3 Luglio 2026

Terremoto Turchia e Siria: la risposta di Caritas in 6 mesi

Foto Caritas Italiana

Il 6 febbraio scorso, una scossa di magnitudo 7.9, con epicentro in Turchia nel distretto di Pazarcik della provincia di Kahramanmaraş, ha causato distruzioni gravissime sia nel Sud-est della Turchia che nel Nord della Siria. Alla scossa iniziale ne sono susseguite più di 1.200, anche molto forti, nelle ore e nei giorni successivi. In Turchia si contano più di 50.000 vittime e 170.000 feriti, le persone direttamente colpite da questo terremoto sono più di 9 milioni, di cui 3 milioni di sfollati. In Siria i danni sono risultati ingenti nelle città di Aleppo, Lattakia, Idlib, Hama. Almeno 6.000 le vittime, 10.500 i feriti e circa 350.000 gli sfollati.

Caritas Italiana è stata presente fin dall’inizio a supporto delle Caritas locali, contribuendo alle azioni di assistenza alla popolazione terremotata attraverso di esse, con diverse attività per le quali si rimanda ai documenti allegati. Ha operato anche sul territorio nazionale coinvolgendo le comunità sul piano dell’informazione, della vicinanza con la preghiera, della raccolta fondi nell’ambito della Colletta nazionale indetta dalla Cei.

Dalla diocesi di Roma è arrivato subito un segno tangibile di supporto. Un totale di 207.785 euro è stato raccolto dalle parrocchie per sostenere gli aiuti a Turchia e Siria. La somma raccolta è stata invitata dalla diocesi a Caritas italiana, che coordina gli aiuti in Anatolia e in Siria. Un’ulteriore somma di 50.000 euro è stata inviata dal Fondo di Emergenza Internazionale della diocesi di Roma il 10 febbraio scorso al cardinale Mario Zenari, Nunzio Apostolico in Siria, come segno immediato di solidarietà per affrontare le necessità immediate delle popolazioni colpite.

Una delegazione di Caritas Italiana, guidata dal direttore don Marco Pagniello, ha visitato le comunità in Turchia dall’11 al 13 luglio scorso. «Nel nostro percorso da Iskenderun ad Antiochia, un’enorme distesa di tende allineate ha colpito la nostra attenzione: migliaia e migliaia di famiglie che hanno perso tutto, molte delle quali già in condizioni di grave vulnerabilità. Ma anche la presenza di tantissimi edifici destinati ad essere abbattuti con tutte le conseguenze ambientali che ne derivano”, raccontano gli operatori di Caritas Italiana.

Dall’11 al 14 settembre il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello, si recherà in Siria per fare il punto sugli interventi in corso e le prospettive di lavoro future. «Scopo della visita di settembre – spiega don Pagniello – è dire a questa terra: non siete soli! Caritas italiana accompagna da tempo la Chiesa sorella in Siria; continuiamo a farlo ancora di più oggi, attraverso la presenza dei nostri operatori, qui a lavorare con voi, e rispondendo, stando in Italia, alla nostra vocazione di advocacy e di animazione».

È urgente riportare l’attenzione delle nostre comunità sul dramma di proporzioni enormi che stanno vivendo migliaia di persone in questi due Paesi. «È molto importante come Chiesa italiana, come Caritas, ricordare continuamente quanto è accaduto in Turchia e Siria – ribadisce don Marco – perché tutto rischia di passare in secondo piano, oscurato dalle varie emergenze che purtroppo si susseguono. Ma in questi paesi ci sono state decine di migliaia di morti e molti altri necessitano di aiuto. Se ne parla oggi troppo poco. Voglio sottolineare la necessità sempre presente di informarsi e di informare. Da parte nostra rilanciamo attraverso la nostra testimonianza il bisogno di vicinanza e di prossimità che vivono questi popoli».

È possibile sostenere gli interventi, attraverso la rete attivata da Caritas Italiana per questa emergenza, nelle seguenti modalità:

Conto corrente postale 001021945793
IBAN: IT 50 F 07601 03200 001021945793
Causale “Terremoto Turchia e Siria 2023”
intestato a Fondazione “Caritas Roma” – ONLUS

28 agosto 2023

Presiede il Pellegrinaggio diocesano a Lourdes organizzato dall’Opera Romana Pellegrinaggi

Presiede il Pellegrinaggio diocesano a Lourdes organizzato dall’Opera Romana Pellegrinaggi.

E’ entrato nella luce della Resurrezione mons. Bruno Pirolli

Il Cardinale Vicario Angelo De Donatis,
il Consiglio Episcopale e il Presbiterio della Diocesi di Roma

annunciano che oggi, 24 agosto,
Festa di San Bartolomeo Apostolo,
è entrato nella luce della Resurrezione

il Rev.do
Mons. Bruno Pirolli
di anni 79

Rettore della Chiesa Santa Maria del Suffragio dal 2014 al 2020
e della Chiesa San Lazzaro dal 2011 al 2014,
Direttore dell’Ufficio Clero del Vicariato di Roma dal 2006 al 2014,
Presidente dell’Unione Apostolica del clero – U.A.C. federazione italiana dal 1995 al 2001,
Parroco della Parrocchia Santi Marcellino e Pietro al Laterano dal 1994 al 2006
e della Parrocchia Santa Maria delle Grazie a Casal Boccone dal 1985 al 1994,
Insegnante di religione presso l’Istituto magistrale statale Giordano Bruno dal 1981 al 1990
e presso la Scuola materna San Vincenzo Pallotti dal 1979 al 1981,
Vicario Parrocchiale della Parrocchia Santa Gemma Galgani dal 1980 al 1985
e della Parrocchia San Romano Martire dal 1977 al 1980,

e, ricordandone il generoso e fecondo servizio pastorale,
lo affidano all’abbraccio misericordioso di Dio
e alla preghiera di suffragio dei fedeli,
invocando la pace e la gioia del Signore.

I funerali si svolgeranno domani, venerdì 25 agosto 2023, alle ore 11.00,
presso la Cappella dello Spirito Santo, nel complesso del Santuario del Divino Amore
(Via del Santuario, 10).

