3 Maggio 2026

Francesco: «Fare Sinodo significa camminare insieme»

apertura sinodo

da Romasette.it

Incontrare, ascoltare, discernere. Sono i tre verbi che in qualche modo rappresentano altrettante “chiavi” consegnate da Papa Francesco per aprire il cammino sinodale. La XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sul tema “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione” è iniziata con la celebrazione eucaristica durante la quale il Santo Padre, commentando il Vangelo della domenica che racconta l’incontro tra il giovane ricco e Gesù, ha sviluppato la sua riflessione su questi tre verbi.

«Aprendo questo percorso sinodale – ha detto Francesco – iniziamo con il chiederci tutti, Papa, vescovi, sacerdoti, religiose e religiosi, sorelle e fratelli laici: noi, comunità cristiana, incarniamo lo stile di Dio, che cammina nella storia e condivide le vicende dell’umanità? Siamo disposti all’avventura del cammino o, timorosi delle incognite, preferiamo rifugiarci nelle scuse del “non serve” o del “si è sempre fatto così”? Fare Sinodo significa camminare sulla stessa strada, camminare insieme. Guardiamo a Gesù che, come con il giovane ricco, è disponibile all’incontro». Questo è il primo passo: «Gesù non andava di fretta, non guardava l’orologio per finire presto l’incontro. Era sempre al servizio della persona che incontrava, per ascoltarla. Anche noi, che iniziamo questo cammino, siamo chiamati a diventare esperti nell’arte dell’incontro». Per fare questo, ha sottolineato il Papa, è necessario prima di tutto incontrare il Signore. Dove? Nell’adorazione, «questa preghiera che noi trascuriamo tanto: adorare, dare spazio all’adorazione, a quello che lo Spirito vuole dire alla Chiesa».  Poi, «per rivolgersi al volto e alla parola dell’altro, incontrarci a tu per tu, lasciarci toccare dalle domande delle sorelle e dei fratelli». Il Papa ha ricordato che «ogni incontro richiede apertura, coraggio, disponibilità a lasciarsi interpellare» mentre «talvolta preferiamo ripararci in rapporti formali o indossare maschere di circostanza, lo spirito clericale e di corte».

Quindi c’è l’ascolto. Seguendo l’esempio di Cristo che ascolta, senza fretta, il giovane ricco, il pontefice ha ricordato che «quando ascoltiamo con il cuore succede questo: l’altro si sente accolto, non giudicato, libero di narrare il proprio vissuto e il proprio percorso spirituale. Chiediamoci, con sincerità, in questo itinerario sinodale: come stiamo con l’ascolto? Come va “l’udito” del nostro cuore? Permettiamo alle persone di esprimersi, di camminare nella fede anche se hanno percorsi di vita difficili, di contribuire alla vita della comunità senza essere ostacolate, rifiutate o giudicate?». Questo significa «scoprire con stupore che lo Spirito Santo soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi. È un esercizio lento, forse faticoso, per imparare ad ascoltarci a vicenda – vescovi, preti, religiosi e laici, tutti, tutti i battezzati – evitando risposte artificiali e superficiali, risposte prêt-à-porter, no. Lo Spirito ci chiede di metterci in ascolto delle domande, degli affanni, delle speranze di ogni Chiesa, di ogni popolo e nazione. E anche in ascolto del mondo, delle sfide e dei cambiamenti che ci mette davanti. Non insonorizziamo il cuore, non blindiamoci dentro le nostre certezze».

Infine, discernere. «L’incontro e l’ascolto reciproco non sono qualcosa di fine a sé stesso, che lascia le cose come stanno – ha affermato il Papa -. Al contrario, quando entriamo in dialogo, ci mettiamo in discussione, in cammino, e alla fine non siamo gli stessi di prima, siamo cambiati. Il Sinodo è un cammino di discernimento spirituale, di discernimento ecclesiale, che si fa nell’adorazione, nella preghiera, a contatto con la Parola di Dio» che «orienta il Sinodo perché non sia una “convention” ecclesiale, un convegno di studi o un congresso politico, perché non sia un parlamento, ma un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito. In questi giorni Gesù ci chiama, come fece con l’uomo ricco del Vangelo, a svuotarci, a liberarci di ciò che è mondano e anche delle nostre chiusure e dei nostri modelli pastorali ripetitivi; a interrogarci su cosa ci vuole dire Dio in questo tempo e verso quale direzione vuole condurci».

