6 Luglio 2026

Il catecumenato matrimoniale, un modello da esportare

Foto Gennari/diocesidiroma

Rinnovare la preparazione al matrimonio delle prossime generazioni, considerando le nozze non un punto di arrivo, ma una tappa lungo un percorso. Sono questi gli obiettivi degli “Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale. Orientamenti pastorali per le Chiese particolari”, un documento presentato nel corso della seconda giornata del Congresso teologico pastorale del X Incontro mondiale delle famiglie, presentato da Gabriella Gambino, sottosegretario del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, con il marito Giovanni Nuzzi.

«Non è un corso confezionato quello che presentiamo – ha spiegato Gambino –, ma uno strumento di riflessione pastorale che, a partire da alcuni principi generali, intende essere un aiuto alle Chiese particolari, affinché predispongano i loro percorsi, sulla scia di quanto suggerito dal Santo Padre, in base alle possibilità e alle caratteristiche pastorali di ogni luogo». L’obiettivo da raggiungere è delineato in modo chiaro: «Occorre puntare a modificare gradualmente l’impostazione della pastorale vocazionale, affinché contempli esplicitamente anche il matrimonio, accanto alla vita consacrata». Serve dunque un catecumenato, «un percorso di accoglienza – hanno sottolineato i relatori –, da parte di una comunità, che sa accompagnarti, custodirti e incoraggiarti». Il matrimonio è davvero una vocazione e pertanto «richiede un discernimento – hanno spiegato –. In quest’ottica, la celebrazione del rito nuziale non è in nessun modo un punto di arrivo, ma l’inizio di una vita sponsale, in cui marito e moglie acquisiranno una rinnovata identità cristiana, come accade per i sacerdoti e i religiosi».

Un percorso di questo tipo viene già portato nella diocesi di Roma, come hanno spiegato don Fabio Rosini, direttore della Pastorale vocazionale diocesana, con Angelo Carfì ed Elisa Tinti. «Noi costituiamo dal 2012 l’équipe per il discernimento vocazionale della diocesi di Roma – hanno spiegato – ed in questa veste negli ultimi dieci anni abbiamo proposto un duplice corso di preparazione al sacramento del matrimonio: uno per la preparazione remota ed uno per la preparazione prossima al sacramento. Hanno usufruito di questi corsi molte centinaia di fidanzati». Il catecumenato matrimoniale non va impostato «come un corso “istruttivo” composto di belle cose da capire – hanno ribadito –, altrimenti noi falliremo nella nostra missione di dare sostanza alla formazione al matrimonio. È necessario invece tornare alla prima sensibilità cristiana, quella dei primi secoli, quella che ha generato il catecumenato battesimale, che implicava un sentiero pratico, esperienziale, liturgico».

La giornata era stata aperta dalla Messa nella basilica di San Pietro, celebrata dal cardinale Angelo De Donatis, vicario del Papa per la diocesi di Roma. «Qui, stamattina, con il Cuore di Cristo buon pastore, battono i cuori di tutto il mondo – aveva detto il cardinale –: sono cuori felici di avere risposto di Sì a Dio; sono cuori feriti dalle prove della storia e del mondo; sono cuori aperti alla novità del Vangelo, per poter testimoniare la perenne presenza di Cristo Sposo in questa nostra storia. Non è vero che la famiglia è ormai perduta, tramontata. È ancora sulle spalle del Pastore che con forza e tenerezza attraversa le vie del mondo e ci richiama a riscoprire la via della santità».

Nella mattinata, tra i vari interventi, anche quello Massimo e Patrizia Paloni, «di una comunità neocatecumenale di Roma e missionari itineranti in Olanda da diciotto anni», come hanno raccontato loro stessi dal palco dell’Aula Paolo VI. I coniugi Paloni hanno presentato una nuova esperienza di post-Cresima: «Oggi tantissimi giovani vengono da famiglie ferite. Una sempre più alta percentuale di figli vive con un solo genitore, la maggioranza per la separazione dei genitori, un’altra parte per situazioni al di fuori del matrimonio. Davanti al fallimento di oltre il 50% dei matrimoni, senza il supporto e l’aiuto della scuola, molti giovani si ritrovano senza alcun punto fermo e si smarriscono. In una nuova esperienza di post-cresima, che molti parroci nel mondo, in comunione con i loro vescovi, hanno deciso di cominciare, si formano piccoli gruppi di giovani che si riuniscono con una famiglia di fede provata e adulta, capace di un’autentica testimonianza di servizio a questi ragazzi. Gli adolescenti sono attratti dalla famiglia cristiana in cui vedono una fede viva. In questi gruppi i giovani cominciano a leggere la Parola di Dio, riflettono sui comandamenti come cammino di vita, riscoprono il Sacramento della Riconciliazione e vengono a contatto con la vita cristiana di una famiglia concreta».

