20 Giugno 2026

San Giovanni Battista de La Salle, «avvicinare i lontani»

È «avvicinare i lontani» l’obiettivo che si pone la parrocchia di San Giovanni Battista de la Salle che il giorno dell’Epifania ha ricevuto la visita pastorale del cardinale vicario Baldo Reina. Proprio in occasione della memoria liturgica della manifestazione del Figlio di Dio a chi era giunto da lontano per adorarlo, la comunità del Torrino ha accolto il vicario del Papa per la diocesi di Roma con la rappresentazione del presepe vivente, dopo la celebrazione della Messa delle 11.30. A seguire, il pranzo comunitario e, nel pomeriggio, la visita del porporato al quartiere; infine, una seconda celebrazione presieduta dallo stesso Reina alla sera.

«La partecipazione dei parrocchiani è stata grande ed è stata una gioia avere tra noi il cardinale vicario», dice il parroco don Francesco Zanoni che guida la comunità dal 2018. È stata «una giornata intensa e aperta a tutti» anche per Miriam, 23 anni e membro del consiglio pastorale oltre che attiva nel gruppo giovani della parrocchia. Lo stile dell’apertura, sottolinea ancora, è tipico anche della realtà giovanile «che non prevede un unico gruppo ma il servizio da parte di noi giovani ognuno secondo il proprio carisma: con il catechismo in preparazione alla Comunione e alla Cresima, nell’oratorio o con l’animazione della Messa». Miriam aggiunge poi che «mensilmente, il viceparroco don Samuel Piermarini cura un momento formativo a cui anche chi non è direttamente impegnato nelle attività parrocchiali può prendere parte». Durante i tempi forti dell’Avvento e della Quaresima, inoltre, parroco e viceparroco «propongono a noi giovani dei cicli di catechesi che mettono in dialogo la letteratura con il messaggio evangelico. Quest’anno ci è stato proposto “Il canto di Natale” di Dickens e anche una rilettura di Dante. Pure queste sono occasioni per avvicinare i “lontani”», conclude.

Edoardo, 23 anni, è tra i referenti del servizio di accoglienza dei pellegrini che si recheranno quest’anno a Roma in occasione del Giubileo. Ribadisce l’idea dell’apertura all’altro spiegando che «saremo in grado di accogliere circa 400 pellegrini, ospitandoli nei locali parrocchiali e nell’Istituto scolastico Santa Chiara che afferisce al territorio della parrocchia». Il gruppo dei volontari che «si sta dedicando da settembre in maniera attiva» all’organizzazione di questo servizio è costituito da 35 giovani e «la richiesta di accoglienza è stata aperta a tutti i parrocchiani per offrire ospitalità ai pellegrini anche nelle case», aggiunge.

In tema di «apertura degli ambienti parrocchiali a tutti e per tutti», Edoardo riferisce pure dell’aula studio «creata per metterla a disposizione di tutti i giovani studenti, anche quelli lontani dai gruppi della parrocchia» così come «hanno l’obiettivo di portare e unire nel gruppo nuovi giovani le esperienze forti estive come lo sono state per me il Cammino di Santiago o la Gmg di Lisbona». Forte e molto sentita sul piano spirituale è anche l’esperienza dell’adorazione perpetua, come fa sapere Giulio, uno dei referenti insieme alla moglie Paola, «che coinvolge circa 200 adoratori stabili, provenienti anche da altre parrocchie, e quasi altrettanti adoratori occasionali». (di Michela Altoviti da Roma Sette)

12 gennaio 2025

San Gioacchino in Prati, scrigno di indicibile bellezza

Il giorno 26 di questo mese di luglio, ricorre la festa dei nonni di Gesù, Santi Gioacchino ed Anna, e pertanto vogliamo volgere l’attenzione a una parrocchia romana, bellissimo scrigno di indicibile bellezza affidata, già dal 1898 alla custodia dei Padri Redentoristi: San Gioacchino in Prati.

Quando nel 1878, con la costruzione del ponte di Ripetta il quartiere Prati cominciò a popolarsi si eressero tre chiese una delle quali, in omaggio a papa Leone XIII (Gioacchino Pecci), fu dedicata a San Gioacchino. La chiesa fu offerta in dono al pontefice da numerosi paesi del mondo tra cui 14 spiccano per il loro contributo: Argentina, Irlanda, Olanda, Belgio, Italia, Francia, Spagna, Stati Uniti, Inghilterra, Canada, Polonia, Baviera, Portogallo e Brasile. Ognuno di questi paesi appena citati ha, lungo le navate laterali, la propria cappella nazionale. Già dalla facciata della chiesa si comprende il motivo che ne guida la realizzazione: l’adorazione eucaristica riparatrice del mondo cattolico. Quest’ultima, fortemente voluta dal papa Leone XIII trova in questa chiesa il suo luogo prediletto in Roma. Difatti, l’attico lungo la trabeazione, realizzato dalla Società Musiva Veneziana, rappresenta l’adorazione eucaristica dinanzi alla quale cinque donne rappresentano i cinque continenti. Il mosaico è affiancato da quattro statue di santi particolarmente eucaristici realizzate sempre dalla Società Musiva Veneziana nel 1939: Sant’Alfonso Maria de Liguori, Santa Giuliana di Liegi, San Tommaso d’Aquino e Santa Chiara d’Assisi.

