26 Giugno 2026

Lettera ORP ai Parroci

Roma, 24 ottobre 2017

Ai Parroci
della Diocesi di Roma

Carissimo,
come sai la Chiesa di Roma da alcune decine di anni ha sentito la necessità di dotarsi di una struttura che aiutasse soprattutto le parrocchie in quel particolare ed importante momento della vita cristiana che è il pellegrinaggio.
Dobbiamo ringraziare l’intelligenza, la fatica e l’entusiasmo di tanti confratelli che durante questi anni hanno fatto crescere l’Opera Romana Pellegrinaggi.
È una realtà che nonostante le inevitabili difficoltà incontrate, è viva e presente.
Per far si che sia sempre più fedele al suo carisma, essere cioè strumento a servizio della comunità ecclesiale per portare avanti il lavoro dell’evangelizzazione, credo sia importante ascoltare i tuoi suggerimenti da dare a chi è chiamato a guidare l’Opera Romana Pellegrinaggi.
Ti invito quindi, d’accordo con Don Remo e gli altri sacerdoti che con lui collaborano, a partecipare, se ti è possibile, alle giornate del Coordinamento Tecnico Nazionale del prossimo 20 e 21 novembre come da programma allegato e relativa scheda di iscrizione.
Sarà l’occasione per dire come vorremmo questa realtà e ascoltare quello che è stato pensato per il prossimo anno.
In attesa di incontrarci al Coordinamento-Convegno del prossimo novembre, colgo l’occasione per porgerti i più cordiali saluti.

+ Angelo De Donatis Vicario di Sua Santità per la Diocesi di Roma

Lettera di invito del Vicario alle iniziative per la Giornata mondiale dei poveri

Roma, 17 ottobre 2017

Ai Parroci
ai Sacerdoti e ai Diaconi
della Diocesi di Roma

Carissimi,

“Non amiamo a parole ma con i fatti” è il tema che Papa Francesco ci ha dato per vivere la prima Giornata mondiale dei poveri che lui ha istituito, come segno del Giubileo della Misericordia, nella domenica precedente la solennità di Cristo Re dell’Universo, quest’anno il 19 novembre.

Il Santo Padre ha invitato ogni comunità a vivere questa occasione per «creare tanti momenti di incontro e di amicizia, di solidarietà e di aiuto concreto». Una chiamata quindi a conoscere e incontrare i poveri nelle nostre parrocchie perché la povertà non è un’entità astratta, ma «ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro». Davanti a questi scenari, il Papa ci chiede di non restare inerti e rassegnati, ma di «rispondere con una nuova visione della vita e della società».

Per la nostra Diocesi la Giornata dei Poveri è anche l’invito a partecipare alle iniziative organizzate dalla Caritas diocesana e dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.

Sabato 11 novembre, alle ore 9.30, presso l’Aula Magna della Pontificia Università Lateranense, presenteremo il Programma pastorale della Caritas di Roma e il Rapporto sulla Povertà nella nostra città. Un incontro a cui sono invitati i parroci, gli animatori e tutti coloro che, nell’ambito degli istituti religiosi e delle organizzazioni ecclesiali, sono impegnati nelle opere di carità.

Sabato 18 novembre, alle ore 20, si svolgerà la Veglia di preghiera per il mondo del Volontariato presso la Basilica di San Lorenzo fuori le mura (Piazzale del Verano, 3).
La domenica, alle ore 10, si sarà invece la Celebrazione Eucaristica presieduta dal Santo Padre nella Basilica di San Pietro, alla quale seguirà l’Angelus. La Messa è rivolta particolarmente ai poveri e agli emarginati assistiti dalle comunità.

Invito tutti voi a partecipare alle iniziative, nonché a promuovere momenti di preghiera e di incontro nell’ambito delle parrocchie, coinvolgendo in modo particolare quei gruppi, associazioni e movimenti ecclesiali impegnati nell’animazione alla carità.