La lettera del Santo Padre ai sacerdoti della diocesi di Roma

Foto DiocesiDiRoma/Gennari

Pubblichiamo di seguito la Lettera che il Santo Padre Francesco ha inviato ai Sacerdoti della Diocesi di Roma

Cari fratelli sacerdoti,
desidero raggiungervi con un pensiero di accompagnamento e di amicizia, che spero possa sostenervi mentre portate avanti il vostro ministero, con il suo carico di gioie e di fatiche, di speranze e di delusioni. Abbiamo bisogno di scambiarci sguardi pieni di cura e compassione, imparando da Gesù che così guardava gli apostoli, senza esigere da loro una tabella di marcia dettata dal criterio dell’efficienza, ma offrendo attenzioni e ristoro. Così, quando gli apostoli tornarono dalla missione, entusiasti ma stanchi, il Maestro disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (Mc 6,31). Penso a voi, in questo momento in cui ci può essere, insieme alle attività estive, anche un po’ di riposo dopo le fatiche pastorali dei mesi scorsi. E vorrei anzitutto rinnovarvi il mio grazie: «Grazie per la vostra testimonianza, grazie per il vostro servizio; grazie per tanto bene nascosto che fate, grazie per il perdono e la consolazione che regalate in nome di Dio […]; grazie per il vostro ministero, che spesso si svolge tra tante fatiche, incomprensioni e pochi riconoscimenti» (Omelia per la Messa del Crisma, 6 aprile 2023).

D’altronde, il nostro ministero sacerdotale non si misura sui successi pastorali (il Signore stesso ne ha avuti, col passare del tempo, sempre di meno!). Al cuore della nostra vita non c’è nemmeno la frenesia delle attività, ma il rimanere nel Signore per portare frutto (cfr Gv 15). È Lui il nostro ristoro (cfr Mt 11,28-29). E la tenerezza che ci consola scaturisce dalla sua misericordia, dall’accogliere il “magis” della sua grazia, che ci permette di andare avanti nel lavoro apostolico, di sopportare gli insuccessi e i fallimenti, di gioire con semplicità di cuore, di essere miti e pazienti, di ripartire e ricominciare sempre, di tendere la mano agli altri. Infatti, i nostri necessari “momenti di ricarica” non avvengono solo quando ci riposiamo fisicamente o spiritualmente, ma anche quando ci apriamo all’incontro fraterno tra di noi: la fraternità conforta, offre spazi di libertà interiore e non ci fa sentire soli davanti alle sfide del ministero.

È con questo spirito che vi scrivo. Mi sento in cammino con voi e vorrei farvi sentire che vi sono vicino nelle gioie e nelle sofferenze, nei progetti e nelle fatiche, nelle amarezze e nelle consolazioni pastorali. Soprattutto condivido con voi il desiderio di comunione, affettiva ed effettiva, mentre offro la mia preghiera quotidiana perché questa nostra madre Chiesa di Roma, chiamata a presiedere nella carità, coltivi il prezioso dono della comunione anzitutto in sé stessa, facendolo germogliare nelle diverse realtà e sensibilità che la compongono. La Chiesa di Roma sia per tutti esempio di compassione e di speranza, con i suoi pastori sempre, proprio sempre, pronti e disponibili a elargire il perdono di Dio, come canali di misericordia che dissetano le aridità dell’uomo d’oggi. E ora, cari fratelli, mi domando: in questo nostro tempo che cosa ci chiede il Signore, dove ci orienta lo Spirito che ci ha unti e inviati come apostoli del Vangelo? Nella preghiera mi ritorna questo: che Dio ci chiede di andare a fondo nella lotta contro la mondanità spirituale. Il Padre Henri de Lubac, in alcune pagine di un testo che vi invito a leggere, ha definito la mondanità spirituale come «il pericolo più grande per la Chiesa – per noi, che siamo Chiesa – la tentazione più perfida, quella che sempre rinasce, insidiosamente, allorché le altre sono vinte». E ha aggiunto parole che mi sembrano colpire nel segno: «Se questa mondanità spirituale dovesse invadere la Chiesa e lavorare a corromperla intaccando il suo principio stesso, sarebbe infinitamente più disastrosa di ogni mondanità semplicemente morale» (Meditazione sulla Chiesa, Milano 1965, 470).

Sono cose che ho ricordato altre volte, ma mi permetto di ribadirle, ritenendole prioritarie: la mondanità spirituale, infatti, è pericolosa perché è un modo di vivere che riduce la spiritualità ad apparenza: ci porta a essere “mestieranti dello spirito”, uomini rivestiti di forme sacrali che in realtà continuano a pensare e agire secondo le mode del mondo. Ciò accade quando ci lasciamo affascinare dalle seduzioni dell’effimero, dalla mediocrità e dall’abitudinarietà, dalle tentazioni del potere e dell’influenza sociale. E, ancora, da vanagloria e narcisismo, da intransigenze dottrinali ed estetismi liturgici, forme e modi in cui la mondanità «si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa», ma in realtà «consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana e il benessere personale» (Evangelii gaudium, 93).

Come non riconoscere in tutto ciò la versione aggiornata di quel formalismo ipocrita, che Gesù vedeva in certe autorità religiose del tempo e che nel corso della sua vita pubblica lo fece soffrire forse più di ogni altra cosa? La mondanità spirituale è una tentazione “gentile” e per questo ancora più insidiosa. Si insinua infatti sapendosi nascondere bene dietro buone apparenze, addirittura dentro motivazioni “religiose”. E, anche se la riconosciamo e la allontaniamo da noi, prima o poi si ripresenta travestita in qualche altro modo. Come dice Gesù nel Vangelo: «Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima» (Lc 11,24-26). Abbiamo bisogno di vigilanza interiore, di custodire la mente e il cuore, di alimentare in noi il fuoco purificatore dello Spirito, perché le tentazioni mondane ritornano e “bussano” in modo garbato, «sono i “demoni educati”: entrano con educazione, senza che io me ne accorga» (Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2022).

Vorrei soffermarmi, però, su un aspetto di questa mondanità. Essa, quando entra nel cuore dei pastori, assume una forma specifica, quella del clericalismo. Scusate se lo ribadisco, ma da sacerdoti penso che mi capiate, perché anche voi condividete ciò in cui credete in modo accorato, secondo quel bel tratto tipicamente romano (romanesco!) per cui la sincerità delle labbra proviene dal cuore, e sa di cuore! E io, da anziano e dal cuore, sento di dirvi che mi preoccupa quando ricadiamo nelle forme del clericalismo; quando, magari senza accorgercene, diamo a vedere alla gente di essere superiori, privilegiati, collocati “in alto” e quindi separati dal resto del Popolo santo di Dio.

