3 Maggio 2026

Giampaolo Mollo verso gli altari

«Giampaolo Mollo non è stato un uomo celebre agli occhi del mondo, ma è stato grande agli occhi di Dio. Non fu un eroe, ma un uomo pieno di Spirito Santo». Sono parole del vescovo Michele Di Tolve, che questa mattina, venerdì 11 aprile, ha presieduto la sessione di chiusura dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche, la fama di santità e dei segni del Servo di Dio Giampaolo Mollo, padre di famiglia, diacono permanente, tra i fondatori della Comunità Gesù Risorto.

Affollatissima l’Aula della Conciliazione, che ha ospitato il rito al quale sono intervenuti i membri del Tribunale diocesano don Emanuele Albanese, delegato episcopale; don Giorgio Ciucci, promotore di giustizia, e da Marcello Terramani, notaio attuario. Presenti la moglie di Mollo, la signora Anna, e i figli Francesco e Sabrina. È stata lei a prendere la parola, al termine della cerimonia: «Il mio cuore è colmo di gioia e gratitudine», ha detto emozionata, ricordando che il loro è stato «un diaconato di famiglia».

Presente anche Paolo Vilotta, il postulatore della causa, da ora “portitore”, incaricato di trasmettere la documentazione raccolta al Dicastero per le Cause dei Santi. «In un tempo in cui la Chiesa si interroga sempre più profondamente sul ruolo della famiglia, sulla dimensione spirituale del matrimonio e sull’identità del diaconato permanente – ha detto -, la figura di Giampaolo Mollo si staglia con forza e profezia. La sua è la testimonianza di una famiglia “diacona”, in cui il sacramento dell’Ordine e quello del Matrimonio si sono incontrati in armonia, sostenendosi e rafforzandosi reciprocamente. Un’esperienza che oggi più che mai ha bisogno di essere narrata, custodita e proposta».

«La causa di Giampaolo Mollo – ha detto ancora – non è nata per nostalgia del passato, ma per necessità del presente. È un appello a riconoscere il valore della santità laicale, familiare e diaconale. È una risposta concreta all’invito del Concilio Vaticano II a riscoprire la bellezza del sacerdozio battesimale e dei ministeri ordinati in relazione alla vita quotidiana. È un dono per le famiglie, per i diaconi sposati, per la Chiesa intera».

11 aprile 2025

Gesù Divino Lavoratore, la rete con le autorità civili

È fatta di tempi e momenti di incontro la visita pastorale del cardinale vicario Baldo Reina nella parrocchia di Gesù Divino Lavoratore, in zona Portuense, che si conclude stasera con la celebrazione della Messa in occasione del 70° anno dalla fondazione. Nel pomeriggio di ieri, infatti, il porporato ha incontrato il Consiglio pastorale parrocchiale oltre che il presbiterio e si è recato in visita ad alcuni anziani e ammalati nelle loro abitazioni.

«La nostra è una comunità matura ma anche invecchiata, nonostante la presenza di nuove famiglie giovani per cui sono circa una 70ina i bambini che si stanno preparando alla Prima Comunione – dice il parroco don Roberto Zammerini -. C’è una buona partecipazione alle celebrazioni domenicali e una frequenza ai sacramenti, con una cura delle attività di catechesi e una pastorale di prossimità per chi è solo o malato e anziano, grazie anche alla presenza dei ministri dell’Eucarestia». Il sacerdote, che guida la parrocchia da 7 anni, riferisce poi che «a ringiovanire la media di età è anche la numerosa comunità filippina che fa capo alla nostra parrocchia, partecipando costantemente alla vita comunitaria, con 2 Messe al mese celebrate nella loro lingua». Un altro punto di forza è per don Zammerini «la buona rete creata con le realtà civili del territorio», specialmente «con gli assistenti sociali» in riferimento all’accoglienza in parrocchia per attività di recupero e di reinserimento «di un minore e di una persona più adulta che hanno avuto problemi con la giustizia».