L’apertura ufficiale del Sinodo è stata preceduta sabato da un momento di riflessione e di preghiera in Vaticano durante il quale il pontefice aveva ribadito concetti analoghi e aveva fatto riferimento alle tre parole chiave che stanno nel titolo del tema scelto: comunione, partecipazione, missione. In particolare, comunione e missione sono «le linee maestre, enunciate dal Concilio». Ma, ha detto Francesco, «rischiano di restare termini un po’ astratti se non si coltiva una prassi ecclesiale che esprima la concretezza della sinodalità in ogni passo del cammino e dell’operare, promuovendo il reale coinvolgimento di tutti e di ciascuno. Vorrei dire che celebrare un Sinodo è sempre bello e importante ma è veramente proficuo se diventa espressione viva dell’essere Chiesa, di un agire caratterizzato da una partecipazione vera». In questo senso il Papa ha messo in guardia dai rischi che corre il Sinodo, indicandone tre. Il primo è il formalismo, perché il Sinodo non si riduca a un evento di facciata: «A volte c’è qualche elitismo nell’ordine presbiterale che lo fa staccare dai laici; e il prete diventa alla fine il “padrone della baracca” e non il pastore di tutta una Chiesa che sta andando avanti». Il secondo è l’intellettualismo, ovvero «far diventare il Sinodo una specie di gruppo di studio, con interventi colti ma astratti sui problemi della Chiesa e sui mali del mondo; una sorta di “parlarci addosso”». Infine, l’immobilismo, con «il rischio che alla fine si adottino soluzioni vecchie per problemi nuovi».

 

Andrea Acali

Francesco il 5 maggio incontra i neocatecumenali

Sabato 5 maggio, alle ore 11, il Papa presiederà a Tor Vergata l’incontro internazionale con il Cammino Neocatecumenale in occasione del 50° anniversario dell’inizio del “Cammino” a Roma. Papa Francesco, ha spiegato il Cammino, «ha accolto con entusiasmo la proposta ricevuta alcuni mesi fa da parte dell’iniziatore e responsabile internazionale del Cammino, Kiko Argüello». All’incontro del 5 maggio parteciperanno circa 150mila persone da tutto il mondo e dai 5 continenti, in rappresentanza delle 135 nazioni in cui è presente il Cammino. Prenderanno parte all’evento anche cardinali, vescovi e altre personalità.

Papa Francesco invierà 36 nuove “missio ad gentes” che, su richiesta di altrettanti vescovi, porteranno il Vangelo nelle zone secolarizzate o con una piccola presenza di Chiesa nelle città di tutto il mondo. Francesco invierà anche 20 comunità delle parrocchie di Roma – che hanno già concluso questa iniziazione cristiana – ad altre parrocchie della periferia di Roma, i cui parroci hanno richiesto il loro aiuto per richiamare i lontani alla fede. Nel corso dell’incontro sarà ricordata in modo particolare Carmen Hernandez, co-iniziatrice del Cammino Neocatecumenale insieme a Kiko, deceduta il 19 luglio 2016.

Francesco ha aperto la Porta Santa anche nel carcere di Rebibbia

Mentre fuori era ancora buio e Roma dormiva, l’attività all’interno del nuovo complesso di Rebibbia era già frenetica alle 6.30 di questa mattina, 26 dicembre. Per la prima volta in un Giubileo ordinario, una Porta Santa è stata aperta all’interno di un carcere. Nel giorno in cui la chiesa ricorda santo Stefano, il primo martire, Papa Francesco ha presieduto il rito nella cappella del carcere romano dedicata al Padre Nostro. Il pontefice, accostandosi alla Porta, ha ricordato: «La prima l’ho aperta a Natale a San Pietro ma ho voluto che la seconda fosse qui, in un carcere perché tutti, chi è dentro e chi è fuori, avessero la possibilità di spalancare le porte del cuore. Sia per tutti un impegno a guardare al nostro avvenire con speranza». Già nella bolla di indizione del Giubileo, “Spes non confundit”, Francesco aveva espresso il desiderio di farsi pellegrino di speranza in un luogo di reclusione.

