5 Maggio 2026

Panama a Roma. Veglia e notte al Divino Amore aspettando la Gmg

Panama a Roma. Veglia e notte al Divino Amore aspettando la Gmg. A cura del Servizio per la pastorale giovanile.

Panama a Roma, l’omelia del Vicario

Palazzo Lateranense, un tour dedicato ai rifugiati ucraini

palazzo lateranense

Nell’ambito del progetto d’inclusione sociale “Next Gen Together for Ukraine”, Palazzo Lateranense, in collaborazione con la Caritas di Roma, ha organizzato due visite guidate nella “Casa del Vescovo di Roma” dedicate ai rifugiati ucraini accolti dalle strutture diocesane. Il progetto, che racchiude non solo l’accoglienza ma anche il supporto e l’inclusione, rappresenta l’occasione per intraprendere percorsi educativi che aiutino le famiglie a ritrovare – per quanto possibile – identità, autonomia e una nuova quotidianità lontano dalla guerra.

Saranno 106 persone, in maggioranza donne e bambini, a visitare le sale di Palazzo Lateranense in due giornate: il 26 novembre e il 3 dicembre. Per Luigi Petrucci, referente del progetto per conto della Caritas diocesana, “si tratta di un’iniziativa accolta con grande interesse da parte delle famiglie. Sono molto contenti di vivere questa esperienza anche perché permette loro di conoscere meglio la città in cui hanno trovato accoglienza”.

23 novembre 2022

Palazzo Lateranense – La Casa del Vescovo di Roma: dal 13 dicembre apre le sue porte ai visitatori

Visita il sito www.palazzolateranense.com

Quasi tremila metri quadri, dieci sale, l’appartamento papale, la cappella privata, lo scalone monumentale che porta direttamente nella basilica di San Giovanni in Laterano. E il tavolo dove furono firmati i Patti Lateranensi. Sorprenderà il visitatore il Palazzo Lateranense – La Casa del Vescovo di Roma, che apre le sue porte dal 13 dicembre 2021. Un allestimento completamente nuovo, un percorso in sicurezza – accessibile a tutti – che attraversa il primo piano del Palazzo Apostolico con ingresso da piazza di Porta San Giovanni, proprio accanto alla cattedrale di Roma. Sarà possibile accedere al sito solo con visite guidate, in gruppi di massimo 30 persone, accompagnati delle Suore Missionarie della Divina Rivelazione, che da anni a Roma propongono itinerari di arte e fede. Per i giornalisti è prevista una visita in anteprima il prossimo martedì 7 dicembre alle ore 10.30.

È stato Papa Francesco a suggerire di rivitalizzare quella che per secoli è stata la residenza dei Papi, prima che fosse trasferita in Vaticano. In una lettera dello scorso 20 febbraio, indirizzata al cardinale vicario Angelo De Donatis, il Santo Padre scriveva: «La Chiesa nel corso dei secoli ha sempre operato per promuovere quanto frutto del genio e della maestria degli artisti, spesso testimonianza di esperienze di fede e quali strumenti per dare onore a Dio. Questo non solo per amore dell’arte, ma anche per salvaguardare il patrimonio culturale di fronte a sfide e a pericoli che l’avrebbero privato della sua funzione e del suo pregio. Tale speciale responsabilità, accompagnata dall’attenta sollecitudine nel considerare luoghi, edifici e opere espressioni dello spirito umano e parte integrante della cultura dell’umanità, ha consentito ai miei Predecessori di tramandarli alle diverse generazioni e di adoperarsi per conservarli e renderli disponibili a visitatori e studiosi. Un compito che anche oggi impegna il Vescovo di Roma nel rendere fruibile la bellezza e il rilievo dei Beni e del patrimonio artistico affidato alla sua tutela».

«Conosciamo bene il significato profondo di questo luogo – sottolinea il cardinale De Donatis – e sarebbe stato davvero un peccato non aprirlo al pubblico, perché un bene così grande va condiviso, va offerto agli altri. Chi era attaccatissimo a questo luogo, e addirittura voleva venire a viverci, era Giovanni XXIII. Papa Francesco, da un po’ di tempo a questa parte, firma tutti i suoi documenti dal Laterano per mettere in evidenza il legame con il luogo che custodisce la cattedra del vescovo di Roma».