I biglietti di accesso a Piazza San Pietro possono essere richiesti al Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione (www.pcpne.va).

Vi saluto fraternamente con l’augurio che ala celebrazione della Giornata dei Poveri sia occasione per rinnovare il nostro spirito di preghiera, di condivisione e di carità.

+ Angelo De Donatis
Vicario Generale di Sua Santita’
per la Diocesi di RomaLettera-Giornata-dei-Poveri

Lettera del Vicario Generale, monsignor De Donatis, per il Convegno diocesano

Roma, 8 settembre 2017, Natività di Maria SS.ma

Ai Reverendi Parroci
Ai Vicari parrocchiali
Ai Sacerdoti di altri ministeri
Ai diaconi della Diocesi di Roma

Carissimi,
dopo un’estate sicuramente molto intensa per ciascuno di noi e dopo la forte esperienza spirituale del pellegrinaggio diocesano a Lourdes, riprendiamo il cammino pastorale al servizio della nostra Chiesa che vive in Roma. Lo faremo insieme, concludendo i lavori del Convegno diocesano, che abbiamo iniziato con le parole del nostro Vescovo Papa Francesco lo scorso 19 giugno nella Cattedrale.
Proprio a partire da quanto ci ha detto il Papa, rendendo grazie per il cammino svolto negli anni scorsi, possiamo confrontarci sull’esigenza forte della conversione pastorale al servizio del popolo che ci è affidato ed in modo particolare delle famiglie che si impegnano con energia e con forza per educare alla fede e trasmettere il tesoro prezioso della Parola del Vangelo.
Ci incontreremo lunedì 18 settembre alle ore 9.30 nella Basilica Lateranense per la recita dell’Ora Media e successivamente cercherò di offrire alcune indicazioni per il cammino delle nostre Comunità a partire dagli stimoli offerti nel lavoro delle Prefetture del 20 giugno e della riflessione che abbiamo condiviso con il Consiglio Episcopale. Avremo modo anche di dialogare – attraverso uno spazio di dibattito – sull’urgenza di una svolta missionaria nella nostra azione ecclesiale. La sera, poi, sempre in Cattedrale, alle ore 19.00 incontrerò gli operatori pastorali delle nostre parrocchie e delle varie realtà ecclesiali.
Vi aspetto con gioia e vi benedico nel Signore Risorto

+ Angelo De Donatis Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma

Lettera del Vicario Generale ai sacerdoti Fidei Donum della Diocesi di Roma in occasione della Festa del Sacro Cuore

Lettera del Vicario Generale

ai sacerdoti Fidei Donum della Diocesi di Roma

 in occasione della Festa del Sacro Cuore

 Carissimo,

in occasione della Festa del Sacro Cuore di Gesù desidero portarti il mio saluto più cordiale e l’augurio di quella pienezza di grazia che tutti desideriamo per il Ministero al quale siamo stati chiamati.

Papa Francesco nell’incontro con i Sacerdoti all’inizio della Quaresima con il clero della Diocesi aveva ricordato un breve scritto, “La seconda chiamata”: ho pensato di mandarti una copia digitale. Potrai dedicare un poco di tempo alla lettura di questo testo lasciandoti provocare dalle confidenze che René Voillaume affidava alle carte in anni ormai lontani – scrive nel 1957 –, ma che conservano tutta la loro attualità e la forza di un’anima rimasta lungamente alla presenza del Signore.

La contemplazione del costato trafitto – è il testo che la liturgia ci propone in questo giorno, dal Vangelo di Giovanni – ci associa al Testimone, che riporta quanto i suoi occhi, alla luce della Scrittura, hanno potuto cogliere negli ultimi terribili atti che segnarono l’epilogo della passione del Signore. Dalla contemplazione viene la forza del nostro impegno sacerdotale e la capacità di restare sereni anche dinanzi alle difficoltà e all’indifferenza che potrebbe opporsi a ogni nostro sforzo più generoso.