Bergoglio si è avvicinato alla Porta, ornata con fiori bianchi, e, come prevede il rito, l’ha oltrepassata per primo, seguito dal vescovo Benoni Ambarus, ausiliare di Roma, incaricato per l’ambito della Diaconia della carità, da alcuni detenuti e agenti della polizia penitenziaria. Durante la breve omelia, tenuta completamente a braccio, ha ribadito che «aprire la porta significa aprire il cuore, ed è questo che fa la fratellanza. I cuori chiusi non aiutano a vivere, sono duri come pietre e si dimenticano della tenerezza. La grazia del Giubileo è quella di aprire i cuori alla speranza che non delude mai».

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Francesco battezza 34 bambini: «La fede si trasmette in “dialetto”»

«La trasmissione della fede si può fare soltanto “in dialetto”, nel dialetto della famiglia, nel dialetto di papà e mamma, di nonno e nonna. Poi verranno i catechisti a sviluppare questa prima trasmissione, con idee, con spiegazioni. Ma non dimenticatevi questo: si fa “in dialetto”, e se manca il dialetto, se a casa non si parla fra i genitori quella lingua dell’amore, la trasmissione non è tanto facile, non si potrà fare. Non dimenticatevi. Il vostro compito è trasmettere la fede ma farlo col dialetto dell’amore della vostra casa, della famiglia».

Ancora una volta Papa Francesco ha usato un’espressione ad effetto per spiegare una realtà semplice e complessa allo stesso tempo, quella sul ruolo della famiglia nella trasmissione della fede. Lo ha fatto parlando ai genitori dei 34 bambini che ha battezzato nella ricorrenza del Battesimo di Gesù, la festa che chiude il periodo liturgico di Natale, nella splendida cornice della Cappella Sistina. A ricevere il Sacramento 16 bambini e 18 bambine, in gran parte figli o parenti di dipendenti vaticani.

Nella breve omelia, pronunciata a braccio, il Santo Padre ha ricordato ai genitori che «portate al Battesimo i vostri figli, e questo è il primo passo per quel compito che voi avete, il compito della trasmissione della fede. Ma noi abbiamo bisogno dello Spirito Santo per trasmettere la fede, da soli non possiamo». Il Papa ha spiegato che «poter trasmettere la fede è una grazia dello Spirito Santo» ed è questo il motivo per cui vengono portati al fonte battesimale i bambini «perché ricevano lo Spirito Santo, ricevano la Trinità – il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo – che abiterà nei loro cuori».

Oltre al «dialetto» della famiglia, il Papa ha fatto riferimento al «dialetto» dei bambini, al loro pianto «che ci fa bene sentire» e ha ricordato che per accostarsi a Dio è necessario farsi piccoli: «Adesso tutti stanno zitti – ha detto il Pontefice riferendosi ai neonati, e invitando poi le madri ad allattarli se avessero pianto per la fame – ma è sufficiente che uno dia il tono e poi l’orchestra segue. Il dialetto dei bambini. E Gesù ci consiglia di essere come loro, di parlare come loro. Noi non dobbiamo dimenticare questa lingua dei bambini, che parlano come possono, ma è la lingua che piace tanto a Gesù. E nelle vostre preghiere siate semplici come loro, dite a Gesù quello che viene nel vostro cuore come lo dicono loro. Oggi lo diranno col pianto, sì, come fanno i bambini. Il dialetto dei genitori che è l’amore per trasmettere la fede, e il dialetto dei bambini che va accolto dai genitori per crescere nella fede».

