20 Giugno 2026

«L’umiltà è il nostro “Green pass” per andare in Cielo»: la Messa del lunedì da Fatima

«Ormai questo santuario ci è diventato familiare, è entrato nella “geografia della salvezza” delle nostre vite. Fatima è il punto di ri-partenza che Dio ha scelto per noi quest’anno, in questi tempi così difficili». Lo ha detto stamani il cardinale vicario Angelo De Donatis, nell’omelia della Messa che ha celebrato nel santuario di Fatima, durante il pellegrinaggio diocesano. «Siamo venuti qui cercando Dio e, attraverso Maria, lo stiamo ritrovando – ha osservato il porporato –. A lui abbiamo portato le nostre croci, le nostre prove. E lui ci viene incontro con la sapienza della Croce, stoltezza per il mondo, ricordandoci che solo se siamo crocifissi con Lui potremo gustare la pienezza della Vita». Quindi, la richiesta al Signore di «non toglierci le croci, ma di saperle trovare nella Sua e, con essa, la forza di portarle».

Invitando a guardare a Maria, «madre e maestra spirituale», il cardinale ha ribadito che «se crediamo di essere autodidatti nella fede, facilmente rischieremmo di perderci e di sbagliare». «Se camminiamo soli, lì dove troviamo “buio”, vediamo solo “oscurità”; con lei vediamo il passo prima della luce». Nelle parole del cardinale anche la volontà di «metterci alla scuola di Maria». «Secondo la sua logica, troviamo Fatima» non come «un insieme di segreti che annunciano distruzione e fine; ma una immensa luce di speranza in una storia di difficoltà e di prove».
Infine, l’invito all’umiltà, «nostro “Green-pass” necessario per andare in Cielo». «Se vogliamo elevare lo sguardo al Cielo, siamo invitati ad essere piccoli».

Leggi il testo integrale dell’omelia

30 agosto 2021

«In Papa Francesco le Beatitudini profezia contro ogni prepotenza»

Foto Gennari

Di seguito l’intervista al cardinale vicario Baldo Reina firmata da Agnese Palmucci, pubblicata oggi su Avvenire

L’allegria dei pellegrini del Giubileo, che inondavano via della Conciliazione, si è spenta in poche ore in quella mattina di un anno fa. Le dita strette attorno ai rosari, gli sguardi persi verso la facciata della Basilica di San Pietro. L’incredulità e il silenzio, rotto solo dai rintocchi tristi delle campane di Roma. «Le strade erano diventate il luogo dello sgomento, rappresentando il dolore di tutti, come un cratere di lacrime», racconta il cardinale vicario della diocesi di Roma, Baldo Reina, ricordando il giorno della morte di papa Francesco, «dandomi l’evidenza di cosa significasse sentirsi come pecore senza pastore». In quell’atmosfera di profonda tristezza, aggiunge Reina, nominato prima vescovo e poi cardinale dallo stesso Jorge Mario Bergoglio, «ho visto la manifestazione del carattere universale della città di Roma che ha il Papa come suo vescovo».

Stasera alle 18 la Messa nel primo anniversario della morte di Francesco, nella Basilica di Santa Maria Maggiore dove è sepolto, preceduta dalla preghiera del Rosario e aperta a tutti i fedeli. Proprio nella Basilica romana il Papa argentino si era fermato 126 volte in orazione durante il suo Pontificato.

Se dovesse pensare al segno che Francesco ha lasciato nella sua vita, cosa direbbe?
«Direi la paternità. Mi colpiva come fosse capace di farsi trovare, sempre e da tutti. Sia nel contatto diretto, sia attraverso parole e gesti che captavano il bisogno di uno sguardo come quello del Padre misericordioso, del Pastore buono, che sorprendentemente ti raggiunge anche dove ti sei nascosto, quando provi vergogna e ti senti indegno di Dio».

Quindi anche la sua passione per le periferie esistenziali e geografiche?

«Non era retorica la sua insistenza per una Chiesa in uscita, perché la praticava nelle relazioni, nella ricerca di raggiungere i cosiddetti lontani, che diceva, sono i più vicini a Dio. Ed è il mistero dell’incarnazione, così come la spiegava sant’Ireneo, commentando la parabola della pecorella smarrita, in cui trovava manifesto il mistero della redenzione. Il Figlio di Dio scende a cercare l’umanità perduta nel punto più basso in cui è caduta, nella voragine del peccato, e se la carica sulle spalle, così che possa ritrovare il cammino della salvezza sui suoi passi che lasciano impronte profonde per il peso di cui si è caricato. La Chiesa, secondo papa Francesco, sarebbe risultata fedele al Vangelo soltanto mettendo i suoi piedi in quelle impronte, non avendo paura di sporcarsi».

