9 Maggio 2026

La lettera del Santo Padre ai sacerdoti della diocesi di Roma

Foto DiocesiDiRoma/Gennari

Pubblichiamo di seguito la Lettera che il Santo Padre Francesco ha inviato ai Sacerdoti della Diocesi di Roma

Cari fratelli sacerdoti,
desidero raggiungervi con un pensiero di accompagnamento e di amicizia, che spero possa sostenervi mentre portate avanti il vostro ministero, con il suo carico di gioie e di fatiche, di speranze e di delusioni. Abbiamo bisogno di scambiarci sguardi pieni di cura e compassione, imparando da Gesù che così guardava gli apostoli, senza esigere da loro una tabella di marcia dettata dal criterio dell’efficienza, ma offrendo attenzioni e ristoro. Così, quando gli apostoli tornarono dalla missione, entusiasti ma stanchi, il Maestro disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (Mc 6,31). Penso a voi, in questo momento in cui ci può essere, insieme alle attività estive, anche un po’ di riposo dopo le fatiche pastorali dei mesi scorsi. E vorrei anzitutto rinnovarvi il mio grazie: «Grazie per la vostra testimonianza, grazie per il vostro servizio; grazie per tanto bene nascosto che fate, grazie per il perdono e la consolazione che regalate in nome di Dio […]; grazie per il vostro ministero, che spesso si svolge tra tante fatiche, incomprensioni e pochi riconoscimenti» (Omelia per la Messa del Crisma, 6 aprile 2023).

D’altronde, il nostro ministero sacerdotale non si misura sui successi pastorali (il Signore stesso ne ha avuti, col passare del tempo, sempre di meno!). Al cuore della nostra vita non c’è nemmeno la frenesia delle attività, ma il rimanere nel Signore per portare frutto (cfr Gv 15). È Lui il nostro ristoro (cfr Mt 11,28-29). E la tenerezza che ci consola scaturisce dalla sua misericordia, dall’accogliere il “magis” della sua grazia, che ci permette di andare avanti nel lavoro apostolico, di sopportare gli insuccessi e i fallimenti, di gioire con semplicità di cuore, di essere miti e pazienti, di ripartire e ricominciare sempre, di tendere la mano agli altri. Infatti, i nostri necessari “momenti di ricarica” non avvengono solo quando ci riposiamo fisicamente o spiritualmente, ma anche quando ci apriamo all’incontro fraterno tra di noi: la fraternità conforta, offre spazi di libertà interiore e non ci fa sentire soli davanti alle sfide del ministero.

È con questo spirito che vi scrivo. Mi sento in cammino con voi e vorrei farvi sentire che vi sono vicino nelle gioie e nelle sofferenze, nei progetti e nelle fatiche, nelle amarezze e nelle consolazioni pastorali. Soprattutto condivido con voi il desiderio di comunione, affettiva ed effettiva, mentre offro la mia preghiera quotidiana perché questa nostra madre Chiesa di Roma, chiamata a presiedere nella carità, coltivi il prezioso dono della comunione anzitutto in sé stessa, facendolo germogliare nelle diverse realtà e sensibilità che la compongono. La Chiesa di Roma sia per tutti esempio di compassione e di speranza, con i suoi pastori sempre, proprio sempre, pronti e disponibili a elargire il perdono di Dio, come canali di misericordia che dissetano le aridità dell’uomo d’oggi. E ora, cari fratelli, mi domando: in questo nostro tempo che cosa ci chiede il Signore, dove ci orienta lo Spirito che ci ha unti e inviati come apostoli del Vangelo? Nella preghiera mi ritorna questo: che Dio ci chiede di andare a fondo nella lotta contro la mondanità spirituale. Il Padre Henri de Lubac, in alcune pagine di un testo che vi invito a leggere, ha definito la mondanità spirituale come «il pericolo più grande per la Chiesa – per noi, che siamo Chiesa – la tentazione più perfida, quella che sempre rinasce, insidiosamente, allorché le altre sono vinte». E ha aggiunto parole che mi sembrano colpire nel segno: «Se questa mondanità spirituale dovesse invadere la Chiesa e lavorare a corromperla intaccando il suo principio stesso, sarebbe infinitamente più disastrosa di ogni mondanità semplicemente morale» (Meditazione sulla Chiesa, Milano 1965, 470).

Sono cose che ho ricordato altre volte, ma mi permetto di ribadirle, ritenendole prioritarie: la mondanità spirituale, infatti, è pericolosa perché è un modo di vivere che riduce la spiritualità ad apparenza: ci porta a essere “mestieranti dello spirito”, uomini rivestiti di forme sacrali che in realtà continuano a pensare e agire secondo le mode del mondo. Ciò accade quando ci lasciamo affascinare dalle seduzioni dell’effimero, dalla mediocrità e dall’abitudinarietà, dalle tentazioni del potere e dell’influenza sociale. E, ancora, da vanagloria e narcisismo, da intransigenze dottrinali ed estetismi liturgici, forme e modi in cui la mondanità «si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa», ma in realtà «consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana e il benessere personale» (Evangelii gaudium, 93).

Come non riconoscere in tutto ciò la versione aggiornata di quel formalismo ipocrita, che Gesù vedeva in certe autorità religiose del tempo e che nel corso della sua vita pubblica lo fece soffrire forse più di ogni altra cosa? La mondanità spirituale è una tentazione “gentile” e per questo ancora più insidiosa. Si insinua infatti sapendosi nascondere bene dietro buone apparenze, addirittura dentro motivazioni “religiose”. E, anche se la riconosciamo e la allontaniamo da noi, prima o poi si ripresenta travestita in qualche altro modo. Come dice Gesù nel Vangelo: «Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima» (Lc 11,24-26). Abbiamo bisogno di vigilanza interiore, di custodire la mente e il cuore, di alimentare in noi il fuoco purificatore dello Spirito, perché le tentazioni mondane ritornano e “bussano” in modo garbato, «sono i “demoni educati”: entrano con educazione, senza che io me ne accorga» (Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2022).

Vorrei soffermarmi, però, su un aspetto di questa mondanità. Essa, quando entra nel cuore dei pastori, assume una forma specifica, quella del clericalismo. Scusate se lo ribadisco, ma da sacerdoti penso che mi capiate, perché anche voi condividete ciò in cui credete in modo accorato, secondo quel bel tratto tipicamente romano (romanesco!) per cui la sincerità delle labbra proviene dal cuore, e sa di cuore! E io, da anziano e dal cuore, sento di dirvi che mi preoccupa quando ricadiamo nelle forme del clericalismo; quando, magari senza accorgercene, diamo a vedere alla gente di essere superiori, privilegiati, collocati “in alto” e quindi separati dal resto del Popolo santo di Dio.

