5 Luglio 2026

Francesco: «Quanti cirenei portano la croce di Cristo!»

Papa Francesco è tornato a sorpresa in piazza San Pietro accolto con un’esplosione di gioia dai fedeli presenti ieri, 13 aprile, per la celebrazione liturgica della Domenica delle Palme. Appena arrivato sul sagrato i fedeli hanno urlato “Viva il Papa”. «Buona domenica delle Palme, buona Settimana Santa», ha detto con la voce roca ma più chiara rispetto a domenica scorsa. Ha quindi salutato i cardinali e le autorità ai lati dell’altare. Tra i partecipanti alla liturgia, tanti quelli che speravano in una sorpresa, molti quelli che si dicevano certi che non sarebbe mancato per augurare a tutti una serena Settimana Santa.

Quella di ieri è stata la quarta sorpresa del Papa in una settimana: domenica scorsa, 6 aprile, si è mostrato per pochi minuti ai fedeli in piazza per il Giubileo degli ammalati e ha impartito la benedizione. Giovedì 10 si è recato nella basilica di San Pietro per ammirare gli ultimi ritocchi dei restauri all’altare della Cattedra e per pregare sulla tomba di San Pio X. Sabato pomeriggio, invece, ha sorpreso i fedeli in visita nella basilica di Santa Maria Maggiore, dove si è intrattenuto in preghiera davanti all’icona della Salus Populi Romani. Ieri, rientrato in basilica, Bergoglio ha sostato in preghiera davanti alla tomba dell’apostolo Pietro e al monumento dedicato a Benedetto XV.

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14 aprile 2025

Francesco: «Il peccato taglia, separa, divide»

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Riprendendo le catechesi sulla celebrazione eucaristica, consideriamo oggi, nel contesto dei riti di introduzione, l’atto penitenziale. Nella sua sobrietà, esso favorisce l’atteggiamento con cui disporsi a celebrare degnamente i santi misteri, ossia riconoscendo davanti a Dio e ai fratelli i nostri peccati, riconoscendo che siamo peccatori. L’invito del sacerdote infatti è rivolto a tutta la comunità in preghiera, perché tutti siamo peccatori. Che cosa può donare il Signore a chi ha già il cuore pieno di sé, del proprio successo? Nulla, perché il presuntuoso è incapace di ricevere perdono, sazio com’è della sua presunta giustizia. Pensiamo alla parabola del fariseo e del pubblicano, dove soltanto il secondo – il pubblicano – torna a casa giustificato, cioè perdonato (cfr Lc 18,9-14). Chi è consapevole delle proprie miserie e abbassa gli occhi con umiltà, sente posarsi su di sé lo sguardo misericordioso di Dio. Sappiamo per esperienza che solo chi sa riconoscere gli sbagli e chiedere scusa riceve la comprensione e il perdono degli altri.

Ascoltare in silenzio la voce della coscienza permette di riconoscere che i nostri pensieri sono distanti dai pensieri divini, che le nostre parole e le nostre azioni sono spesso mondane, guidate cioè da scelte contrarie al Vangelo. Perciò, all’inizio della Messa, compiamo comunitariamente l’atto penitenziale mediante una formula di confessione generale, pronunciata alla prima persona singolare. Ciascuno confessa a Dio e ai fratelli «di avere molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni». Sì, anche in omissioni, ossia di aver tralasciato di fare il bene che avrei potuto fare. Spesso ci sentiamo bravi perché – diciamo – “non ho fatto male a nessuno”. In realtà non basta non fare del male al prossimo, occorre scegliere di fare il bene cogliendo le occasioni per dare buona testimonianza che siamo discepoli di Gesù. È bene sottolineare che confessiamo sia a Dio che ai fratelli di essere peccatori: questo ci aiuta a comprendere la dimensione del peccato che, mentre ci separa da Dio, ci divide anche dai nostri fratelli, e viceversa. Il peccato taglia: taglia il rapporto con Dio e taglia il rapporto con i fratelli, il rapporto nella famiglia, nella società, nella comunità. Il peccato taglia sempre, separa, divide.

Le parole che diciamo con la bocca sono accompagnate dal gesto di battersi il petto, riconoscendo che ho peccato proprio per colpa mia, e non di altri. Capita spesso infatti che, per paura o vergogna, puntiamo il dito per accusare altri. Costa ammettere di essere colpevoli ma ci fa bene confessarlo con sincerità. Confessare i propri peccati. Io ricordo un aneddoto, che raccontava un vecchio missionario, di una donna che è andata a confessarsi e incominciò a dire gli sbagli del marito; poi è passata a raccontare gli sbagli della suocera e poi i peccati dei vicini. A un certo punto, il confessore le ha detto: “Ma, signora, mi dica: ha finito? Benissimo: lei ha finito con i peccati degli altri. Adesso incominci a dire i suoi”. Dire i propri peccati!

