21 Giugno 2026

Pagine di storia religiosa. L’assistenza dei malati poveri negli ospedali (secc. XVI-XVII)

di Domenico Rocciolo

Un aspetto rilevante del pauperismo romano nell’età tridentina e barocca riguarda l’assistenza spirituale e materiale prestata ai malati poveri negli ospedali. Negli ambienti ecclesiali crebbe il sentimento di dover soccorrere e confortare le persone disagiate e ammalate: un’opera considerata espressione di una suprema forma di carità. In modo particolare, i visitatori inviati dalle comunità religiose negli ospedali del Santissimo Salvatore ad Sancta Sanctorum, Santo Spirito in Sassia, Santa Maria della Consolazione, Santissima Trinità dei Pellegrini e Convalescenti, San Rocco, San Giovanni Calibita (Fatebenefratelli), San Giacomo degli Incurabili, Santa Maria della Pietà dei Pazzerelli o negli ospizi come il San Sisto e nelle infermerie confraternali, ebbero la possibilità di vedere da vicino gli effetti della miseria e dell’abbandono.

Così, nelle corsie dei nosocomi e nei luoghi di assistenza aperti nelle sacrestie delle chiese, dove gli ammalati furono accolti e ricevettero le cure, entrarono persone mosse dall’amore di Dio, che decisero di calarsi senza riserve nelle situazioni estreme di precarietà e tribolazione. Sacerdoti, religiosi e laici avvicinarono i poveri stremati dalla miseria e colpiti dalle malattie, che poco prima avevano sostato nelle strade e negli angoli dei palazzi, sotto le panche delle botteghe e dei macelli e si erano nascosti, come constatò san Camillo De Lellis, nelle grotte del Colosseo, nei recessi delle Terme di Caracalla e negli anfratti delle Terme di Diocleziano: schiere di umili piegati dalle affezioni e dai morbi, che finalmente avevano trovato un po’ di sollievo e qualche parola di amicizia, pur restando nei loro lettucci e mostrando i segni delle lunghe e drammatiche privazioni subite.

A visitarli e a confortarli andarono persone capaci di riconoscere nei loro corpi sfigurati l’immagine di Cristo. Da questa straordinaria forma di carità venne la grande pietà religiosa che contraddistinse la diocesi del Papa: una comunità che tenne viva la coscienza verso la condizione dei malati, che operò per limitare il carico di miseria intollerabile mostrata dai sofferenti e cercò di annullare le distanze tra le persone, quando ad alzare il grido di aiuto furono le vittime della fame, della carestia, delle infezioni e delle epidemie. La Chiesa di Roma, nelle sue diverse componenti, ascoltò questa richiesta di soccorso e intervenne con le sue opere di carità.

11 febbraio 2020

Pagine di storia religiosa: le origini della Via Crucis al Colosseo

a cura di Domenico Rocciolo, direttore dell’Archivio storico diocesano

San Leonardo da Porto Maurizio (foto Cristian Gennari)

In questa prima pagina di una nuova rubrica dedicata alla storia religiosa di Roma – durante la quale verranno mostrati per la prima volta al pubblico alcuni documenti custoditi nell’Archivio storico diocesano – racconto le origini della Via Crucis al Colosseo: un rito che è sempre stato molto caro ai romani. Tutto iniziò nel 1749, quando nel convento di San Bonaventura al Palatino, sotto la guida del missionario francescano san Leonardo da Porto Maurizio (a lato in un ritratto dell’epoca), alcune persone cominciarono a frequentare la Via Crucis nel giorno di domenica. Padre Leonardo vide il fervore dei partecipanti e decise di istruirli con meditazioni sulla Passione di Gesù. Chiese al Papa Benedetto XIV di poter essere a capo di una confraternita che si occupasse di organizzare la Via Crucis all’Anfiteatro Flavio.