Come mi ha scritto una volta un bravo sacerdote, “il clericalismo è sintomo di una vita sacerdotale e laicale tentata di vivere nel ruolo e non nel vincolo reale con Dio e i fratelli”. Denota insomma una malattia che ci fa perdere la memoria del Battesimo ricevuto, lasciando sullo sfondo la nostra appartenenza al medesimo Popolo santo e portandoci a vivere l’autorità nelle varie forme del potere, senza più accorgerci delle doppiezze, senza umiltà ma con atteggiamenti distaccati e altezzosi. Per scuoterci da questa tentazione, ci fa bene metterci in ascolto di ciò che il profeta Ezechiele dice ai pastori: «Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza» (34,3-4). Si parla di “latte” e di “lana”, ciò che nutre e che riscalda; il rischio che la Parola ci pone davanti è dunque quello di nutrire noi stessi e i nostri interessi, rivestendoci di una vita comoda e confortevole. Certamente – come afferma Sant’Agostino – il pastore deve vivere anche grazie al sostegno offerto dal latte del suo gregge; ma commenta il Vescovo di Ippona: «Prendano pure il latte dalle pecore e vi si mantengano nella loro penuria. Tuttavia, non trascurino la debolezza delle pecore, cioè nella loro attività non cerchino, per dir così, il loro tornaconto dando l’impressione d’annunziare il Vangelo per sbarcare il lunario loro personalmente, ma dispensino agli altri la luce della parola di verità che li illumini» (Discorso sui pastori, 46,5). Allo stesso modo, Agostino parla della lana associandola agli onori: essa, che riveste la pecora, può far pensare a tutto ciò di cui possiamo adornarci esteriormente, ricercando la lode degli uomini, il prestigio, la fama, la ricchezza. Il grande padre latino scrive: «Chi offre la lana rende l’onore. Questi sono i due vantaggi che cercano dalla gente quei pastori che pascono se stessi e non le pecore: risorse per sopperire alle proprie necessità e riguardi particolari consistenti in onorificenze e lodi» (ibid., 46,6). Quando siamo preoccupati solo del latte, pensiamo al nostro tornaconto personale; quando cerchiamo in modo ossessivo la lana, pensiamo a curare la nostra immagine e ad aumentare il successo. E così si perde lo spirito sacerdotale, lo zelo per il servizio, l’anelito per la cura del popolo, finendo per ragionare secondo la stoltezza mondana: «Che me ne importa? Ciascuno faccia ciò che gli piace; il mio sostentamento è assicurato, e così pure il mio onore. Ho latte e lana a sufficienza. Vada pure ciascuno dove gli pare» (ibid., 46,7).

La preoccupazione, allora, si concentra sull’“io”: il proprio sostentamento, i propri bisogni, la lode ricevuta per sé stessi invece che per la gloria di Dio. Questo accade nella vita di chi scivola nel clericalismo: perde lo spirito della lode perché ha smarrito il senso della grazia, lo stupore per la gratuità con cui Dio lo ama, quella fiduciosa semplicità del cuore che fa tendere le mani al Signore, aspettando da Lui il cibo a tempo opportuno (cfr Sal 104,27), nella consapevolezza che senza di Lui non possiamo far nulla (cfr Gv 15,5). Solo quando viviamo in questa gratuità, possiamo vivere il ministero e le relazioni pastorali nello spirito del servizio, secondo le parole di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Abbiamo bisogno di guardare proprio a Gesù, alla compassione con cui Egli vede la nostra umanità ferita, alla gratuità con cui ha offerto la sua vita per noi sulla croce.

Ecco l’antidoto quotidiano alla mondanità e al clericalismo: guardare Gesù crocifisso, fissare gli occhi ogni giorno su di Lui che ha svuotato sé stesso e si è umiliato per noi fino alla morte (cfr Fil 2,7-8). Egli ha accettato l’umiliazione per rialzarci dalle nostre cadute e liberarci dal potere del male. Così, guardando le piaghe di Gesù, guardando Lui umiliato, impariamo che siamo chiamati a offrire noi stessi, a farci pane spezzato per chi ha fame, a condividere il cammino di chi è affaticato e oppresso. Questo è lo spirito sacerdotale: farci servi del Popolo di Dio e non padroni, lavare i piedi ai fratelli e non schiacciarli sotto i nostri piedi. Restiamo dunque vigilanti verso il clericalismo. Ci aiuti a starne lontano l’Apostolo Pietro che, come ci ricorda la tradizione, anche nel momento della morte si è umiliato a testa in giù pur di non essere all’altezza del suo Signore. Ce ne preservi l’Apostolo Paolo, che a motivo di Cristo Signore ha considerato tutti i guadagni della vita e del mondo come spazzatura (cfr Fil 3,8).

Il clericalismo, lo sappiamo, può riguardare tutti, anche i laici e gli operatori pastorali: si può assumere infatti “uno spirito clericale” nel portare avanti i ministeri e i carismi, vivendo la propria chiamata in modo elitario, chiudendosi nel proprio gruppo ed erigendo muri verso l’esterno, sviluppando legami possessivi nei confronti dei ruoli nella comunità, coltivando atteggiamenti boriosi e arroganti verso gli altri. E i sintomi sono proprio la perdita dello spirito della lode e della gratuità gioiosa, mentre il diavolo s’insinua alimentando la lamentela, la negatività e l’insoddisfazione cronica per ciò che non va, l’ironia che diventa cinismo. Ma così ci si fa assorbire dal clima di critica e di rabbia che si respira in giro, anziché essere coloro che, con semplicità e mitezza evangeliche, con gentilezza e rispetto, aiutano i fratelli e le sorelle a uscire dalle sabbie mobili dell’insofferenza.

In tutto ciò, nelle nostre fragilità e nelle nostre inadeguatezze, così come nella crisi odierna della fede, non scoraggiamoci! De Lubac concludeva affermando che la Chiesa, «anche oggi, nonostante tutte le nostre opacità […] è, come la Vergine, il Sacramento di Gesù Cristo. Nessuna nostra infedeltà può impedirle di essere “la Chiesa di Dio”, “l’ancella del Signore”» (Meditazione sulla Chiesa, cit., 472). Fratelli, questa è la speranza che sostiene i nostri passi, alleggerisce i nostri pesi, ridà slancio al nostro ministero. Rimbocchiamoci le maniche e pieghiamo le ginocchia (voi che potete!): preghiamo lo Spirito gli uni per gli altri, chiediamogli di aiutarci a non cadere, nella vita personale come nell’azione pastorale, in quell’apparenza religiosa piena di tante cose ma vuota di Dio, per non essere funzionari del sacro, ma appassionati annunciatori del Vangelo, non “chierici di Stato”, ma pastori del popolo.

Abbiamo bisogno di conversione personale e pastorale. Come affermava il Padre Congar, non si tratta di ricondurre a una buona osservanza o fare una riforma di cerimonie esteriori, bensì di ritornare alle sorgenti evangeliche, di scoprire energie fresche per superare le abitudini, di immettere uno spirito nuovo nelle vecchie istituzioni ecclesiali, perché non ci succeda di essere una Chiesa «ricca nella sua autorità e nella sua sicurezza, ma poco apostolica e mediocremente evangelica» (Vera e falsa riforma della Chiesa, Milano 1972, 146).

Grazie per l’accoglienza che vorrete riservare a queste mie parole, meditandole nella preghiera e di fronte a Gesù nell’adorazione quotidiana; posso dirvi che mi sono venute dal cuore e dall’affetto che ho per voi. Andiamo avanti con entusiasmo e coraggio: lavoriamo insieme, tra preti e con i fratelli e le sorelle laici, avviando forme e percorsi sinodali, che ci aiutino a spogliarci delle nostre sicurezze mondane e “clericali” per cercare, con umiltà, vie pastorali ispirate dallo Spirito, perché la consolazione del Signore arrivi davvero a tutti. Davanti all’immagine della Salus Populi Romani ho pregato per voi. Ho chiesto alla Madonna di custodirvi e di proteggervi, di asciugare le vostre lacrime segrete, di ravvivare in voi la gioia del ministero e di rendervi ogni giorno pastori innamorati di Gesù, pronti a dare la vita senza misura per amore suo. Grazie per quello che fate e per quello che siete. Vi benedico e vi accompagno con la preghiera. E voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Fraternamente, Lisbona, 5 agosto 2023, Memoria della Dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore.
Francesco

La lettera del Consiglio episcopale per i nuovi catechisti

Foto Diocesi di Roma / Gennari

Carissimi,
siamo ormai giunti alle soglie della prima Istituzione dei Catechisti nella nostra Diocesi. Il Santo Padre ha già istituito presso la Basilica di San Pietro alcuni catechisti e celebrerà di nuovo il rito in questa Domenica della Parola.