Qual è l’eredità che ha affidato alla Chiesa di Roma?
«Nell’indicare le linee pastorali, papa Francesco ha voluto affidare alla sua diocesi la missione di essere “esemplare”, una riproposizione di quanto la Lumen gentium al numero 1 indicava con le categorie di “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”. Roma deve essere esempio di unità e di unificazione, capace di stabilire relazioni di intima prossimità con Dio, come popolo in sé stesso, e come popolo tra i popoli, nel primato della carità. A partire dai poveri che ha indicato come sacramento di Cristo. Che si tratti di povertà materiale o di povertà esistenziale ».

Come ha voluto far capire sin da subito pubblicando pochi mesi dopo la sua elezione Evangelii gaudium…
«Nell’incredibile vertigine che si prova ancora riguardando Evangelii gaudium, il suo programma pastorale, che Leone XIV ha chiesto ai cardinali di rileggere attentamente in vista del prossimo Concistoro, si deve ancora provare salutare smarrimento quando ci viene chiesto di essere disponibili a farci complicare la vita. Nella sua prima esortazione apostolica il Papa scrive che “a volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore”. Ma Gesù, si legge ancora, “vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita ci si complica sempre meravigliosamente e viviamo l’intensa esperienza di essere popolo, l’esperienza di appartenere a un popolo”».

In questo tempo di guerre si scopre un’evidente continuità tra papa Francesco e papa Leone XIV. Avverte la domanda di pace come esigenza ecclesiale?
«Non so quanti ricordano ancora il discorso tenuto da papa Francesco a Firenze per il Convegno nazionale ecclesiale a novembre del 2015: io ritrovo lì il magistero di un umanesimo che trasfigura la storia, secondo il Vangelo delle beatitudini. Un umanesimo radicato nella fede in Gesù che disarma il cuore, che muore perdonando chi ha fatto di tutto per ucciderlo o non ha fatto niente per impedirlo. Un umanesimo umile che è profezia contro ogni prepotenza. Un umanesimo che contesta la “globalizzazione dell’indifferenza”. E se n’è accorta la gente, ascoltando Leone XIV, che c’è un passaggio di staffetta, non di solo di temi e parole, ma di convinzione profonda nella speranza che non ci si rassegni al male che incorpora la volontà di potenza. Ed appare ciò che è più disarmante, la libertà che non si incatena alla paura. Questi giorni ci stanno facendo capire quanto siano necessari i profeti».

21 aprile 2026

«In miglioramento» le condizioni di Papa Francesco

«Le condizioni cliniche del Santo Padre sono in lieve miglioramento»: è quanto afferma la nota diffusa in serata dalla Sala Stampa relativa allo stato di salute di Papa Francesco. La comunicazione riporta inoltre che il Pontefice non ha febbre: «è apiretico – si legge infatti – ed i parametri emodinamici continuano ad essere stabili».

Poi un breve resoconto della giornata, la settimana trascorsa al Policlinico Universitario Agostino Gemelli, dove è ricoverato dallo scorso 14 febbraio per una polmonite bilaterale. «Questa mattina ha ricevuto l’Eucarestia e successivamente si è dedicato alle attività lavorative».

20 febbraio 2025

«Il Signore doni salute al Papa perché possa continuare a regalarci profumo di Vangelo»

Foto Diocesi di Roma / Gennari

La Chiesa di Roma “sceglie” la via del Signore e si ferma in preghiera per Papa Francesco riunendosi attorno alla “sua” Cattedra. «Continuiamo a sostenerlo con affetto e con la preghiera mettendo la sua vita e la sua salute nelle mani del Signore». Lo ha detto il cardinale vicario Baldo Reina che questa sera, domenica 23 febbraio, nella basilica di San Giovanni in Laterano ha presieduto la Messa con una speciale intercessione per la salute di Bergoglio, ricoverato dal 14 febbraio al policlinico Agostino Gemelli inizialmente per una infezione polimicromica insorta su una bronchite. I successivi accertamenti clinici e la tac del 18 febbraio hanno riscontrato l’insorgenza di una polmonite bilaterale tanto da spingere i medici a parlare di “quadro complesso”, fino al bollettino di ieri sera che parlava di «prognosi riservata».

Il cardinale vicario ha chiesto che in tutte le chiese di Roma i parroci e i sacerdoti celebrino e preghino affinché il Signore «ristabilisca al più presto il pontefice perché possa tornare tra noi e continuare a regalarci il profumo di Vangelo che ci ha donato in tanti anni». Le letture di questa VII domenica del tempo ordinario sono tutte incentrate sul perdono e la misericordia, temi cari a Bergoglio che nel 2016 volle per la Chiesa universale un Giubileo straordinario della Misericordia. Ciò che è stato proclamato nelle letture «Papa Francesco lo annuncia da tempo – le parole di Reina -. In tanti anni di ministero ci ha insegnato con le parole, con i gesti, con il suo magistero che è possibile scrivere pagine di Vangelo. Da tanto tempo chiede instancabilmente ai popoli che sono in guerra di tendersi la mano, piuttosto che alzare l’uno il braccio nei confronti dell’altro. Chiede l’abbraccio fraterno tra tutti coloro che abitano la casa comune al di là delle diverse confessioni, religioni, culture. Nel suo essere profeta ci ha insegnato come è possibile realizzare nella nostra vita una pagina difficile come quella del perdono e della misericordia».