Come mi ha scritto una volta un bravo sacerdote, “il clericalismo è sintomo di una vita sacerdotale e laicale tentata di vivere nel ruolo e non nel vincolo reale con Dio e i fratelli”. Denota insomma una malattia che ci fa perdere la memoria del Battesimo ricevuto, lasciando sullo sfondo la nostra appartenenza al medesimo Popolo santo e portandoci a vivere l’autorità nelle varie forme del potere, senza più accorgerci delle doppiezze, senza umiltà ma con atteggiamenti distaccati e altezzosi. Per scuoterci da questa tentazione, ci fa bene metterci in ascolto di ciò che il profeta Ezechiele dice ai pastori: «Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza» (34,3-4). Si parla di “latte” e di “lana”, ciò che nutre e che riscalda; il rischio che la Parola ci pone davanti è dunque quello di nutrire noi stessi e i nostri interessi, rivestendoci di una vita comoda e confortevole. Certamente – come afferma Sant’Agostino – il pastore deve vivere anche grazie al sostegno offerto dal latte del suo gregge; ma commenta il Vescovo di Ippona: «Prendano pure il latte dalle pecore e vi si mantengano nella loro penuria. Tuttavia, non trascurino la debolezza delle pecore, cioè nella loro attività non cerchino, per dir così, il loro tornaconto dando l’impressione d’annunziare il Vangelo per sbarcare il lunario loro personalmente, ma dispensino agli altri la luce della parola di verità che li illumini» (Discorso sui pastori, 46,5). Allo stesso modo, Agostino parla della lana associandola agli onori: essa, che riveste la pecora, può far pensare a tutto ciò di cui possiamo adornarci esteriormente, ricercando la lode degli uomini, il prestigio, la fama, la ricchezza. Il grande padre latino scrive: «Chi offre la lana rende l’onore. Questi sono i due vantaggi che cercano dalla gente quei pastori che pascono se stessi e non le pecore: risorse per sopperire alle proprie necessità e riguardi particolari consistenti in onorificenze e lodi» (ibid., 46,6). Quando siamo preoccupati solo del latte, pensiamo al nostro tornaconto personale; quando cerchiamo in modo ossessivo la lana, pensiamo a curare la nostra immagine e ad aumentare il successo. E così si perde lo spirito sacerdotale, lo zelo per il servizio, l’anelito per la cura del popolo, finendo per ragionare secondo la stoltezza mondana: «Che me ne importa? Ciascuno faccia ciò che gli piace; il mio sostentamento è assicurato, e così pure il mio onore. Ho latte e lana a sufficienza. Vada pure ciascuno dove gli pare» (ibid., 46,7).

La preoccupazione, allora, si concentra sull’“io”: il proprio sostentamento, i propri bisogni, la lode ricevuta per sé stessi invece che per la gloria di Dio. Questo accade nella vita di chi scivola nel clericalismo: perde lo spirito della lode perché ha smarrito il senso della grazia, lo stupore per la gratuità con cui Dio lo ama, quella fiduciosa semplicità del cuore che fa tendere le mani al Signore, aspettando da Lui il cibo a tempo opportuno (cfr Sal 104,27), nella consapevolezza che senza di Lui non possiamo far nulla (cfr Gv 15,5). Solo quando viviamo in questa gratuità, possiamo vivere il ministero e le relazioni pastorali nello spirito del servizio, secondo le parole di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Abbiamo bisogno di guardare proprio a Gesù, alla compassione con cui Egli vede la nostra umanità ferita, alla gratuità con cui ha offerto la sua vita per noi sulla croce.

Ecco l’antidoto quotidiano alla mondanità e al clericalismo: guardare Gesù crocifisso, fissare gli occhi ogni giorno su di Lui che ha svuotato sé stesso e si è umiliato per noi fino alla morte (cfr Fil 2,7-8). Egli ha accettato l’umiliazione per rialzarci dalle nostre cadute e liberarci dal potere del male. Così, guardando le piaghe di Gesù, guardando Lui umiliato, impariamo che siamo chiamati a offrire noi stessi, a farci pane spezzato per chi ha fame, a condividere il cammino di chi è affaticato e oppresso. Questo è lo spirito sacerdotale: farci servi del Popolo di Dio e non padroni, lavare i piedi ai fratelli e non schiacciarli sotto i nostri piedi. Restiamo dunque vigilanti verso il clericalismo. Ci aiuti a starne lontano l’Apostolo Pietro che, come ci ricorda la tradizione, anche nel momento della morte si è umiliato a testa in giù pur di non essere all’altezza del suo Signore. Ce ne preservi l’Apostolo Paolo, che a motivo di Cristo Signore ha considerato tutti i guadagni della vita e del mondo come spazzatura (cfr Fil 3,8).

Il clericalismo, lo sappiamo, può riguardare tutti, anche i laici e gli operatori pastorali: si può assumere infatti “uno spirito clericale” nel portare avanti i ministeri e i carismi, vivendo la propria chiamata in modo elitario, chiudendosi nel proprio gruppo ed erigendo muri verso l’esterno, sviluppando legami possessivi nei confronti dei ruoli nella comunità, coltivando atteggiamenti boriosi e arroganti verso gli altri. E i sintomi sono proprio la perdita dello spirito della lode e della gratuità gioiosa, mentre il diavolo s’insinua alimentando la lamentela, la negatività e l’insoddisfazione cronica per ciò che non va, l’ironia che diventa cinismo. Ma così ci si fa assorbire dal clima di critica e di rabbia che si respira in giro, anziché essere coloro che, con semplicità e mitezza evangeliche, con gentilezza e rispetto, aiutano i fratelli e le sorelle a uscire dalle sabbie mobili dell’insofferenza.

In tutto ciò, nelle nostre fragilità e nelle nostre inadeguatezze, così come nella crisi odierna della fede, non scoraggiamoci! De Lubac concludeva affermando che la Chiesa, «anche oggi, nonostante tutte le nostre opacità […] è, come la Vergine, il Sacramento di Gesù Cristo. Nessuna nostra infedeltà può impedirle di essere “la Chiesa di Dio”, “l’ancella del Signore”» (Meditazione sulla Chiesa, cit., 472). Fratelli, questa è la speranza che sostiene i nostri passi, alleggerisce i nostri pesi, ridà slancio al nostro ministero. Rimbocchiamoci le maniche e pieghiamo le ginocchia (voi che potete!): preghiamo lo Spirito gli uni per gli altri, chiediamogli di aiutarci a non cadere, nella vita personale come nell’azione pastorale, in quell’apparenza religiosa piena di tante cose ma vuota di Dio, per non essere funzionari del sacro, ma appassionati annunciatori del Vangelo, non “chierici di Stato”, ma pastori del popolo.