Ancora, il parroco presenta il progetto di Casa Siloe, «da sviluppare», spiega, ma che prevede ad oggi «la gestione in comodato d’uso di alcuni ambienti della parrocchia da parte di una cooperativa sociale guidata da uno psichiatra per il recupero della salute mentale di ragazzi dai 13 ai 18 anni». Nel pomeriggio di oggi il cardinale vicario visiterà anche questa realtà oltre ad incontrare i gruppi giovanili della comunità. Uno degli educatori impegnati nelle attività formative del post-Cresima è Andrea, che spiega come il percorso proposto preveda «incontri settimanali ogni giovedì sera alle 19». Accompagnati anche dal viceparroco don Dario Loi, si stanno affrontando «i vizi capitali, pensando al tempo del Giubileo come ad un processo interiore e di valutazione, che si concluderà con un’uscita a San Pietro», dice ancora Andrea.

Il tempo del Giubileo sarà per la parrocchia «un’occasione di incontro e di crescita nella fede» secondo Carla, segretaria del Consiglio pastorale e una dei volontari della Caritas. A Gesù Divino Lavoratore, racconta infatti, «tra aprile e agosto ospiteremo negli ambienti della parrocchia circa 200 ragazzi della diocesi di Udine, in occasione del Giubileo degli adolescenti e di quello dei giovani». Per quanto concerne invece le attività legate alla carità, Carla fa sapere che è attivo «un centro di ascolto che cerca di prevedere un percorso mirato per ogni situazione che si presenta, dalla richiesta di pacco viveri all’aiuto per il pagamento delle bollette o per le spese mediche». La maggior parte delle persone che «si rivolgono a noi sono straniere ma c’è anche un buon numero di italiani», aggiunge, raccontando anche di «situazioni di criticità legate magari alla perdita del lavoro e dunque ad un periodo ben preciso di crisi». (di Michela Altoviti da Roma Sette)

23 marzo 2025

Gesù Divin Maestro, una comunità inclusiva

Foto Diocesi di Roma / Gennari

Vivace, intelligente, generosa. Sceglie questi 3 aggettivi don Fabio Corona, parroco di Gesù Divin Maestro, per descrivere la comunità parrocchiale della Pineta Sacchetti che guida dal 2021 e che il cardinale vicario Baldo Reina visita oggi e domani. Questo pomeriggio il porporato incontra il presbiterio e celebra la Messa delle 18.30 mentre domani visiterà prima il polo educativo parrocchiale e poi incontrerà catechisti e gli educatori, i giovani e una rappresentanza dei 12 Istituti religiosi presenti nel territorio oltre al Consiglio pastorale parrocchiale.

I fedeli, spiega il sacerdote, «partecipano attivamente al cammino di fede, prendendo parte con assiduità alla vita della parrocchia e partecipando alla Messa sia della domenica che feriale»; ancora, «la fede è vissuta senza cadere nel devozionismo ma ricercando sempre l’approfondimento», aggiunge don Fabio. E poi si tratta di una «comunità capace di accogliere e inclusiva – sottolinea ancora -: segno di questa attenzione sono ad esempio le due case famiglia attive nel territorio e il forte radicamento delle realtà di Caritas e Sant’Egidio».

A questo proposito, il diacono permanente Roberto fa sapere che il Centro di ascolto Caritas provvede alla «distribuzione di pacchi viveri ogni due settimane ad opera di un gruppo di volontari»; in particolare, sono ancora le parole del referente della pastorale della carità, «organizziamo 2 raccolte, una durante l’Avvento e una in Quaresima» ma anche «ogni domenica i bambini e i ragazzi del catechismo, a turno, in occasione dell’animazione della Messa delle 10, provvedono a raccogliere un particolare genere alimentare di cui magari c’è maggiore necessità».

Sono una cinquantina i bambini che quest’anno, a maggio, riceveranno la Prima Comunione «dopo i primi due anni di cammino formativo – dice ancora Roberto, che è anche catechista di questa fascia di età -. Il percorso dura 4 anni in totale e accompagna i ragazzi fino alla Cresima». Gli adolescenti sono seguiti dal viceparroco don Lorenzo Colombo e «c’è una buona partecipazione dei ragazzi», dice ancora Roberto, tanto che quest’anno è stato avviato il quarto gruppo dedicato. Infine il diacono permanente tende a mettere in luce «la buona partecipazione alla liturgia grazie ad una adeguata formazione nella ministeriali con lettori, accoliti e la presenza di catechisti istituiti».