Dopo la confessione del peccato, supplichiamo la Beata Vergine Maria, gli Angeli e i Santi di pregare il Signore per noi. Anche in questo è preziosa la comunione dei Santi: cioè, l’intercessione di questi «amici e modelli di vita» (Prefazio del 1° novembre) ci sostiene nel cammino verso la piena comunione con Dio, quando il peccato sarà definitivamente annientato.

Oltre al “Confesso”, si può fare l’atto penitenziale con altre formule, ad esempio: «Pietà di noi, Signore / Contro di te abbiamo peccato. / Mostraci, Signore, la tua misericordia. / E donaci la tua salvezza» (cfr Sal 123,3; 85,8; Ger 14,20). Specialmente la domenica si può compiere la benedizione e l’aspersione dell’acqua in memoria del Battesimo (cfr OGMR, 51), che cancella tutti i peccati. È anche possibile, come parte dell’atto penitenziale, cantare il Kyrie eléison: con antica espressione greca, acclamiamo il Signore – Kyrios – e imploriamo la sua misericordia (ibid., 52).

La Sacra Scrittura ci offre luminosi esempi di figure “penitenti” che, rientrando in sé stessi dopo aver commesso il peccato, trovano il coraggio di togliere la maschera e aprirsi alla grazia che rinnova il cuore. Pensiamo al re Davide e alle parole a lui attribuite nel Salmo: «Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità» (51,3). Pensiamo al figlio prodigo che ritorna dal padre; o all’invocazione del pubblicano: «O Dio, abbi pietà di me, peccatore» (Lc 18,13). Pensiamo anche a san Pietro, a Zaccheo, alla donna samaritana. Misurarsi con la fragilità dell’argilla di cui siamo impastati è un’esperienza che ci fortifica: mentre ci fa fare i conti con la nostra debolezza, ci apre il cuore a invocare la misericordia divina che trasforma e converte. E questo è quello che facciamo nell’atto penitenziale all’inizio della Messa.

Francesco: «Il grazie a Dio riflette la sua Grazia»

Maria, la prima ad avere sperimentato la «pienezza del tempo». È lei che, nel tradizionale Te Deum di fine anno, Papa Francesco ha indicato come modello di una «gratitudine struggente» che «non viene dall’io ma da Dio e coinvolge l’io e il noi». A conclusione dell’anno civile, guidando la preghiera dei primi vespri nella basilica di San Pietro, ha spiegato che la celebrazione del Te Deum respira quella stessa atmosfera della pienezza del tempo. «Non perché siamo all’ultima sera dell’anno solare, tutt’altro, ma perché la fede ci fa contemplare e sentire che Gesù Cristo, Verbo fatto carne, ha dato pienezza al tempo del mondo e alla storia umana».

La prima a farne esperienza è stata appunto la «Madre del Figlio incarnato. Attraverso di lei – ha continuato il pontefice – è sgorgata la pienezza del tempo: attraverso il suo cuore umile e pieno di fede, attraverso la sua carne tutta impregnata di Spirito Santo. Da lei la Chiesa ha ereditato e continuamente eredita questa percezione interiore della pienezza, che alimenta un senso di gratitudine, come unica risposta umana degna del dono immenso di Dio». Si tratta, per Francesco, di «una gratitudine struggente, che, partendo dalla contemplazione di quel bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia, si estende a tutto e a tutti, al mondo intero». Ancora, «è un grazie che riflette la Grazia – ha puntualizzato -: non viene da noi ma da lui; non viene dall’io ma da Dio, e coinvolge l’io e il noi».

Invitando a rendere grazie al Padre «per l’anno che volge al termine, riconoscendo che tutto il bene è dono suo», il Papa ha ricordato anche le «opere di morte», le «menzogne» e le «ingiustizie che hanno «sciupato e ferito» il 2017. Le guerre, ha detto, «sono il segno flagrante di questo orgoglio recidivo e assurdo. Ma lo sono anche tutte le piccole e grandi offese alla vita, alla verità, alla fraternità, che causano molteplici forme di degrado umano, sociale e ambientale. Di tutto vogliamo e dobbiamo assumerci, davanti a Dio, ai fratelli e al creato, la nostra responsabilità», l’appello del Papa. Ma «questa sera – ha continuato – prevale la grazia di Gesù e il suo riflesso in Maria. E prevale perciò la gratitudine, che, come vescovo di Roma, sento nell’animo pensando alla gente che vive con cuore aperto in questa città».