Gli istituendi che riceveranno la benedizione domenica sono 284 e provengono da 150 parrocchie della Diocesi, si sono preparati per più di un anno con incontri dal vivo e online, un campo-ritiro ad Assisi ed infine hanno sostenuto un colloquio finale nel quale hanno fatto sintesi del cammino compiuto e focalizzato il compito che li aspetta in parrocchia.

Il loro ministero si colloca a pieno titolo nel cammino sinodale che il nostro Vescovo, papa Francesco, ha promosso e sostenuto per tutta la Chiesa: con i catechisti istituiti infatti il “carisma laicale” dell’educare alla vita cristiana a partire dalla sua iniziazione, viene riconosciuto come ministero di cui la Chiesa, così come tutti coloro che chiedono di farne parte, ha bisogno.

Essi potranno coadiuvare i parroci nel coordinare il gruppo dei catechisti, saranno un “ponte” fra Ufficio Catechistico Diocesano e parrocchia e questo non solo permetterà una più agevole comunicazione ma anche favorirà certamente la diffusione di tutte le iniziative di formazione che l’Ufficio vorrà promuovere per i catechisti della Diocesi.

Il servizio dei catechisti istituiti – in sintesi – non solo renderà ancora più ricca la missione della Chiesa ma favorirà lo sviluppo di una più intensa comunione fra quelle componenti che si occupano dell’annuncio e della crescita nella fede.

Accogliamoli dunque come un vero dono che il Signore fa alla Sua Chiesa e come un segno della sua vitalità. A tutti voi giunga la nostra benedizione. Buon Cammino!

Il Consiglio Episcopale della Diocesi di Roma

La lettera del cardinale vicario per la Giornata di Avvenire e Roma Sette

Domenica 8 novembre ricorre la Giornata diocesana di Avvenire e Roma Sette, «occasione privilegiata per sensibilizzare la comunità sul ruolo del quotidiano e su quello del settimanale». L’auspicio è del cardinale vicario Angelo De Donatis, che per l’occasione ha inviato una lettera ai parroci della diocesi.

«In questi mesi di pandemia – scrive il cardinale De Donatis – il quotidiano dei cattolici ci ha accompagnato lungo il sentiero della crisi che attraversa l’Italia e lungo le vie della testimonianza aperte da sacerdoti, operatori pastorali, cittadini, a cominciare da medici e insegnanti, in prima linea in questo tempo difficile. C’è stato un “racconto del bene” che ha mostrato come sia possibile e sia apprezzata un’altra informazione rispetto a quella a cui siamo abituati, più incentrata su una narrazione incline a mettere in pagina i frutti del male e i toni “urlati”. Questo “racconto del bene” ha mostrato l’Italia della speranza e del buon vivere, volti e voci di donne e uomini “in uscita” – per usare un’espressione cara a Papa Francesco – dagli steccati dell’indifferenza. E sappiamo quanto ci sia davvero bisogno di questo tipo di informazione».

«A dare voce a questo racconto, per la nostra Chiesa di Roma – si legge ancora –, ha contribuito e contribuisce certamente il settimanale diocesano Roma Sette che, ogni domenica in edicola e nelle parrocchie con Avvenire (oltre che nell’edizione digitale del quotidiano), ha dato e dà conto del dinamismo della pastorale e della carità con cui le nostre comunità hanno affrontato e affrontano la prova della pandemia».

Leggi la lettera del cardinale

30 ottobre 2020

La lettera del cardinale De Donatis per la solennità di Pentecoste

Foto DiocesiDiRoma/Gennari

Di seguito la lettera del cardinale vicario Angelo De Donatis in occasione della solennità della Pentecoste

Carissimi fratelli e sorelle,
nella Solennità della Pentecoste che ci apprestiamo a vivere siamo tutti a domandare il dono dello Spirito Santo. È lo Spirito che ci fa Chiesa e dove non c’è lo Spirito non c’è la Chiesa. Ci ricorda Sant’Ireneo: chi non ha lo Spirito non si nutre alle mammelle della Madre, non può attingere alla fonte d’acqua viva che zampilla dal Corpo di Cristo, ma si scava cisterne screpolate e beve l’acqua fetida di un pantano (cfr. Ireneo, Contro le eresie, III, 24, 15).

Mi colpisce sempre quando nella liturgia preghiamo quel noi non sappiamo che cosa sia conveniente che risuona nella lettera di Paolo ai Romani, cui fa eco nella lettera ai Corinzi: “l’uomo naturale non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito” (1 Cor 2,14). Quante cose noi non sappiamo!

Quanto è vero che sperimentiamo spesso, anche nel nostro cammino ecclesiale, lo smarrimento, lo sconcerto, il fallimento dei nostri progetti, la divisione, l’apparente insignificanza della nostra presenza. Anche noi ci sentiamo come le ossa aride di cui parla Ezechiele, come una Babele divisa, nella confusione delle lingue che non si comprendono. Come un monito, il Signore sembra volerci ricordare che l’unità si infrange quando è solo una costruzione umana, che cadono i disegni delle nazioni e i progetti dei popoli sono resi vani. Quando siamo noi, con le nostre forze, a costruire, Dio distrugge, quando vogliamo farci un nome, Lui ci disperde, quando diamo inizio alla “nostra opera” Lui scende, ci confonde, perché non ci comprendiamo più. Se Lui ci toglie il respiro, cioè il soffio del Suo Spirito, noi moriamo e ritorniamo nella nostra polvere, tutto si deforma e viene come disintegrato.

Il Signore ci rende umili in ciò che non sappiamo, ci fa sperimentare la sete perché possiamo gustare l’acqua viva, permette che ci sentiamo bloccati e inariditi per liberarci e donarci la sua novità. Egli vuole sostituire i nostri desideri con i suoi, i nostri stessi gemiti con i suoi, perché il suo disegno e i progetti del suo cuore sussistono per sempre.

In questa solennità siamo chiamati a riscoprire anzitutto la necessità di essere assetati supplici, deboli che non sanno, confusi bisognosi di salvezza. Siamo chiamati a gridare allo Spirito: noi abbiamo bisogno di te, vieni! Vieni ad intercedere per noi, vieni a dirci i desideri di Dio, vieni a darci la tua sapienza, non quella di questo mondo, e dei dominatori di questo mondo, ma quella sapienza “divina, misteriosa” che tu prepari per quelli che ti amano. Il Signore ci promette che dal suo cuore squarciato sgorgheranno per noi e per tutti fiumi d’acqua viva e ci esorta ad avere sete e a bere da questo cuore. Solo là possiamo abbeverarci di una vita che dura per sempre, la Vita nello Spirito del Padre e del Figlio, quella vita che ci immette nel circolo del loro stesso Amore. Se beviamo e viviamo di ciò che beviamo, riceviamo lo Spirito e diventiamo uomini spirituali. Doniamo ciò che possediamo, diventiamo anche noi fonte. Dunque ognuno di noi si domandi: di che bevo io? Di che beve la mia comunità? Di cosa abbiamo sete e di che ci dissetiamo? Di che cosa viviamo davvero?