Ad accompagnare i visitatori saranno le Missionarie della Divina Rivelazione. «È un grande privilegio e un grande onore per noi svolgere questo servizio di evangelizzazione attraverso l’arte – commentano –. Quello all’interno del Palazzo Lateranense sarà un viaggio entusiasmante tra le pagine della storia della Chiesa, dove arte e fede si intrecciano in una fecondità luminosa che riesce a trasmettere stupore, sapienza e bellezza alle diverse generazioni».

Per ripercorrere la storia del Palazzo Lateranense bisogna tornare indietro fino al 28 ottobre dell’anno 312, quando le truppe di Costantino sconfissero Massenzio nella celebre battaglia di Ponte Milvio. Sul soglio di Pietro sedeva in quegli anni Papa Milziade I, al quale Costantino donò l’area e le costruzioni un tempo appartenute all’antica famiglia dei Laterani. «Costantino – dice suor Rebecca Nazzaro, superiora delle Missionarie della Divina Rivelazione – concesse la libertà di culto con l’Editto di Milano del 313 e si fece promotore della costruzione dei luoghi di culto per i cristiani che, fino a quel tempo, avevano professato la loro fede tra intolleranze e persecuzioni. La basilica del Santissimo Salvatore, che in seguito sarà dedicata anche ai santi Battista ed Evangelista, sarà l’unica non costruita sulla sepoltura di un martire, bensì come ex voto suscepto (per grazia ricevuta), sui resti dei Castra Nova Equitum singularium, caserma dei pretoriani del rivale di Costantino, Massenzio. La basilica fu consacrata il 9 novembre del 318 e venne dedicata al Santissimo Salvatore da Papa Silvestro I. Ad essa, oltre che il Battistero, venne poi annesso il Patriarchium, noto come La Casa del Vescovo di Roma».

Nel corso dei secoli, tra danneggiamenti, traversie e saccheggi, questi luoghi conobbero il loro massimo splendore nel periodo medioevale, sotto il papato di Innocenzo III e Bonifacio VIII. Il Palazzo ricoprì la funzione di residenza dei Papi per circa mille anni, ma, al rientro dell’autorità papale, a seguito della “cattività Avignonese” (1309-1377), venne abbandonato. Come luogo scelto per ospitare il Papa fu infatti designato il Vaticano, non solo per gli aspetti geografici che lo rendevano più sicuro, ma soprattutto in virtù della presenza della tomba di Pietro. Nonostante questo, il Palazzo continuerà a mantenere intatta la prerogativa di Patriarchium: tutti i Papi, difatti, una volta eletti al soglio pontificio, faranno la loro presa di possesso nel Laterano.

La riqualificazione urbanistica di tutto il complesso avvenne per volontà di Papa Sisto V (1585-1590), il quale realizzò, in soli cinque anni di pontificato, una serie di operazioni di ristrutturazione e di edificazione nell’area circostante e in tutta la città. Alla fine, però, Sisto V riuscì a stare al Laterano soltanto un anno e tutti i suoi successori scelsero come dimora il Vaticano.

3 dicembre 2021

Pagine di storia religiosa. L’assistenza dei malati poveri negli ospedali (secc. XVI-XVII)

di Domenico Rocciolo

Un aspetto rilevante del pauperismo romano nell’età tridentina e barocca riguarda l’assistenza spirituale e materiale prestata ai malati poveri negli ospedali. Negli ambienti ecclesiali crebbe il sentimento di dover soccorrere e confortare le persone disagiate e ammalate: un’opera considerata espressione di una suprema forma di carità. In modo particolare, i visitatori inviati dalle comunità religiose negli ospedali del Santissimo Salvatore ad Sancta Sanctorum, Santo Spirito in Sassia, Santa Maria della Consolazione, Santissima Trinità dei Pellegrini e Convalescenti, San Rocco, San Giovanni Calibita (Fatebenefratelli), San Giacomo degli Incurabili, Santa Maria della Pietà dei Pazzerelli o negli ospizi come il San Sisto e nelle infermerie confraternali, ebbero la possibilità di vedere da vicino gli effetti della miseria e dell’abbandono.

