Sono molto illuminanti le parole che il Signore rivolge a Geremia; riascoltarle ci aiuta: “Tu non spaventarti davanti a loro…io ti faccio come una città fortificata…io sono con te per salvarti”. Che belle queste espressioni! Quanta forza risiede in questa Parola. Ai cristiani di ogni tempo è richiesta questa fortezza – che come ricordiamo è una delle virtù cardinali, un vero e proprio cardine della vita cristiana – sapere che Dio è al nostro fianco, non ci abbandona, ci da forza e ci assiste in ogni battaglia.  Dio non ci sottrae alla battaglia, ma ci accompagna e ci sostiene nella battaglia.

È questa l’esperienza che Geremia racconta in una delle sue più famose confessioni; in un primo momento egli narra tutte le sventure che gli stanno capitando e lamenta tutta la sua stanchezza quasi al punto di abbandonare la missione. Ma poi, quando tutto sembra perduto, esclama: “Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo non resto confuso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere”. (Ger 20,11).

In Giovanni Battista l’esperienza di Geremia ritorna e si rafforza ulteriormente proprio per la novità impressa dalla venuta di Cristo. C’è una situazione concreta. Giovanni rimprovera a Erode che non è lecita la sua unione con Erodiade, la moglie del fratello. Con la predicazione lo mette davanti alla Verità e lo fa con franchezza. Non ha paura, lo affronta a viso scoperto. L’affermarsi del bene tramite le parole di Giovanni scatena una vera e propria guerra fatta di strategie e di inganni fino al punto da portare Erodiade a cercare e ottenere la morte di Giovanni. Se si leggesse la vicenda con la lente degli uomini si direbbe che ha vinto il male e che il povero Giovanni alla fine ha pagato un prezzo altissimo senza ottenere nulla. Ma la logica del Vangelo capovolge i giudizi del mondo. Giovanni ci dà un assaggio del mistero pasquale: attraverso la sua morte si palesa la vita; l’inganno che pensava di togliergli per sempre la parola diventa l’occasione per scoprire l’intima natura della verità. Alla fine gli sconfitti sono altri: è Erode che non riesce a rinfrancarsi dall’errore, è Erodiade che pensa di aver vinto con l’inganno, è sua figlia che presta il fianco al male vendendo se stessa per effimere ricompense.

Possiamo dire anche per Giovanni quanto affermato per Geremia nella prima lettura? Certamente! Geremia, Giovanni, e come loro migliaia di martiri, uomini e donne che nella storia della Chiesa fino ai nostri giorni hanno offerto e offrono la loro vita per il Vangelo. Essi non sono degli sconfitti ma sono i veri vincitori. Ci testimoniano che la vita ha un senso solo quando ci decidiamo di viverla per la Verità e nella Verità; solo quando ci lasciamo guidare dalla luce della Verità e la professiamo con le parole e con l’esemplarità della vita.

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù afferma che è la verità a renderci liberi. Quanto è attuale questo messaggio! A volte, soprattutto in questo tempo affollato di parole e opinioni, pensiamo di essere liberi perché facciamo quello ci sembra giusto o quello che ci piace e smettiamo di cercare la Verità e di lasciarci guidare da Lei; perché la Verità non è un’idea astratta, ma è una Persona. “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi” scrive S. Paolo nella lettera ai Galati. Cristo è la libertà, Cristo è la nostra libertà. In Lui siamo autenticamente liberi e solo in Lui possiamo camminare nella Verità. Allora non dobbiamo avere paura di affermare la Verità dopo averla contemplata e assimilata.

Seguiamo l’esempio di Maria, in questo luogo così caro a tutta la Chiesa. Come Lei cerchiamo di lasciarci ferire dalla Parola. Mettiamoci in ascolto di Dio che sempre ci chiama e ci mette davanti il suo progetto di salvezza. Un progetto come quello che ha presentato a Maria, ugualmente bello quello che fa conoscere a ciascuno di noi; come Maria non esitiamo a seguire Dio, la sua chiamata, il suo invito a superare le nostre visioni miopi. Non lasciamoci guidare dal nostro istinto o dal nostro orgoglio ma seguiamo con docilità la sua voce, cercando la luce della Verità.