La compagnia di Dio, la contemplazione umile di ciò che continuerà ad affascinare il cuore restando tuttavia inafferrabile alla mente è ciò che alimenta gli affetti e costituisce il vincolo di comunione più saldo per il nostro Presbiterio.

Il Signore Ti benedica.

 + Angelo De Donatis

Roma, 8 giugno 2018

 

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Lettera del vicario episcopale per la vita consacrata, don Antonio Panfili

Alle Consacrate e ai Consacrati della Diocesi di Roma

Cari fratelli e sorelle,
quando Sua Eccellenza Mons. Angelo De Donatis, Vicario Generale di Sua Santità, mi ha chiesto di fare questo servizio sono rimasto senza parole.
Lasciare la parrocchia e impegnarmi in una cosa così grande mi ha messo in crisi ….
“Prega!” mi ha detto ed è quello che ho fatto! Come ognuno di voi nel momento di “svolta” della vita ho gridato: “che cosa vuoi Signore che io faccia?”
E poi piano piano la luce è arrivata!

“Vai a lavorare nella parte della “Vigna” del Signore più cara allo Spirito, là dove i suoi carismi producono i frutti più belli ed esclusivi – mi sono detto – tratterai con persone che vivono quaggiù come poi vivremo tutti in Paradiso, gente che anticipa la vita eterna seguendo Cristo povero, casto e obbediente! Di queste persone Lui, lo Sposo, è geloso!”
Mi sono sentito allora piccolo piccolo.
Non devo insegnare nulla a chi ha seguito Francesco, Benedetto, Ignazio, Agostino, Filippo Neri, don Bosco, Madre Teresa (e tanti altri).
Sicuramente, accostando i figli e le figlie che vivono e “prolungano” la santità geniale ed eroica di tali “campioni” non posso che averne giovamento e tanto slancio per la mia santità personale.
Non vedo l’ora di essere “contagiato”!
E, oltre a sentirmi tanto piccolo – e vi confido che ogni giorno chiedo al Signore e alla Vergine Madre di farmi “rimanere tale” – sento premere e affiorare in me come una spinta interiore, quasi una fonte profonda che cerca di zampillare all’esterno per raggiungere i fratelli, tutti i fratelli.
È lo “zelo” che ognuno di noi conosce – e non solo nel tempo della giovinezza -: “mi hai sedotto Signore ed io mi sono lasciato sedurre (Geremia 20,7).

È quel “fuoco ardente nel cuore che non posso trattenere (Ger 20,9)” che si accende anche solo nel conoscere i nostri numeri: circa 30 monasteri di clausura, 25.000 suore in 1150 comunità e 5000 frati in 400 comunità.
Che succederebbe se fossimo tutti Santi o, se almeno, ognuno desse un po’ di lustro e splendore al Dono ricevuto?
Quanto ci fa bene pensare che non l’abbiamo mai “meritato” il Dono che abbiamo avuto in regalo! Forse altri lo hanno “meritato” per noi (alcuni li conosciamo, altri li conosceremo solo in Paradiso!) Insomma se riuscissimo a “diventare davvero quello che siamo” la Chiesa di Roma sarebbe diversa … e con essa la Città, la nostra città così unica e così maltrattata!
Se poi pensiamo ai tanti Martiri – missionari e non – che rendono splendide come il sigillo di un Diadema le nostre famiglie religiose, allora credo che nessuno di noi avrebbe più il diritto di essere mediocre e tiepido.
Carissimi, io sono solo sacerdote diocesano ma avrete capito che la VITA CONSACRATA mi “vive” dentro come se fossi un “perenne novizio”, non solo perché in famiglia ho avuto una sorella di sangue di 8 anni più grande di me che si è fatta Pastorella e che mi ha “cresciuto”, ma anche perché devo confidarvi che la mia vocazione di prete è stata generata, custodita e protetta da persone come voi in clausura o nella secolarità che hanno detto SÌ allo Sposo più esigente e straordinario che esista.
Insomma se ai miei parrocchiani ho sempre detto che la nostra Fede non è un insieme di Comandamenti ma una Persona, a voi posso dire che la Vita Consacrata non è solo un triplice Voto ma uno SPOSO da amare fino alla identificazione!
Chiedo infine una preghiera particolare per Mons. Natalino Zagotto, precedente Vicario Episcopale, ricoverato in ospedale per un serio problema di salute.
In attesa di conoscervi, Dio vi benedica