Francesco li ha chiamati «artigiani del bene comune»: quanti «amano la loro città non a parole ma con i fatti». Per queste persone che «ogni giorno contribuiscono con piccoli ma preziosi gesti concreti al bene di Roma», ha detto, «provo un senso di simpatia e di gratitudine». Un omaggio, quello del Papa, alla parte sana della città di cui è vescovo: a quelli che «cercano di compiere al meglio il loro dovere, si muovono nel traffico con criterio e prudenza, rispettano i luoghi pubblici e segnalano le cose che non vanno, stanno attenti alle persone anziane o in difficoltà, e così via. Questi e mille altri comportamenti esprimono concretamente l’amore per la città. Senza discorsi, senza pubblicità, ma con uno stile di educazione civica praticata nel quotidiano».

Nelle parole del pontefice anche la «grande stima per i genitori, gli insegnanti e tutti gli educatori che, con questo medesimo stile, cercano di formare i bambini e i ragazzi al senso civico, a un’etica della responsabilità, educandoli a sentirsi parte, a prendersi cura, a interessarsi della realtà che li circonda». Secondo Francesco queste persone, «anche se non fanno notizia, sono la maggior parte della gente che vive a Roma. E tra di loro – ha affermato – non poche si trovano in condizioni di ristrettezze economiche; eppure non si piangono addosso, né covano risentimenti e rancori ma si sforzano di fare ogni giorno la loro parte per migliorare un po’ le cose».

Francesco: «Fare Sinodo significa camminare insieme»

apertura sinodo

da Romasette.it

Incontrare, ascoltare, discernere. Sono i tre verbi che in qualche modo rappresentano altrettante “chiavi” consegnate da Papa Francesco per aprire il cammino sinodale. La XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sul tema “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione” è iniziata con la celebrazione eucaristica durante la quale il Santo Padre, commentando il Vangelo della domenica che racconta l’incontro tra il giovane ricco e Gesù, ha sviluppato la sua riflessione su questi tre verbi.

«Aprendo questo percorso sinodale – ha detto Francesco – iniziamo con il chiederci tutti, Papa, vescovi, sacerdoti, religiose e religiosi, sorelle e fratelli laici: noi, comunità cristiana, incarniamo lo stile di Dio, che cammina nella storia e condivide le vicende dell’umanità? Siamo disposti all’avventura del cammino o, timorosi delle incognite, preferiamo rifugiarci nelle scuse del “non serve” o del “si è sempre fatto così”? Fare Sinodo significa camminare sulla stessa strada, camminare insieme. Guardiamo a Gesù che, come con il giovane ricco, è disponibile all’incontro». Questo è il primo passo: «Gesù non andava di fretta, non guardava l’orologio per finire presto l’incontro. Era sempre al servizio della persona che incontrava, per ascoltarla. Anche noi, che iniziamo questo cammino, siamo chiamati a diventare esperti nell’arte dell’incontro». Per fare questo, ha sottolineato il Papa, è necessario prima di tutto incontrare il Signore. Dove? Nell’adorazione, «questa preghiera che noi trascuriamo tanto: adorare, dare spazio all’adorazione, a quello che lo Spirito vuole dire alla Chiesa».  Poi, «per rivolgersi al volto e alla parola dell’altro, incontrarci a tu per tu, lasciarci toccare dalle domande delle sorelle e dei fratelli». Il Papa ha ricordato che «ogni incontro richiede apertura, coraggio, disponibilità a lasciarsi interpellare» mentre «talvolta preferiamo ripararci in rapporti formali o indossare maschere di circostanza, lo spirito clericale e di corte».

Quindi c’è l’ascolto. Seguendo l’esempio di Cristo che ascolta, senza fretta, il giovane ricco, il pontefice ha ricordato che «quando ascoltiamo con il cuore succede questo: l’altro si sente accolto, non giudicato, libero di narrare il proprio vissuto e il proprio percorso spirituale. Chiediamoci, con sincerità, in questo itinerario sinodale: come stiamo con l’ascolto? Come va “l’udito” del nostro cuore? Permettiamo alle persone di esprimersi, di camminare nella fede anche se hanno percorsi di vita difficili, di contribuire alla vita della comunità senza essere ostacolate, rifiutate o giudicate?». Questo significa «scoprire con stupore che lo Spirito Santo soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi. È un esercizio lento, forse faticoso, per imparare ad ascoltarci a vicenda – vescovi, preti, religiosi e laici, tutti, tutti i battezzati – evitando risposte artificiali e superficiali, risposte prêt-à-porter, no. Lo Spirito ci chiede di metterci in ascolto delle domande, degli affanni, delle speranze di ogni Chiesa, di ogni popolo e nazione. E anche in ascolto del mondo, delle sfide e dei cambiamenti che ci mette davanti. Non insonorizziamo il cuore, non blindiamoci dentro le nostre certezze».