Così, nelle corsie dei nosocomi e nei luoghi di assistenza aperti nelle sacrestie delle chiese, dove gli ammalati furono accolti e ricevettero le cure, entrarono persone mosse dall’amore di Dio, che decisero di calarsi senza riserve nelle situazioni estreme di precarietà e tribolazione. Sacerdoti, religiosi e laici avvicinarono i poveri stremati dalla miseria e colpiti dalle malattie, che poco prima avevano sostato nelle strade e negli angoli dei palazzi, sotto le panche delle botteghe e dei macelli e si erano nascosti, come constatò san Camillo De Lellis, nelle grotte del Colosseo, nei recessi delle Terme di Caracalla e negli anfratti delle Terme di Diocleziano: schiere di umili piegati dalle affezioni e dai morbi, che finalmente avevano trovato un po’ di sollievo e qualche parola di amicizia, pur restando nei loro lettucci e mostrando i segni delle lunghe e drammatiche privazioni subite.

A visitarli e a confortarli andarono persone capaci di riconoscere nei loro corpi sfigurati l’immagine di Cristo. Da questa straordinaria forma di carità venne la grande pietà religiosa che contraddistinse la diocesi del Papa: una comunità che tenne viva la coscienza verso la condizione dei malati, che operò per limitare il carico di miseria intollerabile mostrata dai sofferenti e cercò di annullare le distanze tra le persone, quando ad alzare il grido di aiuto furono le vittime della fame, della carestia, delle infezioni e delle epidemie. La Chiesa di Roma, nelle sue diverse componenti, ascoltò questa richiesta di soccorso e intervenne con le sue opere di carità.

11 febbraio 2020

Pagine di storia religiosa: le origini della Via Crucis al Colosseo

a cura di Domenico Rocciolo, direttore dell’Archivio storico diocesano

San Leonardo da Porto Maurizio (foto Cristian Gennari)

In questa prima pagina di una nuova rubrica dedicata alla storia religiosa di Roma – durante la quale verranno mostrati per la prima volta al pubblico alcuni documenti custoditi nell’Archivio storico diocesano – racconto le origini della Via Crucis al Colosseo: un rito che è sempre stato molto caro ai romani. Tutto iniziò nel 1749, quando nel convento di San Bonaventura al Palatino, sotto la guida del missionario francescano san Leonardo da Porto Maurizio (a lato in un ritratto dell’epoca), alcune persone cominciarono a frequentare la Via Crucis nel giorno di domenica. Padre Leonardo vide il fervore dei partecipanti e decise di istruirli con meditazioni sulla Passione di Gesù. Chiese al Papa Benedetto XIV di poter essere a capo di una confraternita che si occupasse di organizzare la Via Crucis all’Anfiteatro Flavio.

Il Papa acconsentì e incaricò il cardinale vicario Giovanni Antonio Guadagni di istituire il sodalizio. Nel frattempo, ordinò di rinnovare le quattordici edicole che già si trovavano intorno all’arena. Con decreto del 17 dicembre 1750 il cardinale vicario eresse l’Arciconfraternita degli Amanti di Gesù e Maria al Calvario e il 27 successivo il vicegerente di Roma, monsignor Ferdinando Maria De Rossi, benedisse le edicole e la Croce del Colosseo. Da quel momento l’Arciconfraternita svolse il rito della Via Crucis ogni venerdì e domenica, in varie ricorrenze e nella Settimana Santa, percorrendo la Via Sacra fino all’Anfiteatro Flavio. Per volontà dello stesso Pontefice, il 19 settembre 1756 il Colosseo fu consacrato alla memoria della Passione di Cristo e dei martiri e assunse il titolo di «chiesa pubblica».