Don Antonio Panfili

Roma, 4 settembre 2017

Lettera del cardinale De Donatis ai fedeli della diocesi di Roma

Roma, 13 marzo 2020

Siamo tribolati, ma non schiacciati;
siamo sconvolti, ma non disperati (2 Cor 4,8).

    Con una decisione senza precedenti, consultato il nostro Vescovo Papa Francesco, abbiamo pubblicato ieri, 12 marzo, il decreto che fissa la chiusura per tre settimane delle nostre chiese.
Non ci ha spinto una paura irrazionale o, peggio, un pragmatismo privo di speranza evangelica, ma l’obbedienza alla volontà di Dio. Questa volontà si è manifestata attraverso la realtà del momento storico che stiamo vivendo. È l’obbedienza alla vita che è forse il modo più esigente con cui il Signore ci chiede di obbedirgli.
Il contagio da coronavirus si sta diffondendo in maniera esponenziale. In pochissimi giorni il numero degli infetti raddoppia e di questo passo non è difficile prevedere che in due mesi raggiunga l’ordine di decine di migliaia di persone solo in Italia. È evidente il rischio di collasso delle strutture sanitarie, già ventilato da molti, soprattutto per la sproporzione tra le risorse di terapia intensiva disponibili e il crescente numero di malati. Potrebbe perdere la vita un numero elevato di persone, soprattutto anziani e soggetti vulnerabili. Possiamo arginare questa tragica eventualità solo applicando misure per frenare il contagio e permettendo al Servizio Sanitario Nazionale di riorganizzarsi. Gli italiani crescono nella consapevolezza che dietro all’invito di non uscire di casa c’è un’esigenza improcrastinabile di curare il bene comune. È questa la realtà che stiamo vivendo in questi giorni.
Cosa ci chiede il Signore? Qual è la sua volontà, quella a cui siamo tenuti ad obbedire? Fare del nostro meglio e dare il nostro contributo per la salute di ognuno. Stringersi gli uni agli altri non fisicamente, ma con la solidarietà reciproca, perché gli anziani e i malati, che in questo momento sono i “piccoli” che Gesù mette al centro, possano percepire che c’è una società intera, Chiesa compresa, che non si rassegna alla loro morte. Di fronte a questo l’esigenza spirituale del popolo di Dio di radunarsi per celebrare l’Eucarestia diventa per noi cristiani oggetto di una rinuncia dolorosa. Rimane l’esigenza spirituale della cura per i nostri fratelli. Purtroppo, recarsi in chiesa non è differente dall’andare in altri luoghi: è a rischio di contagio.
Sappiamo bene che questo ci turba ma non ci sconvolge. Il tempio è la Chiesa, Corpo del Cristo risorto e lo Spirito di Dio è presente “dove due o tre sono riuniti nel Suo nome”. “Adorare il Padre in spirito e verità”, offrirgli il sacrificio della nostra vita, è il nostro culto spirituale, indipendentemente dal luogo in cui preghiamo. In questi pochi giorni è stato edificante constatare come i cristiani di Roma sappiano inventare mille modi per rimanere in contatto, sostenersi reciprocamente, annunciare la Parola di Dio, celebrare l’Eucarestia a distanza… La Chiesa è un corpo vivo.
Un ulteriore confronto con Papa Francesco, questa mattina, ci ha spinto però a prendere in considerazione un’altra esigenza: la chiusura di tutte le nostre chiese può suscitare disorientamento e confusione. Il rischio per le persone è di sentirsi ancora di più isolate. Di qui il nuovo decreto che vi viene inviato con questa lettera e che contiene l’indicazione di lasciare aperte le sole chiese parrocchiali e quelle che sono sedi di missioni con cura d’anime ed equiparate.
Cari sacerdoti, ci affidiamo al vostro saggio discernimento. Siate vicinissimi al popolo di Dio, fate sentire ciascuno amato e accompagnato, aiutate tutti a percepire che la Chiesa non chiude le porte a nessuno, ma che si preoccupa che nessun “piccolo” rischi la vita o venga dimenticato. Portate pure, con tutte le precauzioni necessarie, il conforto dei sacramenti agli ammalati, assicurate l’aiuto per le necessità ai poveri e a chi non ha nessuno su cui contare, evitate tutte quelle situazioni di contatto tra le persone che possano creare pericolo per la salute.
La preghiera in famiglia, tradizione dei nostri genitori e dei nostri nonni, venga recuperata e incrementata, attraverso anche i sussidi dell’ufficio liturgico e le iniziative sui social (#iopregoacasa#).
Affidiamoci ancora una volta all’intercessione della Madonna del Divino Amore. Preghiamo per il nostro Vescovo, Papa Francesco, nell’anniversario della sua elezione. Chiediamo per lui, come sette anni fa quando si affacciò dal balcone, la benedizione di Dio.
Con affetto e gratitudine