Infine, discernere. «L’incontro e l’ascolto reciproco non sono qualcosa di fine a sé stesso, che lascia le cose come stanno – ha affermato il Papa -. Al contrario, quando entriamo in dialogo, ci mettiamo in discussione, in cammino, e alla fine non siamo gli stessi di prima, siamo cambiati. Il Sinodo è un cammino di discernimento spirituale, di discernimento ecclesiale, che si fa nell’adorazione, nella preghiera, a contatto con la Parola di Dio» che «orienta il Sinodo perché non sia una “convention” ecclesiale, un convegno di studi o un congresso politico, perché non sia un parlamento, ma un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito. In questi giorni Gesù ci chiama, come fece con l’uomo ricco del Vangelo, a svuotarci, a liberarci di ciò che è mondano e anche delle nostre chiusure e dei nostri modelli pastorali ripetitivi; a interrogarci su cosa ci vuole dire Dio in questo tempo e verso quale direzione vuole condurci».

L’apertura ufficiale del Sinodo è stata preceduta sabato da un momento di riflessione e di preghiera in Vaticano durante il quale il pontefice aveva ribadito concetti analoghi e aveva fatto riferimento alle tre parole chiave che stanno nel titolo del tema scelto: comunione, partecipazione, missione. In particolare, comunione e missione sono «le linee maestre, enunciate dal Concilio». Ma, ha detto Francesco, «rischiano di restare termini un po’ astratti se non si coltiva una prassi ecclesiale che esprima la concretezza della sinodalità in ogni passo del cammino e dell’operare, promuovendo il reale coinvolgimento di tutti e di ciascuno. Vorrei dire che celebrare un Sinodo è sempre bello e importante ma è veramente proficuo se diventa espressione viva dell’essere Chiesa, di un agire caratterizzato da una partecipazione vera». In questo senso il Papa ha messo in guardia dai rischi che corre il Sinodo, indicandone tre. Il primo è il formalismo, perché il Sinodo non si riduca a un evento di facciata: «A volte c’è qualche elitismo nell’ordine presbiterale che lo fa staccare dai laici; e il prete diventa alla fine il “padrone della baracca” e non il pastore di tutta una Chiesa che sta andando avanti». Il secondo è l’intellettualismo, ovvero «far diventare il Sinodo una specie di gruppo di studio, con interventi colti ma astratti sui problemi della Chiesa e sui mali del mondo; una sorta di “parlarci addosso”». Infine, l’immobilismo, con «il rischio che alla fine si adottino soluzioni vecchie per problemi nuovi».

 

Andrea Acali

Francesco il 5 maggio incontra i neocatecumenali

Sabato 5 maggio, alle ore 11, il Papa presiederà a Tor Vergata l’incontro internazionale con il Cammino Neocatecumenale in occasione del 50° anniversario dell’inizio del “Cammino” a Roma. Papa Francesco, ha spiegato il Cammino, «ha accolto con entusiasmo la proposta ricevuta alcuni mesi fa da parte dell’iniziatore e responsabile internazionale del Cammino, Kiko Argüello». All’incontro del 5 maggio parteciperanno circa 150mila persone da tutto il mondo e dai 5 continenti, in rappresentanza delle 135 nazioni in cui è presente il Cammino. Prenderanno parte all’evento anche cardinali, vescovi e altre personalità.

Papa Francesco invierà 36 nuove “missio ad gentes” che, su richiesta di altrettanti vescovi, porteranno il Vangelo nelle zone secolarizzate o con una piccola presenza di Chiesa nelle città di tutto il mondo. Francesco invierà anche 20 comunità delle parrocchie di Roma – che hanno già concluso questa iniziazione cristiana – ad altre parrocchie della periferia di Roma, i cui parroci hanno richiesto il loro aiuto per richiamare i lontani alla fede. Nel corso dell’incontro sarà ricordata in modo particolare Carmen Hernandez, co-iniziatrice del Cammino Neocatecumenale insieme a Kiko, deceduta il 19 luglio 2016.

Francesco ha aperto la Porta Santa anche nel carcere di Rebibbia

Mentre fuori era ancora buio e Roma dormiva, l’attività all’interno del nuovo complesso di Rebibbia era già frenetica alle 6.30 di questa mattina, 26 dicembre. Per la prima volta in un Giubileo ordinario, una Porta Santa è stata aperta all’interno di un carcere. Nel giorno in cui la chiesa ricorda santo Stefano, il primo martire, Papa Francesco ha presieduto il rito nella cappella del carcere romano dedicata al Padre Nostro. Il pontefice, accostandosi alla Porta, ha ricordato: «La prima l’ho aperta a Natale a San Pietro ma ho voluto che la seconda fosse qui, in un carcere perché tutti, chi è dentro e chi è fuori, avessero la possibilità di spalancare le porte del cuore. Sia per tutti un impegno a guardare al nostro avvenire con speranza». Già nella bolla di indizione del Giubileo, “Spes non confundit”, Francesco aveva espresso il desiderio di farsi pellegrino di speranza in un luogo di reclusione.

