29 Giugno 2026

La chiusura della fase diocesana della causa di beatificazione del Servo di Dio Alcide De Gasperi

Domani 28 febbraio 2025, alle ore 12, nel Palazzo Apostolico Lateranense, si terrà la sessione di chiusura dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche, fama di santità e dei segni del Servo di Dio Alcide De Gasperi, laico e padre di famiglia. Il rito sarà presieduto dal cardinale vicario Baldassare Reina.

L’inchiesta diocesana era stata avviata inizialmente presso il Tribunale ecclesiastico dell’Arcidiocesi di Trento. Il prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, dopo aver ottenuto l’assenso sia dell’arcivescovo di Trento, sia del cardinale vicario del Santo Padre per la diocesi di Roma, ha trasmesso il rescritto, concedendo il trasferimento della competenza del foro alla diocesi di Roma.

Il Tribunale che ha condotto l’inchiesta diocesana a Roma è composto da monsignor Giuseppe D’Alonzo, delegato episcopale; da don Andrea De Matteis, promotore di giustizia; e da Marcello Terramani, notaio attuario. Postulatore della causa di beatificazione e canonizzazione è il dottor Paolo Vilotta.

Tutti gli atti processuali, in doppia copia conforme, chiusi in contenitori sigillati, saranno consegnati a Paolo Vilotta, nominato portitore, con il compito di trasmetterli al Dicastero delle Cause dei Santi.

27 febbraio 2025

La chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione di Francesca Lancellotti

La sessione di chiusura dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche e la fama di santità e di segni della serva di Dio Francesca Lancellotti, laica e madre di famiglia, si svolgerà venerdì 17 gennaio 2020 alle ore 12 nell’Aula della Conciliazione costituita per il Tribunale nel Palazzo Apostolico Lateranense. Il rito sarà presieduto dal cardinale vicario Angelo De Donatis. Parteciperà il postulatore monsignor Paolo Rizzi, officiale della Segreteria di Stato di Sua Santità. I membri del Tribunale diocesano di Roma presenti saranno: il delegato episcopale monsignor Giuseppe D’Alonzo; il promotore di giustizia don Giorgio Ciucci; il notaio attuario Marcello Terramani; e il notaio aggiunto Giancarlo Bracchi.

La chiusura dell’inchiesta diocesana sarà preceduta, alle ore 10.15 nel Santuario della Scala Santa, da un momento di preghiera dal titolo “In cammino con Francesca”, presieduto da monsignor Domenico Baccelliere, vicario generale di Acerenza. Il giorno successivo, sabato 18 gennaio alle ore 16.15, nella basilica di Santa Maria Maggiore, il postulatore della causa monsignor Rizzi celebrerà una Messa di ringraziamento.

Francesca Lancellotti nasce il 7 luglio 1917 a Oppido Lucano, un piccolo paese in provincia di Potenza. Sin dalla più tenera età, instaura un legame speciale con Dio, che l’accompagnerà per tutta la vita. Sposa Faustino Zotta, anche lui uomo di grande fede; dal loro matrimonio nascono due figli: Maria Luigia detta Gina e Domenico. La mattina del 7 luglio 1956, nel giorno del suo trentanovesimo compleanno, a Francesca appare l’Arcangelo Michele, che la invita a trasferirsi a Roma e iniziare una missione. Con il marito e i due figli si trasferisce quindi nella Città Eterna, nel 1960; vivono dapprima in periferia, poi nei pressi del Pantheon e infine in via Cavour. Francesca si dedica sempre alla preghiera e accoglie nella sua casa chiunque abbia bisogno di sostegno materiale, morale o spirituale. Muore il 4 settembre del 2008 all’ospedale San Giovanni Addolorata, già in fama di santità.

«Era una donna semplice e umile, aveva frequentato solo le prime classi elementari, ma aveva il dono di saper dialogare con persone di ogni ceto sociale», dicono dall’Associazione Figli Spirituali di Francesca Lancellotti, fondata nel 2010, attore della causa di beatificazione; il presidente è Francesco Signorino, nipote della serva di Dio. L’Associazione si riunisce una volta al mese per pregare nella parrocchia guidata da don Francesco Pesce, Santa Maria ai Monti, co-attore della causa.

«Per quarant’anni ha esercitato nella Capitale una speciale missione in favore di quanti erano lontani dalla fede o erano colpiti da malattie: con le sue preghiere e i sacrifici personali ha vinto le resistenze del male spirituale, cioè la mancanza di fede in Dio, e del male fisico, cioè le malattie anche gravi», sottolinea il postulatore. «Già in vita – prosegue monsignor Rizzi – godeva di una rilevante fama di santità, caratterizzata da tenera devozione alla Madonna, venerata al santuario del Belvedere di Oppido Lucano suo paese natale, e da un rapporto spiritualmente privilegiato con l’Arcangelo Michele, della cui presenza celeste ha fatto una toccante esperienza mistica. Da ciò scaturiva l’aiuto morale e materiale di cui hanno beneficiato a Roma e in tante parti d’Italia centinaia di persone, attratte dai suoi carismi, dai suoi segni prodigiosi, dalla sua fede, dalla sua umiltà e dalla sua carità evangelica. La sua testimonianza cristiana ha prodotto e continua a produrre straordinari frutti di conversione e anche di guarigione fisica in quanti vengono spinti dalla sua storia a interrogarsi sul senso della vita. Ho verificato la consistenza della santità di Francesca, che è proprio quella di cui parla Papa Francesco nell’esortazione apostolica Gaudete et exultate, una “santità della porta accanto, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio”».