Salendo ancora con lo sguardo ci si imbatte nella mirabile statua di San Gioacchino con la Beata Vergine Maria, dietro alla quale spicca il sontuoso timpano musivo dove, due angeli in ginocchio adorano il Santissimo Sacramento. Infine, la maestosa cupola stellata è ancor una volta coronata da un ostensorio per ribadire nuovamente l’identità di questo luogo volto all’adorazione eucaristica delle nazioni cattoliche.

Passando il bellissimo atrio sorretto da sei colonne di ordine corinzio, già si comincia a constatare la straordinaria cooperazione tra le varie nazioni per la realizzazione di tale impresa. I basamenti in granito rosso di Baveno, le pareti ricoperte dal marmo scuro dei Pirenei, il pavimento fatto con il marmo proveniente dall’Aquila, le porte realizzate in cedro del Libano, le colonne fiancheggianti la porta centrale in marmo rosa provenienti dalla Russia. Come detto, un dono dei figli al papa e alla Chiesa.

Una volta varcata la porta d’ingresso la magnificenza della chiesa viene incontro con tutta la sua potenza. Le numerosissime decorazioni parietali in marmo, mosaico, affreschi, ceselli catturano l’attenzione. Il presbiterio è coronato dall’incantevole cupola che mostra all’interno il proprio cielo stellato cosparso di stelle su sfondo turchino. Il cuore però decisivo della decorazione di questa chiesa è l’altare in marmo rosso dei Pirenei che presenta al centro una croce e gli stemmi di Leone XIII in metallo dorato.

Accanto al prezioso tabernacolo a forma di tempietto sono disposti venti tondi di malachite verde che contribuiscono a dare lustro all’altare. Dietro ad esso, la scalinata in marmo rosso di Levante conduce al luogo dove si trova il trono per le solenni celebrazioni eucaristiche donato dalla Francia e composto da quattro grandi angeli bianchi, due con dei candelieri in mano e altri due in ginocchio che tengono in mano una banda con la scritta: “Cuore Eucaristico di Gesù, abbi pietà di noi”. La decorazione parietale dell’abside è uno stupendo affresco realizzato da V. Monti nel quale Gesù in trono, offre il calice e l’ostia all’adorazione.

Tutto in questa chiesa ruota intorno all’importanza dell’adorazione eucaristia, all’incontro con quel cuore palpitante che aspetta gli uomini di tutto il mondo per donargli il suo amore. Amore questo che ogni fedele è chiamato a riversare sul prossimo. E questa chiesa è testimone anche di un fatto di notevole valore. Durante la Seconda Guerra Mondiale, dal novembre del 1943 al giugno del 1944, quando già era stato ordinato ai militari tedeschi di fare irruzione nei monasteri e nei conventi in cerca di ebrei o dei dissidenti, il parroco della chiesa di San Gioacchino, don Antonio Dressino, coadiuvato da Suor Margherita Bernés, dall’ingegnere Pietro Lestini e dalla figlia di quest’ultimo, Giuliana, escogitò un metodo per salvare i loro fratelli.

Questi furono murati vivi tra la volta a botte della chiesa e il tetto a 50 m da terra e da un piccolo rosone, che con prudenza veniva aperto solamente la notte, ricevevano i beni di prima necessità. Con l’aiuto di Dio le quindici persone li presenti si salvarono. Tra questi vi erano anche tre ebrei. Tale notizia fece sì che il sacerdote, la suora, l’ingegnere e la giovane ragazza ricevessero da Israele il titolo di “Giusto tra le Nazioni”.

Possa questa bellissima parrocchia romana non smettere mai di essere quel trono di adorazione dove i fedeli unanimi implorano: “Cuore Eucaristico di Gesù, abbi pietà di noi”.

 

A cura delle Missionarie della Divina Rivelazione

San Giacomo in Augusta, al via il triduo per la festa

Al via il triduo in occasione della festa parrocchiale di San Giacomo in Augusta (via del Corso, 494). Domenica 22 luglio alle 17.30 prevista la Messa e il Concerto spirituale con musiche di Adriano Banchieri, nel 450mo anniversario della nascita. Lunedì 23 alle 19 si prosegue con un altro concerto, “Labyrintus” nel quarto centenario della morte di Orsola Benincasa, religiosa e mistica fondatrice delle romite e delle oblate dell’Immacolata Concezione (oggi suore teatine). Le musiche saranno di Scipione Stella e Flavio Colusso. Silvia De Palma reciterà i testi della venerabile napoletana, mentre all’organo Gianluca Libertucci accompagnerà la Cappella musicale di San Giacomo diretta da Flavio Colusso.