Senza lo Spirito noi siamo come un grembo vuoto e una fonte disseccata: non c’è la Chiesa, né il cammino sinodale. Ma lo Spirito è un Dono. Il Signore desidera rinnovarci questo Dono di se stesso, che rimarrà però inoperoso senza la nostra accoglienza. Lo Spirito si adatta con pazienza alla misura della nostra recezione, è Amore umile, che si abbassa, ci ispira secondo la misura del nostro consenso e ci è concesso solo come risposta alla nostra ricerca.

Vi invito dunque, come comunità diocesana, a entrare e rimanere nel Cenacolo. Come Maria con gli apostoli accogliamo lo Spirito per vivere dello Spirito e nello Spirito e così divenire veri evangelizzatori. Inondati dalla luce dello Spirito per manifestare Cristo come la Vita che vive in noi.

Rimaniamo sotto l’azione dello Spirito, come in una Pentecoste perenne, rinnovando come popolo sacerdotale, con un cuor solo e un’anima sola, l’offerta di noi stessi al Padre nel Figlio.

Questa è l’Opera che Dio vuole fare in noi effondendo il Suo Spirito. Il nostro primo compito è custodire l’Alleanza, rimanere la “proprietà” che il Signore si è scelto. Solo così potremo realizzare quello di cui Papa Francesco parlava nella Evangelii gaudium: divenire una “fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano, che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio, che sa aprire il cuore all’amore divino per cercare la felicità degli altri come la cerca il loro Padre buono”.

Interceda per noi la Vergine Maria, vaso perfetto dello Spirito Santo e sua Sposa, tutta trasparente di Lui.

“Veni Sancte Spiritus! Veni per Mariam”.

Angelo Card. De Donatis
Vicario Generale di Sua Santità
per la Diocesi di Roma

La lettera del cardinale De Donatis in occasione dell’inizio dell’anno pastorale

Foto DiocesiDiRoma/Gennari

«Dopo i mesi estivi, forse anche tu ti senti ricco di tanti incontri, di tante esperienze vissute, eppure allo stesso tempo ti senti più povero, riconoscendo che tutto è riposto in Dio. Essere poveri per il cristiano significa infatti essere persone di speranza: solo il povero spera. Chi ha risolto tutto si aspetta solo che le cose non cambino, per non dover mettere in discussione le conquiste». Esordisce così il cardinale vicario Angelo De Donatis nella lettera che oggi, festa degli Angeli Custodi, indirizza ai sacerdoti e ai diaconi permanenti. Un’occasione per ricordare anche gli incontri di inizio anno con i vescovi ausiliari nei diversi settori.

«Da povero – scrive il cardinale vicario – attendo con fiducia l’avvento di Dio e del suo Regno, certo che come Lui è presente nell’oggi della mia esistenza, lo sarà anche domani. Noi non speriamo che Dio ci aiuti, ma speriamo in Dio che ci aiuta. La differenza non è da poco. La speranza è la fede proiettata nel futuro. (…) Ma cosa ‘trasforma’ la fede in speranza? Proprio la povertà».

Per i sacerdoti, spiega il porporato, «la povertà tocca certamente la gestione delle risorse, la condivisione con i bisognosi, ma soprattutto – a un livello più profondo – interpella il nostro essere uomini: più andiamo avanti con l’età, infatti, e più vediamo che ci vengono meno alcuni affetti o le cose a cui teniamo maggiormente, forse anche a livello pastorale». Talvolta, sottolinea, «i trasferimenti da un incarico all’altro sono per noi una verifica di ciò che è veramente essenziale, di ciò che si può lasciare e ciò che va portato. Arriverà infine anche per noi l’ora in cui saremo costretti alla più assoluta povertà, quando moriremo».

Ma la speranza non viene mai meno, dice il vicario: «Siamo pochi, a volte stanchi, posti davanti all’incertezza e a problemi che non potevamo prevedere fino a qualche anno fa, e a cui forse non siamo stati nemmeno formati; ma siamo sempre il dono che Dio gradisce. Siamo coloro che Cristo ha scelto per condurre il suo gregge verso la Vita in questo momento, in questa nostra diocesi. Il sacerdozio ci ha inseriti indegnamente nell’ordine dei presbiteri, di questi presbiteri. Cristo ci rende degni pur sapendo di non esserlo, anche se insufficienti, limitati, poveri per confidare solo in Dio, fratelli tra fratelli chiamati a vivere solo per Lui e per la gente».

L’invito è allora a «rimeditare» la lettera che il Papa Francesco ha inviato nel mese di agosto e a partecipare alle «assemblee di avvio dell’anno pastorale».

Il testo integrale della lettera del cardinale

2 ottobre 2023

La lettera del cardinale ai monasteri di clausura: «La vostra preghiera incessante per il cammino sinodale»

«L’intercessione è come “lievito” nel seno della Trinità. È un addentrarci nel Padre e scoprire nuove dimensioni che illuminano le situazioni concrete e le cambiano. Possiamo dire che il cuore di Dio si commuove per l’intercessione, ma in realtà Egli sempre ci anticipa, e quello che possiamo fare con la nostra intercessione è che la sua potenza, il suo amore e la sua lealtà si manifestino con maggiore chiarezza nel popolo». Parte da questa citazione di Evangelii gaudium la lettera che il cardinale vicario Angelo De Donatis ha inviato ai monasteri di clausura. Al centro il tema del cammino sinodale, e della «preghiera incessante» che deve accompagnarlo.

«La richiesta di pregare per il cammino sinodale – scrive il vicario del Papa per la diocesi di Roma – è rivolta in particolare alle vostre realtà claustrali, che vivono già il servizio dell’orazione e dell’intercessione come missione principale, affinché costituiscano “il respiro della città”. Vi chiedo, anche a nome della équipe sinodale, di inserire tra le intenzioni di preghiera, quella per il cammino della diocesi, affinché l’ascolto dei lontani e dei vicini possa avvenire sotto l’azione dello Spirito Santo. Vi chiedo inoltre, di organizzare, ove possibile, momenti comunitari di preghiera e di riflessione dedicati al tema del cammino sinodale e, se le condizioni lo consentono, di coinvolgere anche i fedeli».

Ai consacrate e alle consacrati delle comunità claustrali, «chiamati per vocazione a costituire con la vostra stessa vita incenso che arde e sale al cielo», il cardinale De Donatis riconosce «un mandato speciale ad intercedere affinché, attraverso la vostra preghiera, la Misericordia di Dio abbracci Roma e lo Spirito apra il cuore di chi è invitato ad ascoltare».

Il testo integrale della lettera del cardinale vicario

La lettera dei vescovi ai fedeli di Roma sulla costituzione apostolica “In ecclesiarum communione”

Carissimi,
il 6 gennaio il nostro Vescovo, Papa Francesco, ha emanato una nuova Costituzione Apostolica – In ecclesiarum communione – circa l’ordinamento del Vicariato di Roma.
Avvertiamo questo gesto come un provvidente segno di attenzione e fiducia, che riceviamo con senso di responsabilità. Il Santo Padre affidandoci il compito di “esemplarità”, nella comunione di tutte le Chiese desidera che quello che riusciremo a realizzare sotto la sua guida possa servire, nella umile consapevolezza dei nostri limiti, come esempio per tutti.