Il crocifisso di San Gregorio dei Muratori (foto Cristian Gennari)

La partecipazione dei fedeli al rito fu assidua fino al 1874, quando la Croce fu rimossa a causa dei lavori di rinvenimento delle costruzioni sottostanti. Nel 1926 vi fu riportata, ma questa volta venne posta di lato. La grande Croce cara all’Arciconfraternita degli Amanti di Gesù e Maria al Calvario fu scrupolosamente custodita e dal 1937 si trova nella chiesa di San Gregorio Magno dei Muratori (foto a lato). Nel 1959 san Giovanni XXIII ripristinò il rito della Via Crucis nel Colosseo senza ripeterlo. Lo riprese san Paolo VI nel 1964 e da allora costituisce una suggestiva tradizione di preghiera e contemplazione.

12 aprile 2019

Pagine di storia religiosa: La solennità del Corpus Domini nella Roma dell’età moderna

di Domenico Rocciolo

Una bella testimonianza di fede ci viene dalla Roma devota dell’età moderna e riguarda la festa del Corpus Domini, una delle ricorrenze più sentite a livello popolare per il suo profondo significato spirituale. Le origini della festa riconducono alle rivelazioni avute da santa Giuliana di Cornillon, monaca agostiniana vissuta tra il XII e il XIII secolo, che vide nelle sembianze di una luna piena attraversata da una striscia scura la Chiesa mancante della festività del Santissimo Sacramento, solennità per la quale Gesù stesso, in un’altra visione, le chiese di adoperarsi.

Seguì il miracolo di Bolsena, risalente al 1263, quando nella chiesa di Santa Cristina, durante la Messa, dall’Ostia consacrata uscirono gocce di sangue che macchiarono il corporale di lino e la pietra dell’altare. Dopo questi eventi, l’11 agosto 1264, Papa Urbano IV, con la bolla Transiturus de hoc mundo, dispose che tutta la Chiesa celebrasse la festa del Corpus Domini il giovedì successivo alla prima domenica dopo Pentecoste.

In età moderna, alla festività del Corpus Domini si legò la grande tradizione romana di una pietà impostata sull’adorazione eucaristica, sull’orazione continua, sugli esercizi spirituali e sulle pratiche di pietà. I Papi vollero che la processione del Corpus Domini si svolgesse in un’area intorno alla basilica di San Pietro in Vaticano, tra magnifici addobbi e apparati e alla presenza di tutta la città: cardinali e vescovi, ambasciatori e nobili, canonici e beneficiati, parroci e rettori, religiosi, seminaristi e collegiali, dirigenti e funzionari delle istituzioni curiali, fratelli e sorelle delle confraternite, membri dei conservatori, degli istituti educativi e dei centri assistenziali e tantissimi fedeli. Oltre alla solenne processione papale, per tutta l’ottava del Corpus Domini ebbero luogo processioni nelle basiliche e nelle chiese, alle quali parteciparono autorità e devoti. Stretti al Santissimo Sacramento, i fedeli sentirono il richiamo a vivere la presenza di Dio nella loro vita quotidiana: un’esperienza di profonda interiorità che si tradusse in un impegno costante di crescita nella fede e di operosa disponibilità ad aiutare i poveri, i malati e gli emarginati.

Grazie alla devozione per il Santissimo Sacramento, che ebbe un deciso sviluppo non solo sul piano della riflessione teologica, ma su quella della sensibilità popolare, nella Roma religiosa crebbe il desiderio di vivere in modo autentico i valori della fede e della carità.

10 giugno 2019

Pagine di storia religiosa: La pietà dei romani per i defunti

di Domenico Rocciolo

Nella Roma medievale l’ideale della morte confortata ispirò molte attività dei fedeli associati in confraternite. Il senso del giudizio finale, l’invito al pentimento e la recita delle preghiere in prossimità della morte, furono reputati di alto valore caritativo. Il soccorso cristiano e il conforto di ricevere i sacramenti accompagnarono le persone nell’ultimo tratto della loro vita terrena.

Questa sensibilità religiosa si consolidò nell’età moderna e contemporanea. Lo dimostrano le numerose testimonianze riconoscibili in molte chiese della città, dove cappelle, altari e opere d’arte ricordano la grande pietà dei fedeli per i defunti. Si possono fare diversi esempi. Nel Cinquecento le Compagnie di Santa Maria dell’Orazione e Morte e di Santa Maria del Suffragio si dedicarono alla sepoltura dei morti e a celebrare le messe di suffragio. Successivamente, insieme all’Arciconfraternita delle Sacre Stimmate di San Francesco sorta nel 1595 e a quella di Nostro Signore Gesù Cristo degli Agonizzanti fondata nel 1616, furono chiamate protettrici «delle anime».