Il Papa acconsentì e incaricò il cardinale vicario Giovanni Antonio Guadagni di istituire il sodalizio. Nel frattempo, ordinò di rinnovare le quattordici edicole che già si trovavano intorno all’arena. Con decreto del 17 dicembre 1750 il cardinale vicario eresse l’Arciconfraternita degli Amanti di Gesù e Maria al Calvario e il 27 successivo il vicegerente di Roma, monsignor Ferdinando Maria De Rossi, benedisse le edicole e la Croce del Colosseo. Da quel momento l’Arciconfraternita svolse il rito della Via Crucis ogni venerdì e domenica, in varie ricorrenze e nella Settimana Santa, percorrendo la Via Sacra fino all’Anfiteatro Flavio. Per volontà dello stesso Pontefice, il 19 settembre 1756 il Colosseo fu consacrato alla memoria della Passione di Cristo e dei martiri e assunse il titolo di «chiesa pubblica».

Il crocifisso di San Gregorio dei Muratori (foto Cristian Gennari)

La partecipazione dei fedeli al rito fu assidua fino al 1874, quando la Croce fu rimossa a causa dei lavori di rinvenimento delle costruzioni sottostanti. Nel 1926 vi fu riportata, ma questa volta venne posta di lato. La grande Croce cara all’Arciconfraternita degli Amanti di Gesù e Maria al Calvario fu scrupolosamente custodita e dal 1937 si trova nella chiesa di San Gregorio Magno dei Muratori (foto a lato). Nel 1959 san Giovanni XXIII ripristinò il rito della Via Crucis nel Colosseo senza ripeterlo. Lo riprese san Paolo VI nel 1964 e da allora costituisce una suggestiva tradizione di preghiera e contemplazione.

12 aprile 2019

Pagine di storia religiosa: La solennità del Corpus Domini nella Roma dell’età moderna

di Domenico Rocciolo

Una bella testimonianza di fede ci viene dalla Roma devota dell’età moderna e riguarda la festa del Corpus Domini, una delle ricorrenze più sentite a livello popolare per il suo profondo significato spirituale. Le origini della festa riconducono alle rivelazioni avute da santa Giuliana di Cornillon, monaca agostiniana vissuta tra il XII e il XIII secolo, che vide nelle sembianze di una luna piena attraversata da una striscia scura la Chiesa mancante della festività del Santissimo Sacramento, solennità per la quale Gesù stesso, in un’altra visione, le chiese di adoperarsi.

Seguì il miracolo di Bolsena, risalente al 1263, quando nella chiesa di Santa Cristina, durante la Messa, dall’Ostia consacrata uscirono gocce di sangue che macchiarono il corporale di lino e la pietra dell’altare. Dopo questi eventi, l’11 agosto 1264, Papa Urbano IV, con la bolla Transiturus de hoc mundo, dispose che tutta la Chiesa celebrasse la festa del Corpus Domini il giovedì successivo alla prima domenica dopo Pentecoste.

In età moderna, alla festività del Corpus Domini si legò la grande tradizione romana di una pietà impostata sull’adorazione eucaristica, sull’orazione continua, sugli esercizi spirituali e sulle pratiche di pietà. I Papi vollero che la processione del Corpus Domini si svolgesse in un’area intorno alla basilica di San Pietro in Vaticano, tra magnifici addobbi e apparati e alla presenza di tutta la città: cardinali e vescovi, ambasciatori e nobili, canonici e beneficiati, parroci e rettori, religiosi, seminaristi e collegiali, dirigenti e funzionari delle istituzioni curiali, fratelli e sorelle delle confraternite, membri dei conservatori, degli istituti educativi e dei centri assistenziali e tantissimi fedeli. Oltre alla solenne processione papale, per tutta l’ottava del Corpus Domini ebbero luogo processioni nelle basiliche e nelle chiese, alle quali parteciparono autorità e devoti. Stretti al Santissimo Sacramento, i fedeli sentirono il richiamo a vivere la presenza di Dio nella loro vita quotidiana: un’esperienza di profonda interiorità che si tradusse in un impegno costante di crescita nella fede e di operosa disponibilità ad aiutare i poveri, i malati e gli emarginati.