Questa celebrazione apre il nostro pellegrinaggio ed è provvidenziale la coincidenza con la memoria del martirio di San Giovanni. È come se il Signore accogliendoci in questo luogo ci dicesse: “non avere paura, non lasciarti spaventare dal male, non cadere nei tranelli del nemico; mettiti in cammino verso di me, seguimi; seguendo me segui la Verità; abbandona le piccole o le grandi menzogne della tua vita. Lasciale qui ai piedi della grotta per morire all’uomo vecchio e per camminare nella novità di vita”.

La Vergine Santissima ci accompagni in questo cammino e ci dia la forza di scelte coraggiose, come quella del Battista: scelte che non si misurano sul consenso del mondo, ma sulla fedeltà al Vangelo; scelte che sanno perdere per amore della Verità, e proprio per questo vincono davvero. Che questo pellegrinaggio non sia solo un passaggio in un luogo santo, ma l’inizio – o il ritorno – a una vita pienamente evangelica. Perché solo il Vangelo ci rende vivi. Solo Cristo ci rende liberi.

Amen

 

29 agosto 2025

 

E’ entrato nella luce della Resurrezione Santino, padre di don Giacomo Manzo

Il Cardinale Vicario Baldassare Reina,
il Consiglio Episcopale, il Presbiterio
e i Diaconi della Diocesi di Roma,

sono vicini al dolore di Don Giacomo Manzo
per la morte del suo caro papà

Santino
di anni 84

e, assicurando preghiere di suffragio, invocano Dio Padre,
ricco di misericordia, perché conceda a Santino
il premio della vita eterna e dia conforto ai suoi familiari.

I funerali saranno celebrati sabato 30 agosto 2025, alle ore 10.00,
presso la Chiesa San Michele a Monte Compatri (RM)

E’ entrato nella luce della Resurrezione il diacono Renato Velardi

Il Cardinale Vicario Baldassare Reina,
il Consiglio Episcopale,
il Presbiterio e i Diaconi della Diocesi di Roma,

annunciano che giovedì 28 agosto 2025
è entrato nella luce della Resurrezione

il Diacono
Renato Velardi
di anni 89

e, invocando Dio Padre perché dia conforto ai suoi familiari,
ricordandone il generoso e fecondo servizio pastorale,
lo affidano al suo abbraccio misericordioso
e alla preghiera di suffragio dei fedeli,
invocando la pace e la gioia del Signore.

I funerali saranno celebrati sabato 30 agosto 2025, alle ore 11.00,
presso la Parrocchia Santissima Annunziata a Via Ardeatina
(Via di Grotta Perfetta, 591)

Il cammino giubilare con i Beltrame Quattrocchi

Da venerdì 29 a domenica 31 agosto

Nel ricordo del transito della Beata Maria Corsini

Ritiro spirituale a Serravalle (AR) per giovani sposi e coppie di fidanzati

 

 

Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 29 agosto-1 settembre (ORP)

Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 29 agosto-1 settembre (ORP)

Sant’Agostino, il cardinale Reina: «Il mondo non segue più il Principe della pace»

La pace nel mondo nelle mani di sant’Agostino. È una preghiera di affidamento quella che il cardinale vicario Baldo Reina ha rivolto al vescovo di Ippona, unendosi alle intenzioni di Papa Leone. E con lui, tutti i fedeli che hanno riempito la basilica di sant’Agostino in Campo Marzio per la Messa celebrata dal porporato questo pomeriggio, 28 agosto, in occasione della festa liturgica del santo.

«Ci sentiamo in profonda comunione con il Papa e raccogliamo la sua insistente intenzione che ha offerto a tutta la Chiesa e a tutta l’umanità in questi giorni chiedendo a tutti di pregare per la pace – ha esordito il cardinale nell’omelia -. In quest’ora difficile per la nostra umanità, vogliamo porre sotto la potente intercessione di Sant’Agostino il bisogno di pace. Siamo tutti profondamente preoccupati e lacerati per quello che succede nel mondo attraverso i diversi conflitti che ogni giorno fanno sanguinare terribilmente la nostra terra. Il mondo non segue più il Principe della pace – ha aggiunto -, ma preferisce seguire altri idoli, le armi, pensando che la guerra possa risolvere i problemi. Lo diceva prima Papa Francesco e l’ha affermato tante volte Papa Leone: la guerra è sempre una sconfitta – ha sottolineato il cardinale -. Come facciamo a stare sereni quando ogni giorno vediamo nelle nostre case con i nostri occhi immagini di bambini che muoiono di fame, persone uccise mentre vanno a prendere un po’ di pane disperatamente, ospedali bombardati come se fossero delle scatole di carta. Davvero preghiamo perché torni al più presto la pace».