Martedì 24, alle 18.15, sarà il momento per i vespri solenni concertati per la festa di San Giacomo, presieduti dal parroco di San Giacomo in Augusta, don Giuseppe Trappolini. Previste musiche di Frescobaldi, Carissimi e Colusso. Mercoledì 25 il clou dei festeggiamenti con la Messa solenne della Festa di San Giacomo presieduta dal Vescovo Gianrico Ruzza. Al termine della Messa verrano consegnate le credenziali dalla Confraternita di San Jacopo  di Campostella a quanti, durante l’anno, faranno il Cammino.

San Frumenzio, cuore pulsante del volontariato

Bea ha gli occhi della curiosità, vuole fare subito amicizia. È in braccio a sua mamma, mentre Gabriel, suo fratello, entra di corsa in sala da pranzo. Si va a nascondere dietro il divano in segno di protesta. Farfuglia qualcosa e gesticola in direzione della madre. Ce l’ha con lei, gli ha appena spento i videogiochi. Ma lui non ha fame, dice, vorrebbe rimanere nella sua stanzetta per tutto il pomeriggio. Momenti di straordinaria normalità, in un luogo dove si intrecciano storie che di ordinario hanno ben poco. Ci troviamo nella casa-famiglia della parrocchia di San Frumenzio. Qui, grazie all’impegno e ai contributi di quaranta volontari e sei famiglie, dal 2010 vengono accolte mamme in difficoltà con i loro bambini. La tavola è apparecchiata, ma Nuha non si unirà al pranzo. È nella sua stanza a pregare. Fino al tramonto non può mangiare, sta rispettando il Ramadan. È riuscita scappare dal Sudan con sua figlia. Era la quarta moglie e veniva maltratta quotidianamente. Come Anna, la madre di Bea e Gabriel, per anni violentata fisicamente e psicologicamente dal marito, che ancora oggi non smette di tormentarla. Sarah invece non è in casa in questo momento. Viene dalla Nigeria. È arrivata con un barcone, mentre era incinta di sua figlia. Durante il viaggio, ha visto morire sua nipote di 18 anni. L’immagine è ancora fresca nella sua mente.

Con lei e con le altre mamme e i loro bambini si è fermato a cenare giovedì sera il cardinale vicario Baldo Reina, che è tornato anche venerdì per la visita pastorale nella parrocchia. San Frumenzio è uno dei cuori pulsanti del volontariato di Roma. La casa famiglia è solo una delle tante attività della comunità. Gli appartamenti occupano due piani della “Casa della Carità”, un edificio adiacente alla chiesa dove i volontari si dedicano a molti altri progetti. Tra gli altri, il centro d’ascolto Caritas; un asilo nido solidale; il “Gruppo Goim”, che sostiene una missione in Mozambico; il servizio docce; la raccolta alimentare; il gruppo “Televita”, che si dedica agli anziani; lo sportello psicologico; lo spazio di ascolto “Tra le donne”, dove alcune volontarie si prendono cura di chi ha sofferto violenze; l’unità di strada, rivolta alle ragazze finite nei giri di prostituzione; i corsi di italiano per stranieri e l’accoglienza di rifugiati, in collaborazione con la Caritas e la prefettura.

«Non siamo un’agenzia di servizi – racconta don Marco Vianello, il parroco -. Tutto questo è espressione di una comunità che prega, ascolta la Parola e cerca di condividere la propria testimonianza nei confronti delle situazioni di fragilità». L’impegno, aggiunge Raffaele Carbone, coordinatore della “Casa della Carità”, «è quello di essere uniti nella diversità, senza dimenticare mai l’evangelizzazione. Il pericolo è quello di perdere la dimensione della fede. Per questo motivo ci lasciamo guidare da momenti di preghiera comunitari».

A fianco a loro, Anna Curzi, consacrata dell’Ordo viduarum della diocesi di Roma e responsabile della casa-famiglia. «Non siamo una struttura di prima accoglienza. Le mamme possono affrontare con serenità il loro momento difficile senza limiti di tempo. L’obiettivo è indirizzarle verso una piena autonomia. Le aiutiamo a cercare lavoro, per poi seguirle nell’affitto o nell’acquisto di una casa». In questa prospettiva, conclude il parroco, «stiamo elaborando un progetto di accompagnamento che vorremmo diventasse un segno giubilare. È difficilissimo trovare chi è disposto a fidarsi di queste persone. Come comunità cristiana siamo pronti a diventare loro garanti».

9 marzo 2025

San Frumenzio, al Gemelli incontro sulla missione in Mozambico

“Mozambico e Roma: una missione umanitaria” è il titolo dell’incontro che si svolgerà questa mattina, giovedì 28 giugno, alle ore 11, nella hall del Policlinico Universitario Agostino Gemelli. Sarà occasione per conoscere i progetti e le missioni umanitarie in Mozambico sostenute dall’Auci, l’Associazione universitaria per la cooperazione internazionale collegata alla Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica, e la parrocchia di San Frumenzio della diocesi di Roma. Alla presentazione interverrà il vescovo ausiliare Gianpiero Palmieri, a lungo parroco di San Frumenzio. Parteciperanno, tra gli altri, l’attuale parroco della comunità dei Prati Fiscali, don Daniele Salera e Giovanni Manganiello, presidente di Auci Onlus. L’incontro sarà introdotto dal presidente della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli, Giovanni Raimondi.