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«Il segreto è il dialogo»: quando David Sassoli intervenne a San Giovanni in Laterano

L’11 novembre del 2019, appena eletto presidente del Parlamento europeo, David Sassoli inaugurò il ciclo di incontri “Insieme per la nostra casa comune” dedicati all’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, voluti dal cardinale vicario Angelo De Donatis, che si tennero nella basilica di San Giovanni in Laterano. Profondamente addolorati per la sua prematura scomparsa, vicini al dolore dei familiari e collaboratori, ricordando la sua passione e testimonianza nell’impegno politico per il Bene Comune, vogliamo ricordarlo con il suo intervento di allora e con le sue parole sempre attuali.

«L’enciclica del Papa ci indirizza in un cammino in cui il coraggio e la capacità di dialogo devono manifestarsi e svilupparsi – disse Sassoli –. Un’enciclica che è conciliare. Cita tutti: i padri ortodossi, teologi protestanti, i vescovi della Chiesa cattolica. È un’enciclica che racconta i sentimenti di uomini che hanno perso la bussola e cercano di ritrovarla». In quell’occasione parlò a braccio per quasi un’ora, al leggio ricavato da un tronco offerto dalle Suore di Santa Maria dell’Acero. «Questa enciclica riconcilia tutto sulla capacità di difendere il pianeta per difendere le sue creature. Questione sociale, economica e ambientale sono le stesse facce di una questione che abbiamo di fronte a noi». E allora l’Europa che cosa può fare?, si chiese il presidente del Parlamento europeo. L’Europa, la risposta, «non può servire solo gli standard di vita degli europei. Dobbiamo custodire qualcosa che valga non solo per noi, ma per tutti gli altri». «Se non riusciamo a fermare il meccanismo della globalizzazione, cerchiamo di regolarlo. Come fare? Il Papa ci dà il segreto: il dialogo. Con le altre religioni, con gli uomini, tra i popoli».

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L’incontro è stato trasmesso in diretta da Telepace.

13 gennaio 2022

«Il pellegrinaggio è ritrovare chi siamo»: i fedeli romani a Santiago de Compostela

Primo giorno di pellegrinaggio ieri, giovedì 26 agosto, tra Lisbona, Braga e Santiago de Compostela per un gruppo della diocesi di Roma, che aderisce all’iniziativa diocesana, organizzata dall’Opera Romana Pellegrinaggi, che avrà poi il suo momento centrale, dal 28 al 31 agosto, a Fatima, con il cardinale vicario Angelo De Donatis. Saranno in tutto circa 200 i partecipanti.

Nell’anno del Giubileo compostelano, i pellegrini hanno celebrato la Messa nel santuario del Buon Gesù, a Braga. A presiederla, il vescovo ausiliare monsignor Dario Gervasi. Nell’attesa di percorrere l’ultimo tratto del cammino di Santiago, nella giornata di oggi, il presule nell’omelia si è soffermato sul senso del pellegrinaggio.

«Il pellegrino è un uomo che cammina ma è diverso dal turista, che va, vede e conosce – ha detto -. Il pellegrino è spinto dall’arrivare a una meta ben precisa. Questo determina uno stile di vita». Nell’omelia monsignor Gervasi ha riflettuto sul pensiero diffuso oggi secondo cui «il cammino stesso in fondo è una meta».

«Ma – ha avvertito – è una mezza verità. Camminare senza una meta non ha senso. Siccome pochi riescono a dire che la vita ha uno scopo, allora ci si è persi nella bellezza del cammino. Il pellegrinaggio che abbiamo iniziato ci vuole aiutare a ritrovare la bellezza della vita considerata come cammino verso una meta, cioè tornare al Padre, riconoscersi figli di Dio e ritrovare la nostra vera identità di pellegrini che vivono su questa terra insieme agli altri, andando verso una meta ben precisa».

Infine, il vescovo ausiliare ha indicato le due dimensioni del pellegrinaggio cristiano: andare verso Dio con tutto il cuore e camminare verso i fratelli. «Non è una fuga, ma è ritrovare chi siamo».

27 agosto 2021

«Il Papa ha riposato bene nella notte»

Foto Diocesi di Roma / Gennari

«Il Papa ha riposato bene nella notte, si è svegliato poco dopo le 8»: è quanto recita l’aggiornamento sulle condizioni del Santo Padre di questa mattina, diffuso dalla Sala Stampa della Santa Sede.