È ministro straordinario dell’Eucaristia e catechista Giulio, che con la moglie Patrizia e il parroco segue dal 2014 il percorso formativo rivolto alle famiglie. «Per quest’anno del Giubileo proponiamo i testimoni della speranza e quindi figure di santi – illustra -. Come sempre la proposta mensile è strutturata in due incontri. Il primo si svolge o nelle case o a volte in parrocchia, pregando sulla Scrittura; il secondo prevede un momento di confronto guidato anche con il parroco». Il referente tiene a sottolineare come l’adesione sia buona e «variegata» con coppie di età diverse ed esperienze di vita quindi differenti ma tutte «desiderose di uno scambio e un confronto» illuminato dalla Parola e che permette un’applicazione «concreta nella vita di tutti i giorni». Per questo, per il desiderio di condividere, agli incontri mensili calendarizzati da ottobre a giugno, si aggiungono «degli appuntamenti estemporanei come ad esempio il cineforum». (di Michela Altoviti da Roma Sette)

16 marzo 2025

Gemelli, il cardinale Reina visita il reparto di oculistica in occasione della memoria di Santa Lucia

Questa mattina, alle ore 8, il cardinale vicario Baldassarre Reina ha fatto visita all’Unità operativa complessa di Oculistica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS in occasione della memoria di Santa Lucia, vergine e martire di Siracusa, protettrice della vista. Il cardinale vicario accolto dal preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia all’Università Cattolica del Sacro Cuore Antonio Gasbarrini e dal direttore di Oculistica del Policlinico Gemelli Stanislao Rizzo, professore ordinario di Oftalmologia all’Università Cattolica ha incontrato pazienti, medici, infermieri e personale sanitario della struttura, nonché studenti e specializzandi della Facoltà di Medicina, rivolgendo parole di conforto e di incoraggiamento e ringraziando quanti si prodigano in particolare per migliorare la vista dei malati che si rivolgono da tutto il paese al Gemelli.

Ha, quindi, celebrato la Santa Messa nella cappella del terzo piano del Policlinico dedicata a San Giuseppe Moscati. Concelebranti gli assistenti pastorali della Cattolica e del Gemelli don Nunzio Currao, don Alessandro Mantini, padre Giancarlo Sboarina insieme a padre Giulio Albanese, direttore dell’Ufficio di Comunicazioni Sociali della Diocesi di Roma.

Nell’omelia il cardinale vicario ha invitato ciascuno a “recuperare soprattutto la vista interiore perché c’è un mondo dentro di noi che aspetta di essere visitato, di guardare il mondo con gli occhi puri dei bambini che vivono lo stupore delle bellezze del mondo viste con commozione. Di guardare gli altri con occhi luminosi”.

13 dicembre 2024

Gemellaggio con la Georgia, esperienza estiva nel segno di don Santoro

La diocesi di Roma, attraverso il Centro per la cooperazione missionaria tra le Chiese e la Caritas diocesana, vorrebbe dar vita ad un gemellaggio con la Caritas della Georgia in segno di vicinanza e sostegno alla Chiesa locale. L’idea nasce dal desiderio di dar seguito all’amicizia che ha legato alcuni responsabili della Caritas georgiana a don Andrea Santoro, prete romano ucciso in Turchia nel 2006.

Nei suoi anni di permanenza a Trabzon, in Turchia, don Andrea aveva infatti conosciuto ed incontrato la comunità cattolica di Batumi, in Georgia, ed aveva fatto riferimento a lei per meglio accompagnare le donne georgiane che, in cerca di fortuna, avevano scelto di vivere a Trabzon. Alla luce dell’amicizia che ha legato le due realtà cristiane, nei giorni di permanenza in Georgia si prevede una visita a Trabzon, nei luoghi in cui don Andrea ha vissuto.

In concreto, il progetto prevede la possibilità di fare una esperienza di volontariato in Georgia nel mese di agosto, ed entrare in contatto con la comunità cattolica locale, che costituisce circa l’1 % della popolazione del Paese. A Batumi, Caritas Georgia ha aperto da un paio d’anni la Casa della Speranza, che si occupa di accoglienza e riabilitazione per persone dipendenti dall’alcool; chi parteciperà all’esperienza visiterà anche Kutaisi, per conoscere la realtà locale.

