20 Giugno 2026

«Benedetto, che la tua gioia sia perfetta!»: il funerale di Benedetto XVI

Foto di Cristian Gennari

La bara di cipresso, sopra il Vangelo aperto. La nebbia che avvolge piazza San Pietro. I fedeli, migliaia, composti, in silenzio. Qualcuno regge in mano uno striscione, qualcuno si asciuga gli occhi umidi. Sono le immagini del funerale del Papa emerito Benedetto XVI, celerato questa mattina da Papa Francesco. Con lui il cardinale Giovanni Battista Re, decano del collegio cardinalizio, 130 cardinali, 400 vescovi e quasi 3.700 sacerdoti. In prima filma il segretario personale di Ratzinger, monsignor Georg Gänswein, che ha posto il Vangelo sulla bara prima dell’inizio del rito.

«Anche noi – ha detto il Santo Padre nell’omelia – saldamente legati alle ultime parole del Signore e alla testimonianza che marcò la sua vita, vogliamo, come comunità ecclesiale, seguire le sue orme e affidare il nostro fratello alle mani del Padre: che queste mani di misericordia trovino la sua lampada accesa con l’olio del Vangelo, che egli ha sparso e testimoniato durante la sua vita». Un’omelia tutta incentrata sulle ultime parole pronunciate da Gesù sulla croce, ascoltate nel Vangelo letto poco prima: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Quindi la citazione di San Gregorio Magno: «In mezzo alle tempeste della mia vita, mi conforta la fiducia che tu mi terrai a galla sulla tavola delle tue preghiere, e che, se il peso delle mie colpe mi abbatte e mi umilia, tu mi presterai l’aiuto dei tuoi meriti per sollevarmi».

«Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito – ha proseguito Papa Francesco citando le ultime parole di Gesù – è l’invito e il programma di vita che sussurra e vuole modellare come un vasaio il cuore del pastore, fino a che palpitino in esso i medesimi sentimenti di Cristo Gesù. Dedizione grata di servizio al Signore e al suo Popolo che nasce dall’aver accolto un dono totalmente gratuito: “Tu mi appartieni… tu appartieni a loro”, balbetta il Signore; “tu stai sotto la protezione delle mie mani, sotto la protezione del mio cuore. Rimani nel cavo delle mie mani e dammi le tue”. È la condiscendenza di Dio e la sua vicinanza capace di porsi nelle mani fragili dei suoi discepoli per nutrire il suo popolo e dire con Lui: prendete e mangiate, prendete e bevete, questo è il mio corpo che si offre per voi. Dedizione orante, che si plasma e si affina silenziosamente tra i crocevia e le contraddizioni che il pastore deve affrontare e l’invito fiducioso a pascere il gregge».

«È la condiscendenza di Dio – sono ancora parole del Santo Padre – e la sua vicinanza capace di porsi nelle mani fragili dei suoi discepoli per nutrire il suo popolo e dire con Lui: prendete e mangiate, prendete e bevete, questo è il mio corpo che si offre per voi. Dedizione orante, che si plasma e si affina silenziosamente tra i crocevia e le contraddizioni che il pastore deve affrontare e l’invito fiducioso a pascere il gregge. Come il Maestro, porta sulle spalle la stanchezza dell’intercessione e il logoramento dell’unzione per il suo popolo, specialmente là dove la bontà deve lottare e i fratelli vedono minacciata la loro dignità. In questo incontro di intercessione il Signore va generando la mitezza capace di capire, accogliere, sperare e scommettere al di là delle incomprensioni che ciò può suscitare. Fecondità invisibile e inafferrabile, che nasce dal sapere in quali mani si è posta la fiducia. Fiducia orante e adoratrice, capace di interpretare le azioni del pastore e adattare il suo cuore e le sue decisioni ai tempi di Dio».

Poi ha concluso: «Benedetto, fedele amico dello Sposo, che la tua gioia sia perfetta nell’udire definitivamente e per sempre la sua voce!». Il feretro del Papa emerito è stato poi portato nelle Grotte Vaticane per la tumulazione. Dalla piazza, dove c’erano oltre cinquantamila fedeli, un forte applauso e il grido: «Santo subito!».

5 gennaio 2023

«Avete visto arrivare il lupo e non siete fuggiti né avete abbandonato il gregge»: Papa Francesco scrive ai sacerdoti della diocesi di Roma

Foto Cristian Gennari

«Pensavo di incontrarvi e celebrare insieme la Messa crismale. Non essendo possibile una celebrazione di carattere diocesano, vi scrivo questa lettera». Esordisce con semplicità, con tono colloquiale, il vescovo di Roma rivolgendosi ai suoi sacerdoti, il clero della diocesi di Roma. Oggi, sabato 30 maggio, Papa Francesco scrive infatti ai presbiteri romani «perché voglio essere più vicino a voi – dichiara – per accompagnare, condividere e confermare il vostro cammino».