In qualità di Vescovo di Roma, – nello spirito del processo di riforma avviato da tempo nella Curia romana – egli indica alla sua Diocesi una nuova prospettiva per le modalità e l’attività di governo finalizzate all’evangelizzazione, secondo lo stile effettivamente sinodale, ricordando la particolare vocazione della nostra Chiesa nella quale si riflette, con una singolare luce, il volto della Chiesa universale.

Il Papa, quindi, guarda a Roma, ma vede la Chiesa universale, chiamata – in un cambiamento d’epoca – a fidarsi sempre più dello Spirito che guida i diversi cammini, che apre nuove vie e distoglie dalla rigidità di formule e di strutture.

Come Consiglio Episcopale già da alcune settimane abbiamo avviato un approfondimento del testo perché pensiamo che da questo nuovo impulso possa dipendere uno slancio di riforma per tutta la nostra Chiesa. Il Prof. Vincenzo Buonomo, Rettore della Pontificia Università Lateranense, ci ha offerto qualche chiave di lettura che desideriamo condividere con voi e che mettiamo in allegato a questa lettera (è possibile scaricare il testo dal sito della Diocesi di Roma).

Con la presente desideriamo invitare tutti e ciascuno ad entrare nello spirito del testo, a partire dal Proemio che indica la prospettiva teologica e spirituale della Costituzione, a coglierne la portata di novità e di freschezza, a scommettere sulle vie che apre. Anche questo documento è in linea con quanto Papa Francesco ci ha donato nel suo magistero; non si tratta di un testo “chiuso” dove tutto è stabilito; piuttosto è un documento che avvia un processo di riforma. Sta a noi accoglierlo e portarlo a maturazione, credendoci e operando con la consueta generosità creativa con cui abbiamo sempre lavorato.

I principi che il Santo Padre sottolinea compongono l’impianto del nostro essere Chiesa: comunità in cammino (sinodalità) che avverte il bisogno di una profonda conversione missionaria e solidale nella carità, in grado di coinvolgere tutti i suoi membri nell’opera evangelizzatrice, che sa dialogare con il mondo in cui è immersa e che esprime pienamente la collegialità tra i pastori che la guidano e tra loro con il Vescovo di Roma. Il cambiamento di mentalità precede e consegue la riforma delle strutture che il testo suggerisce ed è quanto con insistenza dobbiamo chiedere allo Spirito di contribuire con un cuore rinnovato a quella che potrà diventare una nuova stagione ecclesiale.

Grati e convinti della responsabilità che ci viene assegnata, accogliamo il nuovo Documento, che dà una sorta di armonica accelerazione ai diversi processi avviati in questi anni. L’esigenza di comunione, comunicazione e carità attraversa tutte le forme di servizio e di partecipazione, a cominciare dal modo in cui noi vescovi ausiliari del Papa sapremo interpretare il nostro comune servizio. Allo stesso modo i direttori di ufficio e quanti lavorano in Vicariato saranno incoraggiati a dare priorità, nel lavorare insieme, all’attenzione da rivolgere alle persone prima che alle strutture. Così tutta la realtà diocesana, articolata nelle parrocchie e nelle diverse realtà ecclesiali, potrà procedere con uno spirito di maggiore partecipazione e corresponsabilità.

Si tratta, ora, di ripartire da qui, animati dal desiderio di serena condivisione, dalla gratitudine per quanto abbiamo e che ci unisce, piuttosto che vedere ciò che manca e ci divide. Rendiamo grazie per i numerosi presbiteri, religiosi e laici che ogni giorno, con semplicità e fedeltà, continuano a dare la vita per il Signore, nella Chiesa di Roma.

La Vergine Santissima, Salus Populi Romani, ci prenda per mano e ci custodisca perché come popolo di credenti abbiamo il gusto di camminare insieme.
Uniti nella preghiera.

Il Consiglio Episcopale

In Ecclesiarum Communione
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27 gennaio 2023

La lettera da Floresta di don Paolo Boumis

Pubblichiamo una recente lettera di don Paolo Boumis, missionario fidei donum romano in Brasile, inviata al Centro missionario diocesano.

Carissimi e carissime,

siamo tutti ancora pieni delle gioie pasquali che ci rinnovano nella speranza e torno a raccontarvi un po’ di me e della missione di Itacuruba. Abbiamo vissuto la Quaresima insieme a tutta la Chiesa brasiliana nella tradizionale Campagna della Fraternità, che ha avuto per tema: “Fraternità e superamento della violenza”. Come ogni anno abbiamo pregato, riflettuto sulla Parola di Dio, discusso e celebrato la Via Crucis con l’occhio, la mente ed il cuore rivolti alla realtà drammatica del nostro povero Brasile. Ogni giorno, come sapete, registriamo omicidi in tutte le città della Diocesi. Ad Itacuruba questo succede un po’ meno, ma le conseguenze sono drammatiche lo stesso: le famiglie coinvolte in un omicidio di alcuni anni fa, carnefici e vittime, sono condannate a vivere separate, con i parenti sparpagliati a centinaia di chilometri perché, pur non essendoci una responsabilità diretta, il semplice incontro per strada di parenti può provocare incidenti anche molto gravi. Sradicare la cultura della vendetta e della morte è terribilmente difficile. Sotto sotto, sto scoprendo che molte famiglie della parrocchia sono in realtà legatissime a questo problema, tanto che anche una semplice attività parrocchiale è fallita perché io, inconsapevolmente, avevo messo insieme a lavorare persone di fronti opposti. Il miracolo di poter collaborare tra persone di diverse opinioni politiche mi è quasi riuscito del tutto. Per queste situazioni, invece, devo imparare pregare di più per capire di più…

Il mercoledì delle Ceneri ho lanciato una provocazione in chiesa, annunciando la campagna “Arma Zero”, dicendo che la notte del Giovedì Santo, durante l’Adorazione, la chiesa sarebbe rimasta aperta tutta la notte e che una cesta sotto l’altare avrebbe accolto le armi deposte anonimamente da chi, toccato dalla parola di Gesù Cristo crocifisso, avesse deciso di cambiare vita. Nella profonda convinzione che molte famiglie, anche di persone fedeli alla Chiesa, abbiano armi in casa, ho parlato apertamente del problema, durante tutta la Quaresima. La cosa che mi ha fatto pensare di più è stata la reazione della gente. Quando dicevo: “So che in molte case della nostra parrocchia ci sono armi”, le persone non si sono ribellate, come se stessi dicendo un’eresia offensiva. Al contrario: è calato il gelo, come se avessi pizzicato un bambino con le dita nel barattolo della marmellata. Silenzio. Nessun commento. E, purtroppo, nessuna arma consegnata. Io non credo di aver sbagliato nel denunciare questa cultura, né di aver esagerato in un ottimismo ingenuo, sperando chissà cosa. A Natale farò lo stesso discorso e lancerò la stessa sfida. La cosa preoccupante e frustrante è che nessuno, dico nessuno, dei miei parrocchiani è venuto a dirmi di condividere questa mia angoscia. L’abitudine alla cultura della violenza è così radicata che sembra impossibile anche lontanamente pensare di liberare la propria famiglia da uno strumento di morte. Ma siamo qui anche per questo, senza perdere la speranza che qualcuno cominci a capire che c’è un’altra strada per vivere meglio.