Il Papa ha poi ricordato all’Angelus la cerimonia da lui presieduta poco prima: «Anche quest’anno, nell’odierna festa del Battesimo di Gesù, ho avuto la gioia di battezzare alcuni bambini. Su di loro, e su tutti i bambini che sono stati battezzati recentemente, invoco la materna protezione della Madre di Dio, perché, aiutati dall’esempio dei loro genitori, dei padrini e delle madrine, crescano come discepoli del Signore». Il Papa ha anche ricordato che «la festa del battesimo di Gesù invita ogni cristiano a fare memoria del proprio battesimo», invitando ancora una volta tutti a conoscere la data del proprio battesimo «perché è la data della nostra santificazione iniziale».

Francesco alla Curia romana: «Complotti sono un cancro». Monito ai «traditori di fiducia»

«Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti»: la frase di De Merode, l’arcivescovo belga vissuto nell’800, con cui Papa Francesco ha aperto nella mattina di giovedì 21 dicembre il discorso alla Curia Romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, dice già tutto sulla concretezza con cui ha affrontato il tema del servizio della Curia Romana. Il punto di partenza del suo intervento dedicato alla Curia “ad extra” («al servizio della Parola e dell’annuncio della Buona Novella») sono stati i «principi basilari e canonici della Curia», la sua stessa storia ma anche la «visione personale che ho cercato di condividere con voi nei discorsi degli ultimi anni, nel contesto dell’attuale riforma in corso».

È ancora nella mente il discorso del 2014, quando elencò 15 “malattie curiali”, e quello dell’anno successivo quando definì alcuni “antibiotici curiali” attraverso un’analisi. Anche quest’anno le immagini non mancano: dai “sensi” (tanto da definire i dicasteri della Curia come “sensi istituzionali”), con un riferimento di matrice ignaziana, alle “antenne”, chiamate ad essere sia “emittenti” che “riceventi”. Il filo conduttore del discorso è un richiamo al servizio – parla di «atteggiamento diaconale», Francesco -, alla comunione e alla fedeltà, che emerge soprattutto nella parte iniziale con un richiamo molto preciso.

Il primo invito del Papa – che ringrazia per l’indirizzo di omaggio il cardinale Angelo Sodano, decano del Collegio cardinalizio – è a «superare quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano».

Poi la sottolineatura di un «pericolo»: quello «dei traditori di fiducia o degli approfittatori della maternità della Chiesa, ossia le persone che vengono selezionate accuratamente per dare maggior vigore al corpo e alla riforma, ma, non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità, si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanate, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del “Papa non informato”, della “vecchia guardia”…, invece di recitare il “mea culpa”. Accanto a queste persone – aggiunge il Papa – ve ne sono poi altre che ancora operano nella Curia, alle quali si dà tutto il tempo per riprendere la giusta via, nella speranza che trovino nella pazienza della Chiesa un’opportunità per convertirsi e non per approfittarsene». Senza dimenticare, chiarisce Francesco, «la stragrande parte di persone fedeli che vi lavorano con lodevole impegno, fedeltà, competenza, dedizione e anche tanta santità».

Sull’impegno “ad extra” della Curia Romana il Papa indica alcuni aspetti fondamentali: il rapporto con le nazioni innanzitutto, nell’ambito del quale parla del compito della diplomazia vaticana, «al servizio dell’umanità e dell’uomo, della mano tesa e della porta aperta», come testimoniano tanti passi compiuti in questi anni. Ancora, il rapporto con le Chiese particolari, con le proficue “visite ad limina” degli episcopati in un clima di «ascolto sincero», e quello con le Chiese orientali, detentrici di «inestimabili ricchezze». E qui sottolinea «la testimonianza eroica di tanti nostri fratelli e sorelle orientali che purificano la Chiesa accettando il martirio e offrendo la loro vita per non negare Cristo». Infine, il dialogo ecumenico, definito «irreversibile e non in retromarcia», e quello interreligioso, guidato da «tre orientamenti fondamentali: il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni».