Nel 1721 nacque la Confraternita del Santissimo Sacramento e Anime del Purgatorio a San Francesco a Monte Mario e nel 1760 iniziò le proprie attività la Compagnia dei Devoti di Gesù al Calvario e di Maria Santissima Addolorata in Sollievo delle Anime Sante del Purgatorio, eretta canonicamente nel 1776. Nei secoli XIX e XX altri sodalizi si dedicarono alle stesse opere di pietà e alcuni, ancora oggi, le portano avanti, come fa l’Arciconfraternita di Carità verso i Trapassati.

Molti fedeli disposero che nelle basiliche, nelle parrocchie, negli oratori e nelle cappelle si celebrassero le Messe di suffragio dopo la loro morte. Come dimostrano le tabelle delle fondazioni di Messe (i pii legati) queste volontà furono rispettate. Ma principalmente essi predilessero la visita della chiesa di San Gregorio al Celio nel giorno della commemorazione dei morti e per tutta l’ottava. In quei giorni rifulsero i loro sentimenti di fede e di speranza.

Pagine di storia religiosa: La Madonna delle Grazie a Porta Angelica, oggi al Trionfale

di Domenico Rocciolo

Percorrendo via di Porta Angelica verso piazza del Risorgimento, all’angolo di uno degli ultimi edifici, appare l’edicola che accoglie la copia musiva dell’icona della Madonna delle Grazie, un tempo venerata nella chiesa dell’Ascensione di Nostro Signore che si ergeva proprio in quel punto e poi nel 1941 esposta nel nuovo santuario parrocchiale che porta il suo nome al Trionfale.

Sotto il mosaico vi è un’iscrizione che richiama l’attenzione dei passanti: «Salutate in questa immagine la B. Vergine Maria delle Grazie portata nell’anno 1587 da Gerusalemme a Roma dall’eremita f. Albenzio De Rossi. L’originale già esposto qui nel santuario demolito per ragioni di pubblica utilità si venera ora nella nuova chiesa al piazzale Francesco Morosini (oggi di S. Maria delle Grazie) che la munifica pietà dei pontefici Pio XI e Pio XII ricostruì e dedicò A. D. MCMXLI».

L’immagine della Madonna delle Grazie, databile tra l’XI e il XII secolo, fu in effetti molto amata dai devoti romani nel corso dei secoli, come dimostrano i riti delle sue tre incoronazioni, avvenute le prime due per iniziativa del Capitolo Vaticano il 9 giugno 1644 in chiesa e il 22 giugno 1924 in piazza San Pietro alla presenza di trecentomila persone e la terza per mano di san Giovanni Paolo II il 16 dicembre 1984 durante la sua visita pastorale.

Il merito di una tale notorietà va attribuito, però, a Papa Sisto V, che il 3 giugno 1587 concesse a fra Albenzio De Rossi di edificare non solo la chiesa dell’Ascensione, ma un cenobio per gli eremiti e un ospizio per i poveri. L’eremita calabrese legò le sue opere a una suggestiva esortazione: «facemo bene adesso che havemo tempo» e quando il 19 aprile 1606 morì, la chiesa, il cenobio e l’ospizio furono sovrastati dalla pietà dei fedeli, che instancabilmente cominciarono a invocare la Madonna delle Grazie. Ogni giorno mendicanti, malati e pellegrini si recarono a venerare la sacra icona elevando le loro preghiere. Lo stesso avvenne nel 1806, quando la chiesa passò ai Padri dell’Ordine della Penitenza. Dopo la distruzione del santuario avvenuta tra il 1936 e il 1939, la sacra effige, che era stata custodita in Vaticano, tornò finalmente all’affetto dei romani nella sua nuova sede.