«La relazione tra il Mozambico, in particolare tra la capitale Maputo, e Roma è andata crescendo nel tempo coinvolgendo, gradualmente, diversi attori – spiega Pasquale De Sole, già docente dell’Università Cattolica e tra gli animatori dell’Auci –. Gli inizi risalgono a più di un quarto di secolo, quando la parrocchia di San Frumenzio ha stretto un gemellaggio con la diocesi di Maputo in quanto titolo presbiterale dell’arcivescovo della stessa, il cardinale Alexandre Josè Maria Dos Santos. Gemellaggio che si è concretizzato con la realizzazione di una missione permanente in una piccola località della diocesi, Mafuiane, prendendosi carico delle fasce più deboli della popolazione: diverse centinaia di bambini delle scuole elementari di Mafuiane e villaggi limitrofi, giovani mamme, anziani e ammalati di Aids».

Da quel lontano inizio si è arrivati, negli ultimi cinque anni, ad un allargamento ad altre comunità parrocchiali (Sant’Ugo e Santa Giulia) e a una collaborazione stretta con l’Auci, realizzando tre importanti progetti. Innanzitutto, un progetto sanitario con ristrutturazione del Centro di salute di Mafuiane e costruzione di un Centro pediatrico nella stessa località con 16 posti letto, sala accettazione, laboratorio. Inoltre un progetto agricolo, che prevede l’incremento dell’attività produttiva agricola del Consorzio locale dei “Regantes”, il processo di conservazione, packaging e commercializzazione dei prodotti sul mercato di Maputo. Inoltre si prevede di iniziare, su un terreno confinante di tre ettari della diocesi di Maputo, una scuola di agraria per l’implementazione di tutte le attività agrarie e zootecniche.

«L’aspetto più importante di questa esperienza pluriennale – conclude Pasquale De Sole – è proprio la partecipazione “comunitaria” di diverse realtà romane, ognuna con il suo specifico compito, per creare “ponti” e abbattere “barriere” mentre il vento che soffia in questo momento in Europa sembra spirare in tutt’altra direzione».

28 giugno 2018

San Francesco di Sales, la Messa con i giornalisti

È un appuntamento che, anno dopo anno, continua a richiamare giornalisti e operatori dell’informazione, unendo il momento della preghiera a quello dell’incontro personale. In occasione della festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, insieme all’Ufficio per le Comunicazioni Sociali della Diocesi di Roma, promuove la celebrazione della Santa Messa dedicata al santo.

La liturgia si svolgerà lunedì 26 gennaio alle ore 11 nella Chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, al Clivo Argentario, uno dei luoghi più suggestivi del centro storico di Roma, affacciato sui Fori. La chiesa sorge sopra l’antico Carcere Mamertino, spazio che attraversa secoli di storia e che richiama alla memoria le radici cristiane della città.

Al termine della funzione, i colleghi presenti avranno la possibilità di partecipare a una visita guidata del complesso, per approfondire la conoscenza di un luogo che, più di altri, racconta il dialogo continuo tra fede, cultura e testimonianza nel cuore di Roma.

 

22 gennaio 2026

San Fedele, festa di inizio anno e 25 anni della Caritas parrocchiale

Due giorni di festa in occasione dell’inizio delle attività dell’anno pastorale nella parrocchia di San Fedele da Sigmaringa, a Pietralata. Domenica 13 ottobre si festeggiano in particolare i 25 anni di vita della Caritas parrocchiale; per l’occasione sarà presente il direttore della Caritas diocesana di Roma, don Benoni Ambarus, che presiederà la Messa delle ore 10.30.

L’evento sarà preceduto, sabato 12, da un pomeriggio di condivisione durante il quale saranno presentate le varie attività proposte per l’anno pastorale 2019-2020.

9 ottobre 2019

San Damaso Papa, al Cav di Monteverde il “Festival per la vita”

Si è svolto sabato 25 ottobre nel Teatro della Parrocchia di San Damaso Papa il “Festival per la Vita” organizzato dal Centro Aiuto alla Vita “Cav Monteverde ODV”. L’evento è stato organizzato e presentato dai volontari del Cav, coordinati dalla presidente Franca Tonini con la partecipazione di personalità che hanno raccontato le loro esperienze di ricercatori, professionisti e artisti impegnati per la vita e di gruppi che hanno animato il festival con coreografie e canti. Ad accogliere i presenti nel Teatro San Damaso Papa è stato il parroco, don Humberto Gomez che, dopo aver ricordato i dati allarmanti sulla denatalità in Italia, ha messo in evidenza il valore inestimabile di ogni vita umana sin dal momento del concepimento, ed ha elogiato il prezioso lavoro dei volontari del Cav.