Bergoglio si è avvicinato alla Porta, ornata con fiori bianchi, e, come prevede il rito, l’ha oltrepassata per primo, seguito dal vescovo Benoni Ambarus, ausiliare di Roma, incaricato per l’ambito della Diaconia della carità, da alcuni detenuti e agenti della polizia penitenziaria. Durante la breve omelia, tenuta completamente a braccio, ha ribadito che «aprire la porta significa aprire il cuore, ed è questo che fa la fratellanza. I cuori chiusi non aiutano a vivere, sono duri come pietre e si dimenticano della tenerezza. La grazia del Giubileo è quella di aprire i cuori alla speranza che non delude mai».

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Francesco battezza 34 bambini: «La fede si trasmette in “dialetto”»

«La trasmissione della fede si può fare soltanto “in dialetto”, nel dialetto della famiglia, nel dialetto di papà e mamma, di nonno e nonna. Poi verranno i catechisti a sviluppare questa prima trasmissione, con idee, con spiegazioni. Ma non dimenticatevi questo: si fa “in dialetto”, e se manca il dialetto, se a casa non si parla fra i genitori quella lingua dell’amore, la trasmissione non è tanto facile, non si potrà fare. Non dimenticatevi. Il vostro compito è trasmettere la fede ma farlo col dialetto dell’amore della vostra casa, della famiglia».

Ancora una volta Papa Francesco ha usato un’espressione ad effetto per spiegare una realtà semplice e complessa allo stesso tempo, quella sul ruolo della famiglia nella trasmissione della fede. Lo ha fatto parlando ai genitori dei 34 bambini che ha battezzato nella ricorrenza del Battesimo di Gesù, la festa che chiude il periodo liturgico di Natale, nella splendida cornice della Cappella Sistina. A ricevere il Sacramento 16 bambini e 18 bambine, in gran parte figli o parenti di dipendenti vaticani.

Nella breve omelia, pronunciata a braccio, il Santo Padre ha ricordato ai genitori che «portate al Battesimo i vostri figli, e questo è il primo passo per quel compito che voi avete, il compito della trasmissione della fede. Ma noi abbiamo bisogno dello Spirito Santo per trasmettere la fede, da soli non possiamo». Il Papa ha spiegato che «poter trasmettere la fede è una grazia dello Spirito Santo» ed è questo il motivo per cui vengono portati al fonte battesimale i bambini «perché ricevano lo Spirito Santo, ricevano la Trinità – il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo – che abiterà nei loro cuori».

Oltre al «dialetto» della famiglia, il Papa ha fatto riferimento al «dialetto» dei bambini, al loro pianto «che ci fa bene sentire» e ha ricordato che per accostarsi a Dio è necessario farsi piccoli: «Adesso tutti stanno zitti – ha detto il Pontefice riferendosi ai neonati, e invitando poi le madri ad allattarli se avessero pianto per la fame – ma è sufficiente che uno dia il tono e poi l’orchestra segue. Il dialetto dei bambini. E Gesù ci consiglia di essere come loro, di parlare come loro. Noi non dobbiamo dimenticare questa lingua dei bambini, che parlano come possono, ma è la lingua che piace tanto a Gesù. E nelle vostre preghiere siate semplici come loro, dite a Gesù quello che viene nel vostro cuore come lo dicono loro. Oggi lo diranno col pianto, sì, come fanno i bambini. Il dialetto dei genitori che è l’amore per trasmettere la fede, e il dialetto dei bambini che va accolto dai genitori per crescere nella fede».

Il Papa ha poi ricordato all’Angelus la cerimonia da lui presieduta poco prima: «Anche quest’anno, nell’odierna festa del Battesimo di Gesù, ho avuto la gioia di battezzare alcuni bambini. Su di loro, e su tutti i bambini che sono stati battezzati recentemente, invoco la materna protezione della Madre di Dio, perché, aiutati dall’esempio dei loro genitori, dei padrini e delle madrine, crescano come discepoli del Signore». Il Papa ha anche ricordato che «la festa del battesimo di Gesù invita ogni cristiano a fare memoria del proprio battesimo», invitando ancora una volta tutti a conoscere la data del proprio battesimo «perché è la data della nostra santificazione iniziale».

Francesco alla Curia romana: «Complotti sono un cancro». Monito ai «traditori di fiducia»

«Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti»: la frase di De Merode, l’arcivescovo belga vissuto nell’800, con cui Papa Francesco ha aperto nella mattina di giovedì 21 dicembre il discorso alla Curia Romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, dice già tutto sulla concretezza con cui ha affrontato il tema del servizio della Curia Romana. Il punto di partenza del suo intervento dedicato alla Curia “ad extra” («al servizio della Parola e dell’annuncio della Buona Novella») sono stati i «principi basilari e canonici della Curia», la sua stessa storia ma anche la «visione personale che ho cercato di condividere con voi nei discorsi degli ultimi anni, nel contesto dell’attuale riforma in corso».