Da qui, il vicario si è soffermato sulla figura del vescovo di Ippona, «un giovane onesto che si è messo alla ricerca della verità» e si è lasciato «raggiungere dalla grazia di Dio che lo aveva da sempre cercato». Secondo Reina, tutti ci riconosciamo in Sant’Agostino «perché facciamo esperienza di come la vita cristiana non è affatto la recita di una formula, ma è un’esperienza viva. Ci sentiamo al tempo stesso cercatori di Dio e ricercati da Dio, ed è dentro questa dinamicità di grazia – ha sottolineato ancora il porporato – che si muove la nostra fede in un miracolo quotidiano». Agostino ci ricorda che «davvero nulla è impossibile a Dio».

Il cardinale vicario ha poi commentato le Letture. «Gesù si presenta come la porta del gregge e delle pecore, e come il buon pastore». Due immagini, che, secondo il porporato, ci inducono a riflettere sul tema della custodia della nostra vita. Chi è davvero la porta della nostra vita? – ha riflettuto il porporato –. È Gesù, ma ci lasciamo davvero custodire da Lui?». Il Signore, buon Pastore, «ci elargisce la sua grazia perché ha a cuore la nostra vita, perché la vuole custodire. Agostino, una volta fatta questa esperienza, abbandona tutto, intuisce che quel suo bisogno di bellezza, di libertà, tutto quello che lui cercava nel mondo, ormai lo ha trovato all’ennesima potenza in Gesù morto e risorto. E allora continua a cercarlo, ma soprattutto si sente custodito da colui che lo aveva chiamato sin dall’eternità».

Ecco perché, ha sottolineato Reina, «abbiamo bisogno oggi di rivivere lo spirito di Agostino, non solo fare il ripasso del suo pensiero teologico ricchissimo, ma proprio rivivere lo spirito di fede e di conversione che ha bruciato totalmente la sua vita». Il cardinale ha così invitato a «individuare Cristo come la pienezza della vita e a seguirlo non dando retta a nessun altro, nemmeno a quella parte di noi che a volte tende a farci rivivere momenti di fallimento». Agostino, invece, «va avanti con forza e coraggio diventando un faro per tanti che lo seguivano e per tutti noi cristiani che guardiamo al suo esempio rimanendo folgorati. Proviamo a imitarlo – ha esortato ancora il porporato -, facendo spazio alla grazia di Dio, imboccando la porta giusta e seguendo il Buon Pastore che ancora oggi ha bisogno di annunciatori e di testimoni. Ci aiuti sant’Agostino insieme a santa Monica – ha concluso -, affinché la nostra esperienza di fede si lasci interiormente rinnovare da queste figure straordinarie alle quali guardiamo ancora con grande ammirazione e la cui intercessione invochiamo per tutti noi e per il mondo intero».

Insieme al porporato, tra gli altri, hanno concelebrato anche il vescovo Luis Marín de San Martín, agostiniano, sottosegretario del Sinodo dei vescovi, il vescovo Bernardus Bofitwos Baru, padre Alejandro Moral Antón, priore generale dell’ordine di sant’Agostino, padre Ngoa Ya Tshihembail, priore generale degli agostiniani assunzionisti, padre Gabriele Pedicino priore provinciale degli agostiniani d’Italia, e il rettore della basilica, padre Pasquale Cormio.

Prima della benedizione, le parole del priore generale degli agostiniani, che sulla scia del Papa ha invitato a leggere sant’Agostino, perché ci «aiuta a conoscere più profondamente l’amore di Dio, che si rinnova ogni giorno bellezza sempre antica e sempre nuova».

 

28 agosto 2025

Pellegrinaggio Diocesano Giovani a Lourdes in collaborazione con ORP

Pellegrinaggio Diocesano Giovani a Lourdes in collaborazione con ORP

Articoli recenti