La conclusione del discorso, sul senso del Natale, è un monito che interpella tutti. «Il Natale – afferma Francesco – ci ricorda però che una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta. In realtà, una fede soltanto intellettuale o tiepida è solo una proposta di fede, che potrebbe realizzarsi quando arriverà a coinvolgere il cuore, l’anima, lo spirito e tutto il nostro essere, quando si permette a Dio di nascere e rinascere nella mangiatoia del cuore, quando permettiamo alla stella di Betlemme di guidarci verso il luogo dove giace il Figlio di Dio, non tra i re e il lusso, ma tra i poveri e gli umili».

21 dicembre 2017

Francesco a sorpresa al Bambino Gesù

Venerdì pomeriggio Papa Francesco è andato in visita all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù nella sede di Palidoro proseguendo l’esperienza dei “Venerdì della Misericordia” che hanno caratterizzato il Giubileo. Ha visitato i diversi reparti, ha salutato i bambini ricoverati e ha scambiato alcune parole di conforto con i genitori che assistono i loro bambini in queste faticose e dolorose prove. Festa a sorpresa, quindi, per i centoventi piccoli ricoverati nella sede del Bambino Gesù a Palidoro: a poche ore dall’Epifania, il Pontefice ha voluto andare di persona a visitarli per salutarli e consegnare a ciascuno un dono e un sorriso.

La sede di Palidoro dell’Ospedale Bambino Gesù
nasce nel 1978 grazie a un dono di Papa Paolo VI. In quell’anno, infatti, un “rescritto” dell’allora Pontefice affidava all’Ospedale la gestione della cessata attività della Pontificia Opera di assistenza di Palidoro, specializzata nella cura degli esiti della poliomielite. Fu proprio Paolo VI a comprendere che la vocazione sanitaria della struttura poteva essere alimentata orientandola verso nuove direzioni. Presso la sede di Palidoro è presente un Pronto Soccorso multispecialistico. Sono inoltre 122 posti letto per ricovero ordinario di cui 8 di rianimazione e 30 di reuroriabilitazione. Il presidio garantisce 7.200 ricoveri ordinarie 10.500 day hospital. A questi dati si devono aggiungere circa 360.000 prestazioni ambulatoriali e 21.200 accessi in Pronto Soccorso all’anno. Il 24% dei bambini assistiti a Palidoro proviene da fuori Regione.

L’attività pediatrica medica è basata
su un approccio multispecialistico integrato, che garantisce assistenza specialistica individualizzata, coordinamento multidisciplinare e raccordo con le strutture del territorio. L’attività chirurgica include, oltre alla chirurgia pediatrica generale e specialistica, anche ambiti ad elevata specializzazione, quali la chirurgia della colonna vertebrale (scoliosi, cifosi, spondilolisi e spondilolistesi), la chirurgia bariatrica, la chirurgia per le patologie malformative complesse delle vie respiratorie. L’attività di neuroriabilitazione è infine rivolta a neonati, bambini e adolescenti affetti da malattie neurologiche invalidanti o da esiti delle stesse.

Francesco

Il primo Papa giunto dalle Americhe è il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio, 76 anni, arcivescovo di Buenos Aires dal 1998. È una figura di spicco dell’intero continente e un pastore semplice e molto amato nella sua diocesi, che ha girato in lungo e in largo, anche in metropolitana e con gli autobus.

«La mia gente è povera e io sono uno di loro», ha detto una volta per spiegare la scelta di abitare in un appartamento e di prepararsi la cena da solo. Ai suoi preti ha sempre raccomandato misericordia, coraggio e porte aperte. La cosa peggiore che possa accadere nella Chiesa, ha spiegato in alcune circostanze, «è quella che de Lubac chiama mondanità spirituale», che significa «mettere al centro se stessi». E quando cita la giustizia sociale, invita a riprendere in mano il catechismo, i dieci comandamenti e le beatitudini. Nonostante il carattere schivo è divenuto un punto di riferimento per le sue prese di posizione durante la crisi economica che ha sconvolto il Paese nel 2001.

Nella capitale argentina nasce il 17 dicembre 1936, figlio di emigranti piemontesi: suo padre Mario fa il ragioniere, impiegato nelle ferrovie, mentre sua madre, Regina Sivori, si occupa della casa e dell’educazione dei cinque figli.