«Vi scrivo guardando alla prima comunità apostolica – sono ancora le parole del Santo Padre, che fa un paragone con questo tempo di pandemia –, che pure visse momenti di confinamento, isolamento, paura e incertezza. Trascorsero cinquanta giorni tra l’immobilità, la chiusura, e l’annuncio incipiente che avrebbe cambiato per sempre la loro vita». Un po’ come è successo a tutti noi nei mesi scorsi. «Abbiamo patito la perdita repentina di familiari, vicini, amici, parrocchiani, confessori, punti di riferimento della nostra fede. Abbiamo visto i volti sconsolati di coloro che non hanno potuto stare vicino e dire addio ai propri cari nelle loro ultime ore. Abbiamo visto la sofferenza e l’impotenza degli operatori sanitari che, sfiniti, si esaurivano in interminabili giornate di lavoro preoccupati di soddisfare così tante richieste. (…) Abbiamo sperimentato la nostra stessa vulnerabilità e impotenza».

«La complessità di ciò che si doveva affrontare – si legge ancora – non tollerava ricette o risposte da manuale; richiedeva molto più di facili esortazioni o discorsi edificanti, incapaci di radicarsi e assumere consapevolmente tutto quello che la vita concreta esigeva da noi. Il dolore della nostra gente ci faceva male, le sue incertezze ci colpivano (…). Nessuno è estraneo a tutto ciò che accade». Più avanti, riflette il Pontefice, «la pandemia non conosce aggettivi, confini e nessuno può pensare di cavarsela da solo». Eppure, «in mezzo alle contraddizioni e all’incomprensibile che ogni giorno dobbiamo affrontare, sommersi e persino storditi da tante parole e connessioni, si nasconde la voce del Risorto che ci dice: “Pace a voi!”. È confortante prendere il Vangelo e contemplare Gesù in mezzo al suo popolo, mentre accoglie e abbraccia la vita e le persone così come si presentano».

Parole di incoraggiamento e di ringraziamento per i sacerdoti romani: «Come comunità presbiterale – scrive il Papa – non siamo stati estranei a questa realtà e non siamo stati a guardarla alla finestra; inzuppati dalla tempesta che infuriava, voi vi siete ingegnati per essere presenti e accompagnare le vostre comunità: avete visto arrivare il lupo e non siete fuggiti né avete abbandonato il gregge».

Il faro da cui farsi guidare è sempre il Signore. «La fede ci permette una realistica e creativa immaginazione – scrive Papa Francesco ai sacerdoti romani –, capace di abbandonare la logica della ripetizione, della sostituzione o della conservazione; ci invita ad instaurare un tempo sempre nuovo: il tempo del Signore. Se una presenza invisibile, silenziosa, espansiva e virale ci ha messo in crisi e ci ha sconvolto, lasciamo che quest’altra Presenza discreta, rispettosa e non invasiva ci chiami di nuovo e ci insegni a non avere paura di affrontare la realtà. Se una presenza impalpabile è stata in grado di scompaginare e ribaltare le priorità e le apparentemente inamovibili agende globali che tanto soffocano e devastano le nostre comunità e nostra sorella terra, non temiamo che sia la presenza del Risorto a tracciare il nostro percorso, ad aprire orizzonti e a darci il coraggio di vivere questo momento storico e singolare».

«La Risurrezione – è la conclusione – è l’annuncio che le cose possono cambiare. Lasciamo che sia la Pasqua, che non conosce frontiere, a condurci creativamente nei luoghi dove la speranza e la vita stanno combattendo, dove la sofferenza e il dolore diventano uno spazio propizio per la corruzione e la speculazione, dove l’aggressività e la violenza sembrano essere l’unica via d’uscita. Come sacerdoti, figli e membri di un popolo sacerdotale, ci spetta assumere la responsabilità per il futuro e proiettarlo come fratelli. Mettiamo nelle mani piagate del Signore, come offerta santa, la nostra fragilità, la fragilità del nostro popolo, quella dell’umanità intera».

Leggi il testo integrale della lettera di Papa Francesco

30 maggio 2020

«Attraversare la notte con la certezza di ritrovare la luce»

Attraversare la notte con la certezza di ritrovare la luce. È il messaggio che padre Gaetano Piccolo, decano della facoltà di Filosofia all’Università Gregoriana, ha lasciato in dono come spunto di riflessione agli insegnanti di religione cattolica della diocesi di Roma che sabato pomeriggio, 20 dicembre, si sono riuniti per il consueto ritiro di Natale nella cappella del Seminario Romano di piazza di San Giovanni in Laterano.