Come saprete dalle notizie del Telegiornale, abbiamo assistito impotenti alla truffa giuridica che ha portato il presidente Lula in carcere. È un momento molto brutto per il Brasile: i ricchissimi potentati economici hanno ripreso in pieno il controllo del paese e hanno spento in meno di un anno le speranze di milioni di persone che avevano cominciato a vivere una condizione migliore. Torneremo a pagare tutto, medicine e cure, scuole e università, e il paese ripiomberà ancora più violentemente nell’incredibile divario tra la grande massa di persone impoverite e maltrattate e la piccolissima élite di chi detiene le redini di tutto. La candidatura presidenziale di Bolsonaro (il Trump brasiliano) rischia di essere vincente. Questo ex militare, violento con le parole e con le armi, a differenza di Trump non spara solo stupidaggini e volgarità. Spara pallottole.

Ma insieme a questo quadro fosco e triste, ci sono le belle notizie: da gennaio a tutt’oggi la pioggia sta facendo rivivere la terra e la gente. Piove spesso e abbondantemente, riempiendo gli invasi e traboccando dagli argini, invadendo le campagne e riappropriandosi di spazi che aveva sempre avuto ma che negli ultimi sette anni avevano visto solo pietre e spine. Una grande festa per tutti e per la natura che ora è bellissima, verde e rigogliosa. Si chiama “risurrezione della Caatinga”, che è il bioma tutto brasiliano del sertão. Caatinga significa “pianta bianca”, perché quando ci sono gli anni di secca le piante assumono tutte un colore grigio chiaro e aspettano con una incredibile resistenza la prima acqua per esplodere di germogli. È uno spettacolo meno famoso dei ciliegi (o peschi?) del Giappone, ma molto più emozionante, sapendo quanto essere un “albero bianco” significhi per chi quotidianamente rischia di morire di sete. La vita, ancora una volta, ha trionfato sulla morte. Su tutti noi, “alberi bianchi” in attesa dell’acqua della vita, scenda la gioia della Resurrezione!

Un grande abbraccio.

Don Paolo

La lettera al Popolo di Dio del Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma

Foto Diocesi di Roma / Gennari

Al Popolo di Dio che è in Roma
Pace e bene! Nell’Ufficio delle letture della Domenica appena trascorsa ci è stato proposto un brano di san Paolo a Timoteo; nel cuore del testo l’apostolo così si esprime: “Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero: io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia…” (1 Tm 1, 12-13).

Colgo come provvidenziale questa Parola; sono consapevole che aldilà dei limiti e dei peccati di ciascuno, la grazia ci inonda con ogni dono che Dio elargisce alle nostre vite e così ha voluto fare anche con la mia vita e, per il mio piccolo tramite, alla Sua santa Chiesa. Così mi sento in questo momento, consapevole di aver ricevuto misericordia. Con emozioni contrastanti metto ancora una volta la mia vita nelle mani del Padre e faccio mie le parole del Salmo: “Io invece resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia” (131,2).

Arrivando a Roma, poco più di due anni fa, da subito ho iniziato ad amare questa Chiesa che conoscevo ancora troppo poco ma dalla quale mi sono sentito accolto oltre ogni aspettativa. Ho provato a servirla come ho potuto, sentendomi rapito da tanta bellezza e dalle tante potenzialità di bene che sperimentavo, insieme alle fatiche che accompagnano tutti noi esseri umani.

Sono grato al Santo Padre per la fiducia che mi ha dato nominandomi prima Suo Vescovo Ausiliare, poi Vicegerente e adesso Suo Vicario Generale per la Diocesi di Roma. La Sua dedizione alla Chiesa universale e la profezia che ci ha regalato in questi anni di Pontificato mi spingono a lavorare per una Chiesa trasparente e povera, in grado di sprigionare e diffondere il profumo del Vangelo.

Accolgo con trepidazione l’ulteriore responsabilità che mi affida oggi per servire la Sua Diocesi, nella serena certezza che il Signore opererà al di là dei miei limiti. Raccolgo una storia significativa dei Cardinali Vicari che si sono succeduti nel tempo e hanno portato avanti il loro servizio con dedizione, ciascuno con la propria peculiarità. In particolare ringrazio il Card. De Donatis che con gentilezza e attenzione mi ha accolto a suo tempo nel Consiglio Episcopale.

L’unico desiderio che ora sento nel cuore è quello di servire questa Chiesa, consapevole della sua bellezza e della specifica vocazione che le appartiene. Come fratello e padre vorrei condividere i passi di ognuno e di tutto il popolo di Dio che vive a Roma. Il Signore chiamandomi al ministero mi chiede di essere pastore alla Sua maniera, nel quotidiano impegno a dare la vita per tutti.

Ringrazio i tantissimi sacerdoti e diaconi della Diocesi per il servizio generoso e umile che svolgono, per la loro costante presenza e per l’amore che mostrano alla nostra Diocesi. Con molti di loro ho condiviso un breve tratto di strada; adesso avverto ancor di più la necessità e la gioia di mettermi accanto a tutti in un atteggiamento di ascolto, facendo tesoro dell’esperienza maturata da ciascuno negli anni, per capire insieme come comunicare a tutti e far sperimentare l’amore del Padre. Abbiamo la responsabilità di essere segno visibile del Regno per gli ultimi, per i giovani, per le famiglie, per coloro che ancora frequentano le nostre parrocchie e per i tanti che non vivono più la fede accolta con il Battesimo.

Ci attende una missione importante, in un tempo complesso, che va affrontata costruendo ogni giorno legami di fraternità e di comunione. Abbiamo la grazia di servire una Diocesi straordinaria che è stata irrorata dal sangue dei Martiri e fecondata dalla testimonianza gioiosa di moltissimi santi. Il Signore ci aiuti a mettere a frutto i tanti carismi ricevuti per l’utilità comune.

Santa Teresa del Bambin Gesù nella sua autobiografia mentre riflette sulla ricerca della sua vocazione nella Chiesa, commentando l’inno alla carità di San Paolo così si esprime: “La carità mi offrì il cardine della mia vocazione”. È esattamente questo ciò che desidero: che la carità sia il cardine della mia vocazione e della mia risposta. Abbiate pazienza quando i miei limiti emergeranno, ma siate esigenti nel chiedermi carità e benevolenza. Mi affido alla vostra preghiera perché io compia fedelmente la volontà di Dio. La Vergine Santissima, Salus Populi Romani, interceda per noi e ci accompagni in questo cammino.

X Baldassare Reina
Vicario Generale di Sua Santità
per la Diocesi di Roma

 

7 ottobre 2024

La lettera ai romani per i 50 anni dal convegno ecclesiale “La responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di giustizia e di carità nella Diocesi di Roma”

Carissimi,
il 15 febbraio 1974 si tenne nella Basilica di San Giovanni in Laterano l’assemblea conclusiva del Convegno diocesano “La responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di giustizia e di carità nella Diocesi di Roma”. Un incontro che ebbe l’intento di promuovere l’ascolto e la riflessione comune per “attuare con sempre maggiore fedeltà il messaggio evangelico della carità fraterna che nasce e si alimenta dall’amore di Dio” secondo i voti contenuti nel messaggio che Paolo VI inviò al Cardinale Ugo Poletti allora Vicario Generale.