Diplomatosi come tecnico chimico, sceglie poi la strada del sacerdozio entrando nel seminario diocesano. L’11 marzo 1958 passa al noviziato della Compagnia di Gesù. Completa gli studi umanistici in Cile e nel 1963, tornato in Argentina, si laurea in filosofia al collegio San Giuseppe a San Miguel. Fra il 1964 e il 1965 è professore di letteratura e psicologia nel collegio dell’Immacolata di Santa Fé e nel 1966 insegna le stesse materie nel collegio del Salvatore a Buenos Aires. Dal 1967 al 1970 studia teologia laureandosi sempre al collegio San Giuseppe.

Il 13 dicembre 1969 è ordinato sacerdote dall’arcivescovo Ramón José Castellano. Prosegue quindi la preparazione tra il 1970 e il 1971 in Spagna, e il 22 aprile 1973 emette la professione perpetua nei gesuiti. Di nuovo in Argentina, è maestro di novizi a Villa Barilari a San Miguel, professore presso la facoltà di teologia, consultore della provincia della Compagnia di Gesù e rettore del Collegio.

Il 31 luglio 1973 viene eletto provinciale dei gesuiti dell’Argentina. Sei anni dopo riprende il lavoro nel campo universitario e, tra il 1980 e il 1986, è di nuovo rettore del collegio di San Giuseppe, oltre che parroco ancora a San Miguel. Nel marzo 1986 va in Germania per ultimare la tesi dottorale; quindi i superiori lo inviano nel collegio del Salvatore a Buenos Aires e poi nella chiesa della Compagnia nella città di Cordoba, come direttore spirituale e confessore.

È il cardinale Quarracino a volerlo come suo stretto collaboratore a Buenos Aires. Così il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo nomina vescovo titolare di Auca e ausiliare di Buenos Aires. Il 27 giugno riceve nella cattedrale l’ordinazione episcopale proprio dal cardinale. Come motto sceglie Miserando atque eligendo e nello stemma inserisce il cristogramma ihs, simbolo della Compagnia di Gesù. È subito nominato vicario episcopale della zona Flores e il 21 dicembre 1993 diviene vicario generale. Nessuna sorpresa dunque quando, il 3 giugno 1997, è promosso arcivescovo coadiutore di Buenos Aires. Passati neppure nove mesi, alla morte del cardinale Quarracino gli succede, il 28 febbraio 1998, come arcivescovo, primate di Argentina, ordinario per i fedeli di rito orientale residenti nel Paese, gran cancelliere dell’Università Cattolica.

Nel Concistoro del 21 febbraio 2001, Giovanni Paolo II lo crea cardinale, del titolo di san Roberto Bellarmino. Nell’ottobre 2001 è nominato relatore generale aggiunto alla decima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, dedicata al ministero episcopale. Intanto in America latina la sua figura diventa sempre più popolare. Nel 2002 declina la nomina a presidente della Conferenza episcopale argentina, ma tre anni dopo viene eletto e poi riconfermato per un altro triennio nel 2008. Intanto, nell’aprile 2005, partecipa al conclave in cui è eletto Benedetto XVI.

Come arcivescovo di Buenos Aires — tre milioni di abitanti — pensa a un progetto missionario incentrato sulla comunione e sull’evangelizzazione. Quattro gli obiettivi principali: comunità aperte e fraterne; protagonismo di un laicato consapevole; evangelizzazione rivolta a ogni abitante della città; assistenza ai poveri e ai malati. Invita preti e laici a lavorare insieme. Nel settembre 2009 lancia a livello nazionale la campagna di solidarietà per il bicentenario dell’indipendenza del Paese: duecento opere di carità da realizzare entro il 2016. E, in chiave continentale, nutre forti speranze sull’onda del messaggio della Conferenza di Aparecida nel 2007, fino a definirlo «l’Evangelii nuntiandi dell’America Latina».

Viene eletto Sommo Pontefice il 13 marzo 2013.