È ancora nella mente il discorso del 2014, quando elencò 15 “malattie curiali”, e quello dell’anno successivo quando definì alcuni “antibiotici curiali” attraverso un’analisi. Anche quest’anno le immagini non mancano: dai “sensi” (tanto da definire i dicasteri della Curia come “sensi istituzionali”), con un riferimento di matrice ignaziana, alle “antenne”, chiamate ad essere sia “emittenti” che “riceventi”. Il filo conduttore del discorso è un richiamo al servizio – parla di «atteggiamento diaconale», Francesco -, alla comunione e alla fedeltà, che emerge soprattutto nella parte iniziale con un richiamo molto preciso.

Il primo invito del Papa – che ringrazia per l’indirizzo di omaggio il cardinale Angelo Sodano, decano del Collegio cardinalizio – è a «superare quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano».

Poi la sottolineatura di un «pericolo»: quello «dei traditori di fiducia o degli approfittatori della maternità della Chiesa, ossia le persone che vengono selezionate accuratamente per dare maggior vigore al corpo e alla riforma, ma, non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità, si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanate, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del “Papa non informato”, della “vecchia guardia”…, invece di recitare il “mea culpa”. Accanto a queste persone – aggiunge il Papa – ve ne sono poi altre che ancora operano nella Curia, alle quali si dà tutto il tempo per riprendere la giusta via, nella speranza che trovino nella pazienza della Chiesa un’opportunità per convertirsi e non per approfittarsene». Senza dimenticare, chiarisce Francesco, «la stragrande parte di persone fedeli che vi lavorano con lodevole impegno, fedeltà, competenza, dedizione e anche tanta santità».

Sull’impegno “ad extra” della Curia Romana il Papa indica alcuni aspetti fondamentali: il rapporto con le nazioni innanzitutto, nell’ambito del quale parla del compito della diplomazia vaticana, «al servizio dell’umanità e dell’uomo, della mano tesa e della porta aperta», come testimoniano tanti passi compiuti in questi anni. Ancora, il rapporto con le Chiese particolari, con le proficue “visite ad limina” degli episcopati in un clima di «ascolto sincero», e quello con le Chiese orientali, detentrici di «inestimabili ricchezze». E qui sottolinea «la testimonianza eroica di tanti nostri fratelli e sorelle orientali che purificano la Chiesa accettando il martirio e offrendo la loro vita per non negare Cristo». Infine, il dialogo ecumenico, definito «irreversibile e non in retromarcia», e quello interreligioso, guidato da «tre orientamenti fondamentali: il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni».

La conclusione del discorso, sul senso del Natale, è un monito che interpella tutti. «Il Natale – afferma Francesco – ci ricorda però che una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta. In realtà, una fede soltanto intellettuale o tiepida è solo una proposta di fede, che potrebbe realizzarsi quando arriverà a coinvolgere il cuore, l’anima, lo spirito e tutto il nostro essere, quando si permette a Dio di nascere e rinascere nella mangiatoia del cuore, quando permettiamo alla stella di Betlemme di guidarci verso il luogo dove giace il Figlio di Dio, non tra i re e il lusso, ma tra i poveri e gli umili».

21 dicembre 2017

Francesco a sorpresa al Bambino Gesù

Venerdì pomeriggio Papa Francesco è andato in visita all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù nella sede di Palidoro proseguendo l’esperienza dei “Venerdì della Misericordia” che hanno caratterizzato il Giubileo. Ha visitato i diversi reparti, ha salutato i bambini ricoverati e ha scambiato alcune parole di conforto con i genitori che assistono i loro bambini in queste faticose e dolorose prove. Festa a sorpresa, quindi, per i centoventi piccoli ricoverati nella sede del Bambino Gesù a Palidoro: a poche ore dall’Epifania, il Pontefice ha voluto andare di persona a visitarli per salutarli e consegnare a ciascuno un dono e un sorriso.

La sede di Palidoro dell’Ospedale Bambino Gesù
nasce nel 1978 grazie a un dono di Papa Paolo VI. In quell’anno, infatti, un “rescritto” dell’allora Pontefice affidava all’Ospedale la gestione della cessata attività della Pontificia Opera di assistenza di Palidoro, specializzata nella cura degli esiti della poliomielite. Fu proprio Paolo VI a comprendere che la vocazione sanitaria della struttura poteva essere alimentata orientandola verso nuove direzioni. Presso la sede di Palidoro è presente un Pronto Soccorso multispecialistico. Sono inoltre 122 posti letto per ricovero ordinario di cui 8 di rianimazione e 30 di reuroriabilitazione. Il presidio garantisce 7.200 ricoveri ordinarie 10.500 day hospital. A questi dati si devono aggiungere circa 360.000 prestazioni ambulatoriali e 21.200 accessi in Pronto Soccorso all’anno. Il 24% dei bambini assistiti a Palidoro proviene da fuori Regione.