Ieri sera, invece, la nota informava che durante la giornata (martedì 4 marzo), le condizioni di Papa Francesco si erano mantenute «stabili»: «Non ha presentato episodi di insufficienza respiratoria né broncospasmo. È rimasto apiretico, sempre vigile, collaborante alle terapie e orientato». Ancora, informava il bollettino di ieri sera: «Questa mattina è passato dalla ossigenoterapia ad alti flussi ed ha eseguito fisioterapia respiratoria. Questa notte, come programmato, verrà ripresa la ventilazione meccanica non invasiva fino a domani mattina. La prognosi rimane riservata. Durante la giornata ha alternato preghiera e riposo e questa mattina ha ricevuto l’Eucarestia».

5 marzo 2025

«Il nostro Dio è un padre che si coinvolge»: l’omelia del cardinale Reina da Lourdes

Carissimi fratelli e sorelle

Con questa celebrazione di fatto concludiamo il nostro pellegrinaggio diocesano e ci proiettiamo verso il rientro a casa, alle nostre attività quotidiane e alle nostre responsabilità. In diversi modi abbiamo sperimentato la potenza della grazia di Dio, sono quindi certo non torneremo come siamo partiti. Ci hanno aiutato i luoghi, i tempi di preghiera, le persone con cui abbiamo condiviso questa esperienza e coloro che qui abbiamo incontrato, in particolare gli ammalati. Ci rivolgiamo a Maria come Madre della Consolazione e lo facciamo non solo con l’invocazione personale ma anche attraverso l’ascolto delle letture che ci sono state offerte in questa celebrazione e sulle quali vorrei brevemente soffermarmi.

Il tema della consolazione, infatti, è presente in entrambe le pagine ascoltate. Nella prima, che è una vera e propria benedizione, Paolo invoca il Dio di ogni consolazione, il quale ci conforta in ogni nostra tribolazione perché anche noi possiamo diventare consolatori per gli altri. Nel Vangelo, Gesù promette l’invio del Consolatore, anzi, di un altro Consolatore che accompagnerà la vita dei credenti fino al suo ritorno glorioso e definitivo. In entrambe le letture c’è una dinamicità interessante. Dio ci consola in ogni nostra tribolazione perché anche noi possiamo consolare. Potremmo dire che la consolazione parte da Dio, arriva a noi e, attraverso di noi, giunge a tutti. Nel Vangelo, invece, il dinamismo è quello dell’Amore: chi ama osserva la Parola del Maestro, il quale pregherà il Padre e questi manderà un altro Consolatore. Mentre nella prima lettura il movimento è discendente quindi dall’alto verso il basso, nel Vangelo è invece dal basso, a partire quindi dall’osservanza fedele dei comandamenti, verso l’alto, con movimento ascendente, fino al dono dello Spirito che è sempre con noi e che ci guida alla verità tutta intera.

Parlare di consolazione significa confrontarsi inevitabilmente con il tema della prova e delle tribolazioni. Si sente il bisogno di essere consolati, confortati, incoraggiati quando si attraversa un momento difficile, pesante, a tratti insuperabile. È quello che capita spesso nella vita. La prova ha mille volti: può assumere la forma di una malattia, una paralisi interiore, un momento di deserto spirituale, un conflitto relazionale, un problema in famiglia o nel lavoro… il ventaglio è davvero molto ampio e abbraccia tutta la nostra vita. Anche il cammino di fede può attraversare momenti difficili. Può vacillare il nostro rapporto con Dio perché iniziamo a chiederci: “Ma dov’è Dio?”, “perché non interviene?”, “perché non mi libera da questa sofferenza?”. Non esistono vite senza prova, né momenti dell’esistenza in cui tutto sarà sempre semplice, perché la fragilità fa parte della nostra condizione umana. Ecco perché è importante riflettere e lasciarsi guidare dalla sapienza biblica. San Paolo, quando nella prima lettura invoca il Signore come il Dio di ogni consolazione, riconosce che questa appartiene a Dio; anzi, aggiunge Gesù che Dio è il Consolatore. È Colui che ci ha consolati con l’invio del Figlio ed è Colui che si prende cura di noi con il dono dello Spirito. Provo a tradurlo diversamente. Quando siamo immersi nella prova, non dobbiamo pensare che siamo stati lasciati soli; che dobbiamo cavarcela con le nostre forze perché Dio – quasi fosse un Essere disinteressato al nostro vivere – guarda a distanza la nostra vicenda e rimane inerme. No. Dio è sempre dalla nostra parte. Il nostro è un Padre che si coinvolge pienamente nel nostro vissuto. Gioisce con noi e con noi piange. La sua consolazione è il fatto che Egli è il Dio con noi. Potrebbe capitarci di rimanere anni in un letto di dolore o in un deserto insopportabile, ma non dobbiamo mai perdere di vista che Lui è sempre con noi.

Proviamo a dirlo in modo semplice: quando siamo immersi nella prova, non dobbiamo mai pensare di essere stati abbandonati. Non dobbiamo credere che tutto dipenda dalle nostre forze o che Dio stia a guardare, distante e silenzioso. No, fratelli e sorelle: il nostro Dio è un Padre che si coinvolge. È il Dio che entra nella nostra storia, che cammina con noi, che condivide la nostra gioia e versa lacrime con noi.