Abbiamo bisogno di conversione personale e pastorale. Come affermava il Padre Congar, non si tratta di ricondurre a una buona osservanza o fare una riforma di cerimonie esteriori, bensì di ritornare alle sorgenti evangeliche, di scoprire energie fresche per superare le abitudini, di immettere uno spirito nuovo nelle vecchie istituzioni ecclesiali, perché non ci succeda di essere una Chiesa «ricca nella sua autorità e nella sua sicurezza, ma poco apostolica e mediocremente evangelica» (Vera e falsa riforma della Chiesa, Milano 1972, 146).

Grazie per l’accoglienza che vorrete riservare a queste mie parole, meditandole nella preghiera e di fronte a Gesù nell’adorazione quotidiana; posso dirvi che mi sono venute dal cuore e dall’affetto che ho per voi. Andiamo avanti con entusiasmo e coraggio: lavoriamo insieme, tra preti e con i fratelli e le sorelle laici, avviando forme e percorsi sinodali, che ci aiutino a spogliarci delle nostre sicurezze mondane e “clericali” per cercare, con umiltà, vie pastorali ispirate dallo Spirito, perché la consolazione del Signore arrivi davvero a tutti. Davanti all’immagine della Salus Populi Romani ho pregato per voi. Ho chiesto alla Madonna di custodirvi e di proteggervi, di asciugare le vostre lacrime segrete, di ravvivare in voi la gioia del ministero e di rendervi ogni giorno pastori innamorati di Gesù, pronti a dare la vita senza misura per amore suo. Grazie per quello che fate e per quello che siete. Vi benedico e vi accompagno con la preghiera. E voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Fraternamente, Lisbona, 5 agosto 2023, Memoria della Dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore.
Francesco

A Roma e poi a Seul: con la Messa di Papa Francesco si conclude la Gmg di Lisbona

Foto DiocesiDiRoma/Gennari

da Lisbona Roberta Pumpo

Sarà Seul, capitale della Corea del Sud, ad ospitare la Giornata mondiale della gioventù nel 2027. Ma prima i giovani sono attesi a Roma, nel 2025, per il loro Giubileo. Al termine della Messa al Parque Tejo, cerimonia di chiusura della Gmg di Lisbona, Papa Francesco ha annunciato luoghi e date dei prossimi incontri con i giovani del mondo e sull’immensa spianata è esplosa la gioia di un milione e mezzo di ragazzi che ha trascorso qui la notte in attesa dell’ultimo incontro di «una settimana di grazia» con il Pontefice. Sul palco, accanto a Francesco, alcuni giovani coreani, accompagnati dai loro vescovi, hanno fatto festa sventolando la bandiera del loro Paese.

Ed è festa anche tra i giovani del Campo della grazia. Il gran caldo non ha impedito loro di celebrare le ultime ore insieme. Hanno intonato canti, battuto le mani a tempo, chiamato Papa Francesco. In gran silenzio hanno invece ascoltato il discorso di Bergoglio che ha riportato le lancette indietro nel tempo di 23 anni. Come Giovanni Paolo II a Tor Vergata nel 2000, Francesco a Lisbona ha invitato i giovani a non avere paura. «Non temete», dice ai ragazzi chiamandoli «amici».

«Non temete»: le parole che Gesù rivolge a Pietro, Giacomo e Giovanni nel brano della Trasfigurazione di cui si celebra la festa. Parole che oggi, ha spiegato il Papa, Cristo rivolge ai giovani che coltivano «sogni grandi ma spesso offuscati dal timore di non vederli realizzati». A tutti coloro che temono di non farcela, a quanti «tentati in questo tempo di scoraggiarsi, di giudicarsi inadeguati o di nascondere il dolore mascherandolo con un sorriso». E ancora, non temete è l’invito rivolto ai giovani che vogliono «cambiare il mondo e lottano per la giustizia e per la pace». Francesco prosegue nel suo elenco senza dimenticare alcuna fragilità: «a voi, giovani, che ci mettete impegno e fantasia ma vi sembra che non bastino; a voi, giovani, di cui la Chiesa e il mondo hanno bisogno come la terra della pioggia; a voi, giovani, che siete il presente e il futuro; a tutti voi Gesù dice: “Non temete”». Ha quindi chiesto a tutti di osservare un momento di silenzio e di ripetersi nel cuore di non avere paura.

«Vorrei guardare negli occhi ciascuno di voi e dirgli: “non temere!” – prosegue –. Ma ve lo dice Gesù stesso che vi guarda qui a Lisbona. Lui conosce le gioie e le tristezze, i successi e i fallimenti, il cuore di ciascuno di voi. E vi dice “Non abbiate paura, non temete”». Più volte interrompe la lettura del suo discorso per parlare a braccio e consegna ai giovani un altro verbo: brillare.

«Abbiamo bisogno di qualche lampo di luce per affrontare le oscurità della vita – afferma –. Abbiamo bisogno della luce di Gesù, perché lui è la luce che non si spegne anche di notte». Una luminosità che non si ottiene mettendosi «sotto i riflettori, quando mostriamo un’immagine perfetta – spiega il Santo Padre –. Possiamo essere forti e vincenti, ma non luminosi. Diventiamo luminosi quando, accogliendo Gesù, impariamo ad amare come Lui, diventiamo interpreti d’amore. Se diventiamo egoisti la luce si spegne». Durante la recita dell’Angelus, Francesco rivolge un pensiero a tutti quei giovani che non hanno potuto partecipare alla Gmg in Portogallo perché nei loro Paesi si compatte la guerra. Un pensiero particolare alla «cara Ucraina» per la quale prova «grande dolore». Lentamente il Parque Tejo si svuota. I ragazzi si salutano e sulla bocca di tutti una promessa: ci vediamo fra due anni a Roma.

7 agosto 2023

Casa Italia, il quartier generale degli italiani alla Gmg

Foto DiocesiDiRoma/Gennari

Centinaia di gruppi, migliaia di ragazzi arrivati a Lisbona da 180 Diocesi per partecipare alla 37ª Giornata Mondiale della Gioventù hanno varcato la soglia di “Casa Italia”, in rua Artilharia 1. Ogni giorno dalle 9 alle 22, il “quartier generale tricolore” ha accolto i pellegrini italiani con i loro accompagnatori, fornendo informazioni, materiale e supporto, facendo fronte ad eventuali esigenze di tipo sanitario o burocratico, e diventando sempre più un punto di riferimento per tutti, vescovi e giovani.