In serata i delegati delle Conferenze episcopali si sono poi spostati in diverse parrocchie romane, per proseguire lì i lavori del Congresso, incontrare le famiglie romane e vivere momenti conviviali.

24 giugno 2022

Il cardinale vicario visita il Servizio psichiatrico del San Filippo Neri

Questa mattina, il cardinale vicario Baldo Reina ha visitato il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC) dell’Ospedale San Filippo Neri. Il porporato ha ascoltato i pazienti, ha stretto le loro mani e ha rivolto a tutti parole di conforto.

Ad accoglierlo, Giuseppe Quintavalle, direttore Generale della ASL Roma 1, Giuseppe Ducci, direttore dell’Unità Operativa Complessa (UOC) Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC) dell’ospedale San Filippo Neri e Luigina Di Liegro, presidente della Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro ETS, che da oltre 20 anni collabora attivamente grazie ai suoi volontari in convezione con la ASL Roma 1 al progetto “Arte che cura”. Un’iniziativa che si tiene all’interno del reparto e che viene finanziata dalla diocesi di Roma.

«Per me è un onore essere qui – ha detto il cardinale vicario, che ha portato il saluto e la vicinanza di Papa Leone XIV -, perché ritengo che la presenza della Chiesa di Roma non sia legata soltanto alle parrocchie, ma a tutte quelle realtà dove c’è l’uomo e in modo particolare le persone che soffrono. Il tema del disagio mentale è una grande sfida per il presente e il futuro del nostro Paese, perché i casi sono in aumento con un certo peso anche negli adolescenti e nei giovani».

Il cardinale Reina ha quindi esortato a porre al centro della cura l’attenzione alla persona, «perché se è vero che non tutte le malattie sono guaribili, tutte sono curabili». Rivolgendosi a tutti coloro che sono ricoverati nel reparto, ha aggiunto: «Prima ancora di essere pazienti e ammalati siete persone. Sentitevi sostenuti dalla vicinanza della diocesi di Roma e sollecitateci, perché in questo periodo abbiamo bisogno di aprire gli occhi sulle tante forme di povertà e sofferenza».

17 luglio 2025

Il cardinale vicario visita il Policlinico Tor Vergata: «La dignità di un ospedale si misura sui più fragili»

Il cardinale Baldassare Reina ha visitato il Policlinico Tor Vergata, nella nuova veste giuridica di Azienda ospedaliera universitaria, incontrando operatori sanitari, docenti, studenti e pazienti. La visita si è svolta il 19 maggio alla presenza del rettore dell’Università di Roma Tor Vergata Nathan Levialdi Ghiron, del direttore generale Ferdinando Romano, del presidente del Consiglio regionale del Lazio Antonio Aurigemma e del presidente del VI Municipio Nicola Franco.

Dopo un primo momento nella galleria principale dell’ospedale, il vicario generale della diocesi di Roma si è recato nella sala dialisi, dove ha salutato il personale e i pazienti accolto dalla responsabile Anna Paola Mitterhofer.

Nel corso degli interventi istituzionali è stato più volte sottolineato il valore dell’integrazione tra università e sanità pubblica. Il rettore Levialdi Ghiron ha definito la nuova Azienda ospedaliera universitaria «testimonianza ed esempio» della collaborazione tra attività clinica, ricerca e formazione, ricordando come il sistema sanitario possa beneficiare dell’innovazione scientifica e della didattica sviluppate all’interno dell’ateneo.

Il direttore generale Ferdinando Romano ha invece richiamato il personale alla centralità del paziente, ringraziando medici, infermieri e operatori per i risultati raggiunti negli ultimi mesi. Tra i dati illustrati, la riduzione dei tempi di attesa in pronto soccorso, l’aumento del 20% dell’attività chirurgica e l’attivazione di 40 nuovi posti letto dedicati alla geriatria e alla medicina d’urgenza.

Il rapporto tra Policlinico e territorio è stato evidenziato dal presidente del VI Municipio Nicola Franco, ringraziando la struttura per la collaborazione nelle iniziative di prevenzione e promozione della salute rivolte a una periferia «difficile e popolosa». Antonio Aurigemma ha invece ribadito il valore universale del servizio sanitario pubblico, sottolineando il ruolo della competenza e della responsabilità professionale nella tutela del diritto alla cura.