Per ulteriori informazioni: cmdroma@diocesidiroma.it; direzione@caritasdiroma.it

27 febbraio 2020

Gelosie, invidie e personalismi sul posto di lavoro. De Donatis: “La Parola del Signore ci guarisca”

Il cardinale vicario Angelo De Donatis ha celebrato questa mattina, 12 settembre, la Messa che dà simbolicamente il via all’anno lavorativo con i dipendenti e i collaboratori del Vicariato di Roma.

“Ascoltiamo l’invito a diventare memoria vivente del signore – ha detto il porporato nella sua omelia -. Lo si diventa non individualmente ma come corpo di cristo, mangiando il corpo sacramentale diventiamo il suo corpo ecclesiale. Sia la tua parola a guarirci, Signore! Guarisca il nostro corpo ecclesiale, ma anche il corpo del luogo in cui lavoriamo, il Vicariato…

Guarisca il nostro corpo lacerato da tante ferite dalle incomprensioni, dalle indifferenze, dalle gelosie, dalle invidie, dagli egoismi, dai personalismi narcisistici, dalle logiche di potere che impediscono il servizio e anche le logiche del disinteresse che a volte porta a dire ‘me ne lavo le mani’ senza mai assumere una responsabilità in prima persona. Credo che queste ferite debbano essere continuamente guarite. Di’ una parola, Signore!

Noi non siamo degni ma tu Signore rivelaci la gratuità della tua guarigione, perché è solo per grazie che avviene. Non meritiamo nulla, ma attendiamo tutto dalla gratuità di Dio. Soltanto nella relazione fraterna che vince le nostre dispersioni, ne nostre divisioni, diventiamo capaci di accogliere il dono di Dio di farlo fruttificare in noi come guarigione, come salvezza.

A Maria, nostra madre, chiediamo con la fiducia di figli di donare alla nostra vita i tratti dell’amabilità, i tratti dell’amicizia. Ciò che non è amore non entra nella memoria di Dio”.

 

12 settembre 2022

Gaudete et Exsultate – Santi di tutti i giorni

Funerali di Francesco: il commiato dei fedeli

Foto: Diocesi/Gennari

Il colonnato del Bernini era ancora avvolto dal buio della notte, ma le zone limitrofe al Vaticano erano già animate. Via Ottaviano, piazza Risorgimento, via della Conciliazione, Borgo Sant’Angelo all’alba di oggi, 26 aprile, brulicavano di persone arrivate a San Pietro per dare l’ultimo saluto a Papa Francesco. È un bagno di folla, tanto che poco dopo le 9.30 la questura ha comunicato che la piazza è stata chiusa per raggiunti limiti di capienza. La Sala stampa vaticana ha reso noto che secondo le autorità sono oltre 200mila le persone nell’area, compresa via della Conciliazione.

È il giorno del commiato, dell’addio al Papa venuto quasi “dalla fine del mondo”, la cui salma è stata accolta da un lungo applauso una volta entrata in piazza. Applausi che si sono ripetuti durante l’omelia del cardinale decano Giovanni Battista Re, soprattutto quando ha ricordato i reiterati appelli di Francesco per la pace e il suo ripetere che la guerra è sempre una sconfitta. Tra i fedeli c’è grande commozione ma anche incredulità. «Da lunedì mi sembra di vivere un incubo – dice una religiosa -. L’averlo visto domenica fare il giro della piazza in papamobile aveva fatto ben sperare. È incredibile».

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26 aprile 2025

Frassati e Acutis, «santi dei nostri giorni, innamorati di Gesù»

Foto di Cristian Gennari

Un forte invito ai giovani di oggi a seguire il cammino di santità attraverso la fede, la preghiera, la carità e l’offerta totale a Dio. Proprio come hanno fatto Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati. E prima di loro san Francesco d’Assisi, sant’Agostino e centinaia di migliaia di uomini e donne accomunati dall’amore per Gesù e dall’impegno verso il prossimo. Perché «il rischio più grande della vita è quello di sprecarla al di fuori del progetto di Dio». Presiedendo le sue prime canonizzazioni, Papa Leone XIV, in una piazza San Pietro gremita di fedeli, ha spiegato che i due nuovi santi, elevati agli onori degli altari oggi, 7 settembre, sono un esempio e, riprendendo anche le loro parole, ha spronato i giovani «a non sciupare la vita, ma a orientarla verso l’alto e a farne un capolavoro».