«’Casa Italia’ non è un luogo di destinazione, ma piuttosto di sosta che, da una parte, ha la funzione concreta di rispondere a dei bisogni e, dall’altra, quella di essere un posto di scambio e incontro, nell’informalità. Per i giovani, i capigruppo e i genitori che stanno a casa, sapere che esiste un luogo così è importante. È come un rifugio in montagna quando scoppia un temporale improvviso; è sapere di poter avere un tetto sulla testa, di poter contare su qualcuno che ti accoglie. I servizi di ‘Casa Italia’ li abbiamo sperimentati e costruiti sul campo, un po’ alla volta, da Cracovia in poi, in base all’esperienza. Si tratta ormai di un modello, anche per le altre Conferenze Episcopali», spiega don Michele Falabretti, responsabile del Servizio Nazionale per la pastorale giovanile della Cei.

Dal 1° al 6 agosto, il presidio medico di “Casa Italia”, coordinato dal dottor Riccardo Cazzuffi, pneumologo degli Ospedali Riuniti Padova Sud “Madre Teresa di Calcutta”, ha dato assistenza a circa 200 ragazzi per un primo soccorso per lievi patologie. Grazie alla collaborazione con l’Ambasciatore d’Italia in Portogallo, Carlo Formosa, è stato operativo anche un ufficio dell’Ambasciata, a disposizione di quanti avevano smarrito i documenti. “Casa Italia” inoltre è stata la base dei media Cei – Avvenire, Tv2000 e inBlu2000, Agenzia Sir – che, ognuno con il proprio stile e linguaggio, hanno offerto un racconto a 360° dell’appuntamento di Lisbona, sulla carta stampata, sui social, sul web, in tv e sulle frequenze radio. «La circolarità vissuta dai nostri media è una ricchezza che aiuta anche a comprendere il ventaglio di possibilità con cui avvicinarsi alla realtà: articoli, servizi televisivi, lanci di agenzia… tutto concorre ad ascoltare e a raccontare. Una strada da percorrere con decisione per continuare a leggere con l’occhio della fede quanto avviene intorno a noi. È la sfida per il presente e la grande opportunità per il futuro», sottolinea Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali.

«Il Papa ha rivolto tante domande ai giovani; noi lasciamoci interrogare dalla loro presenza. La Gmg non finisce qui a Lisbona: è necessario andare nel mondo, tornare nelle strade, continuare a lavorare e studiare con la certezza di un Amore che ci ha chiamato e consegnato il mandato di dire a tutti di essere amati. La Chiesa deve andare, inquieta ma certa, verso Dio e verso gli uomini; la Chiesa ha bisogno di un nuovo annuncio che non può non camminare con i piedi e con il cuore di questi giovani», afferma monsignor Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della Cei.

7 agosto 2023

In partenza i pellegrinaggi diocesani

Lourdes, Fatima, la Terra Santa. Sono le tre mete dei prossimi pellegrinaggi diocesani, organizzati dall’Opera Romana Pellegrinaggi, che si terranno rispettivamente dal 28 agosto al primo settembre, dall’11 al 14 ottobre e dal 16 al 23 novembre. A Lourdes, guidati dal cardinale vicario Angelo De Donatis, i fedeli romani potranno scoprire i luoghi in cui, nel 1858, la Vergine Maria apparve alla piccola Bernadette Soubirous. Saranno giornate scandite dalla preghiera comunitaria e personale, da celebrazioni, da catechesi e da processioni, come la suggestiva processione mariana “aux flambeaux”.

«Il pellegrinaggio diocesano a Lourdes si inserisce sempre nella programmazione propria del Santuario – ricorda monsignor Remo Chiavarini, amministratore dell’Opera Romana –. Quest’anno il tema è: “Che si costruisca qui una cappella”, dalle parole che la Madonna disse nel corso di una delle sue diciotto apparizioni. Al centro c’è dunque il senso della “costruzione”, con tutto quello che comporta, e su questo cala la specificità della Chiesa di Roma». Andare a Lourdes, osserva ancora il sacerdote, «non significa ricordare un evento passato ormai entrato nella storia, ma significa accettare l’invito della Madonna per una nuova conversione del cuore. La Vergine Maria scelse una ragazzina povera ed analfabeta per affidarle un messaggio che ancora oggi può rivoluzionare la nostra vita».

A Fatima, invece, il viaggio diocesano organizzato dall’Orp coincide abitualmente con l’anniversario dell’ultima apparizione mariana, il 13 ottobre. Numerosi i pellegrini romani che si sono già prenotati e che saranno accompagnati dal vescovo Baldo Reina, vicegerente della diocesi. «Questo appuntamento riscuote sempre un certo interesse – dice monsignor Chiavarini – perché ci vede riuniti in comunione con la Chiesa portoghese, che in quei giorni si ritrova in maniera consistente a Fatima. Quest’anno, poi, il Portogallo sarà protagonista con la Gmg e Papa Francesco stesso, in quell’occasione, andrà a Fatima». Nell’itinerario proposto dall’Orp, oltre alle celebrazioni e alle visite nella località dove avvennero le apparizioni mariane nel 1917, anche due giorni alla scoperta di Lisbona e delle sue bellezze artistiche.

Alle origini della fede è invece il percorso in Terra Santa, dove i pellegrini della diocesi saranno guidati dal vescovo Riccardo Lamba, ausiliare per il settore Est e responsabile dell’Ambito della Chiesa ospitale e in uscita. «Il pellegrinaggio in Terra Santa è un’esperienza da fare almeno una volta nella vita – sottolineano dall’Orp – per lasciarsi meravigliare dal fascino dei luoghi accennati nella Sacra Scrittura. Questa terra invita tutti: entrarvi significa inoltrarsi nella storia e nella cultura più antica per le testimonianze delle civiltà che vi sono passate e per la convivenza di Ebrei, Cristiani e Musulmani, che custodiscono qui i luoghi più santi delle tre religioni monoteiste. Incontreremo i suoi abitanti e la loro vita, popoli e culture così diverse. Sperimenteremo le differenze, i luoghi della separazione e quelli della fraternità».