Francesca Lancellotti, chiusa la fase diocesana della causa di canonizzazione

Alla presenza del cardinale vicario Angelo De Donatis si è chiusa, il 17 gennaio nel palazzo del Vicariato, l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche e la fama di santità, iniziata nell’aprile 2016, della Serva di Dio Francesca Lancellotti. Nata a Oppido Lucano (Potenza) il 7 luglio 1917, fin da piccola trascorreva molto tempo in preghiera ed era solita percorrere a piedi quattro chilometri per raggiungere il Santuario della Madonna di Belvedere a cui era molto legata. La sua fede ha trovato espressione nel matrimonio con Faustino Zotta, dal quale ha avuto due figli: Maria Luigia e Domenico.

«Una donna del popolo – l’ha definita il cardinale vicario – sempre immersa nella preghiera perché assetata di Dio. Una madre di famiglia che è stata testimone della carità». Francesca Lancellotti è stata «non solo testimone di una volontà di Dio accettata e proposta come via di santificazione ma anche maestra nell’educare gli altri a scoprire il valore dell’obbedienza ai progetti del Signore su ciascuno. Il suo spirito di preghiera e l’abbandono totale a Dio l’hanno portata a essere testimone di carità, trasformando l’incontro con gli altri in un’occasione per aiutare il prossimo a scoprire o riscoprire Cristo».

Leggi qui il testo completo dell’intervento del cardinale vicario.

Fra’ Luzzago, le condoglianze del cardinale vicario De Donatis

Il cardinale vicario Angelo De Donatis ha appreso con dolore la morte di Sua Eccellenza il Luogotenente di Gran Maestro del Sovrano Ordine di Malta, Fra’ Marco Luzzago, avvenuta il 7 giugno in seguito ad un malore improvviso. Il loro ultimo incontro risale allo scorso 18 maggio quando, nella cappella del Palazzo Magistrale, il cardinale ha ricevuto le insegne con ascrizione al Gran Priorato di Roma con la dignità e il rango di Balì Gran Croce di Onore e Devozione. Alla famiglia di Fra’ Luzzago, al Luogotenente Interinale e a tutti i membri del Sovrano Ordine di Malta vanno le condoglianze e le preghiere del cardinale De Donatis, del Consiglio episcopale e dei fedeli della Diocesi di Roma che nell’impegno dell’Ordine di Malta riconoscono una concreta vicinanza agli ultimi e ai dimenticati.

Fra’ Marco Luzzago era stato eletto al vertice del Sovrano Ordine di Malta l’8 novembre 2020. Nato a Brescia nel 1950, dopo gli studi presso i Frati Francescani, aveva studiato medicina nelle Università di Padova e Parma prima di essere chiamato a gestire le attività familiari. Era stato ammesso nel Sovrano Ordine di Malta nel 1975 nel Gran Priorato di Lombardia e Venezia. Nel 2003 aveva emesso i voti religiosi solenni. Numerosi i pellegrinaggi internazionali dell’Ordine di Malta a Lourdes e i pellegrinaggi nazionali di Assisi e Loreto ai quali aveva partecipato. Dal 2010 aveva dedicato completamente la sua vita all’Ordine di Malta, trasferendosi nelle Marche per curare una delle Commende dell’Ordine, quella di Villa Ciccolini. Dal 2011 era Commendatore di Giustizia nel Gran Priorato di Roma dove ha ricoperto la carica di Delegato delle Marche Nord e responsabile della biblioteca. Tra il 2017 e il 2020 è stato consigliere dell’Associazione Italiana dell’Ordine di Malta.

 

8 giugno 2022

Fr. Alois di Taizé: «L’amore di Cristo avrà l’ultima parola»

Una preghiera per la pace e per il cammino sinodale si è svolta nella chiesa di Santa Maria in Portico in Campitelli, animata dalla Comunità di Taizé e dal priore Fr. Alois, in questi giorni in visita a Roma dopo gli anni difficili della pandemia. Erano presenti anche alcune rappresentanze della Chiesa ortodossa e alcuni giovani della Chiesa riformata accompagnati da monsignor Marco Gnavi, delegato della diocesi di Roma per l’Ecumenismo e il dialogo.