Franca Tonini e Marina Casini

Franca Tonini ha ricordato che la finalità del Cav è di promuovere e difendere la vita umana fin dal concepimento, aiutando le donne che si trovano a vivere una gravidanza difficile, indesiderata o vissuta in solitudine. «La mamma nel Cav – ha chiarito Tonini – deve essere accolta con empatia, con un atteggiamento privo di giudizio, con calore umano, in questo modo da uno stato di angoscia e preoccupazione passerà alla fiducia, che le permetterà di accogliere il bambino».

La prima accoglienza è molto delicata, «deve essere saggia, prudente, attenta, disponibile e tenera. Alla mamma si offre anche una consulenza interdisciplinare (psicologica, ginecologica, giuridica, etica) ed un aiuto materiale perché possa accogliere serenamente il figlio che porta in grembo, e viene accompagnata fino ai primi due-tre anni del bambino». Al Cav Monteverde, dal mese di febbraio sono state accolte sessantadue mamme, con diciotto nascite ed altri diciannove bambini sono in arrivo; «il numero elevato di mamme è la prova che è un servizio necessario nel quartiere Monteverde-Gianicolense».

Il primo intervento è stato quello di Beatrice Fazi, attrice teatrale e “madrina di tutti i Cav” di Roma, la quale ha portato una testimonianza di vita con parole di una giovane mamma che ha vissuto in prima persona il dramma dell’aborto volontario e le conseguenze devastanti che questo ha causato nella sua vita, ma anche il successivo percorso di rinascita.

L’intervento di Beatrice Fazi

Sono intervenuti, in seguito, Marina Casini, presidente del Movimento per la Vita italiano (MpV) di cui nel presente anno si celebra il 50°. La professoressa Casini ha ricordato la «missione preziosa» dei 400 Cav che sono in Italia, e «che hanno salvato la vita di circa 280.000 bambini». Il Movimento per la Vita «è come lievito che fermenta la società, motore di avviamento di una nuova progettualità: la civiltà della verità e dell’amore che vuole porre al centro l’uomo e che quindi privilegia il povero, l’emarginato, lo scartato. Lo sguardo su colui che non è ancora nato e la protezione di quella primordiale solidarietà che unisce la mamma al figlio che culla in grembo è la leva che muove questa nuova progettualità».

Il professor Giuseppe Noia, direttore dell’Hospice perinatale e presidente della Fondazione “Il Cuore in una goccia”, ha illustrato il fondamento scientifico che sostiene gli sforzi della ricerca e della pratica clinica nel portare avanti la vita dell’embrione sin dalle prime fasi del suo sviluppo nel grembo materno. In particolare, ha ricordato «il valore della relazione e il rapporto di reciproca cura che si sviluppa tra il corpo della madre e l’embrione, nelle diverse fasi dello sviluppo prenatale, senza nascondere la meraviglia che suscita tale fenomeno». Inoltre ha anche fatto cenno alle terapie fetali e alle nuove frontiere della ricerca soprattutto a beneficio dei bambini con sindrome di down.

Toccante la testimonianza di Sara e Stefano, una coppia che ha scelto di portare avanti la gravidanza delle ultime due bambine, pur sapendo che le loro vite sarebbero state brevi; una lezione di amore e di pace che ha commosso tutti. Il messaggio che questa coppia ha voluto trasmettere, è che «un figlio è un figlio, quali che siano le sue condizioni cliniche prenatali e tale resterà per sempre nel cuore dei suoi genitori».

Il Festival ha visto alternarsi alle relazioni e alle testimonianze alcuni momenti musicali come quelli animati dal Gruppo Holy Dance che ha creato alcune coreografie sulle note di brani della Sacra Scrittura e delle parole di Papa Francesco. L’incontro si è concluso con un saluto di Maria Luisa Ubaldo, presidente di Federvita Lazio che ha definito ogni Centro di Aiuto alla Vita (10 a Roma) una «stella polare che illumina, guida e custodisce la vita ed insieme fanno brillare una splendida costellazione di accoglienza e speranza». Le “diciotto margherite” con il nome di ciascun bambino nato nell’ultimo anno, accolto al Cav, poste come decorazione del Teatro San Damaso hanno simboleggiato un grande prato fiorito in cui germoglia la vita e fiorisce la speranza.

 

29 ottobre 2025

San Clemente, gioiello incastonato nel cuore di Roma

Una delle Basiliche più visitate a Roma, oltre ovviamente le quattro Basiliche Maggiori, è la Basilica di San Clemente, un prezioso gioiello incastonato nel cuore della città eterna.

Questa meravigliosa Basilica tra l’Esquilino e il Celio vanta una storia plurisecolare. Infatti, si può dividere la struttura della Chiesa in tre livelli. Il livello più inferiore vanta un’area archeologica con edifici del I secolo d. C., quella intermedia è invece la Basilica paleocristiana del IV secolo e, l’attuale, è la Basilica realizzata all’incirca nel 1100.