Poco prima della celebrazione, il Papa ha raggiunto a sorpresa il sagrato per salutare e rivolgere a braccio «una parola» ai fedeli che urlavano “Leone”. «Buongiorno, buona domenica e benvenuti – ha detto -. Oggi è una festa bellissima per tutta l’Italia, per tutta la Chiesa e per tutto il mondo. Se da una parte la celebrazione è molto solenne, dall’altra è anche una grande gioia. È una benedizione del Signore trovarci insieme. È un dono di fede che vogliamo condividere», ha proseguito parlando alle migliaia di persone arrivate da diversi Paesi. Ha quindi esortato a disporsi alla celebrazione «con cuore aperto» con lo stesso sentimento che ha accomunato Frassati e Acutis, cioè «l’amore per Gesù, soprattutto per l’Eucaristia e per i poveri. Tutti noi siamo chiamati a essere santi».

Sulla facciata della basilica sono stati esposti gli arazzi con i ritratti dei due giovani laici. Leggermente mossi dal vento mentre il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del dicastero delle Cause dei santi, accompagnato dai postulatori, ha letto le biografie e, successivamente, quando Prevost ha recitato la formula di canonizzazione. A destra il volto sorridente di Carlo Acutis nella sua foto più celebre con la polo rossa e lo zaino in spalla, mentre passeggia a Castelluccio, un piccolo borgo umbro. A sinistra, invece, una foto in bianco e nero di Pier Giorgio Frassati in giacca e cravatta. Il vescovo di Roma ha ricordato che il primo, morto nel 2006 a soli 15 anni per una leucemia fulminante, ripeteva spesso: «Non io, ma Dio», mentre “l’uomo delle otto beatitudini”, come Giovanni Paolo II definì Frassati, terziario domenicano e membro dell’Azione cattolica, morto a Torino nel 1925 a 24 anni per una meningite, sosteneva che «se avrai Dio per centro di ogni tua azione, allora arriverai fino alla fine». Questa, per il Papa, «è la formula semplice, ma vincente, della loro santità. Ed è pure la testimonianza che siamo chiamati a seguire, per gustare la vita fino in fondo e andare incontro al Signore nella festa del Cielo».

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8 settembre 2025

Francesco: «Quanti cirenei portano la croce di Cristo!»

Papa Francesco è tornato a sorpresa in piazza San Pietro accolto con un’esplosione di gioia dai fedeli presenti ieri, 13 aprile, per la celebrazione liturgica della Domenica delle Palme. Appena arrivato sul sagrato i fedeli hanno urlato “Viva il Papa”. «Buona domenica delle Palme, buona Settimana Santa», ha detto con la voce roca ma più chiara rispetto a domenica scorsa. Ha quindi salutato i cardinali e le autorità ai lati dell’altare. Tra i partecipanti alla liturgia, tanti quelli che speravano in una sorpresa, molti quelli che si dicevano certi che non sarebbe mancato per augurare a tutti una serena Settimana Santa.

Quella di ieri è stata la quarta sorpresa del Papa in una settimana: domenica scorsa, 6 aprile, si è mostrato per pochi minuti ai fedeli in piazza per il Giubileo degli ammalati e ha impartito la benedizione. Giovedì 10 si è recato nella basilica di San Pietro per ammirare gli ultimi ritocchi dei restauri all’altare della Cattedra e per pregare sulla tomba di San Pio X. Sabato pomeriggio, invece, ha sorpreso i fedeli in visita nella basilica di Santa Maria Maggiore, dove si è intrattenuto in preghiera davanti all’icona della Salus Populi Romani. Ieri, rientrato in basilica, Bergoglio ha sostato in preghiera davanti alla tomba dell’apostolo Pietro e al monumento dedicato a Benedetto XV.