Ampio spazio è stato dedicato all’intervento del cardinale Reina, che ha definito il passaggio da Fondazione ad Azienda «non solo una mutazione giuridica ma una professione di fede civile». Secondo il vicario del Papa per la diocesi di Roma, la nuova configurazione del Policlinico rappresenta la conferma che «ricerca, didattica e cura non possano camminare separate».

Il cardinale ha indicato tre direttrici fondamentali della missione del Policlinico universitario: cura, ricerca e formazione. La cura, ha spiegato, resta il fondamento stesso dell’ospedale e trova nella tradizione evangelica del buon samaritano il proprio riferimento umano e culturale. «La dignità di un ospedale si misura sulla qualità della relazione con i più fragili», ha affermato, soffermandosi anche sulle difficoltà vissute dal personale sanitario, tra carichi di lavoro elevati, fuga dei giovani medici e rischio di «stanchezza dell’anima».

Sul fronte della ricerca, il cardinale ha richiamato la necessità di mantenere saldo il legame tra laboratorio e corsia, perché «quando la ricerca perde di vista il letto del malato si avvelena». Infine, rivolgendosi ai docenti universitari, ha sottolineato il valore umano della formazione medica, che non consiste soltanto nella trasmissione di informazioni ma nell’educazione a uno sguardo sul dolore, sull’errore e sulla fragilità della persona.

Nel concludere il suo intervento, il cardinale Reina ha invitato il Policlinico a essere «ospedale da campo», capace di raggiungere i pazienti più fragili e di rendersi accessibile anche a chi fatica a orientarsi nella complessità della burocrazia sanitaria.

 

20 maggio 2026

Il cardinale vicario invita alla preghiera per Benedetto XVI

«Accogliendo la richiesta di Papa Francesco al termine dell’udienza generale di ieri, invito tutte le comunità di Roma a unirsi in preghiera per Benedetto XVI, le cui condizioni di salute si sono aggravate, a motivo dell’avanzare dell’età». Inizia così la lettera inviata dal cardinale vicario Angelo De Donatis alla diocesi di Roma.

Nella celebrazione delle Messe di oggi e dei prossimi giorni, scrive ancora il cardinale, «accompagniamo il nostro caro vescovo emerito nel momento della sofferenza e della prova, invocando il Signore perché “lo consoli e lo sostenga in questa testimonianza di amore alla Chiesa fino alla fine”».

Con questa intenzione sarà celebrata anche la Messa di domani, 30 dicembre, alle 17.30 nella basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma, che sarà presieduta dal cardinale vicario Angelo De Donatis. La celebrazione sarà trasmessa in diretta su Telepace (canale 75) e in streaming sulla pagina Facebook della diocesi di Roma.

29 dicembre 2022

Il cardinale vicario Angelo De Donatis prende possesso del titolo presbiterale di San Marco

Domenica 7 ottobre, memoria liturgica di san Marco I Papa, alle ore 19, nella basilica parrocchiale di San Marco al Campidoglio (piazza omonima, nei pressi di piazza Venezia), il cardinale vicario Angelo De Donatis prenderà possesso del titolo presbiterale di San Marco. Gli fu assegnato da Papa Francesco in occasione della sua nomina cardinalizia, nel Concistoro dello scorso mese di giugno.

Il rito della presa di possesso «sottolinea il legame tra il vescovo di Roma e il suo clero», osserva il direttore dell’Ufficio liturgico del Vicariato di Roma, padre Giuseppe Midili. Simboleggia il fatto che «i più stretti collaboratori del Santo Padre hanno un incarico nella sua diocesi».

Il cardinale De Donatis prenderà possesso del titolo della parrocchia dove ha svolto il suo ministero di parroco per dodici anni, dal 2003 al 2015.

4 ottobre 2018

Il cardinale vicario Angelo De Donatis positivo al coronavirus: «Offro la mia preghiera per tutta la comunità diocesana e per gli abitanti della città»

Oggi, lunedì 30 marzo 2020, il cardinale Angelo De Donatis, vicario generale della diocesi di Roma, dopo la manifestazione di alcuni sintomi, è stato sottoposto al tampone per il Covid-19 ed è risultato positivo. È stato ricoverato al Policlinico Universitario Fondazione Agostino Gemelli IRCCS. Ha la febbre, ma le sue condizioni generali sono buone, ed ha iniziato una terapia antivirale. I suoi più stretti collaboratori sono in autoisolamento in via preventiva.