Per il pellegrino che giunge a Roma, ieri come oggi, la Basilica di San Clemente è sicuramente una tappa imprescindibile. L’attuale Basilica, risalente appunto al XII secolo, si adatta in larga misura a quella sottostante del IV secolo, seppur con qualche differenza dovuta alle necessità edilizie del tempo. Difatti, l’attuale struttura nella zona Nord, sulla destra, è più piccola rispetto a quella sottostante e, come immediata conseguenza, l’abside e la navata centrale sono più piccoli rispetto a quelli del IV secolo. Tuttavia, il pellegrino che arriva oggi a San Clemente respira ancora tutta la bellezza di un ambiente paleocristiano che, seppur con delle aggiunte medievali, mantiene a pieno titolo la sua struttura originaria.

Entrando nella Basilica, la decorazione cosmatesca del pavimento subito allude alla sua antichità e richiama quella delle chiese coeve. Tipica struttura paleocristiana, presente tuttora in San Clemente è la Schola Cantorum centrale. Quest’ultima era già presente nella Basilica inferiore e, in epoca medievale, fu traferita al livello superiore. Infatti, nell’attuale navata centrale dell’edificio si può ammirare la splendida Schola Cantorum originale. Tuttavia, per i sopra citati motivi di spazio, la Schola non poté essere trasferita nella sua interezza, alcuni riquadri non furono rimontati. In ogni modo, lungo la sua decorazione si notano i simboli paleocristiani per eccellenza: il pesce, la colomba e il tralcio di vite. Spicca all’interno della Schola Cantorum la presenza di due amboni. Uno, quello di sinistra (guardando l’altare) è più alto, con scale su entrambi i lati per permettere la proclamazione del Vangelo e la predicazione del Vescovo. In epoca medievale venne anche aggiunto il candelabro tortile per il cero pasquale. Dalla parte dell’ambone del Vangelo un tempo sedevano le donne per ricordare l’apparizione dell’angelo alle donne al sepolcro e l’annuncio della Risurrezione. L’altro ambone, quello di destra, più basso del precedente, è diviso in due livelli: quello inferiore per il cantore e quello superiore per il lettore delle epistole.

Procedendo verso il presbiterio, separato dal resto della Chiesa da una transenna in marmo, si staglia l’altare maggiore, costruito sulla confessio, contenente le reliquie di San Clemente e sant’Ignazio di Antiochia. Spostando lo sguardo sul catino absidale, si individua subito la presenza della cattedra e sopra di essa di un affresco datato nel tardo 1200, raffigurante Gesù, con la Vergine Maria e gli Apostoli. Ciò che ci attrae maggiormente e, da subito cattura lo sguardo, è la decorazione musiva dell’abside che esplode in tutta la sua magnificenza e che, a ragione, ci fa pensare ad una sua riproduzione dalla basilica inferiore del IV secolo a quella medievale soprastante. Spicca in esso il rigoglioso albero della vita che prende inizio dalla croce di Cristo, affiancata dalle figure di Maria e di Giovanni. Il rigoglio della nuova creazione, inaugurata da Cristo esplode in un tripudio di magnificenza. La morte è stata sconfitta da Cristo e la vita, per coloro che sono innestati in Lui, sboccia in una nuova speranza: la Resurrezione. Le anime, dunque, simboleggiate dalle cerve che si abbeverano ai quattro fiumi scaturiti dalla croce, ritrovano la vita in Cristo e tutta la creazione, raffigurata nel mosaico anche nella sua quotidianità, sboccia con un significato nuovo: la Salvezza ottenuta da Cristo per le anime. Difatti le colombe, rappresentate nella croce, oltre ad avere il numero simbolico di dodici, che allude sia agli Apostoli che alle Tribù d’Israele, sono anche simbolo delle anime salvate dalla morte di Cristo. Sull’arco trionfale i patroni della città di Roma, Pietro e Paolo, accompagnati rispettivamente da San Lorenzo e San Clemente, si uniscono al tripudio di gloria che culmina con il Pantocrator circondato dai simboli degli evangelisti.

Di particolare importante per questa Basilica è inoltre la vita di due fratelli, i Santi Cirillo e Metodio che, nell’863, furono inviati dall’imperatore bizantino Michele III ad evangelizzare la Moravia. Furono proprio essi che, durante la loro missione, ritrovarono e riportarono a Roma nell’867 le reliquie di San Clemente. Proprio a Roma l’anno successivo, Cirillo morì e, dinanzi alla richiesta del papa di lasciare a Roma le spoglie del fratello, Metodio acconsentì a patto che esse venissero sepolte nella stessa chiesa dove si trovavano quelle di Clemente. Così avvenne. I santi Cirillo e Metodio per la loro missione tra gli slavi, sono stati proclamati dal Santo Padre Giovanni Paolo II, patroni d’Europa e vengono ricordati solennemente dalla Chiesa Universale e con grandi celebrazioni nella Basilica di San Clemente il 14 febbraio.