10 gennaio 2020

La chiusura della causa di beatificazione del Servo di Dio Giampaolo Mollo

La sessione di chiusura dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche, fama di santità e dei segni del Servo di Dio Giampaolo Mollo, padre di famiglia e diacono permanente della diocesi di Roma, si terrà venerdì 11 aprile, alle ore 12, nella Sala della Conciliazione costituita per il Tribunale nel Palazzo Apostolico Lateranense, e sarà presieduta da monsignor Michele Di Tolve, vescovo ausiliare della diocesi di Roma. Il Tribunale, che ha condotto l’inchiesta diocesana, è composto da don Emanuele Albanese, delegato episcopale; don Giorgio Ciucci, promotore di giustizia, e da Marcello Terramani, notaio attuario. Postulatore della causa di beatificazione e canonizzazione è Paolo Vilotta. Tutti gli atti processuali, in doppia copia conforme, chiusi in contenitori sigillati, saranno consegnati a Paolo Vilotta, nominato portitore, con il compito di trasmetterli al Dicastero delle Cause dei Santi. La cerimonia verrà trasmessa in diretta sul canale YouTube della diocesi di Roma.

Giampaolo Mollo nasce a Roma il 5 novembre 1941. Da ragazzo, trascorrendo le vacanze a Formia con la sua famiglia, conosce Anna Liberace, che diventerà sua moglie dopo cinque anni di fidanzamento. La loro vita scorre serena: Mollo lavora in banca ed è impegnato nel sindacato. Hanno due figli: Sabrina, nata nel 1968, e Francesco, nel 1971. Eppure Giampaolo avverte spesso un’irrequietezza e un vuoto interiore che lo spingono a cercare qualcosa di più. Nel 1976, presso la parrocchia dell’Assunzione di Maria Santissima, al Quadraro, Mollo viene in contatto con la comunità carismatica qui presente, cioè la Comunità Maria, e inizia a frequentarla.

In questo nuovo contesto matura in lui, negli anni Ottanta, la vocazione al diaconato. All’età di 45 anni, il 22 novembre 1986, viene ordinato diacono permanente della diocesi di Roma, in San Giovanni in Laterano. Nel 1987, insieme a sua moglie e ad altre due coppie di coniugi – Alfredo e Jaqueline Ancillotti, Paolo e Carmen Serafini – e con la benedizione dell’allora cardinale vicario di Roma Ugo Poletti, fonda la “Comunità Gesù Risorto”. Nel 1991 è colpito da una grave malattia: il mieloma multiplo, che affronta con coraggio e fede. Nonostante le sofferenze e le evidenti difficoltà fisiche, continua a dedicarsi all’evangelizzazione e si spende per la buona riuscita del Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali del 1998, culminato con la Veglia di Pentecoste celebrata in piazza San Pietro da san Giovanni Paolo II. Muore poco tempo dopo, il primo settembre del 1998. Il funerale si tiene due giorni dopo, in un’affollatissima basilica di San Giovanni Bosco; a celebrarlo è monsignor Cesare Nosiglia, attualmente arcivescovo emerito di Torino. La causa di beatificazione è stata aperta il 5 novembre 2021.

 

 

4 aprile 2025

La chiusura dell’inchiesta diocesana storica delle cause di beatificazione e canonizzazione di padre Cosimo Berlinsani e di madre Anna Moroni

Il 31 maggio si conclude l’inchiesta diocesana storica delle cause di beatificazione e canonizzazione del servo di Dio padre Cosimo Berlinsani, sacerdote professo dell’Ordine della Madre di Dio e fondatore delle Suore Oblate del Santissimo Bambino Gesù, e della serva di Dio madre Anna Moroni, fondatrice delle Suore Oblate del Santissimo Bambino Gesù. La celebrazione eucaristica di ringraziamento si terrà alle ore 10.30 nella basilica di San Giovanni in Laterano e sarà officiata dal vescovo ausiliare per il settore Sud monsignor Gianrico Ruzza. Il rito di chiusura del processo, invece, è in programma alle ore 12 nell’Aula della Conciliazione del Palazzo Lateranense e sarà presieduto dal vescovo delegato monsignor Daniele Libanori; saranno presenti i membri del Tribunale diocesano monsignor Slawomir Oder, delegato episcopale; monsignor Giuseppe D’Alonzo, promotore di giustizia; Marcello Terramani, notaio attuario; Giancarlo Bracchi, notaio aggiunto.

Cosimo BErlinsani nacque a Lucca nel 1619; nel 1643 entrò nella Congregazione dei Chierici Regolari della Madre di Dio a Santa Maria in Campitelli, di cui fu anche parroco per molti anni. Nel 1649 assunse la direzione spirituale di Anna Moroni, nata nel 1613 e rimasta orfana in giovane età, che all’epoca prestava servizio come inserviente presso alcune famiglie nobili. Padre COSIMO fu colpito dalla fede e dal fervore di Anna. «Tra i due si stabilì una sorta di intesa pastorale per un servizio di carità intelligente nei quartieri disagiati di Roma – spiega il postulatore della causa di padre Berlinsani, padre Davide Carbonaro –. Durante la peste del 1656 organizzarono un soccorso capillare nei confronti dei malati, soprattutto i più abietti che venivano indirizzati presso l’Ospedale dei lucchesi dove era medico il fratello di padre Cosimo. Anna d’altro canto, pur a servizio delle nobildonne del quartiere di Campitelli, conduceva una vita contemplativa e nello stesso tempo operosa. A lei padre COSIMO inviava le ragazze perché fossero istruite nella dottrina cristiana e nella preparazione ai sacramenti. Poi seppero trasformare quelle esperienze occasionali in una vera e propria istituzione».

