1° Domenica di Avvento della Prima Settimana

29 novembre: Don Carlo AbbatePastorale della Salute

Prima Domenica di Avvento

Is 63,16b-17.19b; 64,2-7; Sal 79; 1 Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

 

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

 

Buongiorno a tutti. Sono don Carlo Abbate, responsabile dell’Ufficio di Pastorale Sanitaria della nostra Diocesi. Accolgo con gioia l’invito di proporre un pensiero, sul Vangelo di oggi, prima Domenica del tempo di Avvento.

Certamente la Parola che abbiamo ascoltato ci stimola alla riflessione personale anche alla luce di quanto, quasi da un anno ormai, stiamo vivendo a livello mondiale, nei nostri ambienti di lavoro, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità. Gesù ci chiama a “vegliare”, ad “essere pronti” perché “il padrone potrebbe arrivare all’improvviso” quando meno ce lo aspettiamo e chissà come ci troverà…addormentati, svegli…

Il primo pensiero che ci viene in mente all’ascolto di questo brano, è certamente legato al momento della nostra morte, che quando arriva non chiede permesso né tantomeno avvisa. E forse questo pensiero non è poi così lontano da quello che Gesù vuole intendere. Ma come sempre, la sua parola non è mai limitata, né tantomeno senza approfondimenti interiori che lo Spirito Santo ci suscita. Parlare dì morte la prima domenica di avvento, tempo che ci porta alla “nascita della Vita” può sembrare strano e fuori luogo. Da una parte però, la fede ci illumina e ci spiega chiaramente un concetto fondamentale e non facilmente comprensibile razionalmente; “è la morte che dà senso alla vita“!!!

“La vita continua”, ed essa stessa passa attraverso la dimensione della morte per trasformarsi da vita temporale a vita eterna. L’avvento è sì l’attesa della nascita del Redentore, ma questa nascita è in funzione della Pasqua di Resurrezione. Sappiamo bene che per noi cattolici, senza sminuire affatto la Natività, la Festa più importante è la Pasqua, che ha il suo inizio con l’Incarnazione del Verbo e culmina con la Passione, Morte e finalmente con la Resurrezione di Nostro Signore.

E noi siamo chiamati ad essere orientati a questa realtà, sempre “pronti” a guardare oltre l’immanente, attenti a non abbassare mai il livello di “vigilanza”, a mantenere e difendere “la speranza” contro le avversità e le difficoltà presenti. Sono parole che ci incoraggiano a credere in Lui, che ci aiutano a leggere la realtà con occhi diversi da come siamo abituati a fare.

Non si tratta di aspettare la “fine del tempo’ ma si tratta di capire e far capire agli uomini di questa generazione che “un tempo è finito” e che ne sta iniziando uno nuovo. Ecco allora, ora più che mai, l’incitamento di Gesù a vegliare e stare pronti a vivere questo “nuovo tempo”, a “vegliare” senza addormentarsi mai su cose vecchie e passate, legati a schemi umani che sono logori di stanchezza e privi di entusiasmo.

“Ecco, non vi accorgete che faccio nuove tutte le cose?”. Ed erano proprio queste le parole scritte su un foglio appeso alla parete della stanza dell’Hospice Villa Speranza nel quale ho vissuto amando e servendo per ben 15 anni i numerosi degenti che si sono succeduti, che Anna, giunta al termine della sua vita terrena, ripeteva a sé stessa e agli altri finché ha avuto possibilità di esprimersi.

Allora, che questo avvento, inizi oggi con la speranza che ognuno di noi possa avere quella disposizione interiore a vedere la novità di un bambino che nasce e che vuole farci vivere la “vita in un modo diverso”. È arrivato forse il tempo, in cui dobbiamo riscoprirci l’uno con l’altro, amare il Gesù che è in colui con il quale mi relaziono, incontrandoci e lasciando da parte i pregiudizi e i preconcetti, nella libertà della mente e dello spirito. Forse dovremmo riprendere quelle tre semplici parole che Papa Francesco ci consigliò in quella famosa udienza del 13 maggio 2015: ”permesso, scusa, grazie”.

Permesso: per entrare con delicatezza nel vissuto dell’altro, senza oltraggiarlo nella dignità, senza umiliarlo nelle fragilità e debolezza, ma sostenendolo sempre. La sensibilità di una persona va rispettata in ogni modo. basta così poco per far lacrimare l’anima.