Meditando su “Della notte e di come attraversarla”, il religioso ha spiegato come «in sintonia con il tempo liturgico che stiamo vivendo» è importante considerare come «la notte non è solo un topos letterario ma un archetipo che ci rimanda alle nostre paure di bambini, da un lato, ma che ci richiama anche la dimensione della meraviglia». Questa ambivalenza è stata presentata da padre Piccolo a partire dall’analisi di alcuni testi letterari, da un brano de “La notte” di Wisel al noto estratto dei Promessi sposi relativo alla notte dell’Innominato, a dire che «non esiste solo la nostra notte ma c’è la notte anche per l’umanità», come una dimensione universale, dunque, che «sembra divorare tutto». Eppure nella notte di Natale, in una mangiatoia, «il mistero dell’Incarnazione» mostra che «Dio non esita a stare là dove tu sei, là dove ti sei perso». Ciò che conta, per padre Piccolo, è saper riconoscere questa situazione e «da un nome al nostro buio, alla notte che stai sperimentando», avendo a mente che «Dio ci indica delle vie per attraversarla»; in primo luogo il religioso ha guardato al brano della Genesi che al capitolo 28 racconta di «una delle notti di Giacobbe, quella del sogno», mediante il quale «Dio lo raggiunge esattamente dove si sente perso e nel sogno c’è un dialogo profondo tra Dio e l’uomo» laddove «la scala rappresenta proprio il simbolo e lo strumento della comunicazione».

Centrale, nel brano biblico, il monito “Io sono con te” che aiuta a riconoscere come «in questo viaggio che è la tua vita – sono ancora le parole di padre Gaetano -, Dio ti accompagna» e dunque «nei tempi della vita in cui ti senti perso, guarda meglio: non sei solo». Ancora, il rimando al Cantico dei cantici, e in particolare ai capitoli 3 e 5 in cui «si parla della notte e della notte anche nella vita spirituale per cui più vai avanti e più devi avanzare anche nella notte», a dire che «Dio vuole essere cercato, probabilmente per farci uscire dall’egoismo del nostro io». Dunque, ha concluso padre Piccolo, «la Parola di Dio non cancella la notte, anzi, ci invita a riconoscerla, a darle un nome e ci indica però delle vie per attraversarla e a cogliere qualche piccola luce che è già accesa», come per Nicodemo «che va da Gesù di notte e nelle notte del suo cuore e che si lascia mettere in discussione perché dal buio alla luce ci vuole e c’è una progressione». Quindi anche se «la luce fatica ad entrare nella notte di Nicodemo», e di ognuno, per «nascere di nuovo e ricominciare serve trovare un modo nuovo di amare», ha detto infine padre Piccolo, come è stato per Nicodemo che «nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 19, è tra coloro che vanno a chiedere il corpo di Gesù». La luce si trova, quindi, a patto di essere disposti a cambiare il cuore e il modo di amare.

Della ricerca della strada del bene ha parlato anche il vescovo Michele Di Tolve, responsabile dell’Ambito educativo, guardando al Vangelo della quarta domenica di Avvento e alla figura di Giuseppe perso «con la testa piena di pensieri di notte e, non vedendo una soluzione, la tentazione è quella di chiudere la porta del cuore». Ma proprio «quando il cuore è stanco e la testa è piena – sono ancora le parole del presule – Dio entra e dice “Non temere”» e questo «ci dice che anche noi dentro le nostre mediazioni della nostra vita, anche a scuola dove voi siete inviati a nome della Chiesa, se permettiamo a Cristo di giungere, con tutto quello che porta, noi accogliamo il mistero di Dio, come Giuseppe». Allora nel Natale, «Dio non ci dà una formula né un’idea ma ci dona Suo figlio, ci fa compagnia nella nostra vita e ci mostra un’altra strada per tenere il cuore aperto, rendendoci non arrendevoli ma pieni di speranza», ha sottolineato Di Tolve. Infine, incoraggiando i docenti di religione cattolica ad essere veri testimoni «sul fronte della scuola come Chiesa che ha il cuore aperto», il vescovo ha ricordato a tutti come «siete chiamati ad essere una porta aperta perché non evitate le domande più profonde», consapevoli che «la fede cattolica è una sorgente che ha fatto fiorire arte e cultura e se si dimenticano le radici della cultura nella fede cristiana, sempre più ci si allontana dalla dignità umana» mentre «chiediamo al Signore che nella vita di ognuno entri il Re della gloria e così entrerà anche quella speranza che non delude».

Al termine della celebrazione, la consegna da parte del vescovo Di Tolve del decreto di idoneità a più di 40 docenti: non un «privilegio», come ha spiegato il direttore dell’Ufficio scuola Rosario Chiarazzo, ma «una responsabilità ecclesiale» laddove i docenti di religione cattolica nella scuola «non sono solo trasmettitori di sapere ma testimoni di quella speranza che non delude mai», ha sottolineato il responsabile dell’Ufficio diocesano.

23 dicembre 2025

«Aspirate a cose grandi»: l’omelia di Papa Leone nella Messa a Tor Vergata

Foto Gennari

Di seguito il testo integrale dell’omelia pronunciata da Papa Leone XIV nella Messa celebrata questa mattina a Tor Vergata, a conclusione del Giubileo dei giovani

Carissimi giovani,

dopo la Veglia vissuta assieme ieri sera, ci ritroviamo oggi per celebrare l’Eucaristia, Sacramento del dono totale di Sé che il Signore ha fatto per noi. Possiamo immaginare di ripercorrere, in questa esperienza, il cammino compiuto la sera di Pasqua dai discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35): prima si allontanavano da Gerusalemme intimoriti e delusi; andavano via convinti che, dopo la morte di Gesù, non ci fosse più niente da aspettarsi, niente in cui sperare. E invece hanno incontrato proprio Lui, lo hanno accolto come compagno di viaggio, lo hanno ascoltato mentre spiegava loro le Scritture, e infine lo hanno riconosciuto allo spezzare del pane. I loro occhi allora si sono aperti e l’annuncio gioioso della Pasqua ha trovato posto nel loro cuore.