«Sto vivendo anche io questa prova, sono sereno e fiducioso – dichiara il cardinale De Donatis –! Mi affido al Signore e al sostegno della preghiera di tutti voi, carissimi fedeli della Chiesa di Roma! Vivo questo momento come un’occasione che la Provvidenza mi dona per condividere le sofferenze di tanti fratelli e sorelle. Offro la mia preghiera per loro, per tutta la comunità diocesana e per gli abitanti della città di Roma!».

30 marzo 2020

Il cardinale Ruini, tra fedeltà ai pontefici e amore per la Chiesa

Il cardinale Ruini con Benedetto XVI (foto Gennari)

Sedici anni alla guida della Conferenza episcopale italiana e 17 anni e mezzo come vicario del Papa per la diocesi di Roma. Due incarichi importanti che il cardinale Camillo Ruini ha vissuto con spirito di servizio, fedeltà ai pontefici e amore per la Chiesa. Era nato a Sassuolo, in provincia di Modena e diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, il 19 febbraio 1931. Aveva compiuto gli studi filosofici e teologici a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana, come alunno dell’Almo Collegio Capranica, conseguendo la licenza in filosofia e teologia.

Era stato ordinato sacerdote l’8 dicembre del 1954, anno mariano, da monsignor Luigi Traglia, all’epoca vicegerente della diocesi di Roma. Nel 1957 era rientrato in diocesi a Reggio Emilia. Aveva insegnato filosofia al Seminario diocesano dal 1957 al 1968 e da allora fino al 1986 teologia dogmatica allo Studio Teologico Interdiocesano di Modena-Reggio Emilia-Carpi-Guastalla, del quale dal 1968 al 1977 era stato anche preside. Dal 1977 al 1983 aveva insegnato inoltre teologia dogmatica allo Studio Teologico Accademico Bolognese.

Nella diocesi di Reggio Emilia, dal 1958 al 1966 aveva ricoperto la carica di assistente diocesano dei Laureati cattolici e dal 1966 al 1970 era stato delegato vescovile per l’Azione cattolica. Dal 1968 era stato vicario episcopale per l’apostolato dei laici e dal 1968 al 1986 presidente del Centro culturale diocesano Giovanni XXIII. Dal 1975 al 1986, aveva guidato la Consulta diocesana per la pastorale scolastica.

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17 giugno 2026

Il cardinale Reina: il «grido silenzioso» di Roma per la pace

Foto Gennari

«Dov’è oggi la pace?», si chiede il cardinale vicario Baldo Reina. Le sue parole risuonano in tutta la basilica di San Lorenzo fuori le Mura. Raggiungono tutti. Anche chi è rimasto in piedi in fondo alla chiesa. È un fiume in piena il porporato. Le sue domande si susseguono una dopo l’altra. Sono le stesse di tante persone che non riescono a trovare risposte. «Perché si continua a ragionare con la logica della guerra? – aggiunge – Fino a quando durerà questa miopia? Fino a quando l’uomo farà valere la legge del più forte? E in nome delle armi e di tanti miliardi penserà di mettere a tacere il bisogno di pace?».

Interrogativi che lui stesso affida al Santissimo Sacramento. «La nostra preghiera è un’invocazione d’aiuto a Gesù. Vogliamo dire basta alla guerra – rimarca -. A Lui presentiamo questa umanità che sembra smarrita, accecata dall’odio, dalla vendetta e dal desiderio di produrre nuove armi per portare ancora morte, come se non bastasse il grido di dolore di tante vittime innocenti e di persone che ancora oggi piangono i loro cari».

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27 giugno 2025

Il cardinale Reina: «Roma è ferita dalle disuguaglianze ma il Giubileo risveglia umanità, la speranza non sia uno slogan»

Foto Gennari

«Roma è una città ferita dalle disuguaglianze, ma ricca di umanità e desiderosa di speranza». Il cardinale vicario Baldo Reina racconta il volto di una Chiesa che, in questo Giubileo, si fa prossima alle persone, alle famiglie, ai giovani, ai poveri. Un percorso che interpella la comunità ecclesiale a uscire, ascoltare, accompagnare. Dalle disuguaglianze urbane alla riscoperta della fede, passando per l’impegno concreto delle parrocchie, illuminando il presente e rilanciando la sfida di essere davvero testimoni credibili del Vangelo.