I canoni, brevi espressioni meditative in canto, la Parola di Dio nelle diverse lingue, la Croce di Taizé, posta al centro per la comune adorazione, sulla quale ognuno ha posto il capo, insieme alle comuni domande e speranze. «Abbiamo cantato dona la pace Signore! Preghiamo per la pace! Abbiamo anche cantato parole più difficili in questo momento: beati voi poveri», ha ricordato Fr. Alois nella breve meditazione pronunciata a braccio. «Riceviamo messaggi dall’Ucraina e dalla Russia – ha aggiunto – e si vedono, in questa situazione impossibile e di male, alcuni segni di speranza da sostenere con la nostra preghiera, certi che l’amore di Cristo avrà l’ultima parola».

Raccontando l’incontro con Papa Francesco, che lo ha ricevuto in udienza, ha testimoniato il momento di silenzio comune davanti alla tragedia della guerra in atto: «È il silenzio della preghiera, a raggiungere la gente che soffre». Poi con il Papa Fr. Alois ha parlato del sinodo: «Che viene in un momento cruciale. Siamo consapevoli di essere tutti legati gli uni agli altri con l’umanità e con l’intera creazione. Nello stesso tempo, esistono alcune polarizzazioni a livello sociale, politico, etico. Questo causa divisioni nella società, tra i Paesi, nelle famiglie e nelle nostre Chiese. Il sinodo, allora potrà essere un momento di unità». Il priore di Taizé, ha affermato di condividere con il Papa un sogno: «Un grande raduno non solo con i delegati del sinodo, ma con il popolo di Dio e con i fratelli delle altre Chiese. Un momento di preghiera e di raduno, come un respiro, per celebrare l’unità già compiuta in Cristo. In effetti: Non siamo noi a fare l’unità, ma dobbiamo ricevere l’unità di Cristo in una preghiera comune». E ha concluso auspicando un incontro di preghiera a Roma e contemporaneamente in altre parti del mondo.

23 marzo 2022

Formazione permanente, le nuove proposte

Foto di Cristian Gennari

La Formazione permanente del clero della diocesi di Roma inizia il nuovo anno pastorale con un ricco calendario di esercizi spirituali per i sacerdoti.

Dal 2 all’8 novembre, innanzitutto, si terranno gli esercizi su “Le domande vitali del Vangelo”, predicati da padre Ermes Ronchi e aperti ai vescovi e a tutti i sacerdoti, presso la “Domus Aurea – Figlie della Chiesa” di via della Magliana 1240. Le iscrizioni sono aperte fino al 20 ottobre. C’è tempo fino al 31 ottobre, invece, per iscriversi agli esercizi – sempre per i vescovi e tutti i sacerdoti – su “Paglia e stelle. Gesù cresceva in età, sapienza e grazia”, predicati da don Stefano Colombo: l’appuntamento va dal 9 al 15 novembre alla “Casa Santa Brigida”, a Farfa in Sabina (Ri).

La “Villa delle Rose” di Chiusi della Verna (Ar) ospiterà invece gli esercizi da lunedì 17 a sabato 22 novembre, per i presbiteri dal primo al decimo anno di ordinazione. A predicare sarà padre Roberto Pasolini su “Nella speranza noi siamo stati salvati (Rm 8,24). Radicati nel mistero pasquale per testimoniare la speranza”. Le iscrizioni sono aperte fino al 7 novembre.

In calendario anche due proposte per gennaio 2026. Da domenica 11 a sabato 17 gennaio, alla Casa Santa Brigida, previsti gli esercizi per tutti i sacerdoti su “Vivere la fede personale e il ministero nel soffio dello Spirito Santo”, predicati da monsignor Etienne Vetö. Da lunedì 12 a venerdì 16 gennaio, inoltre, si terranno degli esercizi a Fatima, con l’organizzazione dell’Opera Romana Pellegrinaggi. A predicare sarà monsignor Andrea Ripa, su “Chiamati per nome: la vocazione come storia di una vita”.

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