La liturgia odierna non ci parla direttamente di questo episodio, ma ci aiuta a riflettere su ciò che in esso si narra: l’incontro con Cristo Risorto che cambia la nostra esistenza, che illumina i nostri affetti, desideri, pensieri.

La prima Lettura, tratta dal Libro del Qoelet, ci invita a prendere contatto, come i due discepoli di cui abbiamo parlato, con l’esperienza del nostro limite, della finitezza delle cose che passano (cfr Qo 1,2;2,21-23); e il Salmo responsoriale, che le fa eco, ci propone l’immagine dell’«erba che germoglia; al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca» (Sal 90,5-6). Sono due richiami forti, forse un po’ scioccanti, che però non devono spaventarci, quasi fossero argomenti “tabù”, da evitare. La fragilità di cui ci parlano, infatti, è parte della meraviglia che siamo. Pensiamo al simbolo dell’erba: non è bellissimo un prato in fiore? Certo, è delicato, fatto di steli esili, vulnerabili, soggetti a seccarsi, piegarsi, spezzarsi, e però al tempo stesso subito rimpiazzati da altri che spuntano dopo di loro, e di cui generosamente i primi si fanno nutrimento e concime, con il loro consumarsi sul terreno. È così che vive il campo, rinnovandosi continuamente, e anche durante i mesi gelidi dell’inverno, quando tutto sembra tacere, la sua energia freme sotto terra e si prepara ad esplodere, a primavera, in mille colori.

Noi pure, cari amici, siamo fatti così: siamo fatti per questo. Non per una vita dove tutto è scontato e fermo, ma per un’esistenza che si rigenera costantemente nel dono, nell’amore. E così aspiriamo continuamente a un “di più” che nessuna realtà creata ci può dare; sentiamo una sete grande e bruciante a tal punto, che nessuna bevanda di questo mondo la può estinguere. Di fronte ad essa, non inganniamo il nostro cuore, cercando di spegnerla con surrogati inefficaci! Ascoltiamola, piuttosto! Facciamone uno sgabello su cui salire per affacciarci, come bambini, in punta di piedi, alla finestra dell’incontro con Dio. Ci troveremo di fronte a Lui, che ci aspetta, anzi che bussa gentilmente al vetro della nostra anima (cfr Ap 3,20). Ed è bello, anche a vent’anni, spalancargli il cuore, permettergli di entrare, per poi avventurarci con Lui verso gli spazi eterni dell’infinito.

Sant’Agostino, parlando della sua intensa ricerca di Dio, si chiedeva: «Qual è allora l’oggetto della nostra speranza […]? È la terra? No. Qualcosa che deriva dalla terra, come l’oro, l’argento, l’albero, la messe, l’acqua […]? Queste cose piacciono, sono belle queste cose, sono buone queste cose» (Sermo 313/F, 3). E concludeva: «Ricerca chi le ha fatte, egli è la tua speranza» (ibid.). Pensando, poi, al cammino che aveva percorso, pregava dicendo: «Tu [Signore] eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo […]. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai (cfr Sal 33,9; 1Pt 2,3) e ho fame e sete (cfr Mt 5,6; 1Cor 4,11); mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace» (Confessiones, 10, 27).

Hermanas y hermanos, son palabras muy hermosas, que nos recuerdan lo que decía el Papa Francisco en Lisboa, durante la Jornada Mundial de la Juventud, a otros jóvenes como ustedes: «Cada uno está llamado a confrontarse con grandes preguntas que no tienen […] una respuesta simplista o inmediata, sino que invitan a emprender un viaje, a superarse a sí mismos, a ir más allá […], a un despegue sin el cual no hay vuelo. No nos alarmemos, entonces, si nos encontramos interiormente sedientos, inquietos, incompletos, deseosos de sentido y de futuro […]. ¡No estamos enfermos, estamos vivos!» (Discurso en el encuentro con los jóvenes universitarios, 3 agosto 2023).

[Sorelle e fratelli, sono parole bellissime, che ricordano quanto Papa Francesco diceva a Lisbona, durante la Giornata Mondiale della Gioventù, ad altri giovani come voi: «Ognuno è chiamato a confrontarsi con grandi domande che non hanno […] una risposta semplicistica o immediata, ma invitano a compiere un viaggio, a superare sé stessi, ad andare oltre […], a un decollo senza il quale non c’è volo. Non allarmiamoci allora se ci troviamo interiormente assetati, inquieti, incompiuti, desiderosi di senso e di futuro […]. Non siamo malati, siamo vivi!» (Discorso per l’incontro con i Giovani Universitari, 3 agosto 2023).]

There is a burning question in our hearts, a need for truth that we cannot ignore, which leads us to ask ourselves: what is true happiness? What is the true meaning of life? What can free us from being trapped in meaninglessness, boredom and mediocrity?