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14 aprile 2025

Francesco: «Il peccato taglia, separa, divide»

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Riprendendo le catechesi sulla celebrazione eucaristica, consideriamo oggi, nel contesto dei riti di introduzione, l’atto penitenziale. Nella sua sobrietà, esso favorisce l’atteggiamento con cui disporsi a celebrare degnamente i santi misteri, ossia riconoscendo davanti a Dio e ai fratelli i nostri peccati, riconoscendo che siamo peccatori. L’invito del sacerdote infatti è rivolto a tutta la comunità in preghiera, perché tutti siamo peccatori. Che cosa può donare il Signore a chi ha già il cuore pieno di sé, del proprio successo? Nulla, perché il presuntuoso è incapace di ricevere perdono, sazio com’è della sua presunta giustizia. Pensiamo alla parabola del fariseo e del pubblicano, dove soltanto il secondo – il pubblicano – torna a casa giustificato, cioè perdonato (cfr Lc 18,9-14). Chi è consapevole delle proprie miserie e abbassa gli occhi con umiltà, sente posarsi su di sé lo sguardo misericordioso di Dio. Sappiamo per esperienza che solo chi sa riconoscere gli sbagli e chiedere scusa riceve la comprensione e il perdono degli altri.

Ascoltare in silenzio la voce della coscienza permette di riconoscere che i nostri pensieri sono distanti dai pensieri divini, che le nostre parole e le nostre azioni sono spesso mondane, guidate cioè da scelte contrarie al Vangelo. Perciò, all’inizio della Messa, compiamo comunitariamente l’atto penitenziale mediante una formula di confessione generale, pronunciata alla prima persona singolare. Ciascuno confessa a Dio e ai fratelli «di avere molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni». Sì, anche in omissioni, ossia di aver tralasciato di fare il bene che avrei potuto fare. Spesso ci sentiamo bravi perché – diciamo – “non ho fatto male a nessuno”. In realtà non basta non fare del male al prossimo, occorre scegliere di fare il bene cogliendo le occasioni per dare buona testimonianza che siamo discepoli di Gesù. È bene sottolineare che confessiamo sia a Dio che ai fratelli di essere peccatori: questo ci aiuta a comprendere la dimensione del peccato che, mentre ci separa da Dio, ci divide anche dai nostri fratelli, e viceversa. Il peccato taglia: taglia il rapporto con Dio e taglia il rapporto con i fratelli, il rapporto nella famiglia, nella società, nella comunità. Il peccato taglia sempre, separa, divide.

Le parole che diciamo con la bocca sono accompagnate dal gesto di battersi il petto, riconoscendo che ho peccato proprio per colpa mia, e non di altri. Capita spesso infatti che, per paura o vergogna, puntiamo il dito per accusare altri. Costa ammettere di essere colpevoli ma ci fa bene confessarlo con sincerità. Confessare i propri peccati. Io ricordo un aneddoto, che raccontava un vecchio missionario, di una donna che è andata a confessarsi e incominciò a dire gli sbagli del marito; poi è passata a raccontare gli sbagli della suocera e poi i peccati dei vicini. A un certo punto, il confessore le ha detto: “Ma, signora, mi dica: ha finito? Benissimo: lei ha finito con i peccati degli altri. Adesso incominci a dire i suoi”. Dire i propri peccati!

Dopo la confessione del peccato, supplichiamo la Beata Vergine Maria, gli Angeli e i Santi di pregare il Signore per noi. Anche in questo è preziosa la comunione dei Santi: cioè, l’intercessione di questi «amici e modelli di vita» (Prefazio del 1° novembre) ci sostiene nel cammino verso la piena comunione con Dio, quando il peccato sarà definitivamente annientato.

Oltre al “Confesso”, si può fare l’atto penitenziale con altre formule, ad esempio: «Pietà di noi, Signore / Contro di te abbiamo peccato. / Mostraci, Signore, la tua misericordia. / E donaci la tua salvezza» (cfr Sal 123,3; 85,8; Ger 14,20). Specialmente la domenica si può compiere la benedizione e l’aspersione dell’acqua in memoria del Battesimo (cfr OGMR, 51), che cancella tutti i peccati. È anche possibile, come parte dell’atto penitenziale, cantare il Kyrie eléison: con antica espressione greca, acclamiamo il Signore – Kyrios – e imploriamo la sua misericordia (ibid., 52).

La Sacra Scrittura ci offre luminosi esempi di figure “penitenti” che, rientrando in sé stessi dopo aver commesso il peccato, trovano il coraggio di togliere la maschera e aprirsi alla grazia che rinnova il cuore. Pensiamo al re Davide e alle parole a lui attribuite nel Salmo: «Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità» (51,3). Pensiamo al figlio prodigo che ritorna dal padre; o all’invocazione del pubblicano: «O Dio, abbi pietà di me, peccatore» (Lc 18,13). Pensiamo anche a san Pietro, a Zaccheo, alla donna samaritana. Misurarsi con la fragilità dell’argilla di cui siamo impastati è un’esperienza che ci fortifica: mentre ci fa fare i conti con la nostra debolezza, ci apre il cuore a invocare la misericordia divina che trasforma e converte. E questo è quello che facciamo nell’atto penitenziale all’inizio della Messa.