Grazie alla devozione per il Santissimo Sacramento, che ebbe un deciso sviluppo non solo sul piano della riflessione teologica, ma su quella della sensibilità popolare, nella Roma religiosa crebbe il desiderio di vivere in modo autentico i valori della fede e della carità.

10 giugno 2019

Pagine di storia religiosa: La pietà dei romani per i defunti

di Domenico Rocciolo

Nella Roma medievale l’ideale della morte confortata ispirò molte attività dei fedeli associati in confraternite. Il senso del giudizio finale, l’invito al pentimento e la recita delle preghiere in prossimità della morte, furono reputati di alto valore caritativo. Il soccorso cristiano e il conforto di ricevere i sacramenti accompagnarono le persone nell’ultimo tratto della loro vita terrena.

Questa sensibilità religiosa si consolidò nell’età moderna e contemporanea. Lo dimostrano le numerose testimonianze riconoscibili in molte chiese della città, dove cappelle, altari e opere d’arte ricordano la grande pietà dei fedeli per i defunti. Si possono fare diversi esempi. Nel Cinquecento le Compagnie di Santa Maria dell’Orazione e Morte e di Santa Maria del Suffragio si dedicarono alla sepoltura dei morti e a celebrare le messe di suffragio. Successivamente, insieme all’Arciconfraternita delle Sacre Stimmate di San Francesco sorta nel 1595 e a quella di Nostro Signore Gesù Cristo degli Agonizzanti fondata nel 1616, furono chiamate protettrici «delle anime».

Nel 1721 nacque la Confraternita del Santissimo Sacramento e Anime del Purgatorio a San Francesco a Monte Mario e nel 1760 iniziò le proprie attività la Compagnia dei Devoti di Gesù al Calvario e di Maria Santissima Addolorata in Sollievo delle Anime Sante del Purgatorio, eretta canonicamente nel 1776. Nei secoli XIX e XX altri sodalizi si dedicarono alle stesse opere di pietà e alcuni, ancora oggi, le portano avanti, come fa l’Arciconfraternita di Carità verso i Trapassati.

Molti fedeli disposero che nelle basiliche, nelle parrocchie, negli oratori e nelle cappelle si celebrassero le Messe di suffragio dopo la loro morte. Come dimostrano le tabelle delle fondazioni di Messe (i pii legati) queste volontà furono rispettate. Ma principalmente essi predilessero la visita della chiesa di San Gregorio al Celio nel giorno della commemorazione dei morti e per tutta l’ottava. In quei giorni rifulsero i loro sentimenti di fede e di speranza.

Pagine di storia religiosa: La Madonna delle Grazie a Porta Angelica, oggi al Trionfale

di Domenico Rocciolo

Percorrendo via di Porta Angelica verso piazza del Risorgimento, all’angolo di uno degli ultimi edifici, appare l’edicola che accoglie la copia musiva dell’icona della Madonna delle Grazie, un tempo venerata nella chiesa dell’Ascensione di Nostro Signore che si ergeva proprio in quel punto e poi nel 1941 esposta nel nuovo santuario parrocchiale che porta il suo nome al Trionfale.

Sotto il mosaico vi è un’iscrizione che richiama l’attenzione dei passanti: «Salutate in questa immagine la B. Vergine Maria delle Grazie portata nell’anno 1587 da Gerusalemme a Roma dall’eremita f. Albenzio De Rossi. L’originale già esposto qui nel santuario demolito per ragioni di pubblica utilità si venera ora nella nuova chiesa al piazzale Francesco Morosini (oggi di S. Maria delle Grazie) che la munifica pietà dei pontefici Pio XI e Pio XII ricostruì e dedicò A. D. MCMXLI».

L’immagine della Madonna delle Grazie, databile tra l’XI e il XII secolo, fu in effetti molto amata dai devoti romani nel corso dei secoli, come dimostrano i riti delle sue tre incoronazioni, avvenute le prime due per iniziativa del Capitolo Vaticano il 9 giugno 1644 in chiesa e il 22 giugno 1924 in piazza San Pietro alla presenza di trecentomila persone e la terza per mano di san Giovanni Paolo II il 16 dicembre 1984 durante la sua visita pastorale.