Eminenza, come sta attraversando la diocesi di Roma questo tempo giubilare? Quali segni sta leggendo nelle comunità che incontra?
Già nel 2023 abbiamo iniziato un cammino in preparazione al Giubileo, riflettendo sul convegno del 1974 e realizzando cinque incontri su altrettante povertà: abitativa, educativa, sanitaria, lavorativa e relazionale. Da lì è emerso un dato chiaro: Roma è attraversata da forti disuguaglianze. Una città che accoglie, ma che ospita “più città” al suo interno. Le periferie nascono già ferite, il centro è diventato un luogo di passaggio. Non è più abitato ma attraversato da turisti, pendolari, lavoratori. Abbiamo voluto arrivare al Giubileo con questa consapevolezza, cercando di essere una Chiesa che lancia segnali di speranza. Penso, ad esempio, al fondo per l’emergenza abitativa dedicato a don Roberto Sardelli, o ai doposcuola gratuiti per i figli degli immigrati: oggi presenti in circa ottanta parrocchie.

Il suo sguardo viene da un’altra terra. Che cosa l’ha colpita di Roma nei primi mesi del suo ministero?
Vengo da una realtà molto più piccola, Agrigento. L’impatto con Roma non è stato semplice, ma mi sono messo subito in gioco con la visita pastorale. Ogni sera, tornando a casa, porto nel cuore i volti di tanti volontari, famiglie, religiosi, sacerdoti che si spendono ogni giorno nei quartieri più difficili. È questo che mi incoraggia.

A livello pastorale e culturale, quali risposte sta generando il cammino giubilare?
Le comunità si stanno interrogando. I dati del Censis, con cui abbiamo collaborato, mostrano che il 95% dei battezzati non frequenta più le parrocchie. C’è stato un forte scollamento, soprattutto dopo la pandemia. Ma sento riemergere una domanda di fede più sostanziale, meno formale. Le periferie nascono già ferite, il centro è diventato un luogo di passaggio. Non è più abitato ma attraversato da turisti, pendolari, lavoratori.

C’è davvero spazio per un annuncio credibile tra le nuove generazioni?
Assolutamente. I ragazzi oggi soffrono, spesso in silenzio. Chiedono di essere ascoltati, non giudicati. Quando abbiamo accolto il corpo di Pier Giorgio Frassati a Santa Maria sopra Minerva, la basilica si è riempita in pochi minuti. I giovani si sono avvicinati in preghiera, con rispetto. Cercano testimoni credibili. Lo vedo anche nei percorsi esigenti guidati da sacerdoti come don Fabio Rosini o don Alessandro Di Medio. Più si alza l’asticella, più i giovani rispondono. Chiedono senso, profondità, autenticità.

Frassati e Acutis sono modelli ancora validi per i ragazzi?
Sì, lo sono. Acutis è vicino al mondo digitale, Frassati rappresenta un modello di vita concreta, sportiva, impegnata. Sono esempi capaci di parlare al cuore dei ragazzi. L’importante è proporli in modo non retorico, ma come compagni di strada. E le nostre comunità giovanili, nonostante le difficoltà, stanno offrendo esperienze significative.

Dalla carità quotidiana ai problemi strutturali, come sta rispondendo la Chiesa di Roma ai bisogni della città?
La generosità delle nostre comunità è straordinaria. La quasi totalità delle parrocchie ha un centro d’ascolto e una Caritas. L’Emporio della Carità, che promuoviamo da alcuni anni, restituisce dignità: chi ha bisogno entra e sceglie ciò che serve, senza ricevere pacchi preconfezionati. Stessa cosa per i doposcuola: quando li abbiamo proposti, la risposta è stata immediata. Ma ci sono problemi strutturali enormi, soprattutto sul fronte dell’abitare. Gli affitti sono insostenibili. Ci sono studenti costretti a rinunciare all’università perché non trovano una stanza. Continuo a fare appello alla politica, alle istituzioni: servono scelte coraggiose.

Il Giubileo dei giovani ha portato entusiasmo in città. Cosa si aspetta da questo incontro?
Abbiamo accolto circa 150mila giovani nelle parrocchie e negli istituti religiosi. È stato bellissimo vedere la città animata da gruppi, canti, volti pieni di entusiasmo. Il mio desiderio è che questo non resti un evento, ma diventi l’inizio di un accompagnamento stabile. Vorrei che i ragazzi scoprissero che la Chiesa è una casa accogliente, dove sperimentare la pienezza della vita.

Famiglia e giovani sono spesso i due volti della fragilità. Come li state sostenendo?
Nei consigli pastorali emergono sempre due categorie: i giovani e le famiglie. Come diocesi stiamo lavorando molto sulla pastorale familiare, con una rete di referenti nelle prefetture per essere presenti là dove le famiglie vivono. Sappiamo che non esiste la famiglia perfetta: accompagnare è la parola chiave. Papa Francesco, e ora anche Papa Leone, ci chiedono di camminare con le famiglie, in tutte le loro forme.