Padre Carbonaro è parroco a Santa Maria in Portico in Campitelli, come quattro secoli fa lo fu il servo di Dio padre Berlinsani. «I due incarnano ancora oggi la sollecitudine del Vangelo di Gesù per i piccoli e gli ultimi – riflette ancora –. Le loro virtù umane e cristiane ci ricordano la gratitudine che Gesù ebbe per suo Padre che rivela cose semplici ai piccoli e cose grandi a coloro che si fanno servi come lui. Nel 1656 padre COSIMO diede alle stampe il testo “La nutrice spirituale”, un tracciato mistico e pratico che conduceva le sue penitenti a far nascere e crescere Gesù nel proprio intimo. Il 2 luglio del 1672 ebbe inizio la Congregazione delle Suore Oblate del Santissimo Bambino Gesù, laiche dedicate all’accoglienza orante e all’assistenza generosa per le ragazze bisognose di istruzione umana e spirituale. L’iniziativa piacque ai parroci romani che l’accolsero con encomi e replicarono esperienze simili nelle loro parrocchie. Dopo la morte della serva di Dio Anna Moroni, avvenuta a Roma l’8 febbraio 1675, padre COSIMO seguitò a dirigere l’istituto delle Oblate e fondare nuove case in Italia. Morì a Roma il 26 ottobre 1694».

30 maggio 2019

La Chiesa, “cattolica e sinodale”, e la sfida della “frontiera”

La parrocchia di San Pio X

Universale e comunitaria. Su questi due tratti propri della Chiesa si è sviluppato l’incontro di ieri sera, 2 febbraio, promosso dalla parrocchia San Pio X, in zona Balduina, e intitolato “La Chiesa cattolica e sinodale: le nuove frontiere dell’evangelizzazione”. Aprendo la serata, il parroco don Andrea Celli ha spiegato che «si tratta di una bella occasione per approfondire con due relatori di eccezione un tema di grande attualità, rispetto al quale Papa Francesco ci spinge a riflettere per un vero cambiamento ecclesiale» affinché non si rischi di proporre «una Chiesa bella ma vuota, piena di passato ma poco di avvenire».

Affidate a padre Massimo Fusarelli, ministro generale dell’Ordine dei frati minori, le considerazioni sul primo dei due aggettivi presi in esame. «La Chiesa cattolica è una Chiesa universale – ha detto il religioso -, dunque una realtà diffusa in modo capillare» laddove «la cattolicità può essere intesa come una tensione tra il particolare e l’universale, appunto, per dire che non c’è uniformità; non si tratta di conservare una realtà monolitica ma di tenere insieme e mettere in relazione i diversi elementi che la costituiscono, in una tensione creativa». Da qui la domanda che ha guidato la riflessione di Fusarelli: «Come riusciamo oggi a essere Chiesa secondo il tutto e non secondo il particolare?» e dunque guardando «non solo alla nostra comunità o parrocchia ma alla Chiesa di Roma, d’Italia e del mondo». Interrogativo necessario perché, «come ricorda Papa Francesco nell’enciclica “Fratelli tutti” – ha continuato -, la cattolicità non si declina solo all’interno della Chiesa ma nel dialogo con tutto ciò che è umano». Ed ecco allora la definizione di “frontiera” «non come trincea ma come limen ossia come soglia tra ambienti e mondi diversi» che devono contaminarsi. Per Fusarelli sono 4, oggi, «le soglie sulle quali sostare e insieme da attraversare per annunciare il Vangelo» e che «possono divenire davvero dei varchi se sappiamo intercettare e leggere l’oggi, rendendo possibili sguardi diversi».

In primo luogo il religioso ha auspicato un’attenzione e un’apertura ai diversi linguaggi, da intendersi in senso lato come «culture e approcci alle realtà», per non «sentire solamente ridetta la nostra dottrina in un’altra lingua» ma sapendo «restare aperti a culture altre, permettendoci immagini e immaginazioni diverse». A seguire, l’invito a considerare “soglia” «lo spostamento di popoli, una situazione diffusa oggi», che è «il segno dei tempi» e insieme l’insegnamento e il monito che «la Terra è di tutti, per noi cristiani, cioè ci è stata data solo in prestito». Ancora, “soglia” sono «le nuove spiritualità – ha spiegato Fusarelli -, molte di marca orientale e molte anche senza Dio» e che tuttavia «ci fanno capire che c’è nell’uomo una ricerca e che la persona umana si rende conto di non bastare a se stessa». Infine, l’invito del superiore dei Frati minori a vivere «gli squilibri» ossia a «ripensare il “come” della pastorale» per «superare i nostri confini, lasciandoci evangelizzare anche da Chiese altre, dove lo Spirito continua a soffiare».

Il secondo aggettivo preso in esame è stato “sinodale”. Ne ha proposta una lettura vivace ma anche critica, spingendo alla riflessione, don Armando Matteo, sottosegretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede, che ha sottolineato «il cambiamento e l’emancipazione di cui la nostra generazione è protagonista», parlando di una società longeva, ricca e benestante, al cui benessere hanno contribuito «lo sviluppo farmaceutico e tecnologico e la diffusione dell’informazione oltre che la possibilità di studiare e di formarci». Da qui il richiamo a «quel cambiamento d’epoca di cui parla Papa Francesco», che «va accostato dalla Chiesa positivamente», certi di «non poter rispondere alla domande di oggi con le risposte di ieri». Ecco allora il richiamo al Magistero, e in particolare all’esortazione apostolica Evangelii gaudium, «nella quale il Papa al numero 27 ci dice che ogni cosa deve essere cambiata – ha affermato don Matteo -, dimostrando che la Chiesa ha qualcosa da dire all’uomo di oggi che morde e azzanna la vita», che equivale «non ad adeguarsi ai tempi moderni» ma a offrire «un approccio consolante» perché «noi cristiani nel Vangelo abbiamo parole straordinarie sulla gioia, che sono da mettere a disposizione di tutti».

di Michela Altoviti da Roma Sette

3 febbraio 2022

La Chiesa piange Benedetto XVI

«Con dolore informo che il Papa Emerito, Benedetto XVI, è deceduto oggi alle ore 9.34, nel Monastero Mater Ecclesiae in Vaticano». Il direttore della Sala stampa vaticana Matteo Bruni informa con queste parole della scomparsa del pontefice emerito, le cui condizioni di salute si erano aggravate nei giorni scorsi.