Il merito di una tale notorietà va attribuito, però, a Papa Sisto V, che il 3 giugno 1587 concesse a fra Albenzio De Rossi di edificare non solo la chiesa dell’Ascensione, ma un cenobio per gli eremiti e un ospizio per i poveri. L’eremita calabrese legò le sue opere a una suggestiva esortazione: «facemo bene adesso che havemo tempo» e quando il 19 aprile 1606 morì, la chiesa, il cenobio e l’ospizio furono sovrastati dalla pietà dei fedeli, che instancabilmente cominciarono a invocare la Madonna delle Grazie. Ogni giorno mendicanti, malati e pellegrini si recarono a venerare la sacra icona elevando le loro preghiere. Lo stesso avvenne nel 1806, quando la chiesa passò ai Padri dell’Ordine della Penitenza. Dopo la distruzione del santuario avvenuta tra il 1936 e il 1939, la sacra effige, che era stata custodita in Vaticano, tornò finalmente all’affetto dei romani nella sua nuova sede.

23 luglio 2021

Pagine di storia religiosa: la devozione alla Madonna del Rosario

di Domenico Rocciolo*

Nel 1731, la duchessa Olimpia Borghese Pamphili donò all’immagine della SS. Vergine del Rosario che si venerava a SS. Quirico e Giulitta, un magnifico abito come segno della sua grande devozione. I padri Domenicani che officiavano la chiesa, prendendo spunto da quella bella espressione di pietà religiosa, decisero di diffondere in onore della Madre di Dio una riflessione spirituale in forma di sonetto. In tal modo unirono la loro chiesa alla lunga tradizione devota che rimandava la propagazione del   Rosario ad un’epoca antica e al loro fondatore: san Domenico di Guzmán.

Tra la fine del medioevo e l’età moderna, i pontefici accrebbero la devozione alla SS. Vergine del Rosario prendendo importanti decisioni: nel 1479 Sisto IV, con la bolla Ea quae ex fidelium, riconobbe l’alto valore spirituale della recita del Rosario e nel 1481 eresse l’Arciconfraternita del SS. Rosario in Santa Maria sopra Minerva, arricchendola di indulgenze; il 5 marzo 1572 san Pio V, con la bolla Salvatoris Domini, dichiarò che la battaglia di Lepanto era stata vinta contro i turchi, perché la cristianità aveva invocato la SS. Vergine del Rosario (7 ottobre 1571); il 17 marzo 1572, lo stesso Pontefice stabilì che il 7 ottobre di ogni anno fosse celebrata una festa in onore della Madonna del Rosario (per l’occasione fu chiamata Madonna della Vittoria); il 1° aprile 1573, Gregorio XIII, con la costituzione Monet Apostolus, spostò la festa alla prima domenica di ottobre e infine, nel 1716, Clemente XI estese la festa alla Chiesa universale.

Nell’età contemporanea, con le apparizioni di Lourdes e Fatima, le encicliche mariane di Leone XIII, la decisione di san Pio X di fissare definitivamente la festa del Rosario al 7 ottobre e le disposizioni date dai Pontefici successivi (si ricordi, in particolare, la lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae del 16 ottobre 2002 di san Giovanni Paolo II), il Rosario divenne sempre più la preghiera dei fedeli per invocare la pace nel mondo e meditare i misteri della salvezza.

La recita del Rosario è sempre stata e sarà sempre particolarmente amata dai fedeli.

 

Il sonetto, conservato nell’Archivio storico diocesano, che ricorda il dono della duchessa Olimpia Borghese Pamphili

 

 

 

 

 

 

 

*Direttore dell’Archivio Storico Diocesano

 

 

Pagine di storia religiosa: La Chiesa di Roma durante la peste del 1656/57

di Domenico Rocciolo

Gli studiosi sono concordi nell’affermare che la peste romana del 1656/57 causò la morte di circa 9.000/14.000 persone. Sul piano dei numeri si fu lontani dai 150.000 morti di Napoli e dai 60.000/80.000 di Genova degli stessi anni. Tuttavia, è certo che la chiusura delle porte della città, l’allestimento dei lazzaretti, la recinzione di Trastevere dove si verificò il primo caso di contagio, l’interdizione dalle attività lavorative, il passaggio dei carri pieni di ammalati e il defluire lungo il Tevere dei barconi carichi di cadaveri portati dai monatti dall’Isola Tiberina fino alle fosse di San Paolo, atterrirono il popolo senza distinzione di ceto sociale.