 

A cura delle Missionarie della Divina Rivelazione

San Clemente, cresce l’attenzione agli adolescenti

Foto Diocesi di Roma / Gennari

Per don Salvatore Lucchesi, parroco dallo scorso ottobre della comunità di 20mila fedeli di San Clemente Papa, a Conca d’Oro, la visita pastorale del cardinale vicario Baldo Reina di ieri e oggi «è un tempo di grazia, specie in questo anno del Giubileo» perché «porta quella speranza che la gente purtroppo ha perso e di cui c’è tanto bisogno, anche e soprattutto per i giovani che spesso sono presi da speranze effimere». Stamattina il porporato presiede la Messa delle 10, «quella dei bambini e dei ragazzi, e vivrà a seguire un momento di incontro e di festa con loro portando anche un messaggio per tutti gli ammalati, i bisognosi e gli indigenti della parrocchia», spiega il sacerdote. Ieri pomeriggio, invece, Reina «ha incontrato il Consiglio pastorale con i catechisti e i diversi operatori e animatori e pure alcuni responsabili delle 9 Comunità neocatecumenali, celebrando poi la Messa delle 18.30, Messa vespertina della festa della Presentazione di Gesù al Tempio e con la benedizione delle candele per la festa della “Candelora”», sono ancora le parole di don Lucchesi.

Proprio per offrire ai giovani un’occasione formativa che li orienti c’è grande cura nella proposta del dopoCresima, rivolta ai ragazzi che «vivono l’età delicata dell’adolescenza», dice Andrea, da 30 anni educatore dei giovani e catechista istituito. «A loro è dedicata la Messa delle 12 ogni domenica, di cui si occupano per il servizio e l’animazione – dice –, mentre poi la sera, alle 18.30, c’è l’incontro dedicato che sviluppa nelle settimane via via un tema. Al termine di ogni tema, nei tempi forti di Avvento e Quaresima proponiamo un’uscita, fuori o dentro Roma, oppure viviamo la cosiddetta “domenica Talita kum”, riprendendo le parole di Gesù, stando insieme tutto il giorno in parrocchia con attività e giochi condivisi dopo la Messa e il pranzo». D’estate, «con una tradizione trentennale, andiamo in Trentino, in Val di Brenta, per un campo e un’esperienza di autogestione che è aggregativa oltre che formativa», sono sempre le parole di Andrea. Ancora, l’educatore sottolinea come «non è facile fare formazione, è una sfida, così come non è facile elaborare dei format che coinvolgano i ragazzi ma speriamo che la discussione e il confronto con loro su alcune tematiche possano aiutarli nella loro crescita». Inoltre Andrea mette in luce l’importanza di «provare a costruire un’alleanza educativa con le famiglie dei ragazzi, con le quali ci incontriamo una volta al mese, mettendoci in ascolto»; la buona adesione e partecipazione a questa proposta è per lui «il segno di un desiderio e un bisogno di uno scambio».

Tra i volontari che si occupano della carità c’è Lina, che è pure nel gruppo che gestisce la segreteria parrocchiale, aperta ogni giorno, mattina e pomeriggio. Sottolinea «l’importanza di accogliere tutte le persone con un sorriso, cercando di dare un po’ di sollievo a chi si rivolge alla parrocchia per un aiuto di vario genere». In particolare, racconta, «assistiamo circa una ventina di famiglie grazie alle donazioni di viveri che i parrocchiani fanno spontaneamente e tramite la raccolta nel supermercato del quartiere», mentre «nei tempi forti organizziamo delle vendite di torte o di piantine per raccogliere fondi». (di Michela Altoviti da Roma Sette)

2 febbraio 2025

San Bonaventura, il nuovo campo da basket tra arte e sport

Sarà inaugurato domani, sabato 24 maggio, il nuovo campo da basket della parrocchia di San Bonaventura da Bagnoregio. Ma chiamarlo solo “campo sportivo” è riduttivo: si tratta di una vera opera d’arte a cielo aperto, dove i colori incontrano la passione per lo sport, creando uno spazio di incontro fra generazioni e culture. Dietro questo progetto c’è la maestria di Tristan Baraduc, artista e scenografo francese che ha ridato vita allo spazio parrocchiale con il suo stile unico.

L’iniziativa nasce da un’idea di don Stefano Cascio, parroco di San Bonaventura da Bagnoregio, e si è concretizzata grazie al sostegno dei parrocchiani, dei Pii Stabilimenti della Francia a Roma e del VII Municipio di Roma Capitale, con la collaborazione dell’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede, del Comitato Regionale Lazio FIP e della VS Academy. L’evento gode anche del patrocinio del Dicastero per l’Evangelizzazione, del Dicastero per la Cultura e l’Educazione e dell’Athletica Vaticana.

“Questo progetto, che è allo stesso tempo artistico e sociale, mi ha subito affascinato – dice Baraduc –. Rinnovando questo campo, vogliamo non solo stimolare la passione per il basket tra i giovani, ma anche rendere il quartiere più attraente, organizzando eventi e competizioni. Un modo per mettere in luce tutta l’energia che scaturisce da queste periferie. Immerso tra i palazzi, il campo, una volta ridipinto, si mostrerà a centinaia di abitanti dalle loro finestre, regalando al quartiere una nuova vita e un’identità tutta da scoprire”.