In recent days, you have had many beautiful experiences. You have met other young people from different parts of the world and from diverse cultures. You have exchanged knowledge, shared expectations and entered into dialogue with the city through art, music, technology and sport. At the Circus Maximus, you also approached the Sacrament of Penance and received God’s forgiveness, asking for his help to live a good life.

[C’è una domanda importante nel nostro cuore, un bisogno di verità che non possiamo ignorare, che ci porta a chiederci: cos’è veramente la felicità? Qual è il vero gusto della vita? Cosa ci libera dagli stagni del non senso, della noia, della mediocrità?

Nei giorni scorsi avete fatto molte belle esperienze. Vi siete incontrati tra coetanei provenienti da varie parti del mondo, appartenenti a diverse culture. Vi siete scambiati conoscenze, avete condiviso aspettative, avete dialogato con la città attraverso l’arte, la musica, l’informatica, lo sport. Al Circo Massimo, poi, accostandovi al Sacramento della Penitenza, avete ricevuto il perdono di Dio e avete chiesto il suo aiuto per una vita buona.]

In tutto questo potete cogliere una risposta importante: la pienezza della nostra esistenza non dipende da ciò che accumuliamo né, come abbiamo sentito nel Vangelo, da ciò che possediamo (cfr Lc 12,13-21). È legata piuttosto a ciò che con gioia sappiamo accogliere e condividere (cfr Mt 10,8-10; Gv 6,1-13). Comprare, ammassare, consumare, non basta. Abbiamo bisogno di alzare gli occhi, di guardare in alto, alle «cose di lassù» (Col 3,2), per renderci conto che tutto ha senso, tra le realtà del mondo, solo nella misura in cui serve a unirci a Dio e ai fratelli nella carità, facendo crescere in noi «sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità» (Col 3,12), di perdono (cfr ivi, v. 13), di pace (cfr Gv 14,27), come quelli di Cristo (cfr Fil 2,5). E in questo orizzonte comprenderemo sempre meglio cosa significhi che «la speranza […] non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (cfr Rm 5,5).

Carissimi giovani, la nostra speranza è Gesù. È Lui, come diceva San Giovanni Paolo II, «che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande […], per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna» (XV Giornata Mondiale della Gioventù, Veglia Di Preghiera, 19 agosto 2000). Teniamoci uniti a Lui, rimaniamo nella sua amicizia, sempre, coltivandola con la preghiera, l’adorazione, la Comunione eucaristica, la Confessione frequente, la carità generosa, come ci hanno insegnato i beati Piergiorgio Frassati e Carlo Acutis, che presto saranno proclamati Santi. Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno. Allora vedrete crescere ogni giorno, in voi e attorno a voi, la luce del Vangelo.

Vi affido a Maria, la Vergine della speranza. Con il suo aiuto, tornando nei prossimi giorni ai vostri Paesi, in tutte le parti del mondo, continuate a camminare con gioia sulle orme del Salvatore, e contagiate chiunque incontrate col vostro entusiasmo e con la testimonianza della vostra fede! Buon cammino!

3 agosto 2025

«Aprirsi a nuove forme di presenza ecclesiale»: la lettera della presidenza della Cei ai vescovi

«Lavorare insieme per porre le condizioni con cui aprirsi a nuove forme di presenza ecclesiale». È questo l’invito che la Presidenza della Cei rivolge in una lettera ai vescovi, in vista della ripresa autunnale delle attività pastorali, «necessariamente graduale e ancora limitata dalle misure di tutela della salute pubblica, alcune delle quali legate a valutazioni regionali».

Nel rinnovare la «riconoscenza ai sacerdoti e ai catechisti per la generosa e creativa disponibilità con cui, anche in questi mesi difficili, hanno saputo mantenere i contatti con le persone, in particolare i ragazzi e le loro famiglie, ricorrendo ampiamente all’uso dei mezzi digitali», la Presidenza evidenzia ora l’urgenza «di progettare, con le dovute precauzioni, un cammino comunitario che favorisca un maggior coinvolgimento dei genitori, dei giovani e degli adulti, e la partecipazione all’Eucaristia domenicale».

La lettera, frutto della riflessione maturata nell’ultima riunione della Presidenza, si sofferma sul ritorno alla celebrazione dell’Eucaristia con il popolo, «segnato anche da un certo smarrimento (in particolare, una diffusa assenza dei bambini e dei ragazzi), che richiede di essere ascoltato».

«Occorre un saggio discernimento per cogliere ciò che è veramente essenziale», osserva la Presidenza per la quale «la consegna della nuova edizione del Messale Romano sarà un’opportunità preziosa per aiutare le comunità cristiane a recuperare consapevolezza circa la verità dell’azione liturgica, le sue esigenze e implicazioni, la sua fecondità per la nostra vita».