                Angelo Card. De Donatis
              Vicario Generale di Sua Santità
                per la Diocesi di Roma

Il decreto del 13 marzo 2020

13 marzo 2020

Lettera ai fedeli delle diocesi laziali

In occasione della solennità di Pentecoste, i vescovi del Lazio hanno indirizzato una lettera a tutti i fedeli delle diocesi laziali, che verrà letta durante le varie Messe del giorno. Di seguito il testo integrale

Carissimi fedeli delle diocesi del Lazio,
desideriamo offrirvi alcune riflessioni in occasione della solennità di Pentecoste che ci mostra l’icona dell’annunzio a Gerusalemme ascoltato in molte lingue: pensiamolo come il segno del pacifico e gioioso incontro fra i popoli che attualizza l’invito del Risorto ad annunciare la vita e l’amore.

Purtroppo nei mesi trascorsi le tensioni sociali all’interno dei nostri territori, legate alla crescita preoccupante della povertà e delle diseguaglianze, hanno raggiunto livelli preoccupanti. Desideriamo essere accanto a tutti coloro che vivono in condizioni di povertà: giovani, anziani, famiglie, diversamente abili, disagiati psichici, disoccupati e lavoratori precari, vittime delle tante dipendenze dei nostri tempi.

Sappiamo bene che in tutte queste dimensioni di sofferenza non c’è alcuna differenza: italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo. È proprio a costoro che va l’attenzione del cuore dei credenti e – vogliate crederlo – dell’opzione di fondo delle nostre preoccupazioni pastorali.

Vorremmo invitarvi ad una rinnovata presa di coscienza: ogni povero – da qualunque paese, cultura, etnia provenga – è un figlio di Dio. I bambini, i giovani, le famiglie, gli anziani da soccorrere non possono essere distinti in virtù di un “prima” o di un “dopo” sulla base dell’appartenenza nazionale.

Da certe affermazioni che appaiono essere “di moda” potrebbero nascere germi di intolleranza e di razzismo che, in quanto discepoli del Risorto, dobbiamo poter respingere con forza. Chi è straniero è come noi, è un altro “noi”: l’altro è un dono. È questa la bellezza del Vangelo consegnatoci da Gesù: non permettiamo che nessuno possa scalfire questa granitica certezza.