23 luglio 2021

Pagine di storia religiosa: la devozione alla Madonna del Rosario

di Domenico Rocciolo*

Nel 1731, la duchessa Olimpia Borghese Pamphili donò all’immagine della SS. Vergine del Rosario che si venerava a SS. Quirico e Giulitta, un magnifico abito come segno della sua grande devozione. I padri Domenicani che officiavano la chiesa, prendendo spunto da quella bella espressione di pietà religiosa, decisero di diffondere in onore della Madre di Dio una riflessione spirituale in forma di sonetto. In tal modo unirono la loro chiesa alla lunga tradizione devota che rimandava la propagazione del   Rosario ad un’epoca antica e al loro fondatore: san Domenico di Guzmán.

Tra la fine del medioevo e l’età moderna, i pontefici accrebbero la devozione alla SS. Vergine del Rosario prendendo importanti decisioni: nel 1479 Sisto IV, con la bolla Ea quae ex fidelium, riconobbe l’alto valore spirituale della recita del Rosario e nel 1481 eresse l’Arciconfraternita del SS. Rosario in Santa Maria sopra Minerva, arricchendola di indulgenze; il 5 marzo 1572 san Pio V, con la bolla Salvatoris Domini, dichiarò che la battaglia di Lepanto era stata vinta contro i turchi, perché la cristianità aveva invocato la SS. Vergine del Rosario (7 ottobre 1571); il 17 marzo 1572, lo stesso Pontefice stabilì che il 7 ottobre di ogni anno fosse celebrata una festa in onore della Madonna del Rosario (per l’occasione fu chiamata Madonna della Vittoria); il 1° aprile 1573, Gregorio XIII, con la costituzione Monet Apostolus, spostò la festa alla prima domenica di ottobre e infine, nel 1716, Clemente XI estese la festa alla Chiesa universale.

Nell’età contemporanea, con le apparizioni di Lourdes e Fatima, le encicliche mariane di Leone XIII, la decisione di san Pio X di fissare definitivamente la festa del Rosario al 7 ottobre e le disposizioni date dai Pontefici successivi (si ricordi, in particolare, la lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae del 16 ottobre 2002 di san Giovanni Paolo II), il Rosario divenne sempre più la preghiera dei fedeli per invocare la pace nel mondo e meditare i misteri della salvezza.

La recita del Rosario è sempre stata e sarà sempre particolarmente amata dai fedeli.

 

Il sonetto, conservato nell’Archivio storico diocesano, che ricorda il dono della duchessa Olimpia Borghese Pamphili

 

 

 

 

 

 

 

*Direttore dell’Archivio Storico Diocesano

 

 

Pagine di storia religiosa: La Chiesa di Roma durante la peste del 1656/57

di Domenico Rocciolo

Gli studiosi sono concordi nell’affermare che la peste romana del 1656/57 causò la morte di circa 9.000/14.000 persone. Sul piano dei numeri si fu lontani dai 150.000 morti di Napoli e dai 60.000/80.000 di Genova degli stessi anni. Tuttavia, è certo che la chiusura delle porte della città, l’allestimento dei lazzaretti, la recinzione di Trastevere dove si verificò il primo caso di contagio, l’interdizione dalle attività lavorative, il passaggio dei carri pieni di ammalati e il defluire lungo il Tevere dei barconi carichi di cadaveri portati dai monatti dall’Isola Tiberina fino alle fosse di San Paolo, atterrirono il popolo senza distinzione di ceto sociale.

In un primo momento si pensò che la minaccia fosse sotto controllo, ma poi gli effetti della malattia assunsero proporzioni rilevanti. Molti cercarono di fuggire, altri si ammalarono o videro morire i familiari e i conoscenti. Si ritenne che la peste passasse attraverso il contatto e le forme di socialità. La città prese subito un aspetto desolato.

Quando si seppe che a Napoli il flagello stava colpendo pesantemente la popolazione, la Congregazione di Sanità intervenne formando un fitto cordone sanitario e facendo disinfettare le strade e le cloache. Ciononostante, ai primi di giugno 1656 l’infezione varcò le mura cittadine e a metà mese si verificarono i primi decessi. Le voci sul contagio si diffusero rapidamente e si cominciò ad approntare i primi ricoveri per i malati di peste. Le condizioni di vita divennero durissime: scarseggiarono i viveri, si perse il lavoro, i rapporti con i familiari furono interrotti.