In un primo momento si pensò che la minaccia fosse sotto controllo, ma poi gli effetti della malattia assunsero proporzioni rilevanti. Molti cercarono di fuggire, altri si ammalarono o videro morire i familiari e i conoscenti. Si ritenne che la peste passasse attraverso il contatto e le forme di socialità. La città prese subito un aspetto desolato.

Quando si seppe che a Napoli il flagello stava colpendo pesantemente la popolazione, la Congregazione di Sanità intervenne formando un fitto cordone sanitario e facendo disinfettare le strade e le cloache. Ciononostante, ai primi di giugno 1656 l’infezione varcò le mura cittadine e a metà mese si verificarono i primi decessi. Le voci sul contagio si diffusero rapidamente e si cominciò ad approntare i primi ricoveri per i malati di peste. Le condizioni di vita divennero durissime: scarseggiarono i viveri, si perse il lavoro, i rapporti con i familiari furono interrotti.

Alcuni medici e sacerdoti diedero testimonianza di grande eroismo. Ad esempio, il medico Giovanni Maria Costanzi si coprì «d’una veste di tela incerata, cappuccio e guanti» per poter curare i malati del lazzaretto di San Bartolomeo all’Isola. Non trascurò nessun ammalato, ebbe parole di conforto per tutti e nessuno ignorò la sua opera di carità. Tra i sacerdoti ne morirono diversi per l’esposizione prolungata all’infezione. Una volta varcata la soglia dei lazzaretti e delle case contaminate, corsero pericoli tremendi e persero la vita, come accadde agli assistenti spirituali dell’Ospedale Benefratelli, del Santissimo Salvatore ad Sancta Sanctorum, dei lazzaretti al Casaletto e all’Isola Tiberina. Ricordo, per tutti, gli oratoriani Pierfrancesco Scarampi e Prospero Airoli, sepolti entrambi nella chiesa dei Santi Nereo e Achilleo. Liste dei morti per peste si stilarono nelle parrocchie, come avvenne a Sant’Andrea delle Fratte. I deceduti a causa del morbo furono trasportati alle fosse della basilica ostiense, dove furono svestiti, sotterrati e coperti di calce.

Il Vicariato rivolse l’invito alla comunità diocesana di pregare affinché la città fosse liberata dal flagello. Il Papa Alessandro VII esortò i fedeli a pregare intensamente nel chiuso delle proprie case. Molti accolsero l’esortazione a compiere gesti di penitenza e di digiuno. In molte occasioni i riti religiosi furono vietati per evitare l’accelerazione della trasmissione della malattia. Eppure, la pietà restò la più grande risorsa. Così, i devoti elevarono le loro preghiere dinanzi alla Santissima Vergine del Portico, a moltissime altre sacre immagini mariane e al Santissimo Crocifisso di San Marcello al Corso. La peste finì nell’estate del 1657. La pietà vissuta dai fedeli fu di sostegno alla città sofferente e fu largamente condivisa.

28 luglio 2020

Pagine di storia religiosa: Il giubilo dei fedeli romani nel dicembre 1854

di Domenico Rocciolo

Nel 1854 pochi giorni separarono la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione dalla celebrazione del Natale. Con la bolla Ineffabilis Deus dell’8 dicembre di quell’anno, Pio IX dichiarò la Santissima Vergine Maria immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento. Chiuse così un dibattito teologico plurisecolare, dando rilievo alla continuità della fede e alla tradizione devota. Per mezzo del suo vicario, il cardinale Costantino Patrizi, fece sapere ai fedeli di Roma, che tutto il mondo alzava inni di lode alla Santissima Vergine Immacolata Madre di Dio. Schiere di fedeli esprimevano con esultanza la loro devozione e rivolgevano le loro preghiere alla Madre del Signore. Tanto più il giubilo e la festa in onore dell’Immacolata Concezione pervadevano Roma, la città santa.