La comunità diocesana, che proprio ieri pomeriggio si era riunita in preghiera per lui con il cardinale vicario Angelo De Donatis, continua a pregare insieme alle Chiese di tutto il mondo per l’anima dell’amato vescovo emerito papa Benedetto XVI, ricordandolo con le parole pronunciate dal cardinale Angelo De Donatis.

“Benedetto XVI ha sempre mostrato una grande fiducia nella Provvidenza. Da sacerdote, a teologo, da vescovo, da papa, ha espresso, allo stesso tempo, la fortezza e la dolcezza della fede, l’essenzialità e la semplicità di chi sa che, quando si sogna con Dio, i sogni diventano realtà. Come san Giuseppe, il nostro vescovo emerito ha sempre sottolineato il primato della Parola di Dio sulle nostre parole umane, ricordando il grande valore del silenzio e dell’ascolto. Anche lui ci ha fatto gustare, nel suo pontificato, il vino nuovo e buono dell’Amore. Pensiamo ad esempio alle prime parole dell’Enciclica “Deus Caritas est’. dove è scritto che all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensi l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte Benedetto XVI, umile operaio nella vigna del Signore, è testimone di questo Incontro. Rivestito di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, in profonda comunione con papa Francesco, il papa emerito è segno del volto bello della Chiesa che riflette la luce del volto di Cristo”.

Tutte le comunità parrocchiali, religiose e le cappellanie sono invitate a celebrare una santa Messa in suffragio dell’anima del papa emerito. Nella mattina del 2 gennaio, informano dalla Santa Sede, il corpo del Papa emerito sarà esposto nella basilica vaticana per ricevere l’ultimo saluto dei fedeli.

 

31 dicembre 2022

La Chiesa di Santo Spirito in Sassia, santuario della Divina Misericordia

Santo Spirito in Sassia

A cura delle Missionarie della Divina Rivelazione

Santa Faustina Kowalska (1908-1938) e San Giovanni Paolo II (1920-2005) sono stati i due grandi araldi della Divina Misericordia: entrambi provenienti dalla Polonia, sono stati accomunati dal progetto di Dio di far conoscere al mondo il Suo grande amore e interesse per la salvezza eterna di ogni uomo. Le loro orme, per disposizione della Provvidenza Divina, si sono intrecciate a Roma nella Chiesa di Santo Spirito in Sassia, dove il 1° gennaio 1994, per volere dello stesso Giovanni Paolo II, la chiesa fu dedicata al Culto della Divina Misericordia, così come è stato auspicato attraverso la testimonianza e l’esperienza mistica di Suor Faustina. La festa della Divina Misericordia viene celebrata, come richiesto da Gesù a Suor Faustina, nell’ottava di Pasqua, la Domenica in Albis.

Il Papa aveva conosciuto il messaggio della Divina Misericordia a Cracovia, quando negli anni del regime nazista lavorava come operaio nello stabilimento chimico Solvay, che si trovava proprio vicino al monastero dove Suor Faustina morì il 5 ottobre 1938.

Fin dalle origini, come oggi, la chiesa di Santo Spirito in Sassia è stato l’oratorio di un complesso ospedaliero. Fu fondata nel 727 dal re dei Sassoni, Ina, insieme ad un ospizio per i pellegrini della sua terra. La chiesa era chiamata “Sancta Mariæ super schola Saxonum”, e l’ospizio era detto schola Saxonum. Le scholae erano strutture assistenziali e caritative di accoglienza dei pellegrini, che numerosi accorrevano per poter pregare sulla tomba del Principe degli Apostoli. La più antica fu proprio la schola Saxonum, proprietaria di un esteso territorio oltre il Tevere, costituente un intero quartiere, detto in sassone “Burg” (borgo), nome poi rimasto per designare l’intero rione.

Più volte distrutto, il complesso della schola fu trasformato nel 1198 per volere di Papa Innocenzo III in un grande ospedale ed assunse il nome di “Santo Spirito”, essendo stato affidato ai frati ospedalieri di Santo Spirito, istituiti da Guido di Montpellier nel 1178 per la cura degli infermi.

Nel 1527, durante il sacco di Roma, la furia devastatrice dei Lanzichenecchi, distrusse il Complesso di Santo Spirito, rimasero in piedi solo l’ospedale e la torre campanaria del 1475, volute da Papa Sisto IV e ancora oggi sussistenti.

Nel 1538, papa Paolo III affidò la ricostruzione all’architetto Antonio da Sangallo il Giovane, che diede l’assetto attuale alla Chiesa con il nuovo titolo di “Santo Spirito in Sassia”, la fabbrica dell’intero Complesso ebbe termine nel 1590 grazie a Papa Sisto V.

Entrando nello spazio sacro della chiesa, troviamo una grandiosa e luminosa navata absidata con cinque cappelle semicircolari per lato, sormontata dal prezioso soffitto ligneo di Antonio da Sangallo.

Nel 1582 Jacopo Zucchi, allievo di Giorgio Vasari, fu chiamato ad affrescare il presbiterio e l’abside. Nel catino absidale viene rappresentato il Redentore glorioso sulle nubi. Sotto il Cristo, santi e angeli fanno da corona alla splendente colomba dello Spirito Santo, pronta a discendere nella tribuna sottostante, dove un’ampia cornice prospettica, formata da preziose colonne ed archi, costituisce il degno sfondo alla rappresentazione della Pentecoste. Maria è al centro dell’ampio cortile ed è contornata da più di 70 figure tra Apostoli e discepoli. L’elegante cortile richiama l’antico tempio di Gerusalemme, sostituito dal nuovo Tempio, il Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa.