Desideriamo invitarvi, pertanto, a proseguire il nostro cammino di comunità credenti, sia con la preghiera che con atteggiamenti di servizio nella testimonianza di una virtù che ha sempre caratterizzato il nostro Paese: l’accoglienza verso l’altro, soprattutto quando si trovi nel bisogno. Proviamo a vivere così la sfida dell’integrazione che l’ineluttabile fenomeno migratorio pone dinanzi al nostro cuore: non lasciamo che ci sovrasti una “paura che fa impazzire” come ha detto Papa Francesco, una paura che non coglie la realtà; riconosciamo che il male che attenta alla nostra sicurezza proviene di fatto da ogni parte e va combattuto attraverso la collaborazione di tutte le forze buone della società, sia italiane che straniere.

Le nostre diocesi, attraverso i centri di ascolto della Caritas e tante altre realtà di solidarietà e di prossimità, danno quotidianamente il proprio contributo per alleviare le situazioni dei poveri che bussano alla nostra porta, accogliendo il loro disagio. Tanto è stato fatto e tanto ancora desideriamo fare, affinché l’accoglienza sia davvero la risposta ad una situazione complessa e non una soluzione di comodo (o peggio interessata). Desideriamo che tutte le nostre comunità – con spirito di discernimento – possano promuovere una cultura dell’accoglienza e dell’integrazione, respingendo accenti e toni che negano i diritti fondamentali dell’uomo, riconosciuti dagli accordi internazionali e – soprattutto – originati dalla Parola evangelica.

Non intendiamo certo nascondere la presenza di molte problematiche legate al tema dell’accoglienza dei migranti, così come sappiamo di alcune istituzioni che pensavamo si occupassero di accoglienza, e che invece non hanno dato la testimonianza che ci si poteva aspettare. Desideriamo, tuttavia, ricordare che quando le norme diventano più rigide e restrittive e il riconoscimento dei diritti della persona è reso più complesso, aumentano esponenzialmente le situazioni difficili, la presenza dei clandestini, le persone allo sbando e si configura il rischio dell’aumento di situazioni illegali e di insicurezza sociale.

Pertanto, carissime sorelle e carissimi fratelli, sentiamo il dovere di rivolgere a tutti voi un appello accorato affinché nelle nostre comunità non abbia alcun diritto la cultura dello scarto e del rifiuto, ma si affermi una cultura “nuova” fatta di incontro, di ricerca solidale del bene comune, di custodia dei beni della terra, di lotta condivisa alla povertà. Invochiamo per tutti noi il dono incessante dello Spirito, che converta i nostri cuori per renderli solleciti nel testimoniare un’accoglienza profondamente evangelica e la gioia della fraternità, frutto concreto della Pentecoste.

I Vescovi delle diocesi del Lazio

7 giugno 2019

Leone: la Chiesa «deve moltissimo» al cardinale Ruini

Una vita intera spesa al servizio della Chiesa, che «moltissimo gli deve». Il cardinale Camillo Ruini, morto il 16 giugno all’età di 95 anni, tra lo studio teologico, i 16 anni alla guida della Conferenza episcopale italiana e i 17 come vicario di Roma, è stato un «pastore saggio e sollecito del gregge di Cristo». È il ritratto tratteggiato da Papa Leone XIV che questo pomeriggio, 18 giugno, nella basilica di San Pietro ha presieduto la Messa con il rito delle esequie del porporato il quale, durante i suoi 71 anni di sacerdozio, ha svolto «con la stessa dedizione sia gli incarichi più umili sia quelli più gravidi di responsabilità che il Signore ha voluto affidargli».

Il feretro del porporato ha fatto ingresso in basilica intorno alle 16. Decine i concelebranti, tra i quali l’attuale cardinale vicario Baldo Reina e il predecessore Angelo De Donatis, il presidente della Cei Matteo Zuppi, il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin e il decano del Collegio cardinalizio Giovanni Battista Re. Presenti anche tanti sacerdoti della diocesi di Roma e dipendenti del Vicariato. Nelle prime file, il sottosegretario Alfredo Mantovano, il senatore Maurizio Gasparri e l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi.