Ed ecco, che di lì a poco, come ogni anno, giungeva la ricorrenza del giorno santo della nascita di Gesù: evento che muoveva gli animi ad adorare il Signore nato dalla Vergine Maria per salvare gli uomini. Il Papa conosceva bene le difficoltà del popolo romano. Sapeva che la celebrazione del Natale era di profonda consolazione per chi aveva perso i familiari a causa del colera, «morbo che tanto teneva la città in angustie» e per chi soffriva la penuria dei beni di prima necessità, provocata da una temuta carestia. Desiderò proteggere i fedeli della sua diocesi, promosse la formazione delle coscienze, raccomandò la moderazione e la prudenza nei riguardi degli eventi politici, esortò i sacerdoti ad avere una costante preoccupazione per la cura delle anime. Proprio per sottolineare la preminenza della vita spirituale incaricò il cardinale vicario di invitare i romani a santificare un giorno così bello e a «passarlo con Dio».

La celebrazione del Natale fu l’occasione propizia per tutti i fedeli di riscoprire il significato autentico della fede, di accostarsi ai sacramenti, di rivolgere a Dio le più fervide preghiere e di lasciarsi coinvolgere nelle opere di carità.

17 dicembre 2019

Pagine di storia religiosa: I miracoli mariani del 1796

di Domenico Rocciolo

Con l’armistizio di Bologna del 23 giugno 1796, Napoleone Bonaparte impose condizioni molto dure alla Santa Sede. Il Papa Pio VI capì che l’Armata d’Italia stava per minacciare il cuore stesso della cattolicità: Roma.

Il 25 giugno 1796, nella cattedrale di San Ciriaco ad Ancona, accadde un evento prodigioso: l’immagine della Santissima Vergine che vi si venerava fu vista alzare le palpebre e muovere la bocca come per fare un sorriso. La notizia si diffuse rapidamente, varcò i confini della città e giunse a Roma. Due settimane dopo, il 9 luglio, i devoti romani assistettero allo stesso miracolo. La Madonna dell’Archetto, collocata su un arco sito tra palazzo Casali e un edificio di proprietà di una confraternita, oggi venerata nella cappella di via San Marcello 41 con il titolo Causa Nostrae Letitiae, mosse ripetutamente gli occhi destando l’attenzione dei passanti.

Nelle settimane successive altre immagini mossero gli occhi e tra queste vi fu quella esposta sulla facciata di palazzo Caetani, visibile ancora oggi all’inizio di via delle Botteghe Oscure all’angolo con piazza dell’Enciclopedia italiana. Per l’ampiezza del fenomeno, il 1 ottobre 1796, il Tribunale del Vicariato imbastì un processo per accertare la fondatezza dei racconti sui miracoli. Tra il 5 ottobre 1796 e il 31 gennaio 1797 i funzionari del tribunale ascoltarono 86 testimoni e riconobbero 26 miracoli, mentre di altri 23 non portarono a termine le procedure di accertamento per non allungare troppo i tempi. Il sacerdote Giovanni Marchetti in un suo libro pubblicato nel 1797 parlò di molte immagini miracolose. Anche durante la Repubblica romana del 1798-1799 si verificarono episodi simili.

Il cardinale segretario di Stato Francesco Saverio de Zelada, sentito il parere del cardinale vicario Giulio della Somaglia, informò i nunzi delle corti europee degli eventi che avvenivano a Roma. Nella lettera che inviò al nunzio di Madrid scrisse: «Molte immagini di Maria Vergine, dipinte altre in tele, altre sulle pareti, alcune nelle chiese, la maggior parte nelle pubbliche strade, sono state vedute muovere sensibilmente gli occhi».