Sopra l’altare maggiore del 1600 si erge l’elegante tabernacolo sorretto da due angeli adoranti in legno dorato, opera dello scultore Monsù Lorenzo Tedesco.

Nella terza cappella di destra, due maestosi angeli, recanti sul capo cesti di fiori, fanno da cornice alla splendida pala d’altare di Gesù Misericordioso, opera del pittore P. Moskal di Cracovia, donata il 23 aprile 1995, dal Santo Padre Giovanni Paolo II. Gesù, vestito di una candida tunica, ha una mano alzata per benedire, mentre l’altra tocca sul petto la veste, da cui escono due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro bianco. Il raggio rosso rappresenta il Sangue che dona la Vita Eterna, il raggio bianco l’Acqua che giustifica le anime dei peccatori. Ai piedi dell’immagine vi è la scritta: «Gesù confido in Te!». Sul lato destro dell’altare un prezioso reliquiario conserva le reliquie di Santa Faustina. Alle suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, consorelle della Santa, è stata affidata la cura materiale e soprattutto quella spirituale di questo santuario.

Nella quarta cappella, al lato sinistro della navata, un maestoso ritratto di San Giovanni Paolo II, ha preso il posto dell’antica pala d’altare raffigurante la Deposizione, opera di Livio Agresti. In una elegante teca d’argento dorata di forma rotonda, sul lato destro dell’altare, è custodita la reliquia del sangue del Papa.

Nella Chiesa di Santo Spirito in Sassia, prezioso scrigno di arte e fede, si innalza ogni giorno la preziosa preghiera della Corona alla Divina Misericordia, insegnata da Gesù a santa Faustina, eredità affidata alla Chiesa per la salvezza del mondo: «Concederò grazie senza numero a chi reciterà questa corona. Se recitata accanto a un morente non sarò giusto giudice ma Salvatore». Con tanta umiltà e abbandono, facciamo nostra la preghiera che dal Cuore trafitto di Gesù, sorgente della Misericordia, fa scaturire innumerevoli grazie: “Gesù, io confido in Te!”.

12 aprile 2021

La chiesa di Santa Rita alle Vergini

La chiesa di Santa Rita da Cascia alle Vergini è una chiesa di Roma, nel rione Trevi, in via delle Vergini (angolo via dell’Umiltà). La Chiesa fu costruita nel 1615 col titolo di Santa Maria delle Vergini sul luogo di una preesistente chiesa dallo stesso nome ed affidata alle cure delle monache agostiniane del vicino collegio della Madonna del Rifugio.
La ricostruzione dell’edificio fu dalle Suore affidato a Francesco Peparelli e la facciata,compiuta nel 1696, fu progettata da Mattia de’Rossi. Nel 1871 il Monastero delle Agostiniane con l’annessa Cappella furono requisiti dallo Stato e le Monache allontanate. Il complesso passò quindi al Demanio. La Chiesa rimase al Vicariato e nel 1904 fu affidata in gestione all’Arciconfraternita di S. Rita da Cascia in sostituzione alla Chiesa che si trovava ai piedi del Campidoglio e che fu abbattuta per la costruzione dell’Altare della Patria.
L’interno, a croce greca, con cupola e tre altari, mantiene la ricca decorazione tardo-seicentesca con stucchi e affreschi. La Cupola, attribuita a Michelangelo Ricciolini (1695 circa) raffigura la Gloria del Paradiso. Sull’altare destro è il dipinto di Pietro Lucatelli, seguace di Pietro da Cortona, con Sant’Agostino e Santa Monica. Sull’altare maggiore era all’origine un quadro dell’Assunta di Ludovico Gimignani, trasferita nella Chiesa di Santa Pudenziana e sostituita dalla tela raffigurante Santa Rita di Arturo Ferretti (1911).
Le statue in stucco di S. Agostino (a destra) e San Giuseppe col Bambino sono di Filippo Cercani. Sull’altare di sinistra è il dipinto Cristo e la Maddalena di Giovanni Battista Mercati. La successiva Cappella della Madonna di Lourdes fu costruita a foggia di grotta nel 1912. La controfacciata è occupata dalla monumentale cantoria in legno scolpito e dorato con testine di Suore ad ornamento delle mensole.Alla fine del Seicento il monastero delle Agostiniane si componeva di due lunghi corpi di fabbrica ad angolo tra via delle Vergini e via dell’Umiltà, saldati assieme dalla Chiesa; all’interno vi era un grande giardino con porticato. Con il passaggio allo Stato, il lato su via delle Vergini fu abbattuto negli anni ’50 e ricostruito per ospitare la centrale telefonica.

Oggi, 22 maggio, in occasione della festa, alle 12 la Supplica a Santa Rita da Cascia.

La chiesa di Santa Maria dell’Orazione e della Morte, nata per seppellire i defunti abbandonati

Alla fine di via Giulia, tra l’arco Farnese e l’adiacente Palazzo Falconieri, si erge maestosa la chiesa di Santa Maria dell’Orazione e della Morte. La chiesa fu costruita nel 1575 e poi riedificata nel 1738 dall’architetto Ferdinando Fuga, che chiese come ricompensa per il suo lavoro il diritto di sepoltura nella chiesa per sé e la sua famiglia.