Ma attenzione: la consolazione non sempre coincide con il miglioramento delle circostanze. A volte, infatti, le situazioni rimangono difficili, eppure, ci si può sentire consolati perché la vera consolazione è la certezza che Qualcuno sempre volge il Suo sguardo su noi in tutto ciò che noi viviamo anche quando sembra tutto difficile. Come cristiani non siamo più fortunati di altri perché non ci capitano o non ci capiteranno sventure; ma siamo in una condizione di grazia perché sappiamo che qualsiasi cosa ci capiterà – qualsiasi – Dio rimane incollato alla nostra vita e noi alla sua. Quando avremo assunto questa preziosa consapevolezza, allora potremo sperimentare di essere a nostra volta occasione di consolazione per gli altri. Che bella questa missione! Spesso siamo inclini a chiedere la consolazione di Dio, forse riflettiamo poco sul fatto che possiamo essere strumenti di consolazione per gli altri. A volte basterebbe poco: uno sguardo, una parola, un gesto di bontà… e chi riceve può rialzarsi per riprendere il cammino. Se abbiamo sperimentato che è bello essere consolati da Dio, non esitiamo a diventare consolatori per gli altri. Nell’antichità, il consolatore era l’avvocato difensore, chiamato a stare accanto all’imputato per sostenerlo e intercedere per lui. Era una figura di prossimità, di alleanza e di sostegno nella prova. E allora non è forse anche questo il compito del cristiano? Come sappiamo esserlo per un nostro familiare o per una persona che ci sta a cuore, impariamo a farlo anche per ogni fratello e sorella che ci è affidato. Ecco perché Gesù introduce in questo contesto il tema dell’amore. “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti e il Padre vi darà un altro Consolatore”. Soltanto nella logica dell’amore si capisce il dinamismo della consolazione. Dio ci ama e ci consola, cioè si schiera; sta dalla nostra parte, ci difende, ci protegge e non si stanca mai di noi. Se anche noi amiamo e ci lasciamo guidare dall’Amore sapremo consolare perché già l’amore è consolazione. Anzi, la consolazione è l’altro nome dell’Amore.

Questo dinamismo lo cogliamo molto bene nella vita della Vergine Maria. Subito dopo aver ricevuto l’annuncio dell’Angelo, ovvero dopo che si è scoperta piena di grazia, amata follemente da Dio, subito si reca dalla cugina Elisabetta; subito si mette in cammino e diventa consolazione, speranza, servizio. E così sarà sempre, fino alla fine; fino alla morte in Croce del Figlio e fino al momento in cui i discepoli – dopo i fatti del Venerdì Santo – si disperdono in mezzo a paure e delusioni. E proprio lì, nel cuore dello smarrimento, Maria rimane. Quando il Vangelo annota che il discepolo amato da quel momento (dal momento della morte in Croce) la prende nella sua casa, indica chiaramente la missione di Maria. Da quel momento Maria è Madre di tutta la Chiesa, madre di tutti i credenti; abita nelle nostre cose, cammina con noi e con noi lotta e spera. Le apparizioni mariane nella storia del cristianesimo, anche quella che ricordiamo qui a Lourdes con tanta devozione, ci ricordano questa presenza di Maria, misteriosa ma efficace. Maria c’è. E ci accompagna.

Davanti a Lei, fratelli e sorelle, come forse tante volte abbiamo fatto in questi giorni, non esitiamo a presentare le nostre sofferenze. Come tutte le mamme ci capisce e non ci giudica; ci vuole aiutare e desidera proteggerci.

A Lei, Madre della Consolazione, presentiamo la nostra Chiesa di Roma all’inizio di questo nuovo anno pastorale; preghiamo per il Santo Padre, per i pastori, per i sacerdoti e per tutti coloro che operano all’interno delle nostre comunità parrocchiali. Chiediamo che l’anno che inizia sia per tutti un tempo in cui sperimentare la consolazione di Dio attraverso la potente intercessione di Maria e di essere tutti a nostra volta strumento di consolazione per chi si trova nella sofferenza, nella povertà, nel disagio, nella solitudine e nella prova.

Amen.

1 settembre 2025

«Grazie Santità»: la lettera del cardinale vicario Angelo De Donatis a Papa Francesco

«Santo Padre, a nome del Consiglio Episcopale e di tutti i presbiteri della Chiesa di Roma, intendo esprimerLe un sincero ringraziamento per la Lettera indirizzata ai sacerdoti della nostra Diocesi, perché “tutte queste cose” che Lei “ha pensato e sentito durante questo tempo di pandemia”, le ha volute “condividere fraternamente” con noi». Ieri, sabato 30 maggio, Papa Francesco ha scritto una lettera al clero della diocesi di Roma. Una missiva affettuosa, ricca di incoraggiamenti e di riflessioni, alla quale oggi, domenica 31 maggio, solennità di Pentecoste, il cardinale vicario Angelo De Donatis risponde con altrettanto affetto perché, sottolinea, «le vogliamo bene».