Nell’omelia, Prevost ha sottolineato che quello di Ruini è stato un ministero a tutto campo che ha toccato «l’insegnamento, lo studio e l’approfondimento teologico, il servizio pastorale, l’animazione giovanile, l’ambito culturale, la cura del laicato e delle vocazioni, nell’esercizio dell’autorità». Con la sua proverbiale lungimiranza, il cardinale è stato in grado di «guidare il Popolo di Dio e i fratelli nell’episcopato in momenti importanti e delicati, affrontando con entusiasmo, discernimento e coraggio molteplici sfide». Da qui il riconoscimento delle sue «intuizioni» e il ricordo delle sue «iniziative che hanno lasciato un segno profondo nel cammino della Comunità ecclesiale e anche di quella civile».

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Leone: «Gesù ci attende al termine di questa vita»

La certezza cristiana nella risurrezione consente di vivere la morte non come fine ma come transizione verso una nuova vita, una «speranza futura». Una meditazione sulla Pasqua di Cristo, quella offerta da Papa Leone XIV che oggi, domenica 2 novembre, Commemorazione di tutti i fedeli defunti, ha presieduto la Messa all’ingresso monumentale del Cimitero del Verano, che con i suoi 83 ettari è il secondo più grande di Roma. Accolto dal cardinale vicario Baldo Reina, dal vicegerente Renato Tarantelli Baccari – che hanno concelebrato – e dal vice sindaco Silvia Scozzese, il Papa al suo arrivo ha deposto un fascio di rose bianche su una tomba vicino all’altare in omaggio a tutti i fedeli defunti.

Gesù, ha spiegato il vescovo di Roma, ha sconfitto la morte «per sempre, aprendo un passaggio di vita eterna – cioè facendo Pasqua – nel tunnel della morte, perché, uniti a Lui, anche noi possiamo entrarvi e attraversarlo. Egli ci attende e, quando lo incontreremo, al termine di questa vita terrena, gioieremo con Lui e con i nostri cari che ci hanno preceduto. Questa promessa ci sostenga, asciughi le nostre lacrime, volga il nostro sguardo in avanti, verso quella speranza futura che non viene meno». La certezza del “terzo giorno” permette di «guardare avanti, verso la mèta del nostro cammino, verso il porto sicuro che Dio ci ha promesso, verso la festa senza fine che ci attende».

La chiave per vivere questa speranza già nel presente è la carità che «vince la morte». Leone ha infatti osservato che è possibile mantenere «un legame invincibile con coloro che ci hanno preceduto solo quando viviamo nell’amore e pratichiamo l’amore gli uni verso gli altri, in particolare verso i più fragili e i più poveri». Nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo è lo stesso Gesù a insegnare come prepararsi al Regno. «Se camminiamo nella carità – ha detto il Papa – la nostra vita diventa una preghiera che si eleva e ci unisce ai defunti, ci avvicina a loro, nell’attesa di incontrarli nuovamente nella gioia dell’eternità».

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Leone XIV: «Proprio dove il male imperversa, Gesù ama definitivamente»

Foto Gennari

Inginocchiarsi, lavare i piedi a un altro uomo facendo memoria di quanto ha fatto Gesù oltre duemila anni fa nel cenacolo a Gerusalemme prima dell’Ultima Cena «purifica non solo la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata, ma purifica la nostra immagine dell’uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto». Un gesto umile che oggi si rinnova in tutte le chiese del mondo all’inizio solenne del triduo pasquale di passione morte e risurrezione di Cristo e con il quale ci si inchina idealmente «davanti a un’umanità in ginocchio per molti esempi di brutalità». Lo ha detto Papa Leone XIV che stasera, giovedì 2 aprile, ha presieduto la sua prima Messa in Coena Domini nella basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale del vescovo di Roma, dove ha lavato i piedi a dodici sacerdoti della diocesi di Roma. Si tratta di don Renzo Chiesa, direttore spirituale del Pontificio Seminario Romano Maggiore, e di undici presbiteri ordinati proprio da Prevost il 31 maggio dell’anno scorso: don Andrea Alessi, don Gabriele Di Menno Di Bucchianico, don Francesco Melone, don Cody Merfalen, don Federico Pelosio, don Marco Petrolo, don Pietro Hong Hieu Ng, don Matteo Renzi, don Giuseppe Terranova, don Simone Troilo, don Enrico Maria Trusiani.

