di Domenico Rocciolo
Un aspetto rilevante del pauperismo romano nell’età tridentina e barocca riguarda l’assistenza spirituale e materiale prestata ai malati poveri negli ospedali. Negli ambienti ecclesiali crebbe il sentimento di dover soccorrere e confortare le persone disagiate e ammalate: un’opera considerata espressione di una suprema forma di carità. In modo particolare, i visitatori inviati dalle comunità religiose negli ospedali del Santissimo Salvatore ad Sancta Sanctorum, Santo Spirito in Sassia, Santa Maria della Consolazione, Santissima Trinità dei Pellegrini e Convalescenti, San Rocco, San Giovanni Calibita (Fatebenefratelli), San Giacomo degli Incurabili, Santa Maria della Pietà dei Pazzerelli o negli ospizi come il San Sisto e nelle infermerie confraternali, ebbero la possibilità di vedere da vicino gli effetti della miseria e dell’abbandono.

Così, nelle corsie dei nosocomi e nei luoghi di assistenza aperti nelle sacrestie delle chiese, dove gli ammalati furono accolti e ricevettero le cure, entrarono persone mosse dall’amore di Dio, che decisero di calarsi senza riserve nelle situazioni estreme di precarietà e tribolazione. Sacerdoti, religiosi e laici avvicinarono i poveri stremati dalla miseria e colpiti dalle malattie, che poco prima avevano sostato nelle strade e negli angoli dei palazzi, sotto le panche delle botteghe e dei macelli e si erano nascosti, come constatò san Camillo De Lellis, nelle grotte del Colosseo, nei recessi delle Terme di Caracalla e negli anfratti delle Terme di Diocleziano: schiere di umili piegati dalle affezioni e dai morbi, che finalmente avevano trovato un po’ di sollievo e qualche parola di amicizia, pur restando nei loro lettucci e mostrando i segni delle lunghe e drammatiche privazioni subite.
A visitarli e a confortarli andarono persone capaci di riconoscere nei loro corpi sfigurati l’immagine di Cristo. Da questa straordinaria forma di carità venne la grande pietà religiosa che contraddistinse la diocesi del Papa: una comunità che tenne viva la coscienza verso la condizione dei malati, che operò per limitare il carico di miseria intollerabile mostrata dai sofferenti e cercò di annullare le distanze tra le persone, quando ad alzare il grido di aiuto furono le vittime della fame, della carestia, delle infezioni e delle epidemie. La Chiesa di Roma, nelle sue diverse componenti, ascoltò questa richiesta di soccorso e intervenne con le sue opere di carità.
11 febbraio 2020



Il Papa acconsentì e incaricò il cardinale vicario Giovanni Antonio Guadagni di istituire il sodalizio. Nel frattempo, ordinò di rinnovare le quattordici edicole che già si trovavano intorno all’arena. Con decreto del 17 dicembre 1750 il cardinale vicario eresse l’Arciconfraternita degli Amanti di Gesù e Maria al Calvario e il 27 successivo il vicegerente di Roma, monsignor Ferdinando Maria De Rossi, benedisse le edicole e la Croce del Colosseo. Da quel momento l’Arciconfraternita svolse il rito della Via Crucis ogni venerdì e domenica, in varie ricorrenze e nella Settimana Santa, percorrendo la Via Sacra fino all’Anfiteatro Flavio. Per volontà dello stesso Pontefice, il 19 settembre 1756 il Colosseo fu consacrato alla memoria della Passione di Cristo e dei martiri e assunse il titolo di «chiesa pubblica».









Percorrendo via di Porta Angelica verso piazza del Risorgimento, all’angolo di uno degli ultimi edifici, appare l’edicola che accoglie la copia musiva dell’icona della Madonna delle Grazie, un tempo venerata nella chiesa dell’Ascensione di Nostro Signore che si ergeva proprio in quel punto e poi nel 1941 esposta nel nuovo santuario parrocchiale che porta il suo nome al Trionfale.
Il merito di una tale notorietà va attribuito, però, a Papa Sisto V, che il 3 giugno 1587 concesse a fra Albenzio De Rossi di edificare non solo la chiesa dell’Ascensione, ma un cenobio per gli eremiti e un ospizio per i poveri. L’eremita calabrese legò le sue opere a una suggestiva esortazione: «facemo bene adesso che havemo tempo» e quando il 19 aprile 1606 morì, la chiesa, il cenobio e l’ospizio furono sovrastati dalla pietà dei fedeli, che instancabilmente cominciarono a invocare la Madonna delle Grazie. Ogni giorno mendicanti, malati e pellegrini si recarono a venerare la sacra icona elevando le loro preghiere. Lo stesso avvenne nel 1806, quando la chiesa passò ai Padri dell’Ordine della Penitenza. Dopo la distruzione del santuario avvenuta tra il 1936 e il 1939, la sacra effige, che era stata custodita in Vaticano, tornò finalmente all’affetto dei romani nella sua nuova sede.






Nel 1854 pochi giorni separarono la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione dalla celebrazione del Natale. Con la bolla Ineffabilis Deus dell’8 dicembre di quell’anno, Pio IX dichiarò la Santissima Vergine Maria immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento. Chiuse così un dibattito teologico plurisecolare, dando rilievo alla continuità della fede e alla tradizione devota. Per mezzo del suo vicario, il cardinale Costantino Patrizi, fece sapere ai fedeli di Roma, che tutto il mondo alzava inni di lode alla Santissima Vergine Immacolata Madre di Dio. Schiere di fedeli esprimevano con esultanza la loro devozione e rivolgevano le loro preghiere alla Madre del Signore. Tanto più il giubilo e la festa in onore dell’Immacolata Concezione pervadevano Roma, la città santa.
Ed ecco, che di lì a poco, come ogni anno, giungeva la ricorrenza del giorno santo della nascita di Gesù: evento che muoveva gli animi ad adorare il Signore nato dalla Vergine Maria per salvare gli uomini. Il Papa conosceva bene le difficoltà del popolo romano. Sapeva che la celebrazione del Natale era di profonda consolazione per chi aveva perso i familiari a causa del colera, «morbo che tanto teneva la città in angustie» e per chi soffriva la penuria dei beni di prima necessità, provocata da una temuta carestia. Desiderò proteggere i fedeli della sua diocesi, promosse la formazione delle coscienze, raccomandò la moderazione e la prudenza nei riguardi degli eventi politici, esortò i sacerdoti ad avere una costante preoccupazione per la cura delle anime. Proprio per sottolineare la preminenza della vita spirituale incaricò il cardinale vicario di invitare i romani a santificare un giorno così bello e a «passarlo con Dio».