Trascorsi cinquant’anni, con le stesse motivazioni, si intende tornare a quell’evento per ricordarlo nella prospettiva storica ma anche per raccogliere nuovamente e riproporre, pur nelle mutate condizioni, quel richiamo alla nostra comune responsabilità nei confronti della città di Roma. Ovvero per comprendere insieme, alla luce del Vangelo, quali siano oggi le attese di carità e giustizia che animano la città di Roma e quali le strade per dare risposte a quelle attese. È un invito a riflettere, progettare e agire dentro la città, che si colloca nel percorso sinodale e nella prospettiva imminente del Giubileo. Ci aiutano in questo percorso anche i contributi che potranno scaturire dalla ricerca in corso sulla Chiesa, da parte del Censis, sui Credenti non presenti o da riflessioni come quelle del Prof. Andrea Riccardi nel testo La chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo, Laterza (2021).

Lo facciamo per richiamare innanzitutto la responsabilità dei cristiani ma, come in quei giorni del 1974, rivolgendoci anche ai cittadini, alle associazioni e alle istituzioni che formano la comunità urbana di Roma, ponendoci, anzitutto, nuovamente in loro ascolto.
La consapevolezza di fondo è che piuttosto di una commemorazione, ci si presenti oggi l’occasione per guardare al presente e al futuro di Roma con il contributo di tutti. “Roma avrà un futuro, se condivideremo la visione di città fraterna, inclusiva, aperta al mondo” ci ha ricordato Papa Francesco, nel messaggio per le celebrazioni dei 150 anni di Roma Capitale.

Quel Convegno fu un avvenimento memorabile, degno ancora oggi di memoria per i frutti che generò nella Chiesa di Roma, per il segno che lasciò nella vita pubblica della città e per la vasta e persistente eco che diffuse nel Paese. Fu un evento a lungo preparato dal Cardinale Poletti e da Mons. Luigi Di Liegro, allora responsabile dell’Ufficio pastorale del Vicariato, che si sviluppò per quattro giornate articolandosi in cinque assemblee, una per ciascun settore diocesano, coinvolgendo migliaia di persone e raccogliendo più di 300 contributi scritti.

Naturalmente, torniamo a quell’avvenimento con le attese e le speranze del presente nella consapevolezza del tempo trascorso. La Roma degli anni ’70 era una città cresciuta rapidamente in popolazione ed estensione. Da poco più di un milione di abitanti dell’anteguerra, Roma si accingeva a toccare i 2.800.000 di residenti. Una città che attraeva immigrati dall’Italia centro meridionale e vedeva crescere intorno al grande nucleo storico quartieri ad alta intensità insediativa insieme ad una periferia dove aggregati di abitazioni illegali prive di servizi si moltiplicavano in un paesaggio agricolo ormai deteriorato da incuria e abbandono. L’abitazione appariva il problema più scottante: l’edilizia popolare non teneva il passo della domanda di alloggi; quasi 100.000 persone vivevano nelle baracche. La sanità pubblica, ancora di impianto mutualistico, forniva servizi carenti e diseguali. La scuola subiva la pressione dell’onda demografica: evidente era l’inadeguatezza degli edifici, più nascosta l’ampissima area di dispersione scolastica. Cominciavano ad emergere fenomeni nuovi come l’immigrazione di lavoratori provenienti da altri continenti, fenomeno tardivo rispetto alle città europee ma che avrebbe conosciuto una crescita accelerata.
In questa città, dove l’eredità del passato sembrava un peso ulteriore alla difficile trasformazione della sua giovanissima periferia, viveva una Chiesa chiamata all’attuazione del Concilio essendo insieme la Diocesi del Papa – con il suolo ruolo globale e la contiguità con la Santa Sede – e la Diocesi di una grande comunità urbana attraversata da una modernizzazione, in ritardo rispetto ad altri contesti e per questo più rapida e contraddittoria, e da una secolarizzazione ben più intensa di quanto allora apparisse.

Il Cardinale Poletti nelle conclusioni giudicò l’esito del Convegno come “superiore a ogni aspettativa per interesse e partecipazione”. I lavori avevano mostrato “una sensibilità collettiva e comunitaria a gravissimi problemi umani, sociali, cristiani”. Indicò l’evento come il “principio di un nuovo e più coraggioso cammino che la comunità cristiana di Roma intende intraprendere, sotto la guida del Papa suo Pastore, in novità di vita, in libertà di spirito, in esercizio di carità evangelica in tutti i suoi componenti.”
E in effetti, quel Convegno diede un contributo di consapevolezza di quello che stava accadendo nella Chiesa di Roma e che negli anni successivi conobbe esperienze importanti come la riorganizzazione pastorale e amministrativa della Diocesi con la costituzione apostolica Vicariae Potestatis in Urbe emanata da Paolo VI nel 1977.
Ma quelle giornate del febbraio 1974 furono importanti per l’intera città di Roma andando oltre le attese e le stesse intenzioni degli organizzatori. Fu rinominato il “Convegno sui mali di Roma” – e in questo modo è ancora ricordato dai più – con una lettura che, da un lato, lo ridusse al solo carattere di critica e di denuncia ma, d’altro canto, evidenziò l’impatto sulla dimensione pubblica e civile che effettivamente andò al di là della sua originaria matrice ecclesiale.

La Roma di oggi è molto cambiata. Le attese di carità e giustizia sono in parte le medesime e in parte nuove, ma tutte in attesa di risposta. È oggi una città che conta circa la stessa popolazione di cinquant’anni fa ma diversa è la sua composizione: l’età media supera i 46 anni diminuendo man mano che ci si allontana dal centro. Le famiglie monocomponente sono il 46%; nel centro storico sfiorano il 60%. L’incidenza della popolazione straniera, che arriva al 14%, è quasi il doppio della media nazionale.
Roma partecipa, seppur in forma relativamente attenuata, dell’inverno demografico italiano: popolazione stabile, invecchiamento, diradamento dei legami familiari. Vive invece in modo più accentuato i fenomeni migratori.

L’ultimo rapporto povertà della Caritas romana Le Città Parallele (2023), permette di dare uno sguardo aggiornato che va oltre i valori medi per cogliere le differenze e pesare le diseguaglianze sul piano dell’accessibilità ai servizi; della distribuzione della ricchezza; delle opportunità di cura e di assistenza. Disuguaglianze che finiscono per assumere tre dimensioni caratteristiche: territoriale, con i Municipi del centro che si differenziano dalle periferie; generazionale, con le classi più anziane che percepiscono quote di reddito maggiori; di nazionalità, con i cittadini stranieri che presentano redditi di molto inferiori.
Dentro questo quadro squilibrato sono presenti attese che diventano a volte vere e proprie “grida di dolore”. Prendiamo quattro ambiti centrali che rappresentano ora come nel 1974 essenziali “beni” della vita sui quali si fonda la dignità delle persone e l’effettività dei loro diritti di cittadinanza: lavoro, casa, salute, scuola.

Il lavoro. Roma si caratterizza per un’economia terziaria, privata e pubblica, più dinamica nei valori di quella nazionale. Come in altre grandi città, maggiore risulta il tasso di occupazione e i redditi medi sono più alti ma più alta anche è la percentuale dei lavori instabili e sottopagati. I redditi medi più alti sono appannaggio dei residenti tra i 60 e i 74 anni con un peso significativo, quindi, dei redditi da pensioni. All’opposto quelli più bassi sono destinati ai cittadini sotto i 30 anni con una più alta incidenza del lavoro precario e a bassa paga.