L’attività pediatrica medica è basata
su un approccio multispecialistico integrato, che garantisce assistenza specialistica individualizzata, coordinamento multidisciplinare e raccordo con le strutture del territorio. L’attività chirurgica include, oltre alla chirurgia pediatrica generale e specialistica, anche ambiti ad elevata specializzazione, quali la chirurgia della colonna vertebrale (scoliosi, cifosi, spondilolisi e spondilolistesi), la chirurgia bariatrica, la chirurgia per le patologie malformative complesse delle vie respiratorie. L’attività di neuroriabilitazione è infine rivolta a neonati, bambini e adolescenti affetti da malattie neurologiche invalidanti o da esiti delle stesse.

Francesco

Il primo Papa giunto dalle Americhe è il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio, 76 anni, arcivescovo di Buenos Aires dal 1998. È una figura di spicco dell’intero continente e un pastore semplice e molto amato nella sua diocesi, che ha girato in lungo e in largo, anche in metropolitana e con gli autobus.

«La mia gente è povera e io sono uno di loro», ha detto una volta per spiegare la scelta di abitare in un appartamento e di prepararsi la cena da solo. Ai suoi preti ha sempre raccomandato misericordia, coraggio e porte aperte. La cosa peggiore che possa accadere nella Chiesa, ha spiegato in alcune circostanze, «è quella che de Lubac chiama mondanità spirituale», che significa «mettere al centro se stessi». E quando cita la giustizia sociale, invita a riprendere in mano il catechismo, i dieci comandamenti e le beatitudini. Nonostante il carattere schivo è divenuto un punto di riferimento per le sue prese di posizione durante la crisi economica che ha sconvolto il Paese nel 2001.

Nella capitale argentina nasce il 17 dicembre 1936, figlio di emigranti piemontesi: suo padre Mario fa il ragioniere, impiegato nelle ferrovie, mentre sua madre, Regina Sivori, si occupa della casa e dell’educazione dei cinque figli.

Diplomatosi come tecnico chimico, sceglie poi la strada del sacerdozio entrando nel seminario diocesano. L’11 marzo 1958 passa al noviziato della Compagnia di Gesù. Completa gli studi umanistici in Cile e nel 1963, tornato in Argentina, si laurea in filosofia al collegio San Giuseppe a San Miguel. Fra il 1964 e il 1965 è professore di letteratura e psicologia nel collegio dell’Immacolata di Santa Fé e nel 1966 insegna le stesse materie nel collegio del Salvatore a Buenos Aires. Dal 1967 al 1970 studia teologia laureandosi sempre al collegio San Giuseppe.

Il 13 dicembre 1969 è ordinato sacerdote dall’arcivescovo Ramón José Castellano. Prosegue quindi la preparazione tra il 1970 e il 1971 in Spagna, e il 22 aprile 1973 emette la professione perpetua nei gesuiti. Di nuovo in Argentina, è maestro di novizi a Villa Barilari a San Miguel, professore presso la facoltà di teologia, consultore della provincia della Compagnia di Gesù e rettore del Collegio.

Il 31 luglio 1973 viene eletto provinciale dei gesuiti dell’Argentina. Sei anni dopo riprende il lavoro nel campo universitario e, tra il 1980 e il 1986, è di nuovo rettore del collegio di San Giuseppe, oltre che parroco ancora a San Miguel. Nel marzo 1986 va in Germania per ultimare la tesi dottorale; quindi i superiori lo inviano nel collegio del Salvatore a Buenos Aires e poi nella chiesa della Compagnia nella città di Cordoba, come direttore spirituale e confessore.

È il cardinale Quarracino a volerlo come suo stretto collaboratore a Buenos Aires. Così il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo nomina vescovo titolare di Auca e ausiliare di Buenos Aires. Il 27 giugno riceve nella cattedrale l’ordinazione episcopale proprio dal cardinale. Come motto sceglie Miserando atque eligendo e nello stemma inserisce il cristogramma ihs, simbolo della Compagnia di Gesù. È subito nominato vicario episcopale della zona Flores e il 21 dicembre 1993 diviene vicario generale. Nessuna sorpresa dunque quando, il 3 giugno 1997, è promosso arcivescovo coadiutore di Buenos Aires. Passati neppure nove mesi, alla morte del cardinale Quarracino gli succede, il 28 febbraio 1998, come arcivescovo, primate di Argentina, ordinario per i fedeli di rito orientale residenti nel Paese, gran cancelliere dell’Università Cattolica.