Nel XVI secolo, la sepoltura dei cadaveri abbandonati era lasciata all’iniziativa di persone caritatevoli, che provvedevano con mezzi propri o chiedendo le elemosine ai passanti. Nel 1538, un gruppo di persone animate da fede e carità cristiana, pensarono di istituire «in Roma una compagnia sotto il titolo della Morte, la quale per particolare instituto facesse quest’opera di misericordia» (dagli Statuti della Ven. Arciconfraternita della Morte ed Oratione). Nel 1552, Papa Giulio III approvò la Confraternita, concedendole numerose indulgenze, e volle che fosse aggiunto il titolo dell’“Orazione”, in aggiunta a quello della “Morte”, i confratelli, infatti, oltre a seppellire i cadaveri, si preoccupavano di offrire in suffragio alle anime preghiere e sante Messe, mentre ogni terza Domenica del mese veniva offerta l’Adorazione Eucaristica sotto forma di Quarant’ore: tutto il popolo di Dio veniva coinvolto dinanzi al Santissimo Sacramento; quest’appuntamento diventava importante per la crescita nella fede del popolo romano. Sotto il pontificato di Papa Paolo IV Carafa, con la bolla Divina providente clementia del 17 novembre 1560, il sodalizio venne eretto ad Arciconfraternita.

I membri dell’Arciconfraternita erano conosciuti come i “fratelli della morte”, essi avevano un grande zelo nel prodigarsi con grande carità nel recupero delle salme abbandonate, anche nei luoghi più lontani e malsani e in qualunque stagione, di giorno, di notte. Ci voleva tanta abnegazione e coraggio per trasportare sulle spalle, anche per diversi chilometri, un cadavere rimasto insepolto per vari giorni, soprattutto durante l’estate. Questa missione durò fino alla fine del XIX secolo, quando, in seguito all’unità d’Italia, furono le istituzioni pubbliche ad assumersi l’incarico della sepoltura dei defunti. Da allora l’Arciconfraternita finì per occuparsi solo del compito di suffragare le anime dei defunti. Ancora oggi, i membri dell’Arciconfraternita continuano in questa opera di misericordia spirituale, nella consapevolezza che la morte è semplicemente l’ingresso alla Vita eterna. Quest’opera risulta oggi tanto necessaria nella nostra società materialista, che vive con disagio la realtà della sofferenza e della morte.

Nella cripta sotto la chiesa, sorge il cimitero dell’Arciconfraternita, nel passato molto grande, oggi ridotto ad un solo ambiente adibito ad esposizione delle ossa. L’interno della chiesa si presenta a pianta ovale longitudinale, con l’asse maggiore perpendicolare alla facciata. Sull’ovale si aprono quattro cappelle laterali. La facciata della chiesa è rettilinea, si compone di due ordini sovrapposti. La porta principale è arricchita da festoni, teschi alati e un timpano curvilineo che racchiude un’edicola con una clessidra alata, è simbolo dell’incessante scorrere del tempo verso la morte, in un continuo cambiamento di stato. Nelle ali laterali sono presenti in basso le cassette per le elemosine, in particolare nella cassetta sulla sinistra, è raffigurato uno scheletro alato recante un cartiglio con il motto: “HODIE MIHI/ CRAS TIBI” (Oggi a me / domani a te). La sommità della facciata è incorniciata da vasi, dai quali escono delle fiamme vive, simbolo dell’olio della preghiera che mantiene viva la speranza della Vita eterna.

L’interno della chiesa è caratterizzato da un continuo alternarsi di campate concave e convesse, che guidano l’occhio dell’osservatore direttamente all’altare maggiore, dove la pala, dipinta da Ciro Ferri (1634 -1689), rappresenta uno splendido Gesù in croce. Il Crocifisso, ritto ed alto, si staglia su di un lontano paesaggio di pianura che, con intersezioni di alberi e basse colline, si perde nell’ombra dello sfondo. Il Corpo di Cristo risulta cinto entro un alone luminoso, che contrasta con le dense nuvole nere, che ben lasciano immaginare le tenebre che avvolsero il mondo, mentre il Redentore moriva in croce. Lo sguardo di Gesù è rivolto verso l’alto nell’attimo prima di reclinare il capo ed emettere l’ultimo respiro. Forte è il richiamo alla preghiera per gli agonizzanti per cui l’unico sostegno è l’abbandono fiducioso nelle mani del Padre.

La seconda cappella a destra è dedicata a san Michele Arcangelo, rappresentato nella pala d’altare mentre fende la sua spada contro il demonio incatenato a cui schiaccia la testa. Si tratta di una copia del 1750, che riproduce il noto quadro di Guido Reni, realizzato per la chiesa di Santa Maria della Concezione. San Michele è il protettore degli agonizzanti dagli assalti del demonio. Sull’altare è posto il tondo con l’effige miracolosa della Vergine e il Bambino, donata dal duca Cesare Glorieri, nel 1577, per ornare l’altare maggiore della primitiva chiesa. Sulla spalla della Madre di Dio, è impressa una stella, simbolo della Sua perpetua Verginità. Il bambino Gesù protende la destra al collo della Mamma, avvolgendola in uno sguardo dolcissimo, mentre nella mano sinistra stringe un cardellino, presagio della Sua futura morte in croce. La Vergine china teneramente la testa verso il Bimbo, ma gli occhi sono rivolti verso di noi per ricordarci che dopo la morte ci accoglierà l’Amore e si aprirà per noi la Vita Eterna.

a cura delle Missionarie della Divina Rivelazione

4 novembre 2020

La Chiesa di Roma pietra del mondo e strumento di Cristo

La solennità del 29 giugno, in cui si celebra il martirio dei santi Pietro e Paolo, patroni di Roma, è antichissima. Basti pensare che nel IV secolo si celebravano già tre Messe: una nella Basilica di San Pietro, l’altra presso San Paolo fuori le Mura e la terza alle catacombe di san Sebastiano, dove probabilmente vennero nascosti i corpi dei due santi durante le invasioni barbariche.  Con la cristianizzazione della città di Roma si è arrivati a sostituire la ricorrenza pagana in cui si esaltavano le figure di Romolo e Remo, mitici fondatori della città eterna, con la celebrazione dei Santi Pietro e Paolo, fondatori della Roma cristiana e colonne spirituali della Chiesa Universale. Pietro e Paolo, l’uno confessore della Verità, l’altro apostolo delle genti, sono stati chiamati a testimoniare a tutto il mondo il Signore Gesù fino al martirio, il quale ha coronato per sempre, con l’effusione del loro sangue, la loro missione apostolica.