Francesco: «Il grazie a Dio riflette la sua Grazia»

Maria, la prima ad avere sperimentato la «pienezza del tempo». È lei che, nel tradizionale Te Deum di fine anno, Papa Francesco ha indicato come modello di una «gratitudine struggente» che «non viene dall’io ma da Dio e coinvolge l’io e il noi». A conclusione dell’anno civile, guidando la preghiera dei primi vespri nella basilica di San Pietro, ha spiegato che la celebrazione del Te Deum respira quella stessa atmosfera della pienezza del tempo. «Non perché siamo all’ultima sera dell’anno solare, tutt’altro, ma perché la fede ci fa contemplare e sentire che Gesù Cristo, Verbo fatto carne, ha dato pienezza al tempo del mondo e alla storia umana».

La prima a farne esperienza è stata appunto la «Madre del Figlio incarnato. Attraverso di lei – ha continuato il pontefice – è sgorgata la pienezza del tempo: attraverso il suo cuore umile e pieno di fede, attraverso la sua carne tutta impregnata di Spirito Santo. Da lei la Chiesa ha ereditato e continuamente eredita questa percezione interiore della pienezza, che alimenta un senso di gratitudine, come unica risposta umana degna del dono immenso di Dio». Si tratta, per Francesco, di «una gratitudine struggente, che, partendo dalla contemplazione di quel bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia, si estende a tutto e a tutti, al mondo intero». Ancora, «è un grazie che riflette la Grazia – ha puntualizzato -: non viene da noi ma da lui; non viene dall’io ma da Dio, e coinvolge l’io e il noi».

Invitando a rendere grazie al Padre «per l’anno che volge al termine, riconoscendo che tutto il bene è dono suo», il Papa ha ricordato anche le «opere di morte», le «menzogne» e le «ingiustizie che hanno «sciupato e ferito» il 2017. Le guerre, ha detto, «sono il segno flagrante di questo orgoglio recidivo e assurdo. Ma lo sono anche tutte le piccole e grandi offese alla vita, alla verità, alla fraternità, che causano molteplici forme di degrado umano, sociale e ambientale. Di tutto vogliamo e dobbiamo assumerci, davanti a Dio, ai fratelli e al creato, la nostra responsabilità», l’appello del Papa. Ma «questa sera – ha continuato – prevale la grazia di Gesù e il suo riflesso in Maria. E prevale perciò la gratitudine, che, come vescovo di Roma, sento nell’animo pensando alla gente che vive con cuore aperto in questa città».

Francesco li ha chiamati «artigiani del bene comune»: quanti «amano la loro città non a parole ma con i fatti». Per queste persone che «ogni giorno contribuiscono con piccoli ma preziosi gesti concreti al bene di Roma», ha detto, «provo un senso di simpatia e di gratitudine». Un omaggio, quello del Papa, alla parte sana della città di cui è vescovo: a quelli che «cercano di compiere al meglio il loro dovere, si muovono nel traffico con criterio e prudenza, rispettano i luoghi pubblici e segnalano le cose che non vanno, stanno attenti alle persone anziane o in difficoltà, e così via. Questi e mille altri comportamenti esprimono concretamente l’amore per la città. Senza discorsi, senza pubblicità, ma con uno stile di educazione civica praticata nel quotidiano».

Nelle parole del pontefice anche la «grande stima per i genitori, gli insegnanti e tutti gli educatori che, con questo medesimo stile, cercano di formare i bambini e i ragazzi al senso civico, a un’etica della responsabilità, educandoli a sentirsi parte, a prendersi cura, a interessarsi della realtà che li circonda». Secondo Francesco queste persone, «anche se non fanno notizia, sono la maggior parte della gente che vive a Roma. E tra di loro – ha affermato – non poche si trovano in condizioni di ristrettezze economiche; eppure non si piangono addosso, né covano risentimenti e rancori ma si sforzano di fare ogni giorno la loro parte per migliorare un po’ le cose».

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