Quanto alla celebrazione dei sacramenti, «a partire da quelli dell’iniziazione cristiana», la lettera ricorda che «non ci sono impedimenti a celebrare con dignità e sobrietà». «È bene – si raccomanda – aver cura che la loro celebrazione, pur in gruppi contenuti, avvenga sempre in un contesto comunitario». Per la Cresima, «oltre ad assicurare il rispetto delle indicazioni sanitarie, in questa fase l’unzione può essere fatta usando un batuffolo di cotone o una salvietta per ogni cresimando». La stessa attenzione «sarà necessaria per le unzioni battesimali e per il sacramento dell’Unzione dei malati».

Mentre si attendono dal Ministero dell’interno indicazioni per un ritorno dei cantori e dei cori, «la possibilità dei familiari di partecipare insieme alle celebrazioni, stando in uno stesso banco, trova risposta positiva nella prassi della vita quotidiana». Circa la richiesta di poter derogare al numero delle 200 persone nei luoghi chiusi, il Comitato tecnico-scientifico affida la decisione alle Regioni.

Per ciò che concerne le attività pastorali per i ragazzi, gli Uffici catechistici, coordinati da quello nazionale «stanno lavorando per favorire e sostenere il loro impegno in un discernimento comunitario che porti a scelte operative adeguate, non ispirate dal si è sempre fatto così, ma dalle possibilità che il tempo attuale offre».

Il tempo che stiamo vivendo, «con le sue difficoltà e le sue opportunità, ci chiede di non restringere gli orizzonti del nostro discernimento e del nostro impegno semplicemente ai protocolli o alle soluzioni pratiche», suggerisce la Presidenza sottolineando che l’attuale situazione storica «invoca un nuovo incontro con il Vangelo, in particolare con l’annuncio del kerygma, cuore dell’esperienza credente».

«Se davvero l’esperienza della pandemia non ci può lasciare come prima – conclude lettera – la riunione autunnale del Consiglio Permanente e l’Assemblea Generale (prevista a novembre) dovranno essere eventi di grazia, nei quali confrontarci e aiutarci a individuare le forme dell’esperienza della fede e, quindi, le priorità sulle quali plasmare il volto delle nostre Chiese per il prossimo futuro».

24 luglio 2020

«Anche in mezzo all’epidemia possiamo vivere una vita eucaristica fatta di gratitudine al Padre e servizio al prossimo»

«Coraggio: riscopriamo la preghiera nel segreto della camera, la meditazione orante della Scrittura (che cancella i peccati veniali), la comunione spirituale, l’esame di coscienza fatto bene e a lungo in attesa di poter ricevere nuovamente l’assoluzione. E soprattutto preghiamo con l’orazione ufficiale della Chiesa che è la liturgia delle Ore. In questo momento, tutti noi battezzati siamo il popolo sacerdotale che intercede per il mondo e che sparge su di esso a piene mani l’acqua dissetante del Consolatore». Nella Messa celebrata questa mattina alla Conferenza episcopale italiana – naturalmente senza la presenza di fedeli – e trasmessa in diretta su Rai Uno, il cardinale vicario Angelo De Donatis ha ricordato il momento difficile che stiamo vivendo, ma ha esortato al «coraggio».

«In questo tempo tribolato, in cui è anche difficile andare nelle nostre chiese di mattoni e non possiamo accostarci ai sacramenti – ha sottolineato infatti –, possiamo riscoprire come tutta l’esistenza del cristiano sia canale della grazia: Dio non è impotente… è ridicolo pensare che un virus possa impedirgli di consolare i suoi figli amati, di parlargli, di irrobustirli nella prova». E ancora: «Anche in mezzo all’epidemia possiamo vivere una vita eucaristica fatta di gratitudine al Padre e servizio al prossimo».

«Il cristiano, ogni battezzato – ha detto ancora il vicario commentando il Vangelo della samaritana – non è più un mendicante di felicità; un affamato che va in giro frugando nei rifiuti. Egli stesso è un pozzo, una sorgente inesauribile di Vita. Dio ha messo in ciascuno dei suoi figli tutto quello che serve per vivere e amarlo. Carissimi, non Gerusalemme o il monte Garizim, ma io – e i miei fratelli – siamo il tempio di Dio sulla terra».

Infine ha invitato a recitare il Rosario.

Leggi il testo integrale dell’omelia

15 marzo 2020

«Abbiamo sentito l’esigenza di incontrarci nella gratuità»: si conclude la settimana di fraternità sacerdotale in Val di Fassa

Si conclude questa sera (venerdì 16 luglio) la settimana di fraternità sacerdotale promossa dal Servizio per la formazione permanente del clero a Soraga di Fassa, per i sacerdoti che festeggiano il decimo, il ventesimo e il trentesimo anniversario di ordinazione. Una consuetudine che si ripete da qualche anno, come spiega il cardinale vicario Angelo De Donatis, che guida il gruppo: «L’intuizione di vivere una settimana di fraternità sacerdotale è nata da una semplice constatazione: facciamo tante riunioni, ma tutti finalizzate ai piani pastorali – osserva il porporato –, mentre c’era l’esigenza di incontrarci nella gratuità, per scoprire la bellezza del vivere fraternamente, passeggiando e lodando Dio attraverso la natura, pregando e comunicando semplicemente la nostra fede».