Cosa desidera che resti, davvero, da questo Giubileo della Speranza?
Mi auguro che il tema scelto da Papa Francesco – la speranza – non sia uno slogan. Se sarà vissuto come responsabilità, può diventare un’eredità preziosa. Testimoni di speranza significa esserlo nei gesti quotidiani, nelle relazioni, nel modo in cui trattiamo le persone. Se ci riusciamo, sarà davvero un’eredità viva. E condivisibile.

di Riccardo Benotti – Agenzia Sir

31 luglio 2025

Il cardinale Reina: «La vita eterna passa attraverso i piccoli»

Foto Gennari

Uno sguardo teologico arricchito dalla testimonianza di chi, quotidianamente, si dedica ai più fragili per comprendere e far propria l’esortazione apostolica “Dilexi te” di Papa Leone XIV, con l’obiettivo di servire sempre al meglio la «carne di Cristo». È lo spirito che ieri sera, venerdì 14 novembre, ha accompagnato il pomeriggio di preghiera e di riflessione promosso per il Giubileo diocesano degli animatori della carità, organizzato nell’ambito della Giornata mondiale dei poveri che si celebra domenica 16 novembre.

Un testo «da approfondire e condividere come tutto il magistero della Chiesa – ha osservato il cardinale vicario Baldo Reina tirando le fila della serata –. È importante farlo diventare mentalità diffusa, perché la qualità delle azioni dipendono direttamente da chi siamo. Se non ci formiamo attraverso la Parola di Dio e i documenti che nel tempo ci vengono offerti, rischiamo che anche l’agire risulti fragile». Citando Sant’Ignazio di Antiochia, ha rimarcato che la Chiesa di Roma, «che presiede nella carità tutte le Chiese», ha una «responsabilità enorme» e per questo bisogna essere «ben attrezzati. La vita eterna passa attraverso i piccoli. Dobbiamo aprire gli occhi e il cuore e vivere questa testimonianza di carità come il Signore ci ha esplicitamente insegnato».

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15 novembre 2025

Il cardinale Reina: «Il riarmo dell’Europa porterà altro sangue. Basta violenze contro i migranti in Libia»

Il vescovo Baldo Reina (foto DiocesiDiRoma/Gennari)

Riportiamo di seguito l’intervista al cardinale vicario Baldo Reina pubblicata oggi, 9 giugno, sul quotidiano “La Stampa”. L’autore è Giacomo Galeazzi.

«Dopo gli orrori delle guerre mondiali, dei campi di sterminio, delle deportazioni di massa pensavamo di aver appreso abbastanza dalla storia per poter dire di “no” alle guerre o, in ogni caso, saperle arginare con la diplomazia e i negoziati. E invece abbiamo superato la regola del “occhio per occhio, dente per dente” che quanto meno imponeva una proporzione al male legandola a quello subito», dice il cardinale vicario di Roma Baldo Reina a cui il Papa ha affidato anche il Pontificio Istituto Teologico per la Famiglia.

Cosa provoca l’escalation?

«Oggi è tutto moltiplicato all’ennesima potenza; la difesa la si fa coincidere col riarmo pensando che dalla produzione di armi possa nascere la pace. La guerra è sempre una sconfitta. La corsa alle armi è una sconfitta che si macchia di altro sangue. All’Europa è mancata un’operazione culturale e antropologica su ampia scala in grado di recuperare le radici cristiane e umanistiche e farle diventare punto di crescita. Il grande progetto delle “famiglie di nazioni” alimentato dal pensiero politico di De Gasperi, Schumann e Adenauer non è riuscito a strutturarsi in maniera compiuta e i capisaldi valoriali che lo sostenevano non sono stati assimilati fino al punto da diventare cultura condivisa. L’unità, allora, è stata prettamente economico-finanziaria con diverse velocità di crescita e di sviluppo non accompagnate da un progetto comune».

Qual è il ruolo dell’Italia?

«Da decenni l’Italia avrebbe dovuto capire che il Mediterraneo era (ed è) un vero e proprio ponte che collega il nord e il sud del mondo, l’oriente e l’occidente. Questa posizione strategica, se interpretata bene poteva (e potrebbe) consentire all’Italia di giocare un ruolo strategico da un punto di vista geopolitico. Invece tutto è stato letto con la lente del fenomeno immigratorio, ancora una volta con la logica del braccio di ferro per stabilire se accogliere o respingere quanti arrivavano dal continente africano o dal Medio Oriente. Certe miopie, a volte, si pagano a caro prezzo».

Cosa propone Leone XIV?