Alcuni medici e sacerdoti diedero testimonianza di grande eroismo. Ad esempio, il medico Giovanni Maria Costanzi si coprì «d’una veste di tela incerata, cappuccio e guanti» per poter curare i malati del lazzaretto di San Bartolomeo all’Isola. Non trascurò nessun ammalato, ebbe parole di conforto per tutti e nessuno ignorò la sua opera di carità. Tra i sacerdoti ne morirono diversi per l’esposizione prolungata all’infezione. Una volta varcata la soglia dei lazzaretti e delle case contaminate, corsero pericoli tremendi e persero la vita, come accadde agli assistenti spirituali dell’Ospedale Benefratelli, del Santissimo Salvatore ad Sancta Sanctorum, dei lazzaretti al Casaletto e all’Isola Tiberina. Ricordo, per tutti, gli oratoriani Pierfrancesco Scarampi e Prospero Airoli, sepolti entrambi nella chiesa dei Santi Nereo e Achilleo. Liste dei morti per peste si stilarono nelle parrocchie, come avvenne a Sant’Andrea delle Fratte. I deceduti a causa del morbo furono trasportati alle fosse della basilica ostiense, dove furono svestiti, sotterrati e coperti di calce.

Il Vicariato rivolse l’invito alla comunità diocesana di pregare affinché la città fosse liberata dal flagello. Il Papa Alessandro VII esortò i fedeli a pregare intensamente nel chiuso delle proprie case. Molti accolsero l’esortazione a compiere gesti di penitenza e di digiuno. In molte occasioni i riti religiosi furono vietati per evitare l’accelerazione della trasmissione della malattia. Eppure, la pietà restò la più grande risorsa. Così, i devoti elevarono le loro preghiere dinanzi alla Santissima Vergine del Portico, a moltissime altre sacre immagini mariane e al Santissimo Crocifisso di San Marcello al Corso. La peste finì nell’estate del 1657. La pietà vissuta dai fedeli fu di sostegno alla città sofferente e fu largamente condivisa.

28 luglio 2020

Pagine di storia religiosa: Il giubilo dei fedeli romani nel dicembre 1854

di Domenico Rocciolo

Nel 1854 pochi giorni separarono la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione dalla celebrazione del Natale. Con la bolla Ineffabilis Deus dell’8 dicembre di quell’anno, Pio IX dichiarò la Santissima Vergine Maria immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento. Chiuse così un dibattito teologico plurisecolare, dando rilievo alla continuità della fede e alla tradizione devota. Per mezzo del suo vicario, il cardinale Costantino Patrizi, fece sapere ai fedeli di Roma, che tutto il mondo alzava inni di lode alla Santissima Vergine Immacolata Madre di Dio. Schiere di fedeli esprimevano con esultanza la loro devozione e rivolgevano le loro preghiere alla Madre del Signore. Tanto più il giubilo e la festa in onore dell’Immacolata Concezione pervadevano Roma, la città santa.

Ed ecco, che di lì a poco, come ogni anno, giungeva la ricorrenza del giorno santo della nascita di Gesù: evento che muoveva gli animi ad adorare il Signore nato dalla Vergine Maria per salvare gli uomini. Il Papa conosceva bene le difficoltà del popolo romano. Sapeva che la celebrazione del Natale era di profonda consolazione per chi aveva perso i familiari a causa del colera, «morbo che tanto teneva la città in angustie» e per chi soffriva la penuria dei beni di prima necessità, provocata da una temuta carestia. Desiderò proteggere i fedeli della sua diocesi, promosse la formazione delle coscienze, raccomandò la moderazione e la prudenza nei riguardi degli eventi politici, esortò i sacerdoti ad avere una costante preoccupazione per la cura delle anime. Proprio per sottolineare la preminenza della vita spirituale incaricò il cardinale vicario di invitare i romani a santificare un giorno così bello e a «passarlo con Dio».

La celebrazione del Natale fu l’occasione propizia per tutti i fedeli di riscoprire il significato autentico della fede, di accostarsi ai sacramenti, di rivolgere a Dio le più fervide preghiere e di lasciarsi coinvolgere nelle opere di carità.

17 dicembre 2019

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