Al centro delle riflessioni di questi giorni, il libretto “Usciamo dunque… essere prete a Roma oggi”, che raccoglie vari contributi al Consiglio presbiterale diocesano. Ad accompagnare il gruppo anche il vescovo ausiliare Guerino Di Tora e monsignor Remo Chiavarini, amministratore delegato di Opera romana pellegrinaggi.

«L’esperienza della fraternità è sempre una ricchezza – osserva monsignor Andrea Manto, che festeggia il ventesimo di ordinazione –, anche perché noi la abbiamo vissuta anche in maniera narrativa. È una esperienza di condivisione personale, di condivisione dei nostri cammini vocazionali, delle nostre esperienze significative nel nostro cammino di fede e pastorale. E abbiamo riflettuto anche su come portare questa grazia e questa bellezza che abbiamo ricevuto in dono agli altri, su come generare alla fede, accompagnando le famiglie e i giovani, come far scoprire la bellezza del donarsi al Signore e del servire i fratelli. Le parole di don Angelo ci hanno molto confortato e incoraggiato, e il resto lo fa questo panorama fantastico. Del resto il monte è un luogo teologico per definizione».

Don Carol Iakel è parroco a Santa Maria Stella Maris e porterà i frutti di questa settimana all’interno della sua comunità. «Sono grato al Signore per questo traguardo dei dieci anni di sacerdozio – confida –, non è affatto scontato nel mondo di oggi. Don Angelo è come un padre per noi! Come Gesù, nel Vangelo di domenica prossima, dirà agli apostoli “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”, e si farà raccontare quello che avevano fatto e insegnato, così in questi giorni ha fatto il vicario con noi».

16 luglio 2021

“Vedere e gustare”: disegno e meditazione a Sant’Ignazio

Si terrà domenica 15 marzo dalle 16.30 alle 18.30, presso la chiesa di Sant’Ignazio in Campo Marzio, il prossimo appuntamento del ciclo “Vedere e Gustare”, che propone incontri gratuiti di disegno dal vero come meditazione. È un progetto di Itinerari Ignaziani del Cis (Centro Ignaziano di Spiritualità della Compagni di Gesù), in collaborazione con Pietre Vive e le Rettorie delle chiese gesuitiche di Roma.

«Il laboratorio consiste in un primo momento introduttivo dedicato all’importanza della visione nella spiritualità di sant’Ignazio di Loyola e nella comprensione dell’arte gesuitica – comunicano gli organizzatori – per arrivare a regalare tutto il tempo al disegno dal vero che viene proposto come esercizio di meditazione ispirato alla meditazione ignaziana».

I partecipanti dovranno portare tutto il materiale necessario per disegnare o dipingere, ma riceveranno in dotazione della carta, fornita da Fabriano, su blocco rigido.

Per info e prenotazioni scrivere a: info.itinerari.ignaziani@gmail.com

11 marzo 2026

“Usciamo dunque…. Essere prete a Roma oggi”: in un volume il cammino del Consiglio presbiterale

Ripercorre il cammino del Consiglio presbiterale della diocesi di Roma degli ultimi anni – precisamente dal 2017 al 2021 – il volume “Usciamo dunque… Essere prete oggi a Roma”. Curato da fra Agnello Stoia, parroco della basilica di San Pietro, e presentato nella mattina di lunedì 7 giugno ai sacerdoti romani, il libro raccoglie alcuni dei contributi offerti al Consiglio presbiterale che si richiamano all’esortazione di Papa Francesco a essere “Chiesa in uscita”. Si leggeranno dunque pagine scritte dall’arcivescovo Gianpiero Palmieri, dal teologo Jean-Pierre Sonnet, dall’arcivescovo Giacomo Morandi, dal vescovo ausiliare Paolo Selvadagi, dalla professoressa Paola Bignardi, dall’arcivescovo Marco Tasca, dal professor Salvatore Abbruzzese. L’introduzione è firmata invece dal cardinale vicario Angelo De Donatis.

Si tratta di «un’esortazione a fare anche del nostro ministero – scrive il cardinale – un esodo, un passaggio da un certo tipo di vita (sedentaria e routinaria) ad una nuova esistenza caratterizzata dal dinamismo della sequela (la nube e il fuoco!) e della libertà».

Ancora, i brani raccolti si propongono di aiutare i presbiteri a diventare, sempre più, «la Sposa bella dell’Agnello». Spiega il cardinale De Donatis: «Cioè a fare di noi dei preti nei quali possa risplendere la gloria di Dio – si legge ancora nell’introduzione al volume –; a rendere la nostra umanità uno spazio aperto e accogliente, generatore di vita; a fare del nostro sacerdozio un’offerta quotidiana della nostra volontà perché Cristo sia in tutti noi».

Formazione, sinodalità e missione sono i nuclei tematici dei diversi interventi. «Si ritrovano trasversalmente nei contributi dei diversi relatori – sottolinea fra Agnello Stoia – ed evolvono nell’arco temporale riassunto in questo documento: un diario di viaggio a servizio dei confratelli presbiteri che raccoglie appunti e riferimenti, per segnare i punti fermi del cammino e cogliere i numerosi spunti di approfondimento». Nel volume anche quattro discorsi del Papa indirizzati in particolare al presbiterio diocesano.