Da ottobre i corsi di teologia per laici

Un percorso formativo per i laici «che si basa sull’ecclesiologia promossa dal Concilio Vaticano II e molto attento al magistero di Papa Francesco» e quindi pure «alle grandi problematiche del mondo attuale come la fratellanza universale e il tema della cura del Creato». Così don Paolo Scarafoni, teologo e nuovo coordinatore del Centro diocesano di teologia per laici, presenta la rinnovata proposta di formazione “Teologia di popolo” che, «voluta e sostenuta dal cardinale vicario e da tutto il Consiglio episcopale», verrà avviata in 11 comunità parrocchiali dal prossimo ottobre.

Attivato nel 1967, il Centro diocesano – che afferisce dal 2006 all’Istituto Ecclesia Mater (Pontificia Università Lateranense) – «è di grande attualità per il cammino ecclesiale e rispecchia una delle priorità segnalate nell’assemblea generale della Cei del maggio scorso – sottolinea Scarafoni -: ripensare l’annuncio cristiano ». Ecco quindi l’obiettivo dichiarato di «preparare i laici – dice ancora il teologo -. Non solo quelli più anziani o pensionati, che si pensa abbiano più tempo da dedicare a questo percorso, ma anche chi magari solitamente “sta a guardare” e invece sarebbe bene che si mettesse in gioco, cogliendo con la formazione l’opportunità di vivere più intensamente la vita di fede»; a dire che «la teologia non è un percorso riservato per alcuni ma è la riflessione dei credenti che sono in cammino e in ricerca per dare un volto cristiano alla realtà».

Le 11 sedi e quindi le parrocchie che ospiteranno il percorso formativo triennale – che si svolgerà in orario serale, dalle 19.30 alle 21.30 una volta a settimana, da ottobre a dicembre e da metà febbraio a maggio –, «saranno due per ogni settore – illustra Scarafoni –, tre per quello Sud, comprendendo anche la realtà di Ostia». Le iscrizioni saranno aperte e possibili nelle singole parrocchie o all’Ecclesia Mater da settembre e il costo annuale del corso sarà di 150 euro. Il coordinatore del Centro – affidato anche a don Enzo Pacelli e a don Pino Pulcinelli – fa anche sapere che «non esistono requisiti d’ingresso di tipo accademico come un titolo di studio o la conoscenza di una lingua ma quello di essere credenti che vogliono approfondire». Ancora, «chi avesse titoli di studio potrà comunque ottenere crediti formativi», aggiunge Scarafoni. Due a semestre i corsi proposti: dalla teologia alla liturgia, dall’antropologia alla morale cristiana, fino all’ecclesiologia sinodale e conciliare. Previsti anche laboratori di ricerca, di confronto di esperienze e di dialogo.

di Michela Altoviti

 

31 luglio 2023

Cadere, rialzarsi, allenarsi: la veglia di Francesco con i giovani

Foto DiocesiDiRoma/Gennari

«Camminare, e se si cade rialzarsi. Camminare con una meta e allenarsi tutti i giorni perché nella vita nulla è gratis, tutto si paga. Solo l’amore di Gesù è gratis. Con l’amore di Gesù e con la voglia di camminare andiamo alle nostre radici e avanti. Senza paura. Non abbiate paura». Con un «ciao» pronunciato in italiano Papa Francesco saluta il milione e mezzo di pellegrini che partecipa alla veglia a Campo da Graça, situato nel Parco Tejo-Trancão di Lisbona. In un discorso tenuto quasi completamente a braccio, Francesco incita i ragazzi a non arrendersi mai, neanche quando nella vita si incontrano ostacoli e si cade. «Bisogna rialzarsi, è una cosa bella – dice –. Chi non lo fa e rimane per terra è andato in pensione dalla vita, ha chiuso con la speranza». O forse non ha incontrato nessuno disposto ad aiutarlo a rialzarsi. Per questo Bergoglio invita i pellegrini del mondo ad aiutare chi è caduto: «è l’unico momento in cui è lecito guardare una persona dall’alto in basso», ammonisce.

Il Papa arriva all’appuntamento clou della Gmg intorno alle 20.25 ora locale e tra due ali di folla in festa percorre in papamobile il tragitto che lo separa dall’ingresso al palco. A Campo da Graça regna il silenzio durante il discorso che pronuncia in spagnolo. Supportati dalle radioline che tramettono la traduzione simultanea, i ragazzi applaudono quando il Pontefice chiede loro se amano il calcio, di cui è grande tifoso. Utilizzando quindi una metafora calcistica, spiega che «dietro un gol c’è moltissimo allenamento, dietro un successo c’è moltissimo allenamento». Ogni traguardo nella vita si può tagliare solo se ci si allena perché «non si può fare sempre quello che si vuole».

Avviando il dialogo con i giovani, il Papa chiede se testimonieranno agli altri l’esperienza della Gmg. «Voi che siete venuti a cercare qui un senso della vita – dice –, lo terrete per voi o lo porterete agli altri?». Bisogna parlarne perché «la gioia è missionaria, dobbiamo trasmettere tutto quello che abbiamo ricevuto. E allo stesso tempo ricordare chi ha portato gioia nei nostri cuori genitori, nonni, sacerdoti, religiose, catechisti, animatori, insegnanti. «Sono le radici della nostra gioia», afferma chiedendo ai ragazzi di ricordarli in silenzio.

In occasione della veglia al Campo da Graça, come gli organizzatori hanno ribattezzato il terreno del parco del Tago, intorno alle 18 sono stati portati i due simboli della Gmg. Sulle note di Emmanuel, l’inno della Gmg del 2000, la croce pellegrina e l’icona della Madonna Salus Populi Romani hanno raggiunto la riva del fiume Tago. Hanno quindi attraversato Campo da Graça fino al palco. I due simboli sono stati trasportati a bordo di un miliceiro, tipica imbarcazione simile a una gondola usata nel nord ovest del Portogallo.

La veglia si è aperta con le testimonianze di don Antonio Ribeiro de Matos, 33 anni, dal Portogallo e di Marta Luis, diciottenne del Mozambico. Il primo ha parlato della gioia del suo incontro con Cristo avvenuto in seguito a un terribile incidente stradale. Marta Luis, originaria della provincia di Cabo Delgado, in Mozambico, ha raccontato della guerra che ha stravolto il suo Paese, della fuga dal suo villaggio e dalla foresta dove si era rifugiata con la mamma e le quattro sorelle. «In mezzo a tanta sofferenza mai abbiamo perso la fede e la speranza che un giorno ricostruiremo di nuovo la nostra vita», ha detto.