Il nuovo campo, infatti, si propone di integrare sport e arte, persone normodotate e persone con disabilità. Già nel 2024 era stata realizzata una rampa di accesso per persone con mobilità ridotta, testimoniando l’attenzione concreta verso l’accessibilità. Ora, con il nuovo intervento artistico e all’alba del Giubileo dello Sport, il campo si trasforma in uno spazio accogliente, diventando un punto di riferimento dinamico e vitale per l’intera comunità del quartiere.

“L’arte e lo sport – osserva il parroco don Stefano Cascio – hanno un ruolo essenziale a Torre Spaccata, come in tutte le periferie, favorendo la coesione sociale, l’inclusione e l’espressione delle identità locali. Il nostro campo da basket è aperto a tutti e contribuirà, spero, a creare una nuova dinamica nel nostro territorio”.

In occasione dell’inaugurazione, domani, Baraduc sarà a Torre Spaccata dalle 16. Seguirà un pomeriggio di festa con giochi e sport per tutti.

23 maggio 2025

San Bernardo e la visione della Scala del Cielo

Il giorno 20 di questo mese di agosto facciamo memoria di uno dei santi mariani per eccellenza, colui che viene conosciuto per essere il cantore della Vergine per antonomasia, San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153).

Oltre ad essere il membro più famoso dei Cistercensi, fondati da Roberto di Molesmes a Cîteaux, è anche conosciuto per il suo carattere fermo e deciso nel vivere pienamente la regola di vita del suo ordine e per essere instancabile nell’esortare tutti alla santità.

Come spesso è accaduto nella gloriosa storia della nostra città di Roma, anche San Bernardo ha toccato il suolo romano. Era infatti l’anno 1138 quando il papa Innocenzo II decise di affidare la custodia dell’Abbazia dei Santi Vincenzo e Anastasio alle Tre Fontane all’ordine dei Cistercensi.

Allora come oggi, il complesso abbaziale delle Tre Fontane, anche se con le dovute differenze, vanta tre chiese molto importanti: la chiesa del martirio di San Paolo, dov’è custodita la colonna sulla quale, secondo la tradizione, è avvenuta la decapitazione dell’Apostolo delle Genti; la chiesa di Santa Maria in Scala Cœli, che nella cripta custodisce la prigione dove San Paolo trascorse le ultime ore prima del martirio, e la chiesa abbaziale vera e propria.

Al tempo di San Bernardo la Chiesa di Santa Maria in Scala Cœli, che già sorgeva sui resti di un antico tempio pagano, era un oratorio dedicato ai Santi Zenone e compagni martiri, soldati romani cristiani condannati a morire alle Tre Fontane dopo essere stati sfruttati dall’imperatore Diocleziano per la costruzione delle sue terme.

Precisamente in quest’oratorio, alla presenza dello stesso papa Innocenzo II, San Bernardo, mentre celebrava la Santa Messa, ebbe la visione delle anime del Purgatorio che su una scala venivano portate dagli angeli in Cielo, dove erano accolte da Maria. È stata proprio questa visione che ha dato il nome attuale alla chiesa: Santa Maria in Scala Cœli.

La chiesa, a pianta ottagonale in laterizio e travertino, risale al XVI secolo e i lavori furono iniziati nel 1582 da Giacomo della Porta su commissione di Alessandro Farnese. L’edificio presenta lungo i suoi lati tre absidi e la tela che rappresenta la visione di San Bernardo, di Desiderio de Angelis, è ospitata nell’abside alla sinistra dell’ingresso ed è incorniciata da due colonne con capitelli corinzi.

Nella tela vediamo il Santo intento a celebrare la santa Messa di suffragio per le anime del Purgatorio e sulla sinistra in basso possiamo vedere le anime sante, immerse nel fuoco purificatore del Purgatorio che, grazie al Santo Sacrificio della Messa, salgono al Cielo accompagnate dagli angeli e accolte alle porte del Paradiso da Colei che è la Ianua Cœli, la Porta del Cielo, Maria Santissima.

Quando si parla di San Bernardo, infatti, non si può trascurare il suo amore alla Vergine Maria alla quale soleva rivolgersi con affetto incondizionato e con fiducia senza pari. Facciamo nostra, in questo mese di agosto, una delle più belle preghiere scritte da Bernardo, che mostra la sua totale fiducia in Maria Santissima, e rinnoviamo ogni giorno il nostro amore a Lei, Aiuto dei cristiani e Porta del Cielo:

Ricordati, o piissima Vergine Maria,

non essersi mai udito al mondo

che alcuno abbia ricorso al tuo patrocinio,

implorato il tuo aiuto,

chiesto la tua protezione e sia stato abbandonato.

Animato da tale confidenza,

a te ricorro, o Madre, Vergine delle Vergini,

a te vengo e, peccatore contrito, innanzi a te mi prostro.

Non volere, o Madre del Verbo,

disprezzare le mie preghiere,

ma ascoltami propizia ed esaudiscimi. Amen.

Articolo a cura delle Missionarie della Divina Rivelazione

 

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