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7 giugno 2021

“Una donna forte chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore” (Pr 31,10) – Percorso per ragazze sul carisma-vocazione della femminilità in collaborazione con le monache agostiniane e con la dott.ssa Lugli, referente diocesana e coordinatrice regionale del Lazio per la tutela dei minori – Monastero dei SS. Quattro Coronati -Uff. Vocazioni

“Una donna forte chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore” (Pr 31,10) – Percorso per ragazze sul carisma-vocazione della femminilità in collaborazione con le monache agostiniane e con la dott.ssa Lugli, referente diocesana e coordinatrice regionale del Lazio per la tutela dei minori – Monastero dei SS. Quattro Coronati – Uff. Vocazioni

“Un giorno al Laterano”, un documentario per scoprire le bellezze del complesso lateranense

Perché la “sedia stercoraria”, custodita nel chiostro della basilica di San Giovanni in Laterano, si chiama così? Quando fu realizzato l’organo “Luca Blasi” all’interno della cattedrale di Roma? E cos’era il Sancta Sanctorum, in cima alla Scala Santa? Sono alcune delle curiosità che si possono scoprire guardando il documentario “Un giorno al Laterano”, realizzato dal Servizio per la cultura e l’università della diocesi di Roma e dall’Ufficio per la pastorale del tempo libero, del turismo e dello sport della diocesi di Roma.

«Vuole essere un viaggio virtuale alla scoperta della storia e della bellezza di uno dei luoghi più suggestivi di Roma: il complesso del Laterano di cui fanno parte anche la Pontificia Università Lateranense e la Biblioteca Beato Pio IX», spiega monsignor Andrea Lonardo, direttore del Servizio per la cultura e l’università e “guida”, nel documentario, all’interno del Laterano. Ad accompagnare gli spettatori in questo viaggio, oltre al sacerdote, diversi ospiti, a cominciare dal cardinale vicario Angelo De Donatis. E ancora: dall’attore Giovanni Scifoni all’organista Giandomenico Piermarini, dall’architetto Riccardo Roselli al sottosegretario Linda Ghisoni, del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, solo per citarne alcuni.

Linda Ghisoni
Riccardo Roselli

«L’idea originale – fa sapere monsignor Lonardo – era di fare un percorso aperto, reale. Sarebbe stata una giornata dalle 10 del mattino fino a mezzanotte con gruppi di universitari, professori, che avrebbero accolto le persone in tutti quanti i luoghi. Ma abbiamo deciso di rimandare all’anno prossimo la versione reale e di fare almeno una piccola visita virtuale».

Monsignor Lonardo è autore e narratore di “Un giorno al Laterano”, mentre don Francesco Indelicato, direttore dell’Ufficio per la pastorale del tempo libero, ha curato riprese e montaggio; Francesco d’Alfonso è direttore di produzione e curatore delle musiche; mentre Claudio Tanturri si è occupato delle riprese e della segreteria di produzione con Annalisa Ceravolo, che ha anche realizzato tutte le fotografie di backstage e non solo (anche le bellissime immagini che accompagnano questo testo sono di Annalisa Ceravolo).

“Un giorno a Laterano” è disponibile sul canale YouTube del Servizio per la cultura e l’università nonché sul sito internet del Servizio diocesano.

9 luglio 2020

“Un di più di vicinanza”, accanto ai malati

«Un’occasione per ascoltare la testimonianza di persone malate che con la loro forza e la loro fede ci aiutino a capire come mettersi in ascolto di chi soffre. In questo tempo di cammino sinodale è infatti quanto mai importante saperci accostare ai malati, ricordando che, come ci diceva Papa Francesco il 18 settembre scorso, anche i malati “sono parte della Chiesa”». Il vescovo Paolo Ricciardi, delegato diocesano per la pastorale sanitaria, spiega così il senso del percorso di riflessione e approfondimento “Un di più di vicinanza”, giunto alla terza edizione.

Promosso dal Centro diocesano per la pastorale sanitaria, il corso prenderà il via l’8 marzo ed è indirizzato particolarmente alle persone che sono più a contatto con i malati: medici, infermieri, operatori socio sanitari, volontari, ministri della comunione.

Tre gli incontri previsti, nella Sala Conferenze del Pontificio Seminario Romano Maggiore, dalle 18.30 alle 20. Il primo si terrà l’8 marzo e verterà su “Dalla Croce alla pace. Un cammino d’amore! La malattia oncologica e la sfida della vita”. Secondo appuntamento il 22 marzo su “Dal buio alla luce attraverso la cecità. Gli occhi dell’anima che svelano la luce”. Ultimo incontro il 5 aprile sul tema “Dal dolore all’amore! Vorrei esistere…. Fibromialgia: i malati invisibili”.

Per partecipare è necessario iscriversi presso il Centro per la pastorale sanitaria: 06.69886227; segreteria.sanitaria@diocesidiroma.it.

1 marzo 2022

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