6 agosto 2023

«Gesù asciuga le nostre lacrime»: a Lisbona la Via Crucis con Papa Francesco

Foto DiocesiDiRoma/Gennari

Da Lisbona Roberta Pumpo

Hanno cantato, hanno scambiato gadget con i pellegrini di altri Paesi, hanno pregato. All’arrivo di Papa Francesco sono esplosi in grida di giubilo. Per ore il popolo della Gmg ha atteso Bergoglio, nel pomeriggio di venerdì 4 agosto nel parco Edoardo VII dove si è svolta la Via Crucis. Il caldo del pomeriggio non li ha scoraggiati. In 800mila hanno invaso le vie a nord del centro storico di Lisbona intonando canti a Maria, coinvolgendo i gruppi che incontravano sul loro cammino. La loro attesa è stata premiata dal Papa che nel lungo percorso sulla papamobile li ha salutati e benedetti.

La “Colina do Encontro”, “Collina dell’Incontro”, come è stato ribattezzato il parco in occasione della Gmg, era una distesa di bandiere sventolate da pellegrini provenienti dal lontano Vietnam e dalla più vicina Francia, dall’Honduras e dalla Germania. Tutti uniti da una sola fede, quella in Cristo Gesù, che «aspetta con il suo amore e la sua tenerezza per consolare e asciugare le lacrime» di ognuno, ha affermato il vescovo di Roma. «Tu qualche volta piangi?» ha chiesto il Papa ai pellegrini, aggiungendo che i «cuori chiusi sono brutti», così come lo sono «i momenti di solitudine». Ma non bisogna scoraggiarsi, ha aggiunto, perché «Gesù vuole riempire la paure di ognuno con il suo amore e la sua consolazione». Anche amare può far soffrire, può comportare dei rischi «ma bisogna correrli – ha avvertito il Santo Padre –, vale la pena farlo». Ancora: «Gesù con la sua tenerezza asciuga le nostre lacrime nascoste. Vuole colmare con la sua vicinanza la nostra solitudine, vuole colmare le mie paure, le tue paure oscure, con la sua consolazione vuole spingerci ad abbracciarci. Amare è rischioso, e lui sa meglio di noi che amare è rischioso. Amare è un rischio, e vale la pena correrlo, e lui ci accompagna sempre, è sempre vicino a noi in ogni tappa della vita Oggi faremo il cammino con lui, della nostra sofferenza, delle nostre ansie, delle nostre solitudini. Ognuno di noi pensi alle proprie sofferenze, alle proprie ansie, alle proprie miserie che fanno paura. Ci pensi e pensi alla voglia che l’anima torni a sorridere. E Gesù cammina verso la croce, perché la nostra anima possa sorridere».

Le 13 stazioni della Via Crucis erano tutte incentrate sulle ansie dei giovani di oggi, da quella per il futuro incerto anche a causa delle guerre e degli attentati, delle violenze nelle relazioni e degli abusi sui minori. Trattato il tema della solitudine con la testimonianza di Esther, spagnola di 34 anni, da 10 su una sedia a rotelle a causa di un incidente stradale. Poi una gravidanza interrotta, il vuoto dentro fino all’incontro con il Signore. «Mi sono confessata, dopo molti anni, provando un profondo pentimento per tutta la sofferenza che ho provocato a questo Padre che tanto mi ha amato – ha detto –. Egli mi ha insegnato a vivere in altra maniera e a ritornare in Chiesa, dove sapevo che sempre mi aspettava».

Nella settima stazione la testimonianza di João, 23 anni, portoghese che ha raccontato come l’isolamento causato dalla pandemia lo ha costretto a guardarsi dentro e a tornare ai tempi in cui è stato vittima di bullismo. «Spesso ho rimandato la riflessione sui segni lasciati dalla pandemia – ha spiegato –. E in quell’atto di rinvio, che è di inerzia, ho capito che la pandemia mi aveva cambiato e reso tante volte più arido. La fede mi aiuta sempre quando cado. La fede in una Chiesa pellegrina, dove nessuno resta fuori e, ispirata alla testimonianza della Madonna, si alza e sceglie come percorso le case e i cuori di coloro che si sentono ai margini. Insieme, come umani, è possibile vincere ogni isolamento, ogni individualismo».

Infine la parola è passata a Caleb, americano di 29 anni, che dopo il divorzio dei genitori e sprofondato nella depressione. «Ho lottato con l’autolesionismo – ha raccontato –, sono diventato tossicodipendente e ho desiderato porre fine alla mia vita. Ho lasciato che il dolore mi portasse ad abbracciare i miei desideri egoistici». Fino all’incontro con Cristo che ha sanato la sia anima. «Dopo aver provato tutto ciò che questo mondo ha da offrire – ha concluso –, Lui è l’unico che mi ha veramente saziato».

Questa sera, sabato 5 agosto, nuovo appuntamento di Papa Francesco con i giovani al Parco Tejo “Campo da Graça”, dove si terrà anche la Messa conclusiva di domenica.

5 agosto 2023

L’augurio per una Gmg feconda: la Messa del cardinale De Donatis con i giovani diretti a Lisbona

Con il conferimento del mandato e la consegna della piccola croce del pellegrino in legno di ulivo della Terra Santa – facente parte del kit degli italiani –, è ufficialmente iniziato oggi pomeriggio, 1° agosto, il pellegrinaggio dei 600 giovani romani in partenza per la Giornata mondiale della gioventù di Lisbona. Dalla basilica di San Giovanni in Laterano, Madre e Capo di tutte le Chiese, alla capitale del Portogallo per essere Chiesa in uscita e in comunione. Aderendo al programma della Pastorale giovanile diocesana i ragazzi, appartenenti a varie parrocchie di Roma, sono «pronti a mettersi in cammino e a compiere più di 11 chilometri rispetto ai discepoli di Emmaus, non tristi nel cuore come loro, ma gioiosi» ha detto il cardinale vicario Angelo De Donatis che ha presieduto la celebrazione, invitandoli a chiedersi cosa si aspettano da queste giornate. «Mettete a fuoco il desiderio vero che avete nel cuore» il suo suggerimento.

I ragazzi sono arrivati nel Palazzo Lateranense intorno alle 15.30, accolti dai dipendenti del Vicariato, che hanno organizzato tutte le pratiche per la partenza, registrando i partecipanti e smistandoli nei vari pullman, pronti sulla piazza. Quindi la Messa nella cattedrale e poi, appunto, la partenza in pullman alla volta di Civitavecchia, dove poi i giovani si sono imbarcati diretti a Barcellona.