Nel Concistoro del 21 febbraio 2001, Giovanni Paolo II lo crea cardinale, del titolo di san Roberto Bellarmino. Nell’ottobre 2001 è nominato relatore generale aggiunto alla decima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, dedicata al ministero episcopale. Intanto in America latina la sua figura diventa sempre più popolare. Nel 2002 declina la nomina a presidente della Conferenza episcopale argentina, ma tre anni dopo viene eletto e poi riconfermato per un altro triennio nel 2008. Intanto, nell’aprile 2005, partecipa al conclave in cui è eletto Benedetto XVI.

Come arcivescovo di Buenos Aires — tre milioni di abitanti — pensa a un progetto missionario incentrato sulla comunione e sull’evangelizzazione. Quattro gli obiettivi principali: comunità aperte e fraterne; protagonismo di un laicato consapevole; evangelizzazione rivolta a ogni abitante della città; assistenza ai poveri e ai malati. Invita preti e laici a lavorare insieme. Nel settembre 2009 lancia a livello nazionale la campagna di solidarietà per il bicentenario dell’indipendenza del Paese: duecento opere di carità da realizzare entro il 2016. E, in chiave continentale, nutre forti speranze sull’onda del messaggio della Conferenza di Aparecida nel 2007, fino a definirlo «l’Evangelii nuntiandi dell’America Latina».

Viene eletto Sommo Pontefice il 13 marzo 2013.

Francesca Lancellotti, chiusa la fase diocesana della causa di canonizzazione

Alla presenza del cardinale vicario Angelo De Donatis si è chiusa, il 17 gennaio nel palazzo del Vicariato, l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche e la fama di santità, iniziata nell’aprile 2016, della Serva di Dio Francesca Lancellotti. Nata a Oppido Lucano (Potenza) il 7 luglio 1917, fin da piccola trascorreva molto tempo in preghiera ed era solita percorrere a piedi quattro chilometri per raggiungere il Santuario della Madonna di Belvedere a cui era molto legata. La sua fede ha trovato espressione nel matrimonio con Faustino Zotta, dal quale ha avuto due figli: Maria Luigia e Domenico.

«Una donna del popolo – l’ha definita il cardinale vicario – sempre immersa nella preghiera perché assetata di Dio. Una madre di famiglia che è stata testimone della carità». Francesca Lancellotti è stata «non solo testimone di una volontà di Dio accettata e proposta come via di santificazione ma anche maestra nell’educare gli altri a scoprire il valore dell’obbedienza ai progetti del Signore su ciascuno. Il suo spirito di preghiera e l’abbandono totale a Dio l’hanno portata a essere testimone di carità, trasformando l’incontro con gli altri in un’occasione per aiutare il prossimo a scoprire o riscoprire Cristo».

Leggi qui il testo completo dell’intervento del cardinale vicario.

Fra’ Luzzago, le condoglianze del cardinale vicario De Donatis

Il cardinale vicario Angelo De Donatis ha appreso con dolore la morte di Sua Eccellenza il Luogotenente di Gran Maestro del Sovrano Ordine di Malta, Fra’ Marco Luzzago, avvenuta il 7 giugno in seguito ad un malore improvviso. Il loro ultimo incontro risale allo scorso 18 maggio quando, nella cappella del Palazzo Magistrale, il cardinale ha ricevuto le insegne con ascrizione al Gran Priorato di Roma con la dignità e il rango di Balì Gran Croce di Onore e Devozione. Alla famiglia di Fra’ Luzzago, al Luogotenente Interinale e a tutti i membri del Sovrano Ordine di Malta vanno le condoglianze e le preghiere del cardinale De Donatis, del Consiglio episcopale e dei fedeli della Diocesi di Roma che nell’impegno dell’Ordine di Malta riconoscono una concreta vicinanza agli ultimi e ai dimenticati.

Fra’ Marco Luzzago era stato eletto al vertice del Sovrano Ordine di Malta l’8 novembre 2020. Nato a Brescia nel 1950, dopo gli studi presso i Frati Francescani, aveva studiato medicina nelle Università di Padova e Parma prima di essere chiamato a gestire le attività familiari. Era stato ammesso nel Sovrano Ordine di Malta nel 1975 nel Gran Priorato di Lombardia e Venezia. Nel 2003 aveva emesso i voti religiosi solenni. Numerosi i pellegrinaggi internazionali dell’Ordine di Malta a Lourdes e i pellegrinaggi nazionali di Assisi e Loreto ai quali aveva partecipato. Dal 2010 aveva dedicato completamente la sua vita all’Ordine di Malta, trasferendosi nelle Marche per curare una delle Commende dell’Ordine, quella di Villa Ciccolini. Dal 2011 era Commendatore di Giustizia nel Gran Priorato di Roma dove ha ricoperto la carica di Delegato delle Marche Nord e responsabile della biblioteca. Tra il 2017 e il 2020 è stato consigliere dell’Associazione Italiana dell’Ordine di Malta.

 

8 giugno 2022

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