Per Simone, il pescatore, tutto comincia sul lago di Galilea, luogo in cui il Signore lo chiamerà, e continua al seguito del Maestro le cui parole ed opere incidono profondamente il cuore di Pietro che arriverà a dire di Gesù: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). Questa professione di fede, costituisce la solida base della fede della Chiesa, la “pietra” che, nonostante rinnegamenti e debolezze, rimane stabile nei secoli.

Pietro trascorse i suoi ultimi anni di vita come capo della Chiesa di Roma dove, nella persecuzione del 64 d.C. subì il martirio di croce, come il suo Maestro. Tuttavia, fu crocifisso a testa in giù per sua volontà, non considerandosi degno di morire come il Suo Signore. Oggi, sul luogo del martirio, sorge la Basilica di San Pietro, custode della tomba del santo.

Per Saulo invece, accanito persecutore dei cristiani, il Padre aveva un grande progetto. Anania gli aveva infatti rivelato: “Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la Sua volontà, a vedere Cristo e ad ascoltare le parole della sua bocca, poiché tu gli sarai testimone presso tutti gli uomini” (At 22,14-15). Si può dire che da quel momento nasce Paolo, l’apostolo delle genti. Dopo essersi appellato a Cesare, per difendersi dalle accuse portate contro di lui a Gerusalemme e a Cesarea, egli giunge a Roma dopo un lungo e travagliato viaggio. Questa circostanza esterna permette a Paolo di portare il Vangelo a chiunque “fino ai confini della terra”. Arrivare a Roma, per Paolo, significa giungere al cuore delle “genti”. Il martirio avvenne alle Acque Salvie, dove ora sorge la Basilica delle Tre Fontane, tramite decapitazione.

Proprio a Roma i due apostoli fanno dei giudei e dei pagani una sola Chiesa, rinvigorita dalla testimonianza del loro martirio, sangue fecondo che, versandosi per Cristo, supera qualsiasi odio e costituisce una nuova comunità. Ogni cristiano diviene fratello e sorella in Cristo senza distinzione di razza o di comunità. Allude proprio a questa fraternità l’icona conservata in via Ostiense a Roma, che raffigura l’ultimo accorato e affettuoso abbraccio di Pietro e Paolo prima dell’offerta totale della loro vita a Colui che avevano tanto in terra amato.

Dopo quest’ultimo gesto di stima e di profondo amore fraterno entrambi, diversi ma uniti per sempre nel nome di Cristo Gesù, volgono i loro sguardi in una sola direzione, quella di Gesù crocifisso e risorto, donando al mondo intero il fondamento sicuro per camminare verso Cristo.

Il 29 giugno è anche il giorno in cui il Papa consegna il santo pallio agli arcivescovi, simbolo della dignità e responsabilità conferita loro dal successore di Pietro. Tessuto in lana di pecora, coloro che sono chiamati ad indossarlo, sentono risuonare nel cuore le parole del Buon Pastore che, sul lago di Tiberiade chiede a Pietro: “Mi ami tu?[…] pasci le mie pecore” (Gv 21, 15-19). I pastori che nei secoli si succedono sono quindi, in virtù della missione affidata a Pietro, pastori con lui, chiamati, come gli apostoli, dei quali sono successori, a portare le anime alla salvezza mediante l’annuncio e la diffusione del Vangelo di Cristo. La Chiesa di Roma allora, seguendo l’esempio dei suoi patroni, sia sempre pietra del mondo e strumento eletto per portare Cristo nella vita di ogni uomo.

 

A cura delle Missionarie della Divina Rivelazione

La Chiesa di Roma è vicina alla Chiesa di Francia. Le lettere del cardinale vicario De Donatis al presidente Macron e all’arcivescovo Aupetit

Siamo vicini ai nostri fratelli e sorelle della Chiesa di Francia, alla comunità ecclesiale e a tutti i cittadini di Parigi. Uniti preghiamo la Vergine Maria, venerata a Notre Dame, come Madre della speranza e di ogni consolazione.

Nous sommes proches de nos frères et sœurs de l’Église de France, à la communauté ecclésiale et à tous les parisiens. Unis, prions la Vierge Marie, vénérée à Notre Dame, comme Mère d’Espérance et de toutes consolations.

Il cardinale vicario Angelo De Donatis ha scritto due lettere: una al presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, che è anche protocanonico d’onore del capitolo della basilica di San Giovanni in Laterano – una onorificenza che affonda le sue radici fin dai tempi di Enrico IV – e un’altra all’arcivescovo di Parigi monsignor Michel Aupetit.

«A S. E. il Signor Presidente della Repubblica Francese,
Protocanonico d’onore del Capitolo della Basilica di San Giovanni in Laterano,
addolorati nel vedere le immagini del triste incendio che ha colpito la cattedrale Notre Dame, a nome di tutti i membri del Capitolo Lateranense e dei fedeli della Diocesi di Roma, Le esprimo la nostra sentita vicinanza e partecipazione. Le assicuriamo la nostra preghiera affinché questo tempio, incomparabile scrigno di fede, arte e tradizione, simbolo di unità e anima dell’amata nazione “Fille ainée de l’Église”, possa presto essere ricostruito grazie alla fede e alla solidarietà del popolo francese. San Giovanni e la Vergine Maria, venerata come “Notre Dame”, intercedano presso Dio onnipotente e misericordioso perché ricolmi Lei e il popolo che rappresenta di ogni benedizione».