«Serve una riflessione sui macro-fenomeni. A  farsene carico dovrebbe essere l’intero occidente e coloro che lo governano.  Leone XIV di fronte agli scenari di guerra continua a chiedere che i nemici si incontrino; che si realizzino i negoziati, le mediazioni e tutto ciò che può attenuare le tensioni per trovare vie concrete di conciliazione. Dall’incontro e dal dialogo può nascere e crescere una società veramente umana perché l’uomo è per sua natura essere-in-relazione. Senza la relazione o muore o uccide. L’autoreferenzialità, l’egoismo, l’orgoglio sono tutte facce della medesima malattia che impoverisce l’uomo perché non gli permette di vedere l’altro  con la conseguenza che mentre uccide si uccide».

È   la guerra “globale”?

« Ciò a cui oggi stiamo assistendo non è “semplicemente” una guerra tra popoli rivali circoscritti dentro territori ben delimitati ma è il massacro di un’umanità che ha fatto l’abitudine alla guerra, il cui cuore rischia di lasciarsi “anestetizzare” dall’apatia e dalla rassegnazione alla banalità del male. L’impegno etico non lo si può improvvisare, non può essere uno slogan: è frutto di formazione, di condivisione di valori, di visione del mondo e della vita. I sentieri affascinanti e ripidi del “sapere” hanno ceduto il passo agli algoritmi pensati per annebbiare il “ben dell’intelletto”. Senza pensiero critico non c’è ricerca della pace».

È pure una crisi educativa?

«Sì. Tutto sembra esserci sfuggito di mano. Basta stare qualche ora tra i corridoi di una scuola o ascoltare qualche genitore per rendersi conto della fatica che tutti fanno e facciamo ad educare e anche del respingimento dei giovani nei confronti degli adulti. Il nostro tempo è stato definito “senza padri” eppure di padri e di madri si ha bisogno non solo per venire al mondo ma anche per saperci stare. Si ha voglia di un patto tra le generazioni? La mia sensazione è che camminiamo tutti su rette parallele pensando di avere ognuno ragione o, quanto meno, ognuno le proprie ragioni. Prima che del patto forse serve ascoltarsi. Dobbiamo uscire dalla strettoia che da ragione ad alcuni e torto ad altri per entrare in un sentiero fatto di ascolto sincero, di compartecipazione senza giudizio, di comprensione senza etichette. Ho conosciuto tanti giovani straordinari con forme di ribellione e di disagio da fare paura ma che chiedevano semplicemente di essere ascoltati e accolti con le loro ferite e fatiche e ho ascoltato genitori ed educatori altrettanto frustrati nei loro fallimenti che aspettavano che qualcuno desse loro un’altra possibilità».

C’è pace senza giustizia?

«La giustizia è il pilastro fondamentale per ogni convivenza sociale. Riconoscere all’altro ciò che gli è proprio e ancor prima riconoscerlo soggetto con una propria dignità, indipendentemente da ciò che possiede o che opera è il punto di partenza di ogni intento di autentico sviluppo umano. Le disuguaglianze sono sotto gli occhi di tutti; ormai sono diventate la normalità. Senza giustizia non potrà esserci pace perché le disuguaglianze provocano rabbia sociale e generano conflitti difficilmente sanabili. Tutto questo ragionamento non può prescindere dall’urgenza di evangelizzare l’economica finanziaria il cui strapotere è palese. Nella visione cristiana l’altro è sempre mio fratello. Se accogliamo questo principio allora è possibile costruire legami autentici fra popoli diversi e con quanti arrivano da altri continenti (per lo più impoveriti da paesi più ricchi). Guardare l’altro con la giusta empatia permette di riconoscere che ha i miei stessi bisogni di pace, di giustizia, di benessere, di sviluppo, di serenità; così come prima ancora di guardare il colore della pelle bisognerebbe fermarsi a conoscere la sua storia, se ha vissuto dei drammi, se è dovuto scappare da guerre o dalla fame, se ha dovuto subire umiliazioni indicibili, se ha sofferto. Solo allora posso esprimere un giudizio e orientare le mie scelte».

A cosa si riferisce?

«Ho visto un video sui centri di detenzione in Libia. Quelle immagini mi tornano costantemente alla mente. E se a subire quelle torture fosse stata mia sorella o mia nipote? Fino a quando l’altro è lo straniero non potremo mai farci portatori di istanze etiche. Faremo solo discussioni da salotto. È importante ricordare che la cultura cristiana è incentrata sul riconoscimento dell’alterità. Siamo tutti sulla stessa barca, nessuno si salva da solo. Sulle migrazioni devono  misurarsi le organizzazioni sovranazionali. Se un tempo c’era la necessità di difendersi da un blocco territoriale oggi c’è l’urgenza di trovare strade nuove per non rimanere schiacciati dentro blocchi che non dialogano più o che ragionano solo per occupare o adottano strategie finanziarie per imporsi sull’altro».