La lettera del Santo Padre «è un dono prezioso che giunge al compimento del cammino pasquale, ai Primi Vespri della Solennità della Pentecoste, in cui riviviamo l’effusione dello Spirito sulla Chiesa nascente», scrive il cardinale De Donatis. «Le siamo riconoscenti per la testimonianza di paternità e di vicinanza nei confronti di noi sacerdoti e del popolo santo fedele di Dio – prosegue –, che ha dimostrato anche in questo difficile tempo di pandemia. Abbiamo trovato grande conforto e sostegno nel poter pregare con Lei e nell’ascoltarLa spezzare il pane della Parola nella messa quotidiana e nelle catechesi settimanali. Nel silenzio assordante delle nostre strade e delle nostre piazze, le Sue parole e i Suoi gesti di portata profetica, hanno risuonato nel mondo intero trasmettendo speranza e fiducia anche a tanti non credenti».

Rievocando la meditazione dello scorso 27 marzo, pronunciata da Papa Francesco sul sagrato della basilica di San Pietro illuminato dalle fiaccole, il vicario riprende il racconto biblico della barca in balia della tempesta. «Al timone di questa imbarcazione, agitata dalle onde – si legge infatti –, oltre alla presenza del Maestro, abbiamo riconosciuto la guida paterna e rassicurante del Successore di Pietro che ci ha confermato nella fede in un momento di disorientamento. Grazie per aver raccolto le confidenze, gli sfoghi e le richieste dei nostri presbiteri e per averle presentate al Signore nella Sua preghiera di supplica e di ringraziamento».

«Confidiamo nella Sua guida saggia e ispirata dallo Spirito», sono ancora le parole del cardinale DE DONATIS, «Seguendo la Sua esortazione – conclude –, ci lasceremo “sorprendere anche dal nostro popolo fedele e semplice, tante volte provato e lacerato, ma anche visitato dalla misericordia del Signore. Che questo popolo ci insegni a plasmare e temperare il nostro cuore di pastori con la mitezza e la compassione, con l’umiltà e la magnanimità della resistenza attiva, solidale, paziente e coraggiosa, che non resta indifferente, ma smentisce e smaschera ogni scetticismo e fatalismo”. Grazie Santità, perché ci invita a guardare al futuro con quella fiducia che nasce dallo sguardo di fede».

Leggi il testo integrale della lettera del cardinale

31 maggio 2020

«Grazie per tutto quello che avete fatto!»: la lettera del cardinale vicario sul Giubileo dei giovani e l’invito all’assemblea diocesana con Papa Leone

Foto Gennari

Di seguito il testo integrale della lettera del cardinale vicario

Carissimi,
all’indomani del Giubileo dei Giovani, insieme al Consiglio Episcopale, sento il bisogno di esprimere a ciascuno di voi un sentito “grazie” per tutto quello che avete fatto in questi mesi di preparazione e, in particolare, nell’ultima settimana culminata nella Veglia di sabato е nella commovente Celebrazione Eucaristica di ieri mattina presiedute dal nostro Vescovo.

Quando abbiamo iniziato a ragionare su questo grande evento, il Dicastero per la Nuova Evangelizzazione guidato da S.E. Mons. Fisichella, ci ha affidato la cura dell’accoglienza dei giovani pellegrini; con prontezza e disponibilità ci siamo messi all’opera, organizzando con dedizione ogni aspetto in modo da arrivare preparati e offrire un servizio degno della bellezza di quanto abbiamo vissuto.

Desidero rivolgere un particolare ringraziamento all’Ufficio per la Pastorale Giovanile a partire dal suo direttore, don Alfredo Tedesco, per l’impegno profuso e per il cammino di accompagnamento che ha saputo offrire in questo ultimo anno. Si è rivelata provvidenziale l’intuizione di istituire una rete di referenti di Pastorale Giovanile per ciascuna Prefettura. I 36 sacerdoti incaricati hanno svolto un servizio prezioso, spesso forse nascosto agli occhi dei più, ma molto utile per sollecitare le singole comunità, per mappare i luoghi destinati all’accoglienza, per sostenere gli animatori e per segnalare le difficoltà per tempo, al fine di trovare soluzioni adeguate e tempestive. La scelta dei referenti di prefettura è la dimostrazione che, quando usciamo fuori dai nostri confini e facciamo rete con chi ci sta accanto e con la realtà della Diocesi, le cose funzionano davvero e hanno il sapore di un’autentica fraternità ecclesiale.

In questo sentimento di gratitudine vi chiedo di includere i tantissimi volontari che ci hanno supportato sia a livello diocesano che nelle singole comunità parrocchiali. E’ stato bello vedere la generosità di tanti fratelli e sorelle che, secondo le loro possibilità, hanno fatto ciò che hanno potuto per rendere più bella e più familiare l’accoglienza.