La casa. Nonostante la stabilità del numero degli abitanti e la sottoutilizzazione del patrimonio residenziale, permane un grave problema abitativo. Sono quasi 30.000 i nuclei familiari che hanno richiesto al Comune un contributo per pagare l’affitto; i provvedimenti di sfratto sono triplicati arrivando ad essere oltre 6 mila all’anno; 14 mila famiglie attendono un alloggio popolare e l’attenderanno mediamente per 10 anni, mentre 1.000 famiglie, in emergenza abitativa, sono ospitate a spese del Comune. Sono 4.000 le famiglie in alloggi occupati senza titolo. E ci sono quelli senza alcuna abitazione: sono 23.420 “senza tetto e senza fissa dimora” censiti da Istat nell’area metropolitana di Roma, la maggior parte nella Capitale. E sono circa 70.000 gli studenti universitari fuori sede della Capitale, costretti a pagare dai 500 euro al mese in su, per una camera, oltre ai costi delle bollette e a quelli, inevitabili, per mangiare e muoversi.

La salute. Anche questo ambito assume i caratteri di una diseguaglianza che produce una vera e propria “povertà sanitaria”: lo stato di salute risulta dipendere dal livello di istruzione e di reddito e nonché dall’area di residenza. È una disparità che parte dalla prevenzione e dalla diagnosi tempestiva e trova nelle lunghe liste di attesa per l’accesso alle cure sanitarie pubbliche una palese evidenza. Una situazione che senza interventi strutturali rischia di aggravarsi a causa dell’invecchiamento della popolazione e dell’aumento delle malattie croniche così come della crescita impressionante del disagio mentale anche nella popolazione più giovane.

La scuola. La demografia consegna a Roma un numero ridotto di bambini e di giovani rispetto al passato. Dovrebbe essere più facile averne cura. E invece emerge una povertà educativa che in ambito scolastico si traduce in enormi differenze nei livelli di apprendimento in ragione della tipologia di istituto, delle condizioni famiglia, dei quartieri di residenza. Sono condizioni di disordine educativo che vanno oltre la dimensione scolastica e si traducono da un lato in forme di isolamento individuale e di disagio psichico e dall’altro in comportamenti giovanili orientati al vandalismo collettivo se non addirittura alla violenza di gruppo.

Scriveva Mons. Luigi Di Liegro “I poveri non sono solo soprattutto un problema da risolvere. Essi bussano alla nostra porta affinché ci convertiamo. Anzi, i poveri ci convocano per offrirci l’occasione di scoprire ciò che la civiltà tecnologica non potrà mai darci, per ricordarci cioè che noi siamo persone non riducibili ad un progetto economico, che abbiamo bisogno degli altri”.

Ricordare il Convegno e riproporne l’approccio è un’occasione per la comunità cristiana di riconsiderare e rinnovare la propria vocazione alla carità. Ma è anche un’offerta di collaborazione e un richiamo alla corresponsabilità rivolto all’insieme della comunità urbana.
Andare oltre il ricordo significa oggi coltivare la speranza, impegnarsi tutti per far diventare Roma “città della speranza”, come Papa Francesco ci invitava a prepararla a diventare, il 31 dicembre scorso nella preghiera del Te Deum di ringraziamento per l’anno trascorso.

Roma condivide con tutte le grandi città un ruolo ambivalente. Esse sono i luoghi dove si concentrano le risorse finanziarie, le competenze, le imprese, il lavoro. Ma sono anche gli spazi dove sono più forti diseguaglianze e marginalità, tensioni e conflitti. Accanto ad essi ci sono però nella città – ed ecco i motivi di speranza – tanti segni di energia positiva, di solidarietà, di ben operare nelle dimensioni pubbliche, private e sociali, dalle quali poter partire per riconciliare, per ricostruire e per riparare, laddove vi sono ferite aperte e contraddizioni e disuguaglianze non più accettabili.

Non è un problema per poveri. È un problema per tutti. Tutta la città perde il suo carattere di comunità, di spazio civilizzato e condiviso, di trama di relazioni tra le persone e le generazioni.
Il Convegno del 1974 partendo dalle attese dei poveri cercò di intravedere il traguardo di una città ordinata dalla giustizia; capace di accogliere chi corre e chi cade, gli spiriti forti e le persone fragili; i nativi e gli stranieri, i giovani e i loro desideri insieme ai vecchi e ai loro ricordi. La città di tutti.

Partendo da questi ricordi e da queste intenzioni, il 19 febbraio il Vicariato promuove un incontro di lancio che sarà l’occasione per proporre una lettura storica degli eventi di cinquant’anni fa ma anche per avviare una riflessione sulla realtà romana odierna. Sarà innanzitutto un invito al discernimento comune che si svilupperà per tutto il 2024 attraverso quattro incontri tematici: le problematiche scolastiche saranno al centro dell’incontro di marzo all’Istituto Amaldi; di sanità si parlerà ad aprile al policlinico Tor Vergata; a maggio, in una parrocchia di Primavalle, si discuterà delle problematiche abitative; mentre le tematiche relative al lavoro saranno al centro dell’incontro di giugno a “La nuova arca” in via Castel di Leva. Il percorso si concluderà con un appuntamento che intende raccogliere contributi di analisi e di idee e per definire nuovi progetti ed iniziative, e si terrà nella Basilica di San Giovanni in Laterano a settembre.

Angelo De Donatis
Vicario Generale di Sua Santità
per la Diocesi di Roma

La lettera del cardinale vicario

La lettera ai fidei donum per il mese missionario straordinario

«Papa Francesco ci ha ricordato che si diventa missionari vivendo da testimoni: testimoniando con la vita di conoscere Gesù. È la vita che parla. Se abbiamo scoperto di essere figli del Padre Celeste, come possiamo tacere la gioia di essere amati, la certezza di essere sempre preziosi agli occhi di Dio? È questo l’annuncio che tanta gente attende. Ed è responsabilità nostra». Così il cardinale vicario Angelo De Donatis scrive ai sacerdoti fidei donum della diocesi di Roma, in occasione del mese missionario straordinario.

Questo ottobre 2019, in coincidenza con il centenario della promulgazione della lettera apostolica “Maximum illud”, infatti, Papa Francesco ha invitato a «riprendere con nuovo slancio la trasformazione missionaria della vita e della pastorale», come sottolinea il porporato nella lettera per i fidei donum.

«Il Signore ci chiede ancora di farci dono lì dove siamo – si legge ancora –, così come siamo, con chi ci sta vicino, ricordandoci che il protagonista della missione è lo Spirito Santo. Il Signore non ci lascerà soli».

Per leggere la lettera completa, cliccare qui.

9 ottobre 2019

La lettera ai fidei donum in occasione della Quaresima

«Il Signore benedica il tuo cammino di Quaresima!». Il cardinale vicario Angelo De Donatis ha sempre un pensiero per i sacerdoti della diocesi di Roma fidei donum in diverse parti del mondo. Ha scritto loro di recente, in occasione della Festa dei santi Cirillo e Metodio, condividendo l’omelia pronunciata in quell’occasione al Collegio diocesano Redemptoris Mater, lo scorso 14 febbraio.

Durante quella celebrazione, il porporato si era soffermato in particolare su tre concetti: “guarigione”, “annuncio” e “supplica”, commentando il Vangelo sulla guarigione miracolosa del lebbroso. «L’ascolto della Parola di Dio e l’aiuto di una chiesa concreta – aveva detto il cardinale vicario – aiutano il credente ad aprire gli occhi e vedere le opere che Cristo ha compiuto nella sua vita. Proprio questa contemplazione dell’opera della salvezza nella vita concreta è fonte viva che sostiene e anima chi porta il Vangelo mondo». Come fanno i fidei donum.

Leggi la lettera e l’omelia

24 febbraio 2021

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