«A S. E. R. l’Arcivescovo di Parigi, monsignor Michel Aupetit
Ancora sgomenti e tristi per l’incendio che ha colpito Notre Dame, vorrei esprimerLe a nome dei fedeli della Chiesa di Roma la nostra vicinanza nella preghiera. Dalla nostra cattedrale di San Giovanni in Laterano, madre di tutte le chiese, sale incessante al Padre l’invocazione per la comunità ecclesiale di Parigi. Custodiamo ancora nel cuore la testimonianza offerta dalla folla spontanea di fedeli, accorsi ieri sera ai piedi di Notre Dame, per implorare con il canto commosso dell’Ave Maria la Sua materna protezione. Siamo certi che il Dio della Vita e della Risurrezione, anche dalle rovine di questo meraviglioso tempio, potrà far rinascere e fortificare la fede delle “pietre vive” della Sua comunità. Che la Vergine Maria, venerata come “Notre Dame”, continui a vegliare con amore di madre sulla Chiesa e la città di Parigi. Uniti in Cristo»

16 aprile 2019

La chiesa di Corviale compie 40 anni. La celebrazione con mons. Reina

Il vicegerente mons. Baldo Reina (Foto: Mauro Monti)

Era il 16 aprile 1983 quando il cardinale vicario di allora, Ugo Poletti, consacrava, con il titolo di San Paolo della Croce, la chiesa di Corviale, l’insediamento urbano alla periferia ovest di Roma conosciuto come Serpentone. Sono passati 40 anni e la festa della Divina Misericordia, istituita da San Giovanni Paolo II, venuto qui in visita nel 1992, segna anche un altro anniversario che cade in questi stessi giorni: i 5 anni dalla visita di Papa Francesco.
A presiedere la messa mons. Baldo Reina, vescovo di settore e vicegerente della diocesi di Roma, che prima della celebrazione ha incontrato i membri del nuovo Consiglio pastorale parrocchiale. “Questo deve essere considerato non un luogo dove si organizzano cose – ha detto mons. Reina – ma essenzialmente uno spazio in cui la comunità fa esperienza di comunione profonda, in cui ognuno porta il suo contributo di intelligenza, esperienza, riflessione. Un laboratorio in cui si supera quello che spesso dice Papa Francesco: il ‘si è fatto sempre così’, per provare ad aprire strade nuove, con prudenza e fantasia. Dunque un luogo di comunione, discernimento e anche di corresponsabilità, in maniera leale, evitando chiacchiericci”.

“Abbiamo raccolto l’invito del Santo Padre, in un tempo particolare – ha continuato mons. Reina –, e dobbiamo metterci in gioco, affrontando con serenità le difficoltà che si incontreranno, pensando soprattutto a tutti coloro che si sono allontanati dalla chiesa, essendo pronti anche a fare autocritica. Il Consiglio pastorale deve essere il ponte tra la comunità parrocchiale e il mondo esterno. Abbiate il coraggio di portare qui dentro le istanze del mondo esterno, senza mai giudicarlo, accogliendo quelle grida, quei lamenti, quelle richieste di aiuto che non sempre arrivano”.

E sull’importanza di questo organismo, mons. Reina ha voluto sottolineare che il Santo Padre chiede che i Consigli parrocchiali della diocesi vengano sentiti in occasione del cambio del parroco, non per suggerire nomi o caratteristiche, ma per raccontare al vescovo il cammino che è stato fatto nella comunità, le difficoltà incontrate, i passi di crescita, in modo tale da delineare un profilo di cui il vescovo, nel suo discernimento, terrà conto.

Un discorso sulla comunità cristiana, tema presente in tutte le letture del giorno, che è continuato anche nell’omelia. “Il Signore ci sta chiedendo, soprattutto oggi, qui, in questa chiesa che festeggia l’anniversario della consacrazione – ha affermato mons. Reina – di essere una comunità viva. Non abbiamo la forza di risolvere tutti i problemi e le risorse per dare le risposte alle mille difficoltà di questo territorio. Ci chiede di essere una comunità in cui mettiamo in circolo l’amore di Cristo, di farci carico delle sofferenze degli altri. Ricordiamo San Paolo: imparate a soffrire con chi soffre e a gioire con chi gioisce”.

E parlando della festa della Divina Misericordia, ha osservato: “Gesù può trovare anche le porte del nostro cuore chiuse, Lui non si rassegna. E agli apostoli che lo avevano abbandonato e rinnegato, non rinfaccia i loro peccati ma dice: ‘Pace a voi’. Il Signore ci dà fiducia. San Giovanni Paolo II ha voluto istituire, nella seconda domenica di Pasqua, questa festività che rappresenta la fiducia sconfinata che Dio ha nei confronti di ciascuno di noi. La nostra fede poggia unicamente sul fatto che Dio ci ama e attraverso di noi vuole portare avanti la storia della salvezza”.

“Gli anniversari sono sempre importanti – ha concluso mons. Reina – sono l’occasione per rilanciare la comunità attraverso un’esperienza di comunione profonda. Tendiamo sempre a girarci su quello che ci lasciamo alle spalle, ad elaborare analisi e bilanci, ma al Signore i bilanci non piacciono, non guarda ciò che è stato, ma quello che sarà, quello che ognuno di noi e come comunità siamo in grado di fare. Auguri dunque a questa comunità e che il Signore vi conceda di continuare nel suo amore”.

da Agensir

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