Credo che siamo riusciti a mostrare il volto di una Chiesa che vuole essere fedele alla sua intima vocazione di “madre di tutte le Chiese” nella carità e nella comunione. E quando vediamo i frutti di tale impegno ci sentiamo incoraggiati e scopriamo il lato bello della nostra Diocesi, colma di vitalità e freschezza.

In queste ultime settimane di certo non sono mancati gli imprevisti o le difficoltà. La macchina organizzativa è stata molto complessa e abbiamo messo in conto che qualcosa avrebbe potuto non funzionare alla perfezione. Se da parte nostra, come Diocesi, non siamo stati pronti nell’affrontare qualche problematica vi chiedo scusa; mi sento di dire che ce l’abbiamo messa tutta cercando di rispondere con dedizione ad ogni richiesta di supporto.

Celebrato il Giubileo dei Giovani è tempo di un po’ di riposo nel corpo e nello spirito prima di riprendere le attività del prossimo anno pastorale.

Come accennato durante la celebrazione del 24 giugno scorso, considerato il particolare anno che abbiamo vissuto, segnato in particolare dalla morte di Papa Francesco e dall’inizio del ministero di Papa Leone XIV, abbiamo pensato di posticipare a settembre la consegna delle linee pastorali.

Il nostro Vescovo ha accettato con gioia di accompagnare Lui stesso l’avvio dell’anno pastorale e verrà nella nostra Basilica Cattedrale il 19 settembre p.v., nel pomeriggio, per tracciare il cammino della nostra Chiesa all’interno di una grande Assemblea Diocesana. Alla ripresa delle attività riceverete una lettera con tutti i dettagli di quel momento; intanto desidero condividere questa gioia perché possiamo sin da adesso alimentarla con la preghiera.

A voi e ai vostri collaboratori auguro di trascorre un’estate serena e ristoratrice.

Ancora una volta grazie di cuore. In questo giorno speciale ci affidiamo all’intercessione del Santo Curato D’Ars perché ci custodisca nell’umiltà e nel desiderio di crescere nella santità.

A ciascuno di voi chiedo preghiere per il mio servizio e vi abbraccio tutti con profondo affetto.
Buona estate!

Baldassare Card. Reina
Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma

4 agosto 2025

«Grazie a tutti!». Il Papa benedice i fedeli dal Gemelli in occasione dell’Angelus

foto diocesi di Roma / Gennari

Alle 12 di questa mattina, 23 marzo, Papa Francesco si è affacciato da un balconcino al secondo piano del Policlinico Gemelli – dove era ricoverato dal 14 febbraio – per un saluto e una benedizione ai fedeli prima di tornare a Santa Marta, dopo una degenza di 38 giorni: «Grazie a tutti. Vedo questa signora coi fiori gialli. È brava». Poche parole quelle pronunciate dal Pontefice, che ha salutato alzando il pollice, dopo aver consegnato alla Sala Stampa della Santa Sede il suo testo dell’Angelus per la terza domenica di Quaresima.

Francesco concentra il suo pensiero sulla «pazienza di Dio» che ha avuto modo di sperimentare durante «questo lungo tempo di ricovero»; una pazienza «riflessa nella premura instancabile dei medici e degli operatori sanitari, così come nelle attenzioni e nelle speranze dei familiari degli ammalati. Questa pazienza fiduciosa, ancorata all’amore di Dio che non viene meno, è davvero necessaria alla nostra vita, soprattutto per affrontare le situazioni più difficili e dolorose».

Il Pontefice ancora una volta si riferisce alla ripresa di pesanti bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza, con tanti morti e feriti: «Chiedo che tacciano subito le armi; e si abbia il coraggio di riprendere il dialogo, perché siano liberati tutti gli ostaggi e si arrivi a un cessate il fuoco definitivo. Nella Striscia – dichiara nel testo Papa Francesco – la situazione umanitaria è di nuovo gravissima ed esige l’impegno urgente delle parti belligeranti e della comunità internazionale».

Un pensiero di speranza va invece alla situazione del Caucaso Meridionale: «Sono lieto che l’Armenia e l’Azerbaigian abbiano concordato il testo definitivo dell’Accordo di pace. Auspico che esso sia firmato quanto prima e possa così contribuire a stabilire una pace duratura nel Caucaso meridionale».

Infine Francesco ringrazia tutti coloro che stanno ancora pregando per lui: «Anch’io prego per voi. E insieme imploriamo che si ponga fine alle guerre e si faccia pace, specialmente nella martoriata Ucraina, in Palestina, Israele, Libano, Myanmar, Sudan, Repubblica Democratica del Congo».

Lasciato il Policlinico Gemelli, Papa Francesco ha voluto raccogliersi in preghiera nella Basilica di Santa Maria Maggiore davanti all’icona della Salus Populi Romani; un cambio di percorso prima del suo rientro in Vaticano.