 

9 giugno 2025

Il cardinale Reina: «Digiuno e preghiera per trovare una via di pace»

Riflessione del cardinale vicario Baldo Reina pubblicata sull’edizione odierna de “La Stampa”.

“Allora i discepoli, accostatisi a Gesù in disparte, gli chiesero: «Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?». Ed egli rispose: «Per la vostra poca fede. In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile. Questa razza di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» (Mt 17,19-21)”.

I discepoli non erano riusciti a liberare dal maligno una persona portata davanti a loro dal padre. Raccontano al Maestro il loro fallimento e chiedono come mai non erano stati in grado di compiere quel miracolo. Gesù risponde riportando il tutto alla mancanza di fede e alla necessità di mettere in campo “armi” inusuali ma efficaci: digiuno e preghiera. Qualche giorno fa Papa Leone XIV ha chiesto ai cristiani di tutto il mondo di vivere una giornata di digiuno e di preghiera in occasione della memoria liturgica della Beata Maria Vergine Regina, invocata anche come la “Regina della pace”, perché si arrivi presto alla pace “disarmata e disarmante” in tutto il pianeta. Ci si potrebbe interrogare sul senso del digiuno e della preghiera e sull’incidenza che possono avere rispetto ai conflitti bellici. Serve digiunare e/o pregare?

L’episodio raccontato dal Vangelo di Matteo mi permette di cogliere l’essenza di queste due vie, espressioni di una relazione profonda con Dio. Insieme all’elemosina fanno parte di alcune pie pratiche suggerite già nel mondo ebraico e riprese da Gesù all’inizio del suo ministero (Mt 6). L’idea di fondo è riscoprire le tre grandi coordinate della vita di ogni credente: il rapporto con Dio (la preghiera); il rapporto con gli altri (l’elemosina) e il rapporto con se stessi (il digiuno).

E in questo perimetro la capacità di ritornare all’essenziale, a ciò che davvero conta e a ciò che è utile per una vita pienamente umana e autenticamente cristiana. La sensazione che si ha oggi è che sia saltato proprio quest’impianto. Di fatto, in tanti, pensano di fare a meno di Dio organizzando il vivere umano attorno alla ricerca del profitto e del piacere. La perdita del fascino della Trascendenza ha determinato un triste livellamento verso le cose terrene, svuotate di senso e di bellezza. Assecondando l’adagio secondo cui “Dio è morto!” è veloce il passaggio alla morte e all’uccisione del fratello. Siamo tanti, viviamo l’uno accanto all’altro ma siamo tristemente soli. E tutto questo ci ha fatto perdere il rapporto con noi stessi. Non sappiamo più cosa è davvero importante “in sé”; al massimo riusciamo a stabilire cosa è importante “per me”.

Gli oltre 50 conflitti che ogni giorno insanguinano il nostro pianeta sono figli di questa logica distruttiva in cui qualcuno pensa di potersi affermare perché si ritiene più forte dell’altro e perché vuole accaparrare beni, territori, risorse che ritiene propri. Per farlo si uccide con disprezzo assoluto per la vita. Si distruggono ospedali, scuole, case. Si uccidono bambini, ammalati, giovani e anziani. Il forte appello di Papa Leone serve a scuotere l’intera umanità (o almeno quanti si professano cristiani) rispetto al torpore che rischia di diventare abitudine e che ci porta a ragionare su logiche di puro calcolo umano, di incontri ad alto impatto mediatico che poi nulla o poco risolvono o di previsioni che vengono puntualmente smentite.

Digiuno e preghiera sono pratiche i cui effetti non si misurano nell’immediato. Hanno la funzione di imporci una sosta. Di metterci innanzi a Dio per ricordare che solo Lui è il Signore di tutto. Sua è la terra, ogni terra. Sua è la vita, ogni vita. Di fermarci di fronte all’ingordigia del cibo e di tutto ciò che divoriamo ogni giorno senza chiederci se davvero serva alla nostra vita. Di piegare le ginocchia e di stare a stomaco vuoto per scoprire che è un Altro che ci riempie. Solo così potremo dire al monte di spostarsi e questo si sposterà; potremo dire a un esercito di fermarsi e questo si fermerà. Solo se avremo fede in Dio e nel fratello.

23 agosto 2025

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