Si può affermare che i prodigi avvenuti nell’estate del 1796 e le preghiere che i romani recitarono dinanzi alle sacre immagini della Santissima Vergine furono le «sante e pacifiche armi» che il Papa richiese per invocare la protezione celeste. Ancora una volta la pietà dei fedeli fu protagonista.

7 ottobre 2020

Padre Saverio Cannistrà nuovo arcivescovo di Pisa

Papa Francesco con padre Cannistrà

Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi metropolitana di Pisa, presentata da monsignor Giovanni Paolo Benotto. Il Santo Padre ha nominato arcivescovo metropolita di Pisa padre Saverio Cannistrà, già preposito generale dei Carmelitani Scalzi e finora vicario parrocchiale di San Pancrazio a Roma. Ne dà notizia la Sala Stampa della Santa Sede.

Monsignor Saverio Cannistrà è nato a Catanzaro il 3 ottobre 1958. Dopo la Laurea in Filologia romanza presso la Scuola Normale Superiore di Pisa ha avuto un’esperienza lavorativa come redattore presso una casa editrice. Il 17 settembre 1985 è entrato nel noviziato della Provincia Italiana di Toscana dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi e ha emesso la professione perpetua il 14 settembre 1990. Il 24 ottobre 1992 è stato ordinato sacerdote. Ha ricoperto i seguenti incarichi e svolto ulteriori studi: Dottorato in Teologia Dogmatica presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma (1998); docente di Teologia trinitaria presso la Pontificia Facoltà Teologica e Istituto di spiritualità “Teresianum” di Roma (1995-2003); professore di Cristologia e Antropologia Teologica presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale di Firenze (2003-2009). Nel 2007 è stato eletto membro del Consiglio di presidenza dell’Associazione Teologica Italiana.

Nella Provincia Toscana dei Carmelitani Scalzi è stato: consigliere provinciale (1996- 2002); maestro dei postulanti e degli studenti (1999-2008); provinciale (dal 2008). È stato inoltre preposito generale dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi (2009-2021). È membro del Consiglio presbiterale dell’arcidiocesi metropolitana di Firenze ed attualmente è vicario parrocchiale nella chiesa di San Pancrazio a Roma.

6 febbraio 2025

Padre Pietro e suor Leonella, un incontro per ricordarli con il vescovo Ambarus

La parrocchia di Sant'Innocenzo I Papa e San Guido Vescovo

Padre Pietro Turati e suor Leonella Sgorbati sono stati uccisi in Somalia. Il primo, dei Frati Minori, l’8 febbraio del 1991, viene assassinato da ignoti davanti alla chiesetta dell’ex missione; in quei giorni c’erano scontri fra soldati governativi e ribelli. La seconda, delle Suore Missionarie della Consolata, viene invece uccisa il 17 settembre 2006, ripetendo per tre volte la parola “Perdono” per i suoi carnefici. Alla loro memoria e al loro impegno nel Paese africano sarà dedicata la mattinata di domenica 7 novembre, nella parrocchia di Sant’Innocenzo Papa e San Guido Vescovo (via Radicofani, 33 – zona Villa Spada).

L’appuntamento è promosso dal Gruppo Nuovi Martiri con il Centro missionario diocesano e vedrà la partecipazione del vescovo ausiliare Benoni Ambarus, che presiederà la Messa alle ore 10.30. La celebrazione sarà preceduta da un breve incontro con il vescovo stesso e con Paola Aversa della Caritas diocesana.

3 novembre 2021

Padre Matteo Imbrici è tornato alla Casa del Padre

Si è spento padre Matteo Imbrici, religioso della Società di Maria, vicario parrocchiale della Parrocchia di Santa Francesca Cabrini dal 2007 al 2011 e presbitero itinerante negli anni successivi, da alcuni mesi ospite di nuovo della medesima parrocchia.

I funerali si terranno mercoledì 6 giugno 2018 alle ore 11 nella parrocchia di Santa Francesca Cabrini
(piazza Massa Carrara, 15).

5 giugno 2018

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