23 marzo 2025

«Gesù asciuga le nostre lacrime»: a Lisbona la Via Crucis con Papa Francesco

Foto DiocesiDiRoma/Gennari

Da Lisbona Roberta Pumpo

Hanno cantato, hanno scambiato gadget con i pellegrini di altri Paesi, hanno pregato. All’arrivo di Papa Francesco sono esplosi in grida di giubilo. Per ore il popolo della Gmg ha atteso Bergoglio, nel pomeriggio di venerdì 4 agosto nel parco Edoardo VII dove si è svolta la Via Crucis. Il caldo del pomeriggio non li ha scoraggiati. In 800mila hanno invaso le vie a nord del centro storico di Lisbona intonando canti a Maria, coinvolgendo i gruppi che incontravano sul loro cammino. La loro attesa è stata premiata dal Papa che nel lungo percorso sulla papamobile li ha salutati e benedetti.

La “Colina do Encontro”, “Collina dell’Incontro”, come è stato ribattezzato il parco in occasione della Gmg, era una distesa di bandiere sventolate da pellegrini provenienti dal lontano Vietnam e dalla più vicina Francia, dall’Honduras e dalla Germania. Tutti uniti da una sola fede, quella in Cristo Gesù, che «aspetta con il suo amore e la sua tenerezza per consolare e asciugare le lacrime» di ognuno, ha affermato il vescovo di Roma. «Tu qualche volta piangi?» ha chiesto il Papa ai pellegrini, aggiungendo che i «cuori chiusi sono brutti», così come lo sono «i momenti di solitudine». Ma non bisogna scoraggiarsi, ha aggiunto, perché «Gesù vuole riempire la paure di ognuno con il suo amore e la sua consolazione». Anche amare può far soffrire, può comportare dei rischi «ma bisogna correrli – ha avvertito il Santo Padre –, vale la pena farlo». Ancora: «Gesù con la sua tenerezza asciuga le nostre lacrime nascoste. Vuole colmare con la sua vicinanza la nostra solitudine, vuole colmare le mie paure, le tue paure oscure, con la sua consolazione vuole spingerci ad abbracciarci. Amare è rischioso, e lui sa meglio di noi che amare è rischioso. Amare è un rischio, e vale la pena correrlo, e lui ci accompagna sempre, è sempre vicino a noi in ogni tappa della vita Oggi faremo il cammino con lui, della nostra sofferenza, delle nostre ansie, delle nostre solitudini. Ognuno di noi pensi alle proprie sofferenze, alle proprie ansie, alle proprie miserie che fanno paura. Ci pensi e pensi alla voglia che l’anima torni a sorridere. E Gesù cammina verso la croce, perché la nostra anima possa sorridere».

Le 13 stazioni della Via Crucis erano tutte incentrate sulle ansie dei giovani di oggi, da quella per il futuro incerto anche a causa delle guerre e degli attentati, delle violenze nelle relazioni e degli abusi sui minori. Trattato il tema della solitudine con la testimonianza di Esther, spagnola di 34 anni, da 10 su una sedia a rotelle a causa di un incidente stradale. Poi una gravidanza interrotta, il vuoto dentro fino all’incontro con il Signore. «Mi sono confessata, dopo molti anni, provando un profondo pentimento per tutta la sofferenza che ho provocato a questo Padre che tanto mi ha amato – ha detto –. Egli mi ha insegnato a vivere in altra maniera e a ritornare in Chiesa, dove sapevo che sempre mi aspettava».

Nella settima stazione la testimonianza di João, 23 anni, portoghese che ha raccontato come l’isolamento causato dalla pandemia lo ha costretto a guardarsi dentro e a tornare ai tempi in cui è stato vittima di bullismo. «Spesso ho rimandato la riflessione sui segni lasciati dalla pandemia – ha spiegato –. E in quell’atto di rinvio, che è di inerzia, ho capito che la pandemia mi aveva cambiato e reso tante volte più arido. La fede mi aiuta sempre quando cado. La fede in una Chiesa pellegrina, dove nessuno resta fuori e, ispirata alla testimonianza della Madonna, si alza e sceglie come percorso le case e i cuori di coloro che si sentono ai margini. Insieme, come umani, è possibile vincere ogni isolamento, ogni individualismo».

Infine la parola è passata a Caleb, americano di 29 anni, che dopo il divorzio dei genitori e sprofondato nella depressione. «Ho lottato con l’autolesionismo – ha raccontato –, sono diventato tossicodipendente e ho desiderato porre fine alla mia vita. Ho lasciato che il dolore mi portasse ad abbracciare i miei desideri egoistici». Fino all’incontro con Cristo che ha sanato la sia anima. «Dopo aver provato tutto ciò che questo mondo ha da offrire – ha concluso –, Lui è l’unico che mi ha veramente saziato».

Questa sera, sabato 5 agosto, nuovo appuntamento di Papa Francesco con i giovani al Parco Tejo “Campo da Graça”, dove si terrà anche la Messa conclusiva di domenica.

5 agosto 2023

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