Prima di cingersi i fianchi con il grembiule, chinarsi, lavare e baciare i piedi dei sacerdoti, il Papa nell’omelia, ricordando anche quanto detto da Papa Francesco nel 2013, ha sottolineato che il rito può ripetersi solo per amore del Signore che lo ha fatto per primo. «L’esempio dato da Gesù, infatti, non può essere imitato per convenienza, di malavoglia o con ipocrisia, ma solo per amore», ha affermato. Concelebrata da tutti i capi di dicastero, dal segretario di Stato vaticano il cardinale Pietro Parolin, dal vicario della diocesi di Roma Baldo Reina, da numerosi vescovi e sacerdoti, la Messa ha visto la partecipazione di tantissimi fedeli, religiosi e religiose. Hanno attraversato il portone della basilica «non come spettatori, né per inerzia, ma coinvolti a titolo speciale da Gesù stesso – le parole del pontefice – come invitati alla Cena nella quale il pane e il vino diventano per noi sacramento di salvezza».

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Leone XIV: «Fiorisca la speranza giubilare in ogni angolo della terra»

(foto: diocesi di Roma/Gennari)

La richiesta a Maria di intercedere per l’umanità ferita nella propria dignità, la preghiera affinché la speranza avvolga ogni strada del mondo e la supplica affinché la Chiesa non rimanga ferma, ma trovi la creatività e l’intelligenza spirituale per comprendere le sfide del mondo odierno. C’è anche un richiamo implicito alla costituzione Gaudium et spes nella preghiera che Papa Leone XIV ha recitato oggi, 8 dicembre, solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, ai piedi della colonna che sorregge la statua in bronzo della Madonna, realizzata nel 1857, tre anni dopo la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione da parte di Papa IX. Per la prima volta nel suo pontificato, giunto proprio oggi al settimo mese, Prevost ha partecipato alla cerimonia in piazza Mignanelli, prolungamento di piazza di Spagna, davanti all’ambasciata di Spagna presso la Santa Sede. A sorpresa è arrivato in papamobile salutando e benedicendo i fedeli. Alla Vergine ha fatto dono di un cesto di rose bianche.

Quello a piazza di Spagna è un atto di devozione che si ripete ogni anno dall’8 dicembre 1953, giorno di apertura dell’anno mariano, quando Pio XII fu il primo pontefice a recarsi personalmente in piazza. «Ave, o Maria! Rallegrati, piena di grazia, di quella grazia che, come luce gentile, rende radiosi coloro su cui riverbera la presenza di Dio» le prime parole del Papa arrivato alle 16 e accolto dal cardinale vicario Baldo Reina, dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri – che ha omaggiato la Vergine con una corona di fiori raffigurante lo stemma di Roma Capitale – e da un bagno di folla. I fedeli, accalcati dietro alle transenne messe lungo un vasto perimetro di via dei Due Macelli e di piazza di Spagna, hanno atteso l’arrivo del pontefice recitando il Rosario. Prima di raggiungere piazza di Spagna, Leone ha fatto una breve sosta davanti alla chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini, dove ha ricevuto l’omaggio dell’associazione Commercianti Via Condotti.

Tra i primi a essere affidati all’intercessione della Madre di Gesù, la cui «trasparenza illumina Roma di luce eterna», sono stati i pellegrini che, giunti da tutto il mondo, «hanno percorso le strade di questa città nel corso della storia e in questo anno giubilare». Quindi l’intercessione per «un’umanità provata, talvolta schiacciata, umile come la terra da cui Dio l’ha plasmata e in cui non cessa di soffiare il suo Spirito di vita».

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8 dicembre 2025

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