In tutto, staranno fuori per nove giorni al termine dei quali, ha affermato il cardinale De Donatis durante la Messa, rientrati a Roma, i ragazzi renderanno la «città più ricca» perché potrà contare sul loro «sì generoso, affidabile. Roma aspetta la vostra gioia e la vostra decisione di donare senza trattenere, di perdere tutto. Tornate per arricchire la nostra città e la nostra Chiesa della vostra autentica e limpida gratuità. Da Lisbona – ha proseguito il vicario – maturino sì definitivi, luminosi e dal vostro dono riconosceremo ancora una volta Gesù che spezza il pane per tutti».

Oltre agli zaini in spalla, i ragazzi portano con sé un carico misto di timore e felicità. Come Rossella, della parrocchia Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo al Quarticciolo. «Ho un po’ di ansia perché devo mettere dei punti sul passato – dice –. Ma sono anche serena, voglio vivere questa esperienza al meglio». Contabile amministrativa in una azienda, non sa se in futuro sarà possibile condividere un cammino simile con i suoi coetanei. «L’età che avanza, le responsabilità che aumentano, gli impegni di lavoro e di famiglia, forse non lo consentiranno – afferma –. Per questo parto con il desiderio di prendere tutto il bello che la Gmg potrà donarmi».

Per dissipare ogni possibile timore, da parte del cardinale De Donatis non sono mancati suggerimenti ai giovani e ai loro accompagnatori per una Gmg feconda. Ai primi l’incoraggiamento ad aprirsi con chi li avvicinerà lungo il tragitto per raccontarsi, che sia «un sacerdote, una consacrata, un animatore, un amico o addirittura uno sconosciuto». E ancora l’invito a spalancare gli occhi davanti a colui che porge l’orecchio per ascoltare. «È il Signore che si è avvicinato a voi – le parole del vicario – e ancora una volta vi accoglie con tenerezza e comprensione, con tenace dolcezza e certa misericordia».

Agli accompagnatori ha invece chiesto di avvicinarsi «a ciascuno di questi ragazzi accogliendoli senza giudizio: allargate l’orecchio del cuore e ascoltateli, aiutateli a riconoscere in loro l’azione meravigliosa e stupenda dello Spirito Santo».

Guidati e sorretti dalla Parola di Dio, desiderosi di far parte uno della vita dell’altro, giovani e accompagnatori comprenderanno che il dono di sé è il fine ultimo di ogni pellegrinaggio. «Mentre spezzate il pane e celebrate la vita – ha concluso cardinale –, scoprirete tutti che ogni pellegrinaggio raggiungerà la sua meta quando deciderete, in fretta, di lasciare tutto e tornerete a gridare che avete visto il Signore vivo e che l’unico modo stupendo e degno di vivere la vita è quello di donarla, no di trattenerla. Vi auguro di tornare a Roma con la decisione ferma di donare a Lui ogni giornata».

Animata dal coro della diocesi di Roma, la Messa è stata concelebrata dai quattro vescovi ausiliari (Reina, Salera, Gervasi, Ricciardi) e dai sacerdoti che accompagnano i ragazzi alla Gmg. Tra questi don Alfredo Tedesco, direttore dell’Ufficio per la pastorale giovanile della diocesi il quale ha ricordato la tappa a Fatima del 3 agosto. «Affideremo a Maria le intenzioni della diocesi – ha detto nel suo saluto iniziale. Come la Vergine ha generato il Figlio di Dio, noi presentiamo questi ragazzi come figli della Chiesa».

di Roberta Pumpo

2 agosto 2023

A Santa Maria Maggiore torna la Madonna della Neve

In occasione della solennità della Madonna della Neve e dell’anniversario della dedicazione, la basilica di Santa Maria Maggiore si prepara ad accogliere pellegrini e fedeli da ogni angolo del mondo per commemorare uno degli eventi più significativi della Chiesa Cattolica: la nevicata miracolosa del 358.

La storia di questo straordinario evento ha inizio molti secoli fa quando la Beata Vergine apparve in sogno sia a Papa Liberio sia al patrizio romano Giovanni, chiedendo loro di costruire una chiesa nel luogo in cui sarebbe accaduto un evento miracoloso. Il 5 agosto di quell’anno, una nevicata imbiancò il colle Esquilino. Grazie a questo segno celeste, Papa Liberio tracciò il perimetro della chiesa che venne edificata per omaggiare la Madre di Dio e per questo chiamata anche Basilica Liberiana – dal nome del Papa – o ad Nives.

In preparazione della festa si tiene (2-3-4 agosto), presieduto da monsignor Luigi Veturi, canonico della basilica. Sabato 5 agosto, solennità della Madonna della Neve e anniversario della dedicazione, la giornata sarà caratterizzata dalle celebrazioni e dalle due rievocazioni della nevicata miracolosa con una pioggia di migliaia di petali bianchi. Alle ore 10 il cardinale Stanisław Ryłko, arciprete della basilica, presiederà la celebrazione eucaristica capitolare. Alle ore 17 canto dei II Vespri con rievocazione della nevicata presieduti da monsignor Guido Marini, custode della Sacra Culla cui seguirà alle ore 18 la Messa presieduta dal cardinale Luis Francisco Ladaria, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede. Il servizio liturgico sarà curato dai Frati Francescani dell’Immacolata, mentre l’animazione liturgica sarà guidata dalla Venerabile Cappella Musicale Liberiana.

«Ricordando il miracolo della nevicata che ha segnato il luogo di edificazione di questa Basilica, rinnoviamo il nostro impegno di fede e speranza nella protezione e intercessione della Vergine Maria e a lei affidiamo in particolare i nostri giovani riuniti in questi giorni a Lisbona con Papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù», ha ricordato monsignor Rolandas Makrikas, commissario straordinario della basilica.

A 1665 anni dall’evento prodigioso, la Madonna della Neve richiama ogni anno fedeli desiderosi di unirsi a questa festa di fede e spiritualità. Per don Ivan Ricupero, cerimoniere della basilica, «la celebrazione della Festa della Madonna della Neve rappresenta un’occasione speciale per rafforzare la connessione tra il divino e l’umano, e per pregare affinché la Madonna – in questa basilica invocata come Salus Populi Romani – possa guidare e proteggere il popolo di Dio lungo il cammino della vita».

3 agosto 2023

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